Articolo pubblicato su La Repubblica del 2 gennaio 2013.

Dal momento in cui il Professor Mario Monti ha deciso di vestire i panni del candidato politico l’appello alla competenza che ha giustificato l’esecutivo di emergenza da lui guidato perde di mordente. D’ora in poi, le proposte e le idee dell’agenda elettorale alla quale Monti ha associato il suo nome saranno giudicate dall’opinione pubblica al pari di quelle degli altri concorrenti. E a decretarne la pertinenza o la ragionevolezza non sarà una decisione d’imperio emergenziale, come avvenne un anno fa, ma la conta dei voti. L’argomento della competenza deve convincere gli elettori, i quali hanno ora la possibilità di giudicare direttamente il valore di quel che viene loro proposto nel documento che porta il titolo molto ambizioso di “Cambiare l’Italia, riformare l’Europa, agenda per un impegno comune”, il manifesto programmatico sul quale Monti punta ad aggregare i “cespugli riformisti” presenti nei principali schieramenti politici.

Un capitolo centrale del documento è quello dedicato a scuola, università e formazione, “le chiavi per far ripartire il Paese e renderlo più capace di affrontare le sfide globali”.  Il documento mette il dito sulla piaga quando osserva che “l’Italia ha un elevato tasso di abbandono scolastico precoce, un livello di performance scolastica più basso rispetto alla media dei Paesi OCSE e un numero di laureati lontano dagli obiettivi fissati dall’Unione europea”.  Vero, verissimo. Ma quale segnale ha dato l’appena sciolto governo Monti per far credere agli elettori che questa sarà davvero la priorità del suo nuovo esecutivo? Ricordiamo che tra le ultime decisioni prese dal suo governo vi è l’attribuzione di 223 milioni di euro alle scuole private e il taglio di 300 milioni di euro ai Fondi di Finanziamento Ordinario della formazione pubblica. Una scelta molto partigiana che continua la politica della penalizzazione della scuola pubblica, una stangata dagli effetti letali come si legge in un appello congiunto della Conferenza dei Rettori, del Consiglio Universitario Nazionale e del Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari. Persino il Ministro Profumo ha dovuto ammettere che si è trattato di una scelta disastrosa che manderà “in default più della metà degli atenei, che non potranno così fare fronte alle spese per il funzionamento”.

Il documento elettorale di Monti non muta la scelta del governo Monti se è vero che promette di mettere mano alle “chiavi per far rispartire il Paese” dopo aver ridotto il debito pubblico. Evidentemente, non dal pubblico potrà venire l’iniezione di linfa vitale alla formazione pubblica (il pubblico privilegia solo la formazione privata). E infatti la proposta è di incentivare “gli investimenti del settore privato, anche mediante agevolazioni fiscali e rafforzando il dialogo tra imprese e università” e di usare “i fondi di ricerca europei”. Quindi il privato e l’Europa sono gli erogatori del bene “collettivo” del “capitale umano” italiano. Davvero molto poco e generico, incerto negli esiti e contraddittorio.

Ma c’è dell’altro. Nonostante la dichiarata centralità del tema formazione, sembra che a stendere questo capitolo sia stata la mano di chi non si ha dimistichezza con l’attuale università. Il documento parla infatti di un’università che non c’è o non c’è più quando sostiene che bisogna “rilevare per ogni facoltà in modo sistematico la coerenza degli esiti occupazionali a sei mesi e tre anni dal conseguimento della laurea, rendendo pubblici i risultati”.  Chi ha scritto questa frase non sembra essere al corrente del fatto che l’università italiana non ha più le facoltà perchè la riforma Gelmini le ha abolite (Legge n.240/2010) e sostituite con una sorta di federazioni di dipartimenti. Ora, come si può pensare di fare rilevamenti sulla base di strutture che non ci sono?  Vien da pensare che verità e competenza siano usate come armi retoriche.

Infine, il documento dice che per “avviare un piano di investimenti in capitale umano” occorre “proseguire e affinare il progetto avviato dall’ANVUR per il censimento e la valutazione sistematica dei prodotti di ricerca”. Eppure il progetto ANVUR, istituito dalla riforma Gelmini, è oggetto di critiche molto pertinenti da parte dell’accademia italiana e straniera. Il sistema con il quale vengono classificate pubblicazioni, riviste e case editrici è a dir poco problematico come sa chi ne ha fatto esperienza diretta. Basterebbe andarsi a rileggere alcuni articolo usciti sul Times Higher Education per rendersi conto di come il mondo degli esperti abbia accolto l’istituzione di un sistema di valutazione che ha precipitato l’università italiana nel caos e “ucciso la valutazione” come ha scritto Sabino Cassese, consegnandola ai “giudici amministrativi”, burocratizzandola con risvolti anche risibili.  Problemi grandi questi che il documento elettorale di Monti nasconde dietro una generica esortazione a “proseguire” e “affinare” quel che andrebbe invece cambiato alla radice se davvero la crescita del paese è interesse primario.

Non è dato di sapere se il capitolo sulle “chiavi per far ripartire il Paese” sia l’esito di una scrittura frettolosa o esprima l’opinione di Monti. Un’ipotesi si può fare: in un articolo pubblicato sul “Corriere della Sera” il 2 gennaio 2011, Monti ha avuto parole di elogio per la riforma Gelmini opponendola alle rivendicazioni di “arcaico stile” di studenti e lavoratori, rimasugli di una vecchia pratica militante di marca marxista. A questo stile che danneggia gli “interessi tutelati” ed è “un grosso ostacolo alle riforme”, Monti contrapponeva due esempi edificanti: “le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili”.  Ma la continuità con il Governo Berlusconi è  davvero la ricetta giusta (e di stile moderato) per “far ripartire il Paese”?

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