E’ alta e continua a salire la febbre della disoccupazione in Italia, raggiungendo punte sempre più drammatiche nel settore giovanile dove è arrivata a superare il 42%. Ma ancor più rilevante è la lettura che di  questo dato viene proposta da chi governa , che vorrebbe ricondurre  il  fenomeno ad una insufficienza qualitativa dell’offerta di lavoro.

I giovani sarebbero infatti  poco occupabili perché non dotati di una adeguata formazione, come ha recentemente ribadito il Ministro  dell’Economia Saccomanni  affermando che “Il sistema produttivo e industriale del terzo millennio richiede preparazioni e competenze che il sistema scolastico non e’ in grado di assicurare”.

Sorretta dalle cifre che parlano di un continuo scivolamento dell’Italia in posizioni di retrovia del sistema educativo, l’osservazione di Saccomanni sembrerebbe del tutto coerente e andrebbe a individuare nelle politiche per l’istruzione e la formazione il principale nervo scoperto della nostra disoccupazione giovanile. Sennonché se si guarda ai tassi di disoccupazione relativi ai laureati si scopre che questi sono più elevati di quelli relativi ai diplomati e che le quote più alte di contratti di lavoro c.d. “instabili” si riscontrano fra i lavoratori laureati. Ciò sta a significare che si è determinato un fenomeno di overeducation , ossia la presenza di una qualificazione dell’offerta di lavoro maggiore di quella che caratterizza la domanda da parte del sistema produttivo.

Sotto questo punto vista, l’arretramento del Paese nelle classifiche dell’alta formazione sembrerebbe dunque coerente  con le caratteristiche del suo sistema produttivo, e la dotazione di risorse umane ad alta qualificazione appare persino ridondante. Invocare il miglioramento del sistema dell’istruzione e della formazione è dunque legittimo, purché si consideri la composizione della domanda di lavoro e il ruolo che su di essa esercita la specializzazione del sistema produttivo. Che nel caso italiano ha un preciso significato, considerata la caduta della sua produzione industriale: esiste un consistente problema di domanda delle merci del nostro paese legato alla qualità di tale produzione, che disabilita le opportunità di impiego delle risorse umane più qualificate, ma che condiziona sfavorevolmente anche la domanda di lavoro meno qualificata.

Tornare ad investire sul sistema produttivo per approntarne una reale riqualificazione che aiuti il rilancio della domanda, risulta per questo la priorità fondamentale.

Pubblicato su Keynesblog

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13 Commenti

  1. Quindi, secondo gli autori, nel caso italiano la caduta della produzione industriale ha a che fare con un consistente problema di domanda legato alla qualità della produzione.

    Certo Mario Monti ha dichiarato esplicitamente che l’obbiettivo principale delle politiche di austerità del suo governo era la distruzione della domanda interna per garantire i creditori esteri attraverso la creazione di surplus e Romano Prodi ha recentemente ammesso che abbiamo una valuta fortemente sopravvalutata per l’Italia e fortemente sottovalutata per la Germania (per Palma e Iodice: volete i link o fate da soli?). Forse questo potrebbe avere qualcosa a che fare con la distruzione del tessuto produttivo italiano?

    Ma queste cose non si possono ammettere. Altrimenti bisognerebbe guardare in faccia il fatto tremendo che la sinistra europea e quella italiana è stata parte attiva di un progetto economico e politico che condanna mezzo continente a sprofondare in una crisi economica senza fine. Altro che illusioni di Saccomani! Ce ne sono di ben peggiori.

    Prendo atto che su ROARS alle raffinate e condivisibili analisi del sistema universitario italiano fanno da contraltare analisi economiche che, in ultima analisi, non sfigurerebbero su Repubblica e il Corriere della Sera.

  2. Paolo Gibilisco, non esiste solo la concorrenza di prezzo! Il cambio euro/lira potrà pure essere stato sopravvalutato, ma concentrarsi sulle produzioni a basso valore aggiunto (V.A.), in cui la concorrenza è soprattutto di prezzo, non aiuta di certo la nostra competitività internazionale e a far assumere laureati nel nostro Paese. Da questo punto di vista non credo che di per sé un’eventuale uscita dall’euro “incentiverebbe” i nostri imprenditori a specializzarsi in produzioni ad alto V.A., e ad aumentare la domanda di capitale umano (anzi forse il contrario, rendendoci più competitivi in produzioni di scarsa qualità per cui mark-up e prezzi sono bassi). Sono mancate ormai da troppo tempo una politica industriale ed una strategia di sviluppo economico, su cui si poteva riflettere anche in presenza dell’Euro. Agire solo sull’offerta di capitale umano (ovvero sul sistema educativo) ha poco senso, aumenta solo la qualità del capitale umano che va ad alimentare i sistemi produttivi dei paesi che lo remunerano in maniera adeguata (brain drain). Per molti dei laureati che rimangono c’e’ solo la scelta tra disoccupazione e sovra-istruzione. Ci vogliono politiche che migliorino la qualità della formazione unite a riforme che favoriscano investimenti soprattutto in settori produttivi “avanzati”.

    • Caro MaxMi,

      chi ha detto di concentrarsi sulle produzioni a basso valore aggiunto? Chi ha detto di non riprendere a fare una adeguata politica industriale? Chi ha detto che bisogna agire sull’offerta di capitale umano? Certamente non io.

      Può indicarmi i lavori nella letteratura economica dove si mostra che avere la sovranità monetaria induce in un governo a “concentrarsi sulle produzioni a BVA” e a non fare “un’adeguata politica industriale”?

      La Corea ha fatto un’unione monetaria con il Giappone o con la Cina?

      Anche per lei vale l’invito a documentarsi sulle affermazioni di Monti e Prodi per poter poi discutere in modo adeguato. Oppure può andare a vedere come ha risposto la sterlina allo shock Lehman Brothers. Sa, quei dilettanti della Bank of England sono rimasti affezionati a quelle vecchie, disgustose pratiche difensive che fanno leva sulla svalutazione del cambio: che orrore! E direi che anche Stati Uniti, Giappone e Svizzera stanno molto, molto attenti a far sì che le loro rispettive valute non siano troppo forti. Sbaglio? Ma forse si tratta di nazioni che si vogliono concentrare su produzioni a basso valore aggiunto …

  3. Tornare ad inverstire…
    Con quali soldi?
    Ah, già… sforando i parametri del 3%…
    Dunque, basta austerity, investiamo nei comparti ad alto valore aggiunto…
    Ok, così avremo ottimi prodotti ad A.V.A., ma purtroppo non riusciremo a venderli all’estero (i.e., ad esportare), perchè il cambio ci penalizza.
    Certo che “non esiste solo la concorrenza di prezzo”, ma c’è anche quella. Ed a parità di qualità, cosa conta? E se la migliore qualità non riesce a colmare il gap determinato dal cambio sfavorevole?
    Qualcuno vuole spiegare perchè dovremmo fregarcene dei trattati quando si tratta di deficit spending, per ritrovarci (sempre a causa dei trattati) a dover soccombere, comunque, in caso di prodotti di qualità identica o anche migliore, per via del cambio sfavorevole?
    Se dobbiamo fregarcene, facciamolo in modo razionale e non ideologico… E quindi rigettiamo TUTTI i vincoli (assurdi) che impediscono al paese di collocarsi in modo conveniente sui mercati internazionali (e di governare in modo efficace il ciclo, all’interno).
    In breve: rifiutare l’austerity e tenersi l’euro è fallace, per la semplice ragione che l’austerity è conseguenza di questo assurdo sistema monetario (http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=6&pg=6838)

    • Chi ha detto che i soldi devono essere per forza pubblici? Ho parlato di fare riforme che incentivino l’investimento privato, non di dare sussidi pubblici a pioggia qua e là. Chi garantisce che i soldi pubblici siano spesi “bene” (soprattutto nel nostro paese)? Ci sono molteplici esempi di public policy evaluation che mostrano che politiche del tipo “sussidio” sono inefficaci, basta cercarsele sul web (non metto link per non tirare in ballo questo o quello). Per cui anche rimuovere il vincolo del 3% non è certo di per sé una garanzia di sviluppo di lungo periodo, semmai ha un effetto di stimolo di breve (si spera, direte voi meglio di niente).

      Detto questo non sono comunque simpatetico col 3%, o con politiche troppo rigide del x%. Sono anche meno simpatetico con coloro che predicano che l’uscita dall’euro, la svalutazione o la maggiore spesa pubblica possano DA SOLE garantire crescita nel lungo periodo. Se uno è malato cerca di ridurre il sintomo, ma se può elimina anche la causa del sintomo. Ecco mi sembra che chi predica la svalutazione come panacea di tutti i mali si concentri un po’ troppo sulla cura del sintomo, col rischio che stando meglio rallenti ancora di più l’eliminazione della causa, salvo poi accorgersene troppo tardi e schiattare. O costui pensa forse che siamo già spacciati e tanto vale prendere una bella dose di morfina?

      L’articolo parla di “domanda di capitale umano”. La mia osservazione si riferisce a quel punto specifico. Poi una svalutazione del cambio potrà pure aumentare la domanda (e questo va bene), ma non mi è chiaro tuttavia perché dovrebbe aumentare la domanda di capitale umano. Visto che la vostra critica è postata SOTTO QUESTO ARTICOLO, intuisco che la vostra posizione è che la svalutazione aumenti anche la domanda di capitale umano (altrimenti perché avete commentato qui sotto), portate allora voi evidenza in tal senso.
      Dal canto mio posso solo limitarmi ad osservare che prima dell’entrata nell’euro, quando ancora svalutavamo la lira (abbastanza spesso mi pare) e non c’era il vincolo del 3% eravamo comunque specializzati in produzioni a basso VA e le imprese assumevano pochi laureati.

    • Caro MaxMI,
      non credo questo sia il posto adatto per questo dibattito. In ogni caso, potrebbe prendersi la briga di leggere quello dicono quelli che spingono per una rottura dell’euro prima di andare in giro a dire banalità. Io ad esempio apprezzo molto la verve polemica di Bagnai, che condisce parecchia sostanza, e no, non dice che svalutare è una panacea:
      http://goofynomics.blogspot.nl/2014/01/i-lettori-di-copertine-e-il-contenuto.html
      Arrivederci.

  4. “esiste un consistente problema di domanda delle merci del nostro paese legato alla qualità di tale produzione”
    Cioè il problema è che i disoccupati son stufi di comprare quelle brutte fiat, vogliono tutti finalmente una bella golf.

    A me pare che qui su roars si voli altissimo quando si va più o meno sul sicuro. Ma se si parla di come trovare i soldi, si è sempre sul vago, e non si disdegna qualche bella cazzata come in questo caso. Sottoscrivo in pieno i commenti di Gibilisco e Ponti. È decisamente troppo tardi per tenere i piedi in due staffe.

  5. Per quelli che credono che la nostra struttura produttiva sia definitivamente scomparsa e che c’è un “problema di domanda delle merci del nostro paese legato alla qualità di tale produzione” (Palma, Iodice e anonimi associati) suggerisco un’occhiata a questo rapporto della Fondazione Edison.

    http://www.fondazioneedison.it/binaries/pdf/pubblicazioni/quaderno136.pdf

    Forse anche la struttura produttiva italiana è stata trattata dai media come l’università e ingiustamente calunniata.

    Nel mio piccolissimo “particulare” più della qualità della produzione italiana è la qualità del mio stipendio che mi preoccupa …

    Un’occhiata all’andamento della domanda interna dell’eurozona in relazione a quella statunitense e giapponese potrebbe essere molto istruttivo.

    Dimenticavo il mantra della sinistra(?): l’austerità è cattiva ma l’euro è buono. Curioso che le autorità monetarie che hanno progettato e amministrato l’austerità ci spieghino tutti i giorni anche l’irreversibilità dell’euro.

    Ci sarà una relazione?

    Nella famosa letterina Draghi-Trichet erano tracciate le linee guida per il welfare italiano, per l’università e per la scuola (valutazione compresa). L’analisi dettagliata degli errori commessi nel campo della valutazione dovrebbe, a un certo punto, alzare lo sguardo sul quadro generale.

  6. Caro MaxMi,

    accolgo la sua sfida facendole notare (e qui la associo a Palma e Iodice) che il problema non è l’occupazione dei laureati ma l’occupazione e basta. Almeno per quelli che in mezzo a questa catastrofe non vogliano occuparsi solamente di lana caprina.

    Adesso andiamo con l’evidenza. Pronti? Via!

    Moneta unica non vuol dire inflazione unica. Nell’eurozona la Germania attraverso il dumping salariale ha sempre mantenuto un’inflazione più bassa dei cosiddetti PIGS. In sostanza ha svalutato. Se non si fida di me si fidi di Romano Prodi e di Nomisma. I dati sull’occupazione tedesca li trova da solo? Grazie.

    QED.

    • La questione, infatti, è proprio questa: il sistema industriale italiano è fuori mercato e questo nuoce complessivamente a TUTTA l’occupazione. In senso RELATIVO i lavoratori più qualificati sono anche i più penalizzati (e da qui si evince il vizio di ragionamento di Saccomanni).

  7. Cara Palma,

    sei lei dice che “il sistema industriale italiano è fuori mercato” sarebbe opportuno spiegare perché.

    Osservo che nell’articolo con Iodice sostenevate che “esiste un consistente problema di domanda delle merci del nostro paese legato alla qualità di tale produzione”.

    Evidenza empirica a sostegno della tesi?

    Grazie

  8. Le lascio i seguenti due riferimenti, che sono esaustivi delle questioni riportate in forma molto più sintetica nell’articolo qui pubblicato (e che naturalmente chiariscono cosa si può intendere con l’affermazione che “il sistema industriale italiano è fuori mercato”):

    http://www.analysis-online.net/wp-content/uploads/2013/03/palma.pdf

    http://ojs.uniroma1.it/index.php/monetaecredito/article/view/10421

    Cordiali saluti

    Daniela Palma

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