Previtali

Ricerca storica e indagine sui metodi della storia dell’arte si intrecciano intimamente nella riflessione di Giovanni Previtali, oggi ricordato da un doppio volume monografico dedicatogli dalla rivista Prospettiva, da lui stesso fondata. E così pure politica della cultura e propositi educativi, che non appaiono irrelati. ROARS torna a nutrire l’attuale discussione sulle discipline umanistiche rievocando la figura del grande studioso.

A distanza di quasi due decenni dalla morte, Giovanni Previtali appare una figura via via più centrale per gli studi storico-artistici italiani: non per una “classicità” che non esiste, ma per quanto di instabile, in parte aporetico e tuttavia cruciale rimane nella sua ricerca. La determinazione con cui si batte per avvicinare Longhi (di cui è allievo) e la teoria critica, studi eruditi e azione civile non è mai ovvia né banale. L’ampiezza delle sue indagini metodologiche è esemplare, e lo spinge a confrontarsi con la grande lezione di storici dell’arte-umanisti come Warburg, Panofsky e Gombrich. Colpisce infine l’inquietudine (tutta modernista) con cui riflette sull’eredità culturale nazionale nel contesto atlantico del dopoguerra.

Come intrecciare in modo legittimo storia dell’arte e storia culturale? Questa rimane una domanda prioritaria ancora oggi. L’esperienza concreta delle opere d’arte è per Previtali inizio e fine del processo di interpretazione. E’ tuttavia salvifico, ai suoi occhi, portare la storia dell’arte oltre le costrettive recinzioni dell’erudizione antiquaria e della pedanteria ultraspecialistica. La difficoltà è duplice. Si tratta in primo luogo di differenziare la vera storia culturale da una storia delle idee avulsa e dottrinaria, priva di contatto con le opere. In secondo luogo di rifiutare il determinismo storico e sociale di storici paleomarxisti come Antal o Hauser.

L’eredità longhiana fluisce su piani molteplici. Ne sono parte tanto la riflessione sulle tecniche del conoscitore quanto l’intransigente rivendicazione di un’”origine” che possiede tratti destinali. Proprio l’ipotesi identitaria accende le più sanguinose discussioni tra i collaboratori della Storia dell’arte italiana Einaudi, che Previtali è chiamato a coordinare. Che senso ha, obietta al tempo Giovanni Romano, distinguere tra “arte italiana” e “arte in Italia”? Si tratta a suo avviso di una distinzione non storica ma “ideologica”, prescrittiva e non descrittiva. Se esistono “continuità immutabili”, dunque “strutturali” o “autoctone” – aggettivo che desta i sarcasmi di Carlo Bertelli – quale il loro inizio? O la loro geografia? C’è da temere, si insorge, che la tesi previtaliana sulla graduale “italianizzazione” figurativa della regione padana, delle Venezie o del sud Italia non equivalga invece a una “toscanizzazione” retrospettiva dell’arte italiana, arbitraria e per di più imposta in barba al “policentrismo” di Longhi.

Lettere e documenti pubblicati oggi da Arturo Galansino in Giovanni Previtali, storico dell’arte militante [1] attestano le innumerevoli riserve di amici e colleghi sulle spinose questioni di “legittimità” poste da Previtali nel saggio sulla Periodizzazione della storia dell’arte italiana. L’intima connessione da lui stabilita tra marxismo e “coscienza nazionale” potrà oggi sorprendere: tuttavia la progressiva (e per più versi paradossale) convergenza tra Longhi (e parte della scuola) e il PCI, maturata tra Cinquanta e Sessanta, era stata resa possibile proprio dalla particolare natura del comunismo togliattiano prima e berlingueriano poi, le cui specificità Previtali non smette di rivendicare. Nella mercuriale molteplicità dei riferimenti e nella frammentarietà così densa di aperture e sollecitazioni inedite, la Storia dell’arte italiana (nelle parti autografe o ascrivibili al coordinamento editoriale di Previtali) è un efficace strumento di guerrilla disciplinare – Previtali stesso lamenta che gli storici dell’arte non siano di solito “progressisti” – e insieme, per vie tacite, un’intrepida inchiesta patriottica che intreccia Antico e Moderno. Nell’evocare Giotto e la sua scuola, Previtali usa parole che si attaglierebbero altrettanto bene a un pittore italiano entre-deux-guerres – a Carrà poniamo, tanto caro a Longhi per il connubio tra tradizione classica e pleinairismo francese. L’opposizione Centro|Periferia attraversa l’indagine a più livelli e la ricerca sulle origini dell’arte italiana finisce per opporre al gusto internazionale al tempo in auge, non importa se astrattista, Pop o poveristico-concettuale, un corredo storico-antropologico di “tratti permanenti”. L’origine come destino, appunto, il passato che nutre profeticamente il futuro.

Sarebbe fuori luogo attribuire a Previtali nostalgiche ambizioni di “primato” nazionale (ancora Romano). E’ tuttavia vero che l’esperienza postbellica della subalternità culturale italiana nel contesto atlantico modella la tesi maggiore del saggio sulla Periodizzazione della storia dell’arte italiana e – lungi dal negare l’umiliazione – sorregge propositi di riscatto storico e sociale. Tutto ciò riconduce innegabilmente a Longhi e ai dibattiti primo-novecenteschi o entre-deux-guerres su “arte e nazione”. Una storia equilibrata e rigorosa di simili continuità tra primo e secondo Novecento italiano è ancora da scrivere.

In un appunto datato 1980 Previtali lamenta che la Storia dell’arte italiana sia divenuta un “manuale sotto mentite spoglie” per le trasformazioni imposte al progetto originale dal nuovo responsabile, Federico Zeri; e ritorce contro gli oppositori l’accusa di “nazionalismo latente”. A distanza di decenni possiamo oltrepassare il piano polemico e riconoscere la dignità storica, etica e politica della posta in gioco.

[1] Arturo Galansino (a cura di), Giovanni Previtali, storico dell’arte militante, in: Prospettiva, 149-152, gennaio-ottobre 2013, Centro Di, Firenze 2014

@MicheleDantini

Una precedente versione dell’articolo, ridotta, è apparsa sul Giornale dell’arte, xxxiii, 353, p. 19

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