“Avete detto che farete una gara. Come fate a sapere che la vince Fincantieri?” – tuona l’On. Andrea Orlando in Parlamento all’audizione del Ministro Toninelli sulla ricostruzione del ponte di Genova.

La domanda mi pare un po’ ingenua. Con il vigente codice appalti, così complesso e confuso, è del tutto ovvio che il nome del vincitore lo sappiano tutti ben prima dell’obbligatoria gara pubblica.

Gli appalti sono esattamente come i concorsi universitari, per questo mi interessano così tanto: più complesse fai le regole, più facile è pronosticare il nome del vincitore.

Ho provato a spiegare questo al sottosegretario Fioramonti nel breve incontro che mi ha concesso, così come provai a spiegarlo ai suoi predecessori.

Mi pare che i miei consigli sulla semplificazione non siano stati per niente presi in considerazione, visto che la prima iniziativa del sottosegretario sembra essere la costituzione di un osservatorio sulla trasparenza dei concorsi presso il MIUR, affidato nientemeno che a un ex conduttore delle Iene.

Personalmente non ho niente contro Dino Giarrusso e non entro nel merito delle sue competenze. Il problema non è la persona, ma la creazione dell’ennesima struttura ispettiva del sistema più controllato del mondo. Esattamente l’ultima cosa di cui l’Università italiana ha bisogno.

Il nuovo osservatorio a mio parere aggiungerà ulteriore complessità a un sistema già complesso, stratificando un’altra sovrastruttura sulle troppe che già ci sono (ANAC, ANVUR, TAR, osservatori già esistenti, nuclei di valutazione, collegi di disciplina, etc.).

Il sottosegretario evidentemente è convinto che i principali problemi dell’Università italiana siano i concorsi truccati e i baroni. Esattamente quello che ci hanno raccontato per anni Moratti, Gelmini, Giannini e Fedeli.

In nome della lotta ai baroni per la meritocrazia, la destra ci ha regalato una riforma ottusa e strampalata, la sinistra l’ANVUR e le linee guida ANAC. Nel frattempo tagliavano fondi e speranze dei giovani, edificando una surreale burocrazia paralizzante.

Il sottosegretario afferma di aver ricevuto una trentina di segnalazioni di anomalie di concorsi. Poiché di concorsi se ne tengono ogni anno a migliaia, mi pare che il numero di segnalazioni rappresenti un problema residuale, del tutto gestibile con gli strumenti ordinari (TAR) come di fatto avviene.

Ben più gravi anomalie si riscontrano in concorsi e gare in altri settori della Pubblica Amministrazione.

L’eccessiva “trasparenza” sui concorsi, così come nelle gare, perseguita moltiplicando regole e strutture preposte alla vigilanza, produce solo opacità. Mi dispiace che pochi lo capiscano.

L’Università ha bisogno di poche regole semplici, di libertà e di autonomia, come in tutti i paesi civili. Se no il nome del vincitore lo sapremo sempre prima e raramente sarà quello del migliore.

Il Premier Conte ha detto le uniche cose sensate sui concorsi:

«Ogni riforma ha fallito, compresa la Gelmini che infilò nelle commissioni lo ‘straniero’, una specie di marziano di Flaiano, che poi marziano non era perché tutti conoscono tutti. Perciò può non servire neppure il sorteggio dei commissari. Una soluzione potrebbe essere un ferreo codice di autodisciplina in cui tutti si impegnino a rispettare i principi dell’art. 54 della Costituzione: “disciplina e onore“.

Costituzione, disciplina e onore, non regole e osservatori ministeriali.

Credo di aver capito che con il governo del cambiamento non ci sarà nessun cambiamento, almeno per l’Università, e si continuerà a favoleggiare di baroni, centauri e sirene, per eludere gli interventi che veramente sono urgenti e necessari.

In molti ci aspettavamo la Liberazione, ma adesso cominciamo a temere che ci arriverà solo l’Inquisizione!

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17 Commenti

  1. Concordo con moltissime delle cose scritte da Nicola Casagli, ma credo che il sottosegretario (privo di deleghe) sia anche influenzato da esperienze personali negative. Ovviamente se ha trenta lettere su migliaia di concorsi paradossalmente sembrerebbe quasi che il sistema sia più sano di quanto non appaia. Comunque il problema dell’ Università dai tempi dei governi della destra per passare ai governi Prodi, è che per i governi di turno serve qualcuno da colpire a costo zero. Se non hai una euro da investire e vuoi far vedere che fai qualcosa, allora trovi un po di “negri” o di “ebrei” contro cui scatenare un pogrom, giochetto vecchissimo. L’ Italia ha problemi endemici di corruzione (leggersi per curiosità i giornali e gli atti parlamentari del periodo che va dall’ Unità di Italia al Fascismo), quindi non è pensabile che il mondo universitario ne sia esente, dire però che sia la punta di diamante del fenomeno mi pare un falso clamoroso. Certamente, solo per fare esempi la Sanità, la stessa Magistratura (in particolare amministrativa), le forze armate e di polizia, la dirigenza degli enti pubblici e dei ministeri, hanno dato alle cronache scandali ben peggiori e più numerosi.
    La nomina di una figura esterna come Giarrusso, priva di poteri e competenze, serve solo a fare AMMUINA come nel famoso editto (fake) della regia marina napoletana. Una figura che, a norme vigenti, non può dire nulla sui bandi, intervenire sui concorsi in atto e nemmeno fare accesso agli atti (perchè non è parte in causa) è solo ARIA FRITTA.
    Poi se si ritiene che la percentuale di nepotismo sia eccessiva, basta dire che non fai il dottorato dove hai fatto la magistrale e il post doc (e/o anche RTD-A) dove hai fatto il dottorato e comunque prima che tocchi di nuovo queste due sedi deve essere passato un congruo numero di anni. La norma che blocca i coniugi mi pare una scemenza che non ha eguali nel resto del mondo.
    Però cosa sarebbe urgente oggi? Non certo riformare i concorsi aggiungendo burocrazia, ma FONDI DI RICERCA, POSTI e SEMPLIFICAZIONE BUROCRATICA. I compiti di ANVUR (secondo me si potrebbe anche abolire) andrebbero ridotti ad una valutazione ex post molto semplificata e con regole non decise a posteriori.
    L’assegnazione dei fondi di ricerca andrebbe fatta attraverso qualcosa completamente separato da ANVUR ( per esempio sul modello NSF), una quota dei fondi dei dipartimenti potrebbero essere semplicemente ottenuti tramite overheads più alti. I ludi dipartimentali per cui tu vieni punito se il tuo vicino di stanza non fa niente, sono solo un trucco “volgare” per tagliare fondi.

    • La norma anti-nepotismo riproposta da P. Marcati è l’uovo di Colombo: anche se fosse applicata un po’ furbescamente con scambi bilaterali di allievi fra docenti di sedi diverse introdurrebbe una forma di controllo comunitario “orizzontale” e disincentiverebbe la schiavitù accademica, perché ridurrebbe l’interesse dei giovani studiosi a comportarsi servilmente nei confronti di potenti locali non più in grado di ricompensarli, almeno immediatamente. Che si siano adottate, invece, soluzioni complesse, retrograde e dispotiche, quando era disponibile un rimedio semplice induce a sospettare che l’agitato problema del vassallaggio universitario sia una motivazione di facciata per giustificare sistemi che non superano la servitù, ma vi si fondano. Perché stipendiare dieci professori quando posso ottenere una quantità paragonabile di didattica e di ricerca con un professore e nove precari sottopagati, asserviti e intimoriti?

    • Ok, ma la mobilità andrebbe sostenuta da stipendi adeguati o almeno da qualche facilitazione per vitto e alloggio. Se col 1200 al mese mi devo pagare affitto, bollette, cibo (ancorché frugale), vestire e magari portandomi dietro moglie/marito ed eventuali pupi è chiaro che tenderò a vendere mia madre pur di restare in sede.

    • Eriberto, questo è il punto. Il cosiddetto sistema baronale, per un politico miope che non vuole né finanziare decentemente la ricerca né stipendiare dignitosamente i ricercatori giovani è economicamente perfetto. La polemica anti-baronale andrebbe presa in parola: pensate davvero che il problema siano i “baroni”? Volete ridurne il potere? Allora dateci fondi di ricerca, posti, semplificazione burocratica e salari dignitosi per i giovani.

      Il resto è rumore.

  2. D’accordo quasi su tutto. Disaccordo, invece, sul fatto che non si entri nel merito di chi è l’osservatore a capo dell’osservatorio. Per parità di genere, doveva essere una coppia di osservatori ex Iene: io propongo di aggiungere Ilary Blasi.

    • La distorsione del nostro sistema è che la raccomandazione viene vista come cosa negativa e deprecabile. Colleghi, giovani ricercatori e studenti di Università e centri di ricerca stranieri molto spesso mi chiedono lettere di raccomandazione. Praticamente ogni settimana ne scrivo almeno una. Sulle raccomandazioni si basa l’ammissione alle Università, al dottorato, al finanziamento dei progetti, al reclutamento, alle progressioni di carriera, alle posizioni di responsabilità. Sulle raccomandazioni si basano i sistemi accademici e della ricerca in quasi tutto il mondo. Da noi le raccomandazioni sono viste male, bollate come pratiche baronali, fatte coincidere stranamente con la corruzione, addirittura considerate reato. Bisogna recuperare il valore della raccomandazione. Ovviamente fatta con disciplina e onore.

    • Ok allora si tenga il sistema attuale dove le gente passa la vita senza ma mettere il naso fuori di casa.

    • Io personalmente in giudizi concorsuali ho sempre sottolineato in modo negativo il provincialismo italiano, per cui le persone passano una vita dentro lo stesso gruppo di ricerca. Una parte del problema nasce dal fatto che molti colleghi gestiscono gruppi totalmente chiusi. Ci sono CV impressionanti, in cui ricorrono esclusivamente gli stessi nomi per decenni. La ricetta migliore per destabilizzare questo sistema chiuso è introdurre elementi di mobilità forzata. Sono daccordo che i salari siano indecorosi, soprattutto nella fase iniziale. Il rapporto tra il salario di ingresso come RTD-A e l’ordinario anziano è oltre 1:3, che non ha eguali in Europa. Io ho sperimentato una difficoltà enorme a far rientrare giovani italiani bravi che sono all’estero su due fronti: salario e burocrazia.

  3. @Maria Chiara Pievatolo
    >Il cosiddetto sistema baronale, per un politico miope che non vuole né finanziare decentemente la ricerca né stipendiare dignitosamente i ricercatori giovani è >economicamente perfetto. La polemica anti-baronale andrebbe presa in parola: pensate davvero che il problema siano i “baroni”? Volete ridurne il potere? Allora dateci >fondi di ricerca, posti, semplificazione burocratica e salari dignitosi per i giovani.

    Salve Maria Chiara, concordo con le affermazioni, ma mi rimane il punto fondamentale che è anche il mio dubbio sulle affermazioni (che condivido quasi completamente) di Casagli: immagina di aver fondi, posti e semplificazione burocratica, cosa impedisce di continuare a fare concorsi in cui vince sistematicamente l'”interno” o il candidatao predestinato che è stato connesso sempre allo stesso gruppo di ricerca? Marcati dice : ” introdurre elementi di mobilità forzata.”, questo mi sembra già un passo utile e necessario, ma come impedire questi comportamenti? I dubito che il solo codice di controllo basato su “disciplina e onore“ funzioni senza agire con delle figure di controllo, veri ispettori, fedeli solo allo stato, questo si da servire con ” “disciplina e onore“ e che controllino, a priori, durante e a posteriori. Forse dopo un periodo di controllo intenso potrà emergere una nuova classe docente più disponibile a funzionare solo con il codice di controllo, ma nella transizione penso sia necessaria una forma di controllo elevato, insieme alle misure suggerite sia da Maria chiara, che da Marcati, che da Casagli. Commenti sono ben accetti perché ho veramnet bisogno di sapere quello che altri ne pensano.

    • > Immagina di aver fondi, posti e semplificazione burocratica, cosa impedisce di continuare a fare concorsi in cui vince sistematicamente l’”interno” o il candidatao predestinato > che è stato connesso sempre allo stesso gruppo di ricerca?

      Nulla, in linea di principio. Solo che l’interno sarebbe un po’ meno “interno” in virtù della mobilità forzata e, soprattutto, verrebbero meno le ragioni morali (“Come faccio a bocciare il disgraziato che ha lavorato anni e anni per l’università locale con un salario misero, intermittente o assente?”) ed economiche (“Ho solo il budget per promuovere un interno”) per farlo prevalere anche se peggiore.

      Se poi l’intera procedura concorsuale fosse scientificamente e non amministrativamente trasparente, con il deposito delle pubblicazioni in archivi ad accesso aperto e una discussione pubblica con il candidato – oggi si potrebbe pure trasmettere in streaming e registrare per la posterità, e addirittura permettere a tutti i colleghi della disciplina di intervenire con le loro domande, così da offrire alla commissione elementi per deliberare meglio – sarebbe più facile individuare gli eventuali vizi di forma contro cui fare ricorso e in generale mettere in pratica un sistema di controlli orizzontali che renderebbe meno retorico l’appello costituzionale a “disciplina e onore”.

      Questo non eliminerebbe in radice né la possibilità di comportamenti nepotistici, né quell’accidentalità della carriera accademica di cui parlava Max Weber in tempi e luoghi non sospetti.

      Abbiamo bisogno, almeno provvisoriamente, di ispettori-phylakes o di un Legislatore rousseauiano, per trasformare i professori in onesti cittadini della repubblica della scienza? Avrei paura a rispondere di sì.

      Si danno, infatti, due possibilità:

      gli ispettori sono nominati dal governo (o dal parlamento?) al di fuori della comunità scientifica: ma come impedire al potere politico di imporre una scienza di stato al servizio dei suoi interessi invece che della verità?
      gli ispettori sono nominati entro la comunità scientifica: il rischio dell’imposizione di una scienza di stato sarebbe solo mediato, ma anche in questo caso si passerebbe da un sistema feudale a uno dispotico.

      In generale, chi ci assicura che una, ancorché provvisoria, dittatura di ispettori-phylakes renda i loro sudditi più onesti e meno servi, e non abbia invece l’effetto opposto, eliminando anche quel poco di pluralismo proprio di un sistema baronale?

      Mi rendo conto di aver dato una risposta poco soddisfacente: ma non sono in grado di immaginare un sistema che riesca a controllare “verticalmente” i ricercatori senza per ciò stesso trasformarli in “addetti alla ricerca” al servizio del poter.e, o paralizzarli in una camicia di forza di norme – come dire? – anti-humboldtiane.

    • Gli unici strumenti per incentivare comportamenti virtuosi sono: semplificazione, responsabilizzazione, pubblicità degli atti, apertura al confronto internazionale.
      Sono le regole assurde sui punti organico che incentivano espedienti stravaganti e favoriscono la progressione degli interni. Ogni volta che ci sono stati incentivi per le chiamate esterne, gli esterni sono stati chiamati. Provate a spiegare i punti organico a un collega straniero e capirete dove sta l’anomalia dell’Italia.
      Il sistema accademico italiano non è corrotto, è semplicemente isolato splendidamente dal confronto internazionale perché oberato da una selva di regole e controlli incomprensibili, sia agli interni che agli esterni. Ma perfettamente comprensibili per i furbi.

    • Una osservazione banale, elementare perfino, ma del tutto assente, di solito, nei discorsi dei censori del potere baronale è che la scarsità di risorse a disposizione non incentiva i comportamenti virtuosi, ma fa semmai il contrario – nella logica del ‘mors tua vita mea’. Forse, si dovrebbe ripartire anche da questo.

  4. Casagli ancora una volta fa centro. Questa nostra Italia è basata sulla cultura del sospetto di Andreottiana memoria. La cosa che mi fa soffrire è vedere che ciascuno di noi ha le sue soluzioni, un po’ più intelligenti di quelle del collega, il risultato è che siamo qua come fuori inchiodati da una stampa ostile da sempre (grazie a Stella cacciatore di androdi-prof corrotti e i suoi amici). Tutti a dire che non ci sono laureati , che l’investimento in ricerca ed innovazione è fondamentale come quello in istruzione (cottarelli), ma fa da deterrente in fatto che tali investimenti aiuterebbe una classe di Baroni corrotti, familisti e nepotisti e quibdu si ritorna al punto di partenza. Un discorso specifico va per la ricerca ed innovazione su quella punta molto confindustria perchè per loro la ricerca e l’innovazione la fanno le imprese (cioè loro) con conseguente ulteriore possibilità di attigere a finaziamenti pubblici per le lor necessità. La medicina che rappresenta la reatà più baronale, lotizzata familista, come la stampa vedasi uno degli utimi articoli di Travaglio, fatta di cooptati, figli di politici (vedi Berlinguer per tutti) lotizzati nessuno fiata (o quasi). Compriamo una pagina sul FQ (come ha fatto una parlamentare genovese 2 giorni fa) e spieghiamo che l’università è il luogo di maggiore trasparenza controllo pulizia (relative alle altre realtà non assolute) ceh tutte le riforme hanno funzionato e che siamo ulteriromente migliorati… Una scelta del genere è impossibile non tanto per il costo quanto perchè le cose da scrivere non ci troverebbe mai d’accordo.. ed eccoci dove siamo arrivati e dove resteremo

  5. Ho letto. Mi pare che ci si distragga dal problema vero… Il nostro sistema non è quello anglosassone: raccomandazione ha ben altra valenza qui. Uscire dal proprio ambito è difficile. Anche perché ci sono situazioni oggettive che lo impediscono (fondi, famiglia ecc.): ma non consideriamo. Il punto fondamentale è che anche l’apertura verso altre università e l’estero è legata a cordate. Certi gruppi sono poco inclusivi. Generalmente, l’inclusione si ha se si può trarre vantaggio da una certa persona, perché collegata ad altri gruppi che si vogliono raggiungere, perché assicura in cambio un pass per dott. ricercatore ecc. nei concorsi.
    è un malcostume che fa male e …, soprattutto, stupido. Scarteremo una persona valente perché ha lavorato sempre, poniamo, a Milano? a Torino? A Napoli? Non si curano così i mali dell’Università…

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