Nell’audizione del 6 giugno davanti alle Commissioni riunite del Senato e della Camera, il ministro Carrozza ha presentato le sue linee programmatiche. Tra gli argomenti toccati: monitoraggio della L.240/2010, ripristino dei 300 milioni di euro sul FFO a partire dal 2013, budget pluriennale, rifinanziamento del piano associati, sblocco del turnover, istituzione di un piano straordinario nazionale reclutamento ricercatori ex art 24, premialità, valutazione, accountability, ANVUR, abilitazione scientifica nazionale, aumento del Fondo integrativo statale per le borse di studio, OpenAccess e Opendata, anagrafe nazionale delle ricerche, deburocratizzazione delle procedure, aumento dei finanziamenti per la ricerca di base e quella industriale. Di seguito, sottoponiamo ai commenti dei nostri lettori il testo integrale dell’introduzione e delle sezioni relative all’università e alla ricerca.

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AUDIZIONE ON. SIG. MINISTRO CARROZZA
davanti alle Commissioni riunite del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati sulle linee programmatiche

 

Rivolgo un saluto ai Presidenti e a tutti i Senatori e Deputati presenti.

L’incontro con le Commissioni riunite costituisce un momento fondamentale per il concreto avvio del mio lavoro. Vorrei avere con voi un rapporto chiaro e proficuo nel corso dell’intero mio mandato.

Nel periodo che abbiamo alle spalle, successivo all’insediamento del Governo, ho voluto confrontarmi con tante operatrici e operatori della scuola, dell’università e della ricerca, con associazioni e organismi rappresentativi, ad esempio le associazioni rappresentative delle famiglie e dei genitori, proprio per comprendere meglio i problemi dei singoli settori e poter definire obiettivi chiari e coerenti con gli indirizzi generali del Governo.

Le politiche per l’istruzione, l’università e la ricerca sono di rilevanza strategica per il Governo. In particolare, come è noto, il livello di formazione (e quindi di istruzione) ha un legame diretto con il tasso di sviluppo economico di una certa popolazione e di un certo Paese in un dato momento storico. Tale legame è sempre esistito (si pensi, ad esempio, alla crescita economica che ha caratterizzato i primi decenni dell’Italia del secondo dopo guerra, accompagnata da un contemporaneo innalzamento progressivo del livello di istruzione della popolazione), ma appare oggi ancora più forte per il rapido diffondersi delle nuovi modelli organizzativi e dell’uso delle tecnologie.

L’istruzione e la ricerca scientifica sono fattori determinanti per lo sviluppo economico, migliorando la capacità di innovare tramite l’elaborazione di nuove idee oppure facilitando l’adozione e l’implementazione di nuove tecnologie rendendo possibile l’instaurarsi di meccanismi virtuosi e sostenibili. L’istruzione è dunque tanto più fertile e proficua per l’economia quanto più quest’ultima è ricettiva al suo potenziale. Non a caso uno studioso come Pissarides afferma come solo in una economia dove forte è la dinamicità del mercato, dove siano assenti inutili regolazioni e barriere alle imprese, essa si trasforma in crescita e sviluppo.

Ma l’impatto del capitale umano sulla crescita economica passa anche per il suo effetto sulla disuguaglianza economica e sociale. Un Paese con alte disuguaglianze di partenza e mercati del credito poco efficienti deprimono l’investimento in capitale umano nella parte più povera del Paese e rafforzano tali disuguaglianze di partenza, riducendo al contempo la mobilità sociale e la percezione di vivere in un contesto fruttuoso di pari opportunità. Mobilità sociale che è invece stimolata da sistemi educativi capaci di includere il segmento meno abbiente della popolazione. Maggiori investimenti in capitale umano – mostrano gli studi più recenti – riducono la propensione al crimine, aumentano la partecipazione civica, conducono a stili di vita più sani. Se da una parte l’istruzione è motore per le democrazie moderne, dobbiamo ricordare che la conoscenza rende liberi e la ricerca scientifica permette un miglioramento della qualità della vita. La scuola è inoltre una palestra fondamentale di educazione alla legalità, in alcune aree del paese la scuola svolge una funzione cruciale di educazione e di formazione di bambini e il tempo scuola deve essere potenziato e arricchito proprio per la missione sociale che ricopre.

Pertanto, anche in un Paese come il nostro dove storicamente la crescita dell’istruzione ha avuto un ruolo positivo per il Paese stesso, non va dimenticato come sia essenziale che tale crescita non si arresti. Specie in un mondo globalizzato conta anche la capacità di mantenere intatto e anzi di recuperare il ritardo verso quei Paesi che mettono in mostra dinamiche più agili delle nostre. La riduzione di questo gap, così strategicamente rilevante, dipende dalla capacità dei Paesi con minore istruzione di colmare il ritardo tramite l’alto tasso di passaggi dalla scuola primaria a quella secondaria e dalla secondaria a quella terziaria (università). Quello che è valido nel confronto tra paesi in via di sviluppo e paesi sviluppati, vale naturalmente anche nel confronto tra paesi sviluppati.

In tal senso deve fortemente preoccupare il ritardo dell’Italia nel raggiungere l’obiettivo Europa 2020 del 40% di laureati nella popolazione, che ci vede posizionati tra gli ultimi Paesi dell’Unione europea e che finisce per determinare, appunto, un ritardo nella capacità di generare crescita e maggiori opportunità in un mondo globalizzato. In quest’ottica diventa decisivo certo arrestare l’emorragia di abbandoni che caratterizzano gli anni successivi alle immatricolazioni universitarie dei nostri giovani maggiorenni. Ma il problema è ovviamente presente, in alcune aree geografiche del Paese in maniera più drammatica di altre, nel forte abbandono della scuola a livello secondario.

Credibilità, Trasparenza e Coesione sono le parole chiave a cui ispirerò la mia azione. I sistemi dell’istruzione, dell’università e della ricerca sono sistemi complessi e, più di altri, risentono del sistema multilevel in cui anche il nostro ordinamento è inserito. I soggetti che operano in tale sistema (organismi internazionali ed europei, Stato centrale, Regioni ed enti locali, enti a forte autonomia, organismi di rappresentanza) si collocano a diversi livelli dell’ordinamento e investono varie tipologie di pubbliche amministrazioni. Io credo – e sono molto diretta e franca – che accanto alle riforme istituzionali occorra pensare ad una semplificazione della governance del sistema. Sono troppo alti i costi di transazione dovuti ad un modello multilevel che, così com’è oggi configurato, pur mosso da esigenze condivisibili, condiziona tuttavia negativamente l’efficacia delle politiche.

Nella situazione attuale, comunque, i sistemi potranno funzionare ed essere efficaci nella loro azione se tra i vari attori vi sarà sinergia e condivisione di un progetto comune e se, nel loro insieme, essi fonderanno la loro azione sulla credibilità, sulla trasparenza e sulla coesione. Io a tali principi ispirerò la mia politica.

In primo luogo, credibilità delle politiche per l’istruzione, per l’università e per la ricerca significa capacità dell’Amministrazione di programmare un intervento nel medio – lungo periodo e da parte degli stakeholders possibilità di rapportarsi con le istituzioni e valutarne l’azione. A tal fine, occorre intervenire su più fronti:

  1. programmazione pluriennale dei finanziamenti;
  2. definizione dei criteri di benchmarking;
  3. gestione e definizione dei tempi dei singoli interventi e identificazione di tappe intermedie;
  4. valutazione ex post e maggiore rapidità e tempi certi nell’attuazione delle decisioni.

I sistemi dell’istruzione, dell’università e della ricerca non possono vivere nell’incertezza perenne tra tagli e rimodulazioni in corso d’anno. Quello che serve è un orizzonte temporale pluriennale in cui il budget su cui sviluppare il sistema sia coerente con le politiche, le strategie e le priorità che il Paese si impegna a perseguire, tenendo conto, peraltro, della necessità di rispettare gli obiettivi assunti a livello internazionale. In tal senso occorre, ad esempio, superare la metodologia attualmente utilizzata per la gestione degli organici evitando il blocco del turn over con l’introduzione, invece, di un vincolo di bilancio.

Trasparenza delle politiche per l’istruzione, per l’università e per la ricerca significa chiarezza delle regole e dei criteri valutativi, applicazione di criteri meritocratici per l’allocazione di fondi, certezza dei percorsi, trasparenza nei processi di allocazione delle risorse e della loro gestione, nonché puntuale valutazione e attento monitoraggio ex post. Vanno rafforzati i meccanismi di valutazione dei risultati raggiunti e di controllo delle azioni, al fine di permettere una continua verifica del rapporto costo/benefici per centro di costo e garantendo la totale “accountability” delle attività finanziate con risorse pubbliche. Questo meccanismo, del resto, appare assolutamente in linea con la visione moderna dello Stato, che assegna ai vari soggetti del sistema un budget finanziario con la fissazione di obiettivi da raggiungere, lasciando agli stessi la decisione politica di come gestire le risorse. Ciò ovviamente presuppone un forte mutamento culturale e una pratica della gestione e della valutazione secondo standard internazionali: criteri lontani da un’ottica burocratica e da un modello teso più a imbrigliare gli attori del sistema che non, invece, a fornire elementi conoscitivi, necessari sia per il miglioramento della propria performance che per limitare la discrezionalità ministeriale (ad esempio ai fini del riparto dei finanziamenti). Trasparenza delle politiche e della gestione vuol dire anche un sistema normativo più semplice, meno frammentario e tortuoso, in cui le regole da applicare siano facilmente conoscibili e il più possibile semplici da applicare. La situazione attuale, purtroppo è questa: un groviglio di fonti normative in tutti i settori che afferiscono al Ministero tale da generare confusione, ampi margini di discrezionalità, minori garanzie per gli interessati, eccessivo contenzioso (solo nel settore scuola sono migliaia i ricorsi. Non c’è atto dell’amministrazione che non sia sommerso da ricorsi).

Mi permetto di sottoporre alla vostra attenzione l’opportunità di delegare il Governo, mediante una legge da approvare rapidamente, affinché questi possa realizzare un’opera di semplificazione e disboscamento della giungla normativa attualmente esistente, attraverso lo strumento della codificazione (con testi unici) della normativa di scuola, università e ricerca.

Con questo non risolviamo i problemi dei settori di competenza del Ministero, ma aiuteremo a semplificare la vita a chi vive nella scuola, nell’università e nel mondo della ricerca e a chi si interfaccia con essi.

Coesione delle politiche dell’istruzione, dell’università e della ricerca significa mettere a sistema ed integrare tutti i modelli, gli strumenti e le risorse disponibili nel settore ai vari livelli istituzionali di governo, arrivando ad una reale integrazione delle politiche perseguite dagli esecutivi regionali con quelle del Governo nazionale, mediante una concreta e fattiva “cooperazione”. Solo la “cooperazione” tra i diversi livelli di Governo può garantire una immagine di un Paese coeso nelle sue politiche rispetto alle istituzioni dell’Unione europea. A tal fine sarà forte il mio impegno, garantendo, oltre ad un dialogo costruttivo con il Parlamento, anche un costante rapporto con la Conferenza Stato – Regioni e con la Conferenza Unificata. Queste linee programmatiche, opportunamente integrate con le osservazioni delle Commissioni riunite in esito all’Audizione, costituiscono la base per l’elaborazione degli ‘obiettivi di servizio’ sui quali far convergere l’azione di governo, regioni ed enti locali in sede di conferenza Stato-regioni ed Unificata con riferimento al sistema dell’istruzione e della ricerca.

Istruzione

[omissis, vedi qui per il testo integrale]

Università

Per quanto attiene il settore università, nel corso del mio mandato avrò l’obiettivo prioritario di semplificare la vita di chi vi opera, deburocratizzando il più possibile la gestione per consentire a tutti di dedicare più tempo agli studenti.

Due le tipologie di interventi nel settore : a) interventi di sistema e b) interventi per gli studenti.

Non è tra i miei obiettivi una riforma sostanziale dell’università senza aver prima effettuato un monitoraggio sull’attuazione della legge 240/2010. L’obiettivo è quello di intervenire sui profili che appariranno problematici nonché di semplificare alcuni appesantimenti burocratico- amministrativi che soprattutto taluni provvedimenti attuativi della normativa primaria hanno introdotto nel sistema.

Inoltre, come ho già sottolineato a proposito della necessità della credibilità delle politiche, anche per l’università le risorse che il Paese deve mettere a disposizione delle istituzioni di formazione e ricerca non possono essere regolarmente oggetto di tagli e incertezze. Quello che serve è un orizzonte temporale pluriennale in cui il budget su cui sviluppare il sistema deve essere coerente con le politiche e le strategie che il Paese si impegna a perseguire.

L’investimento in formazione e ricerca è fatto di costi fissi e di risorse variabili adeguate rispetto agli obiettivi. Per queste ragioni, ritengo improcrastinabile un

24intervento di ripristino dei 300 milioni di euro a valere sul FFO delle Università statali a partire dal 20134. Tale importo potrebbe essere in larga parte attribuito non su base storica ma come quota premiale, indirizzato esclusivamente a migliorare la vita degli studenti e la loro mobilità geografica (per servizi e strutture a loro dedicate come le residenze universitarie e le biblioteche).

Ritengo anche importante implementare strumenti, regole e incentivi che stimolino le università all’autofinanziamento che, tenendo conto delle diverse vocazioni e collocazioni territoriali, instaurino un meccanismo virtuoso di apertura delle università a collaborazioni con istituzioni pubbliche e private per alimentare e sostenere la formazione continua, la formazione degli insegnanti e degli adulti e la terza missione del sistema di istruzione superiore.

Dobbiamo anche sostenere il percorso di internazionalizzazione delle università: le università devono essere parte integrante del sistema di istruzione superiore europeo e devono essere attrezzate per collaborare e competere. La nostra capacità di stare nel sistema internazionale dipenderà dalla “leggibilità” e “portabilità” delle nostre regole in altre lingue e culture, sappiamo che abbiamo difficoltà ad attrarre studenti, ricercatori e professori stranieri in Italia, e dunque se vogliamo evitare la nostra marginalizzazione dobbiamo operare rapidamente nella semplificazione e flessibilità del nostro sistema.

Assicurare la copertura delle spese di personale è necessario ma accanto a questa esigenza vanno puntualmente definiti dei margini di investimento ulteriori funzionali a sostenere le politiche di sviluppo, di incentivazione, di differenziazione. Questo approccio richiede di entrare nel merito degli aggregati di spesa e di investimento, far emergere in modo trasparente i margini di inefficienza nell’allocazione e nell’utilizzo delle risorse, procedere ad eventuali riallocazioni delle stesse e, soprattutto, abbandonare la logica dei tagli lineari impegnandosi a sostenere le scelte politiche in modo adeguato. Destinare risorse alla formazione e alla ricerca deve essere un’opportunità anche per le imprese. Tali opportunità sono strettamente legate all’investimento in formazione e ricerca. L’ingresso dei giovani con profili formativi adeguati è un passaggio necessario per il rilancio delle nostre imprese che, contestualmente, devono essere stimolate all’investimento in ricerca e sviluppo attraverso adeguati incentivi di tipo finanziario.

Dal canto loro le Università, adeguatamente finanziate, devono essere messe nelle condizioni di esercitare una vera autonomia responsabile. Autonomia e responsabilità richiedono la massima trasparenza dei bilanci, controlli puntuali da parte degli organi a ciò deputati a fronte dei quali deve essere garantita una maggiore flessibilità nelle scelte degli atenei. Va eliminato, come ho già detto, il rigido contingentamento delle assunzioni introdotto, da ultimo, dalla spending review 2012, che sta mettendo a rischio la sostenibilità dell’offerta formativa. Il reclutamento e i suoi limiti vanno invece graduati in relazione alla situazione economica della singola università, superando la metodologia attualmente utilizzata per la gestione degli organici, superando il blocco del turn over con l’introduzione di un vincolo di bilancio (meccanismo dell’assegnazione di un budget con fissazione di obiettivi da raggiungere, lasciando all’ente la decisione di come gestire le risorse).

Ciò ovviamente presuppone il rafforzamento di una cultura del “render conto” e di una pratica della valutazione secondo standard internazionali. Nell’ambito dell’attività di valutazione del sistema universitario e della ricerca e delle linee programmatiche e degli indirizzi del Governo è necessaria una maggiore chiarezza e distinzione di ruoli. Infatti, le università e gli enti di ricerca devono essere in grado di proporre una propria strategia di sviluppo coerente con le strategie del Governo e su questa vanno valutati.

E’ necessario al riguardo procedere ad una riflessione sul ruolo dell’ANVUR alla luce di questi primi anni di esperienza. Credo che l’attività dell’Agenzia debba orientarsi esclusivamente alla proposta di metodi valutativi, in grado di tradurre le strategie e gli obiettivi definiti dal Governo, valorizzando attraverso la valutazione ex post la capacità delle istituzioni al perseguimento degli stessi nell’ambito di una rinnovata autonomia responsabile.

Questo vuol dire che la valutazione deve tornare al suo scopo originario: introdurre un meccanismo misurativo, fornire elementi conoscitivi delle realtà universitarie e criteri oggettivi per il riparto dei fondi. Occorre fermare il processo che si sta avviando di “amministrativizzare”e burocratizzare tutta la procedura di valutazione in altri campi (penso ad esempio alle procedure di abilitazione nazionale). A tal proposito occorre semplificare le indicazioni fornite alle commissioni, eliminando le incertezze e responsabilizzando le commissioni.

Per quanto attiene gli interventi sul personale ricercatore e docente dell’università, ritengo una priorità strategica quella di prevedere da subito un Piano straordinario nazionale reclutamento ricercatori ex art 24, comma 3, lettera b) Legge 240/10, con bando nazionale, che di fatto si configura come l’estensione ad una nuova categoria (i candidati attivi in Italia) del Programma per giovani ricercatori Rita Levi Montalcini, attualmente riservato a studiosi attivi all’estero. I vincitori del bando scelgono l’università presso la quale essere assunti con contestuale assegnazione all’ateneo delle relative risorse. Considerato che il costo annuo di un contratto è stimato in € 70.000, l’importo complessivo per l’attivazione ad esempio di 1000 posizioni richiede, a regime, una spesa di € 70.000.000. In relazione all’ottenimento dell’abilitazione scientifica nazionale, al termine del terzo anno tali contratti consentono l’assunzione del soggetto come Professore di II fascia ai sensi dell’art. 24, comma 5 della Legge 240/10.

Accanto a tale intervento di reclutamento dei ricercatori, è necessario rifinanziare la seconda parte del piano straordinario per il reclutamento di professori associati (ex art. 29, comma 3, della legge n. 240/2010) della durata di sei anni previsto dalla legge 240/10 ma finanziato solo per i primi tre anni. In questo modo si porterebbe termine il processo di promozione ad associato dei più meritevoli tra gli attuali ricercatori a tempo indeterminato, offrendo una prospettiva concreta alle procedure di abilitazione in corso. Ciascuna annualità ha un costo stimabile in € 90.000.000.

Il combinato di questa misura e di quella sui nuovi Ricercatori, che permetterebbe agli atenei di utilizzare eventuali disponibilità proprie per il reclutamento di professori ordinari e di tecnici amministrativi, consentirebbe di ricostruire una politica organica di crescita del personale universitario senza accentuare squilibri dovuti al susseguirsi di interventi riservati ad una sola fascia o ruolo.

Per quanto attiene gli interventi per gli studenti, e quindi il versante dell’offerta formativa e del diritto allo studio, ho la piena convinzione che l’offerta formativa universitaria vada resa più interdisciplinare e trasversale. Essa dovrebbe essere modulata in modo da consentire lo sviluppo e la creazione di percorsi e profili in cui accanto alla competenze specifiche e disciplinari è necessario acquisire competenze, strumenti, metodologie e capacità di lavoro trasversali in grado di essere spese in un mercato del lavoro e della formazione meno settoriale. Del resto, ritengo che anche le carriere accademiche debbano riflettere tale esigenza, riducendo ulteriormente le rigidità della classificazione in settori disciplinari ed evitandone l’ulteriore sotto ripartizione. Ugualmente la qualità della formazione dottorale orientata a percorsi di ricerca scientifica ma anche alla formazione di competenze di altissimo livello per il mondo dell’impresa, va strutturata principalmente sul profilo del dottorando, anche valorizzando logiche di flessibilità, interdisciplinarietà e qualità dei contenuti e delle esperienze messe a disposizione del dottorando durante il percorso formativo (mobilità da un corso di laurea).

Da un punto di vista di sistema va sicuramente incrementata la valorizzazione del dottorato come titolo nei concorsi nella pubblica amministrazione ed è necessario attivare tutte le misure necessarie a rendere la durata effettiva del percorso di studi uguale a quella nominale, il percorso effettivo dei nostri studenti risulta troppo lungo rispetto ai cinque anni previsti nel processo di Bologna.

Quanto al diritto allo studio, le Regioni si comportano in modo molto differenziato sul territorio nazionale, sia in termini di fissazione delle condizioni economiche richieste per l’accesso alle borse di studio, sia in termini di compartecipazione finanziaria 5. In Italia, ottiene una borsa di studio solo il 7% degli studenti, con 258 milioni di euro di fondi pubblici, contro il 25,6% della Francia (1,6 miliardi), il 30% della Germania (2 miliardi) e il 18% della Spagna (943 milioni). In 5 anni il nostro dato è calato (-11,2%), mentre è aumentato negli altri paesi (Francia +25,9%, Germania +18,6%, Spagna + 39%). Il diritto allo studio per i meritevoli è negato dallo scandalo italiano degli idonei senza borsa, che evidenzia drammaticamente la distanza tra Nord e Sud: nel 2010/2011, dei 181.312 studenti aventi diritto a una borsa di studio hanno avuto la borsa solo in 136.222: più della metà degli aventi diritto non beneficiari di borsa sono nel Mezzogiorno.

Il diritto allo studio in Italia è sotto finanziato e siamo ultimi in Europa. Al riguardo, prendo spunto, condividendolo appieno, da quanto segnalato nel documento dei Saggi nominati dal Presidente della Repubblica, che, dopo aver sottolineato la gravità della simultaneità negli ultimi anni di una drastica riduzione della mobilità sociale e dei finanziamenti per il “diritto allo studio”, ha individuato la necessità di “aumentare in modo consistente il Fondo integrativo statale, anche per sottolineare che lo Stato intende offrire reali opportunità verso gli studenti meritevoli provenienti da famiglie meno abbienti”6. Lavorerò perché questo accada.

Un tassello fondamentale per il diritto allo studio è rappresentato dalla disponibilità di servizi e posti letto per gli studenti. Negli ultimi anni soprattutto grazie agli interventi della legge 338/2000 molti sono stati gli investimenti per le residenze universitarie in tale direzione attraverso il cofinanziamento alle Università, agli Enti per il diritto allo studio, ai collegi universitari di risorse finanziarie dedicate. Ritengo che, ad oggi, vada fatta una ricognizione puntuale sullo stato di realizzazione delle opere finanziate, ivi comprese quelle previste nell’ambito del PIANO SUD (fondi MISE – Delibera CIPE). Nella misura in cui le disponibilità finanziarie lo consentiranno, si potrebbe operare in due direzioni: assicurare un finanziamento annuo aggiuntivo pari almeno a 30 milioni di euro a valere sulla legge 338/2000 (da destinare in prevalenza agli atenei non collocati in regioni obiettivo 1); verificare la possibilità di ridestinare una parte delle risorse del Piano Sud (relative a interventi non ancora avviati o ad accordi di programma non ancora stipulati) alla realizzazione di residenze universitarie.

Parlando di alta formazione, consentitemi anche di illustrare talune priorità relative al sistema dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica.

In primo luogo, sicuramente va affrontata la drammatica situazione degli istituti musicali pareggiati, su cui l’ANCI ha lanciato un grido di allarme. Infatti, negli ultimi anni gli Enti locali hanno manifestato notevoli difficoltà ad assicurare a tali Istituzioni i finanziamenti finora concessi, arrivando in alcuni casi al non rinnovo delle convenzioni che regolano i rapporti con gli Istituti musicali. Ormai, siamo nella condizione, in alcuni Istituti musicali pareggiati, di non garantire da alcuni mesi il semplice pagamento degli stipendi al personale. Da un lato è necessario trovare risorse straordinarie per consentire di ripristinare l’ordinaria attività degli Istituti in maggiore difficoltà. Contemporaneamente è mia intenzione pensare subito, a valle di una discussione pubblica con i più prestigiosi esperti del settore, ad un riordino del sistema che, razionalizzando il sistema binario dei conservatori e degli istituti pareggiati, rilanci il sistema musicale in Italia; così come una riflessione pubblica va aperta sul ruolo delle accademie. Io credo che la cultura artistica e musicale sia importante, non soltanto in sé, ma anche per l’immagine del nostro Paese nel mondo. In tale ambito, presterò attenzione ai problemi del personale del settore ed in modo particolare ai precari.

Ricerca

Anche il settore della ricerca, come quello universitario necessita di interventi sia di sistema sia specifici relativi alla figura del ricercatore.

Per quanto attiene il primo profilo, tutti gli interventi del Ministero dovranno avere un unico obiettivo : quello di creare un “sistema nazionale della ricerca”, che rappresenta un’esigenza strategica per il Sistema Paese, essendo uno dei volani per lo sviluppo, anzi, come ho sempre sostenuto “la scienza e ricerca sono la base essenziale della competitività del Paese”.

Indubbiamente, tutto le linee di azione che illustrerò miranti alla costruzione del sistema nazionale della ricerca, andando nella direzione del massimo efficientamento e della deburocratizzazione dell’azione amministrativa, non possono essere da sole sufficienti al raggiungimento dei target di spesa in ricerca fissati in ambito europeo (3% sul PIL). Per arrivare a tale obiettivo è necessario cercare di reperire ulteriori risorse da destinare al settore, in particolare per quanto concerne:

  • la ricerca di base che ad oggi conta 63 Meuro circa, a fronte degli 83 Meuro dell’anno 2012;
  • il FOE che nel 2013 ha una dotazione complessiva pari a 1,79 miliardi di Euro a fronte di una dotazione per l’anno 2012 pari a 1,76 miliardi di Euro;
  • la ricerca industriale (ex FAR) che vive dei rientri del credito agevolato e che non viene più rifinanziata per quanto concerne il contributo alla spesa da 2 anni.

Quanto al FOE, condivido le osservazioni di sistema che le Commissioni hanno ritenuto di esprimere in occasione del parere sul decreto di riparto per il 2013. Esse sono coerenti con il mio modo di pensare e vanno prevalentemente nella stessa direzione in cui intendo muovermi.

Per ottenere la creazione di un sistema nazionale della ricerca e la consapevolezza del Paese di avere tale “sistema”, dobbiamo essere in grado da un lato di garantire, mediante una stretta collaborazione tra i Ministeri a vario titolo competenti, un governo unico del processo e quindi una coesione delle politiche sulla ricerca, e dall’altro di dare risposte adeguate alle istanze degli “stakeholders”, in merito ai tempi delle procedure amministrative, con particolare riferimento alla erogazione delle risorse ai beneficiari, e alla loro trasparenza.

A tale scopo si ritiene necessario:

  • un’incisiva semplificazione normativa e procedurale che coniughi
  • qualità, essenzialità, tempestività, efficienza dell’azione amministrativa ed
  • attenzione ai bisogni della collettività;
  • meccanismi di supporto e incentivazione ai ricercatori che vincono grant europei;
  • un maggiore allineamento dell’impostazione dei meccanismi e degli strumenti del PNR con quanto adottato in ambito comunitario con Horizon 2020;
  • l’utilizzo dei sistemi di “peer review”;
  • il potenziamento e l’ammodernamento dei sistemi tecnologici delle strutture amministrative a supporto della gestione delle varie tipologie di interventi al fine di rendere sempre più efficienti le fasi di valutazione ex ante, in itinere ed ex post e di minimizzare i tempi di rimborso degli investimenti in ricerca;
  • la trasparenza dell’azione amministrativa, anche secondo le logiche dell’Opendata e dell’OpenAccess per aumentare l’accountability dell’amministrazione ed innescare processi virtuosi di miglioramento dell’azione amminsitrativa.

In modo particolare:

  • per la realizzazione del nuovo Piano nazionale della ricerca (PNR) 2014- 2016, imprescindibile strumento di pianificazione strategica nazionale a forte rilevanza comunitaria che descrive le azioni innovative per sostenere e accompagnare il Paese verso l’economia della conoscenza e che rappresenta il quadro di riferimento per tutte le Amministrazioni e gli Enti competenti in materia di ricerca e innovazione, questo governo intende rivedere il processo di definizione improntandolo ai principi di massima inclusione degli attori rilevanti e contemporanea rigorosa individuazione di tempi e “milestones” che garantiscano la qualità, la completezza, la fattibilità e la tempestività del PNR 2014-2016. Dovrà anche essere messo in opera un meccanismo di monitoraggio e valutazione in itinere dell’attuazione del PNR, in modo da verificarne periodicamente la sua realizzazione in termini di risultati raggiunti;
  • nell’ambito delle attività di sostegno alla ricerca fonamentale (per l’ampliamento delle conoscenze scientifiche e tecniche non connesse ad obiettivi commerciali o industriali) emergono rigidità gestionali e procedurali, in parte dovute alle specificità delle attività finanziate. L’obiettivo è quello di incidere sugli aspetti che consentano di allungare i tempi della perenzione amministrativa, aumentare la flessibilità nella gestione dei progetti di ricerca riducendo gli interventi autorizzatori del Ministero alle c.d. “varianti scientifiche”, permettere la portabilità dei progetti e pervenire alla massima deburocratizzazione della gestione dei progetti di ricerca;
  • il bagaglio informativo dell’anagrafe nazionale delle ricerche, per ora limitato ai soli progetti di ricerca industriale, presenta un aggiornamento non ancora sufficientemente tempestivo; inoltre il collegamento tra diverse risorse in rete non è ancora completo. Il Ministero è impegnato nell’implementazione di profili di interoperabilità con altre banche dati, anche attraverso l’apertura all’accesso ad altre istituzioni pubbliche e la messa in esercizio di tutti gli strumenti dell’Anagrafe, allo scopo di realizzare una banca dati unica aggiornata e completa di tutti i progetti di ricerca, con particolare attenzione alla pubblicazione dei risultati della ricerca, in una logica di massima trasparenza (open data e open access);
  • la realizzazione e l’implementazione del portale unico della ricerca – Research Italy – per raccogliere e divulgare i risultati della ricerca svolta dagli Enti, dalle Università e dai privati, aperto al contributo degli attori del sistema e arricchite di funzionalità di dialogo tipiche dei più moderni Social Network;
  • l’ottimizzazione dei processi e delle procedure amministrative per alleggerire il carico burocratico imposto ai diversi soggetti coinvolti nella gestione dei progetti, pur nell’ottica di mantenere i controlli previsti dalle normative vigenti;
  • l’istituzione della figura del project officer sul modello europeo, per il momento prevista per i progetti PON, poi da estendere anche ai progetti di ricerca industriale, che costituirà l’interfaccia unica del Ministero nei confronti dei coordinatori dei progetti per velocizzare e semplificare gli adempimenti posti a carico delle imprese, delle università e degli enti pubblici;
  • creazione della sezione Open Data nel sito web del PON Ricerca e Competitività per rendere disponibili tutte le informazioni rilevanti (avanzamento del Programma e dei singoli progetti approvati, dati dei beneficiari, sui controlli, sui risultati, sull’attuazione del Programma); tale sezione, all’esito dell’aggiornamento delle funzioalità dell’anagrafe della ricerca verrà prevista anche per i progetti di ricerca industriale;
  • sviluppo della politica di Open Access dei risultati e dei dati della ricerca, sulla base delle raccomandazione della Commissione Europea, al fine di rendere fruibili i risultati della ricerca finanziati con risorse pubbliche e di conseguenza massimizzare l’impatto degli stessi nei confronti della collettività;
  • la mappatura delle specializzazioni regionali nell’ambito degli obiettivi della nuova Programmazione 2014-2020 ed in coerenza con quanto indicato dal programma comunitario Horizon 2020, allo scopo di costruire un quadro strategico condiviso, fondato sui punti di forza dell’economia e dell’identità regionale, condividere e rafforzare l’identità regionale, la concentrazione e l’integrazione degli interventi, consolidare il percorso di trasformazione del sistema produttivo verso l’economia della conoscenza e dell’innovazione;
  • creazione della nuova banca dati esperti (REPRISE – Register of Expert Peer Reviewers for Italian Scientific Evaluation), da cui, in attuazione di quanto previsto dalle normative vigenti, il Ministero attingerà per l’individuazione degli esperti incaricati delle valutazioni dei progetti di ricerca (fondamentale ed industriale); il ruolo del Comitato Nazionale dei Garanti della Ricerca (CNGR) qualificherà la banca dati attraverso la definizione e la valutazione delle condizioni minime necessarie (in termini di affidabilità scientifica e di rispetto degli impegni) per l’iscrizione e il mantenimento degli esperti nell’elenco.

Ovviamente perché il sistema nazionale della ricerca si realizzi occorre rendere efficace il coordinamento degli enti di ricerca e modificarne i meccanismi di finanziamento, anche in questo caso, dando certezza di budget pluriennali specifici per ciascun ente basati su piani di attività dettagliati. A ciò si deve affiancare un monitoraggio continuo dei risultati da rendere pubblico in una logica di “accountability”. Ciò potrà avvenire con la messa a regime del ruolo dell’ANVUR nella valutazione dei risultati raggiunti dagli enti di ricerca al fine della ripartizione del FOE e della quota di premialità destinata agli enti medesimi, nonché con una necessari armonizzazione dei controlli tra ANVUR e CIVIT. Solo con queste nuove modalità sarà possibile garantire agli enti di ricerca una maggiore flessibilità ed autonomia nella definizione della propria struttura amministrativa, permettendo, ad esempio, agli stessi di attuare il percorso di tenure track per il reclutamento o di selezionare i propri dirigenti utilizzando le competenze specifiche di ricercatori e tecnologi, oltre che dei dirigenti amministrativi.

Per quanto attiene il secondo profilo, quello specifico dello status di ricercatore, una particolare attenzione merita l’impellente necessità di ricostruire un contesto nazionale favorevole alla valorizzazione dei nostri talenti, con particolare riferimento a coloro che quotidianamente sono impegnati nel mondo della ricerca, creando un contesto, un vero e proprio “ecosistema” capace di valorizzare i talenti nazionali.

Per troppo tempo il nostro Paese ha interpretato il fenomeno della “fuga dei cervelli” in modo sbagliato, non comprendendo che il talento è, per propria intrinseca natura, un “bene mobile”, naturalmente portato a muoversi e a spostarsi lì dove esistono le migliori condizioni, sociali ed economiche, per esprimere al meglio le proprie attitudini. Al contrario, dal nostro Paese i talenti escono (e non rientrano), non per una naturale predisposizione alla circolazione, ma per la “disperazione” di trovarsi all’interno di un contesto incapace di valorizzare e di offrire adeguate opportunità di espressione. Ciò risulta ancor più aggravato in un’epoca, quale quella attuale, in cui deve riconoscersi che il lavoro è un risultato sempre più spesso da creare direttamente, attraverso la “liberazione” delle migliori energie creative di cui il nostro Paese certamente dispone.

A tal fine occorre favorire la nostra attrattività per i nostri migliori ricercatori (per esempio ricercatori all’estero o coloro che vincono grant ERC, o altri grant europei di elevata selettività e prestigio scientifico come per esempio i FET Open) ed immetterli in posizioni stabili nelle università e nei Centri di ricerca. Non è più sufficiente concedere a questi nostri connazionali posizioni temporanee: chi studia e lavora all’estero molto spesso in condizioni migliori dei nostri ricercatori non valuta di spostarsi neppure se non di fronte ad una prospettiva di stabilità. In questa ottica, intendo sviluppare e porre in essere una serie articolata e organica di interventi finalizzati. Da un lato, occorre favorire e sviluppare una vera e propria “educazione all’indipendenza”: il ricercatore deve avere a disposizione una serie di strumenti idonei ad accrescere la sua vocazione ad essere indipendente, ad essere in grado di muoversi nello spazio globale della ricerca, di competere per finanziamenti da parte delle istituzioni di ricerca internazionale.

Sul piano della libertà di ricerca, è una priorità strategica favorire una reale autonomia del ricercatore, che dovrà essere messo in condizione di partecipare liberamente e autonomamente a bandi di ricerca, tagliando vincoli tuttora esistenti nel mondo accademico, e garantendogli la diretta e autonoma gestione dei fondi acquisiti e la loro “portabilità” in casi di mobilità geografica e disciplinare. Infatti l’attività di ricerca, che, per sua stessa natura, è autonoma e basata sulla creatività; ecco perchè appare necessario il riconoscimento della specificità del lavoro nella ricerca e definizione dello stato giuridico del personale degli enti pubblici di ricerca. Infatti, la specificità del lavoro di ricerca non s’inquadra facilmente entro le categorie di lavoratori dipendenti che sono distinte dalla normativa vigente. Occorre quindi stabilire con maggiore chiarezza sia i compiti generali del ricercatore e del tecnologo, sia le garanzie e i limiti della libertà di ricerca. Più in generale, deve essere stabilito in modo chiaro che l’attività di ricerca che si svolge negli Enti Pubblici di Ricerca ha una sua specificità rispetto al complesso della Pubblica Amministrazione che rende necessario allentare i numerosi vincoli, in particolare quelli operanti in virtù del D.lgs. 165/2001 e quelli relativi alle assunzioni limitate alla quota di turn over (che, nel documento dei Saggi nominati dal Presidente della Repubblica, viene chiesto di innalzare per i ricercatori, i tecnologi e le altre figure tecniche degli enti pubblici di ricerca e delle università).

Un’altra iniziativa per tutelare la libertà del ricercatore è quella di migliorare e valorizzare il processo di formazione continua ottimizzando le risorse dedicate alla formazione, mettendo in comune le iniziative non solo all’interno del comparto pubblico (e già sarebbe molto importante prevedere una totale mobilità del ricercatore tra enti di ircerca e università) ma anche condividendole con il settore privato, divulgando e aprendo alla partecipazione esterna quelle per le quali vi sia un interesse multisettoriale. Nell’affrontare questi aspetti sarà fondamentale procedere di comune accordo con i partners dell’area di ricerca Europea in modo da costruire un sistema normativo quanto più possibile omogeneo, aperto, e riconoscibile come proprio dai Paesi della European Research Area.

A tal fine, il Governo intende definire una serie di azioni (sia sul piano legislativo, sia sul piano più immediatamente operativo), assunte e portate avanti in modo razionale organico:

  • Sostenere iniziative di ricerca industriale da parte di startup innovative, costruendo, in collaborazione con altre Amministrazioni (es. MISE), percorsi coordinati che sappiano accompagnare le migliori giovani imprese innovative del nostro Paese a immettere sul mercato prodotti e servizi altamente innovativi e per questo competitivi;
  • Coinvolgere nelle iniziative di ricerca industriale da parte di startup innovative il mondo finanziario e del capitale di rischio, unitamente a forme innovative quali il crowdfunding, per movimentare flussi di capitali necessari al potenziamento di imprenditoria innovativa. In particolare, intendo introdurre, anche avvalendomi del supporto del Sottosegretario Galletti, nella cui delega vi è questo specifico compito, “programmi di ricerca industriale per incentivare l’investimento privato”, con defiscalizzazione degli interventi in ricerca e in attrezzature e incentivi all’assunzione di dottori di ricerca qualificati nelle imprese;
  • Potenziare l’interazione e la contaminazione tra il mondo della ricerca pubblica e le imprese, mediante forme di “sostegno intellingente” alle imprese che favorisca la partecipazione del mondo industriale al finanziamento di corsi di dottorato, di assegno di ricerca post-doc; sostenere i periodi di formazione del ricercatore presso le imprese, valorizzare contenuti didattici orientati alla cultura della imprenditorialità innovativa, stimolando all’interno delle università percorsi di formazione di figure professionali nuove, quali business angels e venture capitalist, favorire nuovi meccanismi di prestiti agli studenti accompagnati da nuove forme di restituzione da parte delle imprese che li avranno reclutati (rivisitazione del concetto di prestito d’onore);
  • Proseguire nella strada già avviata dal Ministero a favore delle iniziative di “social innovation”, per sostenere progetti innovativi di cocnreta ricadute sociale da parte di giovani sotto i 30 anni.

In conclusione, vorrei sottolineare come molti dei punti che ho illustrato rappresentano non una politica settoriale, ma un’attuazione specifica delle politiche generali del Governo Letta e, per questa ragione, potranno essere affrontanti con interventi normativi o amministrativi di carattere più generale. In particolare mi riferisco alle misure per l’occupazione giovanile, per la valorizzazione dell’esperienza ITS, per la formazione degli insegnanti, per l’edilizia e per il raccordo stato regioni sulla ricerca.

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NOTE

 

5 Ci sono Regioni in cui il rapporto studenti beneficiari/studenti idonei è prossimo al 100% (es. Basilicata, Emilia Romagna, Valle d’Aosta, Toscana, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lazio, Marche, Lombardia) rispetto a Regioni in cui tale rapporto oscilla tra il 40% e 60% (es. Piemonte, Sicilia, Puglia, Abruzzo, Molise, Campania, Calabria, Liguria, Umbria). A livello nazionale nell’a.a. 11/12 con un budget complessivo di circa 390 milioni € (fondo integrativo nazionale circa € 100 milioni, Tassa regionale diritto allo studio circa € 160 milioni, risorse Regioni circa € 130 milioni) il rapporto tra beneficiari/idonei è stato pari al 67% (114.781/171.781).

6 Prosegue il documento dei Saggi : “Per questo, il Fondo deve essere portato a 250 Milioni di euro annui, il che corrisponde ad un raddoppio della posta dedicata a questa materia prima dei drastici tagli operati per il biennio 2013- 2014”.

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61 Commenti

  1. @Thor il fatto che una previsione incostituzionale generi consenso in molti (in genere chi spera di trarne vantaggio) non esclude (almeno in uno stato di diritto) che possa essere posta nel nulla in sede giudiziale. Del resto la giurisprudenza citata e’ stata appena ribadita, qualche giorno fa, dalla Consulta e quindi non sarebbe facile (anche con tutta la buona volonta’) disapplicarla nel caso del reclutamento universitario.

    • Si, ma parliamo di una legge dello Stato, che ha superato il vaglio delle commissioni competenti del Parlamento, che ha avuto la firma del Presidente della Repubblica. Non parliamo poi del vaglio del Consiglio di Stato sui decreti leglislativi in particolare sulle abilitazioni.

  2. @Thor gia’ altre previsioni della legge Gelmini (in ultimo quella sul pensionamento a 70) sono state dichiarate incostituzionali e cosi poste nel nulla dalla Consulta. Eppure erano state discusse, approvate e promulgate dal Capo dello Stato. Vedremo…

  3. @Fausto sono d’accordo che anche la chiamata diretta del PA a PO presenterebbe i medesimi problemi (dico subito con la conseguenza che entrambe mi paiono confliggere con l’art. 97, ult. co., Cost., non che l’una illegittimità elida l’altra). Tuttavia, come saprai, per loro non c’è un piano straordinario, quindi il problema è in massima parte teorico (per questo non se ne parla). Se ci rifletti bene, invece, la questione è diversa per gli RTD tipo B, perché, in quel caso, la tenure track è già prevista dal bando, sicché esiste un concorso, aperto a tutti, con cui tutti possono aspirare, nel rispetto ddel principio costituzionale di eguaglianza, a godere del posto e della relativa possibilità di promozione. La differenza è quindi sia formale che sostanziale (quando tu hai vinto il concorso di RTI, non era prevista dal bando la tenure track, o sbaglio?)

    • No. Ma, se è per questo, non era prevista nemmeno la “messa a esaurimento” del ruolo, né il blocco degli scatti e dell’anzianità, né il passaggio degli scatti da biennali automatici a triennali previa valutazione… Un bel po’ di cose, insomma.
      I fatti dicono, a mio avviso, che concorsi da PA in futuro non se ne faranno. Gli unici a passare PA saranno gli RTD con tenure. Per i RTI, ci sono sei anni di tempo: poi, chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. Non mi pare di appartenere a una categoria avvantaggiata.

  4. @Fausto in termini generali (trattamento economico ecc.) non posso che essere d’accordo che non siete dei privilegiati. Altra questione è se sia ragionevole darVi a titolo di parziale compensazione una corsia preferenziale per diventare associato, così riducendo al minimo le possibilità di ingresso delle nuove generazioni e con la speranza che la Corte costituzionale non intervenga per tempo a dichiarare l’incostituzionalità della previsione. Un legsilatore serio non si comporta così.

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