Segnaliamo ai lettori la lettera aperta inviata dall’ADI ad Anna Maria Bernini, per chiedere – fra l’altro –  un reclutamento ordinato e periodico, l’incremento dell’FFO, chiarimenti sulla recente riforma del pre-ruolo.

Alla cortese attenzione della Ch.ma Prof.ssa Anna Maria Bernini
Ministra dell’Università e della Ricerca


Signora Ministra, Chiarissima Professoressa,

Le porgo, con questa lettera aperta, il saluto e l’augurio di un buon lavoro a nome dell’Associazione Dottorandi e dottori di Ricerca in Italia (ADI).

L’ADI è l’associazione di rappresentanza degli interessi di dottorande, dottorandi e di tutte le figure precarie della ricerca. Nel 2023 la nostra organizzazione raggiungerà il traguardo dei suoi 25 anni di attività di raccolta di proposte e criticità di colleghe e colleghi; da vent’anni, inoltre, esprimiamo continuativamente il rappresentante delle dottorande e dei dottorandi in seno al Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari e al Consiglio Universitario Nazionale. La nostra presenza in questi organi e, più ancora, la diretta interlocuzione con i vertici ministeriali, hanno consentito di raggiungere, nel tempo, importanti risultati. A questo proposito, meritano di essere ricordati il triplice aumento della borsa di dottorato (2008, 2018 e 2022), l’estensione a dottorandi e assegnisti della indennità DIS-COLL e, infine, le proroghe delle borse di dottorato a causa dell’emergenza Coronavirus.

Sebbene l’introduzione della Riforma del preruolo con il D.L. 36/2022 ci abbia visti parte attiva, propositiva, costantemente presente nello scambio proficuo e virtuoso con il decisore politico e con il Ministero guidato dalla prof.ssa Maria Cristina Messa, non vogliamo considerare tale importantissimo traguardo meramente una “conquista” ottenuta. La Riforma rappresenta per la nostra categoria un duplice avanzamento. In primis, dal punto di vista democratico- procedurale, ha sviluppato un metodo di incontro tra istituzioni e parti sociali, certamente necessario ad immaginare in modo concertato e corale un sistema universitario e della ricerca i cui benefici siano diffusi e sostanziali per tutte e tutti. In secondo luogo, dal punto di vista dei suoi obiettivi e dell’impianto proposto per ottenerli, consente certamente carriere più certe e di contrarre l’odioso tempo di precariato tipico delle nostre professioni, divenuto dispositivo centrale della c.d. Legge Gelmini assieme alla drammatica contrazione del finanziamento del mondo della ricerca. Sarà certamente Lei, Signora Ministra, a ereditare l’onere e l’onore di addivenire ad una concrezione delle, al momento solo enunciate, possibilità migliorative che la Riforma dispone per la carriera universitaria.

In questo senso, sin dall’inizio dei lavori parlamentari, intorno al D.D.L. 2285 prima e D.L. 36/2022 dopo, abbiamo esplicitamente posto in rilievo un rischio: se fossero mancate le risorse adeguate al finanziamento del nuovo impianto normativo, si sarebbe occasionata una vera e propria emorragia di intelligenze e competenze, formate ai massimi livelli intellettuali e professionali, allontanate dai nostri atenei e, soprattutto, dal nostro Paese. Il Contratto di ricerca introdotto dalla Riforma è infatti migliorativo nel suo schema complessivo rispetto al precedente sistema degli assegni, privi di tutele e riconoscimento del lavoro di ricerca, e di conseguenza più oneroso per gli atenei. Tale maggiore onere è pienamente giustificato dalla necessità di configurare per lavoratrici e lavoratori della ricerca il diritto di intraprendere una vita degna, economicamente sostenibile ed eticamente riconosciuta. L’Italia che, come lei stessa ha affermato, «non riesce a gratificare ricercatori e persone altamente qualificate» e «non è in grado di fornire posizioni e condizioni lavorative adeguate agli sforzi e al livello di istruzione conseguiti» non può permettersi di ignorare un dossier così importante per il futuro delle giovani generazioni e della propria reputazione internazionale.

Serbiamo la certezza che Lei condivida con noi il senso di urgenza che tale situazione reca con sé: la cancellazione del tetto di spesa sul finanziamento di contratti di ricerca con fondi d’ateneo e un significativo e strutturale innalzamento del FFO sono azioni, non solo auspicate, ma necessarie ad evitare l’espulsione dal sistema universitario di circa 15.000 ricercatrici e ricercatori, nonché a garantire l’ordinario svolgimento delle attività, ad oggi, in carico prevalentemente a precari e precarie della ricerca. Un costo umano che i nostri atenei, già tra gli ultimi in Europa per numero di laureati e non certo tra i primi quanto a quello di dottori e dottoresse di ricerca, non possono permettersi ma che sarà inevitabile senza un incremento di almeno un miliardo di euro sul FFO, destinati ai contratti di ricerca. A questo andrebbe altresì aggiunto che le necessità sarebbero ancora maggiori: un aumento di oltre il doppio sul FFO sarebbe opportuno per finanziare un reclutamento ordinato e ciclico all’altezza delle medie degli altri paesi europei, che non può essere sostituito da misure estemporanee come piani straordinari e PNRR.

Sappiamo che, come in ogni congiuntura simile, potrebbe essere previsto un regime transitorio per normare il passaggio dal vecchio al nuovo ordinamento. Nella piena comprensione di tale eventualità, siamo tuttavia a chiederLe che questo non si configuri come una “terra di nessuno” di lungo corso e risoluzione incerta, ma che si possa addivenire a una transizione limitata nel tempo e ordinata, senza marcare dei sostanziali passi indietro in termini di diritti e compensi rispetto alla recente miglioria.

D’altro canto, riteniamo che sia il ruolo sociale svolto dalla nostra categoria a dover essere ripensato in senso internazionale, moderno, all’altezza delle sfide globali. Il Dottorato di ricerca deve diventare, anche in un’ottica di armonizzazione con i principali Paesi europei che riconoscono alla dottoranda e al dottorando lo status di lavoratore, un percorso di formazione-lavoro all’interno del quale sia prevista sia l’acquisizione (e dunque la corrispondente offerta formativa) di reali competenze di ricerca con standard internazionali e, allo stesso tempo, un adeguamento del suo status (giuridico e non) a ciò che serve a lavoratrici e lavoratori del settore. Affinché ciò possa concretizzarsi, è imprescindibile trasformare quella che oggi è solo una borsa di studio, in un vero e proprio contratto di lavoro, con le tutele e i diritti che, naturalmente, ne conseguono.

Su entrambe le questioni l’ADI ha le sue proposte, frutto dell’analisi politica, normativa ed economica che contraddistingue la nostra attività, che possono essere sintetizzate in: una riforma del dottorato tesa alla qualità della formazione, con particolare attenzione alla multi-disciplinarietà e all’internazionalizzazione, all’uniformità dei diritti, e a un prosieguo sulla strada intrapresa, tuttavia ancora ben lungi dall’essere un cammino terminato, di una riforma del sistema di reclutamento accademico che si ponga l’obiettivo ultimo di superare il precariato e fornire a giovani ricercatrici e ricercatori la certezza di prospettive e adeguato riconoscimento della funzione sociale, democratica e di servizio al Paese da loro svolta.

In quest’ottica, è nostra intenzione riprendere al più presto il dialogo su come intervenire in materia di regime transitorio, nuovi contratti, finanziamento e riforma del dottorato. Su ciascuna di queste urgenti questioni auspichiamo di trovare in Lei attenta e assidua interlocutrice, con la quale proficuamente costruire un’Università in grado di far fronte alle crisi economiche, geopolitiche, sociali e climatiche, ma anche che si faccia autentico motore propulsivo di sviluppo sostenibile e di benessere per tutto il sistema Paese.

La Segretaria,
Rosa Fioravante

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