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Lauree professionalizzanti: la vera posta in gioco, le osservazioni del CUN (e qualche nostra domanda)

«I corsi di laurea a orientamento professionale sono stati introdotti dall’art. 8, comma 2, DM 12 dicembre 2016, n. 987, con lo scopo di sperimentare dei corsi di studio universitari direttamente riconducibili alle esigenze del mercato del lavoro ed erogati in stretta collaborazione con il mondo del lavoro». Iniziano così le osservazioni inviate dal CUN alla Ministra Fedeli in relazione alle cosiddette “lauree professionalizzanti”. In estrema sintesi, il CUN ritiene «che l’introduzione dei corsi di laurea sperimentali a orientamento professionale renda necessario definirne la collocazione entro l’offerta formativa del livello universitario e  valutare come coordinarla con i percorsi propri degli Istituti Tecnici Superiori (ITS)». Ma cosa si muove  dietro le quinte? Da quanto è dato sapere, alcune aree, soprattutto quelle di ingegneria, sarebbero favorevoli all’introduzione di nuove apposite classi di laurea. Auspicio non necessariamente condiviso da tutti, però. Di sicuro, le lauree professionalizzanti sono fortemente volute dalla CRUI. E Confindustria? Non è che preferisce gli ITS (Istituti Tecnici Superiori), perché più agili e snelli rispetto alle università, gravate dalla letale burocrazia Miur-Anvuriana? E il MIUR? Ha voglia di investire tempo ed energie per varare nuove classi di laurea?  E la politica, messa di fronte al bivio tra ITS e lauree professionalizzanti, dove incanalerà i fondi per la formazione tecnica, spesso invocata come panacea per ridurre disoccupazione giovanile e rilanciare l’industria? Il documento del CUN è stato scritto in previsione dell’incontro del 12 aprile della Cabina di Regia nazionale per il coordinamento del Sistema di Istruzione Tecnica Superiore e delle lauree professionalizzanti. Una cabina di regia la cui nascita era stata spiegata così dal Sole 24 Ore dell’11 gennaio

a spingere l’esecutivo a un’accelerazione è stato il caos che si sta espandendo, giorno dopo giorno, sui territori dopo il blitz dello scorso dicembre quando, in pieno passaggio di consegne al nuovo esecutivo Gentiloni, l’ex ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, con un provvedimento ad hoc, ha autorizzato gli atenei, dal 2017-2018, a sperimentare lauree triennali professionalizzanti, non tenendo conto dell’offerta, già attiva, degli Istituti tecnici superiori (le super scuole di tecnologia partecipata dalle aziende e attive dal 2010).

L’intervento di palazzo Chigi
Una mossa decisa in fretta e furia e che, come prevedibile, ha creato subito confusione: in Emilia Romagna, Veneto e Piemonte, alcune università stanno proponendo corsi analoghi a quelli realizzati dagli Its locali, prendendo contatto con le medesime aziende del territorio

Insomma, la posta in gioco non è piccola.

Versione pdf: Osservazioni CUN su lauree professionalizzanti


Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca
Consiglio Universitario Nazionale

 

 

Alla Signora Ministra
Sen. Valeria Fedeli

Sede
Roma, 11 aprile 2017

Cabina di Regia nazionale per il coordinamento del Sistema di Istruzione tecnica superiore e delle lauree professionalizzanti, istituita presso il MIUR con DM 23 febbraio 2017, n. 115

(MIUR, Incontro 12 aprile 2017)

LE OSSERVAZIONI DEL CONSIGLIO UNIVERSITARIO NAZIONALE

I corsi di laurea a orientamento professionale sono stati introdotti dall’art. 8, comma 2, DM 12 dicembre 2016, n. 987, con lo scopo di sperimentare dei corsi di studio universitari direttamente riconducibili alle esigenze del mercato del lavoro ed erogati in stretta collaborazione con il mondo del lavoro. Questa innovazione introduce la necessità di definirne la collocazione entro l’offerta formativa del livello universitario e di valutare come coordinarla con i percorsi propri degli Istituti Tecnici Superiori (ITS), così da conservare razionalità e funzionalità al Sistema Italiano di Istruzione Superiore.

A questo proposito,

IL CONSIGLIO UNIVERSITARIO NAZIONALE

OSSERVA

Quanto alla collocazione dei corsi di laurea sperimentali a orientamento professionale all’interno dell’offerta formativa del livello universitario.
Il Sistema Italiano di Istruzione Superiore del settore universitario prevede attualmente quarantasette classi di laurea triennali (incluse le classi per le professioni sanitarie), molte delle quali possono contenere corsi di studio orientati all’acquisizione di specifiche competenze professionali immediatamente impiegabili in posizioni di lavoro autonomo o dipendente. D’altra parte, è indubbio che esistono figure ed esigenze professionali e culturali nuove che richiedono invece una formazione specifica di livello universitario non facilmente inquadrabile all’interno delle classi di laurea attualmente esistenti.
Si ritiene pertanto indispensabile un intervento di adeguamento dell’insieme delle classi di laurea, che ne assicuri una modernizzazione e ne aumenti la flessibilità, pur conservando coerenza, razionalità e funzionalità al sistema. In particolare, quando gli obiettivi formativi dei corsi sperimentali a orientamento professionale sono significativamente diversi dagli obiettivi formativi qualificanti delle classi esistenti, si ritiene importante creare classi di laurea specifiche, sul modello efficacemente testato delle professioni sanitarie.
Inoltre, si ricorda che la normativa vigente prevede che tutte le lauree all’interno di una classe abbiano lo stesso valore legale; in particolare, i titoli di accesso alle lauree magistrali, agli esami di stato degli ordini professionali e ai concorsi pubblici che richiedono una laurea sono spesso espressi in termini di titolo di laurea conseguito in una determinata classe. Quindi, se tutti i corsi di laurea sperimentali a orientamento professionale fossero inseriti nelle classi esistenti avrebbero sempre lo stesso valore delle lauree tradizionali come titolo di accesso, anche quando forniscono una preparazione significativamente differente. Questo potrebbe generare uno stato di incertezza e confusione, possibile fonte di contenziosi.
Infine, ma non meno importante, è fondamentale trasmettere agli studenti il messaggio chiaro che obiettivo di questi corsi di studio è formare una figura professionale intermedia che possa trovare immediata collocazione nel mercato del lavoro senza condurre, di necessità e automaticamente, a studi di livello superiore.

Quanto al rapporto tra corsi di laurea sperimentali a orientamento professionale e percorsi formativi erogati dagli Istituti Tecnici Superiori
I percorsi formativi offerti dalle Università mediante i corsi di laurea sperimentali a orientamento professionale e quelli erogati dagli Istituti Tecnici Superiori nascono ponendosi finalità complementari. Entrambi possono svolgere un ruolo importante nell’innalzamento del livello di scolarizzazione e di occupazione e nella diffusione dell’istruzione post-secondaria, così contribuendo, insieme con le lauree tradizionali, a definire un panorama completo di possibilità di istruzione adattabile alle diverse esigenze della società, del mondo del lavoro, dell’economia, della cultura e del paese. In quanto tali, meritano di essere entrambi rafforzati.
Si tratta, nondimeno, di percorsi formativi differenti fra loro. I corsi degli Istituti Tecnici Superiori, di durata usualmente biennale, e solo talvolta triennale, formano specifiche figure tecniche, con un forte collegamento con le esigenze del particolare distretto produttivo in cui operano.
I corsi di laurea a orientamento professionale, invece, sono di durata sempre triennale e formano specifiche figure professionali intermedie, dotate comunque di una maggiore preparazione di base e in possesso di significative esperienze formative di tirocinio sul lavoro.
Un livello universitario di formazione per tali figure professionali intermedie è peraltro sempre più richiesto, nell’economia della conoscenza, dal mondo del lavoro e delle professioni, come è confermato sia dalle raccomandazioni europee sia dalle iniziative degli stessi collegi professionali interessati.
Proprio in ragione di questa loro diversità, i corsi di laurea sperimentali a orientamento professionale erogati dalle Università e i corsi degli Istituti Tecnici Superiori non devono competere fra loro, ed è perciò che il Consiglio Universitario Nazionale auspica fortemente che vi sia un coordinamento a livello almeno regionale o macro-regionale che possa orientare, nello stesso territorio, la scelta verso tipologie necessarie di ITS e lauree a orientamento professionale a seconda della figura professionale che si vuole formare, senza duplicazioni e spreco di risorse, garantendo identità e visibilità di tutte le iniziative.

Quanto ai corsi di laurea sperimentali a orientamento professionale
Al fine di assicurare carattere professionalizzante ai corsi, il Consiglio Universitario Nazionale ritiene essenziale un congruo periodo di tirocinio. Al contempo, per garantire gli studenti, e confermare l’interesse delle aziende nei confronti delle figure professionali che il corso sta preparando, si giudica indispensabile che il periodo di tirocinio sia retribuito.
Altrettanto rilevante è che il numero delle iscrizioni a tali corsi sia programmato in base a una valutazione degli spazi realmente offerti dal mercato del lavoro, nonché in base alle risorse umane, logistiche e strumentali necessarie e disponibili per la loro somministrazione, comprensiva dei tirocini che, per qualità e idoneità dei soggetti ospitanti, assicurino effettività alla natura professionale della formazione.
In caso di corsi di laurea sperimentali a orientamento professionale legati a ordini professionali, occorre poi verificare a quali condizioni si possa riconoscere carattere abilitante all’esame di laurea, come avviene per i corsi professionalizzanti dell’ambito sanitario. Chiaramente questa opzione renderebbe necessario valutare l’opportunità, richiamata in apertura di queste osservazioni, di creare classi di laurea speciali per tali corsi.
Inoltre, benché si tratti di corsi sperimentali, si ritiene fondamentale che la proposta e l’accreditamento di tali corsi seguano le stesse tempistiche e procedure dei corsi di laurea tradizionali, evitando di creare percorsi alternativi, in modo da permettere agli Atenei di inserirli nel normale flusso della programmazione didattica, sia pure adattando i criteri di accreditamento alle specifiche caratteristiche dei corsi stessi.
A questo proposito, considerata anche la necessità di disporre di personale docente adeguato alla natura di questi corsi e all’erogazione di una didattica per la quale si ritiene opportuno immaginare una quota elevata di frequenza obbligatoria, si raccomanda di indicare alle Università, in tempo utile rispetto a quello che sarà l’avvio di questi percorsi, quali siano le regole che presiedono alla sostenibilità dei corsi in termini di personale docente, così da rendere possibile programmare, con giusto anticipo, l’inserimento di queste lauree sperimentali professionalizzanti nell’offerta didattica degli Atenei, senza creare interferenze critiche con le attuali classi di laurea.
Quanto alle previsioni normative attualmente dedicate ai corsi sperimentali a orientamento professionale, si rileva infine che il raggiungimento della soglia dell’80% per l’indicatore di valutazione periodica relativo agli sbocchi occupazionali, entro un anno dal conseguimento del titolo di studio, richiesto dall’art.8, comma 2, lett. c) del DM 987/2016, appare difficilmente verificabile, specie nel caso in cui uno degli sbocchi occupazionali sia una libera professione intermedia, oltre a tradursi nella richiesta di un esito che può non dipendere solo dalle Istituzioni Universitarie.

A proposito dell’offerta formativa del settore universitario: per uno «sguardo» al sistema e ai contesti.
Il Consiglio Universitario Nazionale, nel licenziare queste prime osservazioni, di necessità riferite al solo tema dell’incontro cui sono dedicate, offre comunque la propria disponibilità a contribuire alle più ampie riflessioni che lo «stato» dell’offerta formativa del nostro settore universitario pare oggi meritare, proprio al fine di perseguire quella flessibilità, e perciò quell’ammodernamento, della quale i corsi sperimentali a orientamento professionale, ora all’attenzione delle diverse sedi e dei diversi attori, possono essere espressione utile e significativa ma certo non unica né esclusiva.

La Presidente
(Prof.ssa Carla Barbati)

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9 Comments

  1. Giuseppe De Nicolao says:

    Cerchiamo di tradurre in soldoni (non è una metafora) cosa sta accadendo.
    In Italia, il sistema di istruzione terziaria (quella che viene dopo l’istruzione secondaria) ha la caratteristica di essere quasi tutto “di tipo A”. Cosa vuol dire? Secondo il glossario OCSE:
    ______________
    Tertiary-type A programmes (ISCED 5A) are largely theory-based and are designed to provide sufficient qualifications for entry to advanced research programmes and professions with high skill requirements, such as medicine, dentistry or architecture.

    Tertiary-type A programmes have a minimum cumulative theoretical duration (at tertiary level) of three years’ full-time equivalent, although they typically last four or more years.
    https://stats.oecd.org/glossary/detail.asp?ID=5440
    _______________
    Tertiary-type B programmes (ISCED 5B) are typically shorter than those of tertiary-type A and focus on practical, technical or occupational skills for direct entry into the labour market, although some theoretical foundations may be covered in the respective programmes. They have a minimum duration of two years full-time equivalent at the tertiary level.
    https://stats.oecd.org/glossary/detail.asp?ID=5441
    _______________
    Il tipo-B in Italia risulta quasi assente ed equivale alla formazione fornita dagli ITS (secondo Wikipedia, al 2016, gli studenti che avrebbero conseguito un titol ITS sarebbero 4.166, https://it.wikipedia.org/wiki/Istituto_tecnico_superiore).
    In Italia siamo agli ultimissimi posti per spesa in istruzione terziaria (e anche per studenti).
    Nonostante sia urgente investire di più *in generale*, la formazione di tipo B (essendo vista come formazione di utilità immediata per il mondo delle imprese) è forse l’unica su cui Confindustria vorrebbe che lo Stato mettesse qualche soldo. Ma dove incanalare questi finanziamenti?
    È possibile far nascere dal nulla (abbiamo già visto quale sia dimensionalmente il peso degli ITS) un intero canale formativo? Da un lato ci sono gli ITS, amati da Confindustia (e dal Sole 24 Ore che ne canta dei veri e propri peana). Hanno il vantaggio di essere fortemente legati al mondo delle imprese, ma non si può scordare quale sia il livello medio delle imprese italiane (persino i manager hanno un livello di scolarità decisamente più basso delle nazioni con cui vorremmo competere). È questo l’ambito giusto a cui affidare i soldi pubblici della formazione?

    La stessa Confindustria (che non riesce a gestire i soldi nemmeno quando sono i suoi, vedi il buco del Sole 24 Ore, http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/10/21/sole-24-ore-aperto-fascicolo-per-falso-in-bilancio-acquisiti-i-documenti-contabili/3113275/) quali garanzie darebbe?
    Ecco che la CRUI, avendo sentito il profumo dei soldi, si è fatta sotto e, con il colpo di coda della Giannini, aveva messo a segno il suo goal. Ma gli altri attori si sono subito messi in allarme e la Fedeli si è lasciata convincere a prendere una pausa di riflessione.
    Il bello è che questo tipo di formazione sarebbe quella che gli amanti delle stratificazioni tra serie A e serie B dovrebbero assegnare agli atenei di serie B. Invece, data la tremenda fame di soldi, non ci sarebbe da meravigliarsi troppo se il “privilegio” di aprire corsi di laurea professionalizzanti venisse riservato ad un’élite di atenei capaci di superare qualche intricata cabala anvuriana.
    Chi vincerà la battaglia per i soldi?
    Sullo sfondo, c’è poi un’altra questione importante, legata agli ordini professionali e ai requisiti per gli accessi agli albi …

    • Condivido la necessità di creare alta istruzione professionalizzante, ma anche di destinare a tutta l’Università più finanziamenti.
      Va bene la collaborazione con il mondo del lavoro, ma non la servitù ad alcun potere

  2. Andrea Zannini says:

    Sono di ieri i dati Eurostat sulla percentuale di laureati nella classe d’età 30-34 anni: siamo al 26,2%, penultimi nella UE prima solo della Romania (l’obiettivo prefissato della UE per il 2020 era il 40%…).
    Uno dei “vuoti” del sistema universitario italiano consiste proprio nella mancanza di un segmento di formazione accademica professionale (non chiamiamolo professionalizzante, per favore! le lauree ‘sanitarie’ sono tali non ‘sanitarizzanti’). Per dire: gli Instituts Universitaires de Techonologiques (IUT), inseriti in ambito universitario ma con strutture autonome per quanto riguarda risorse umane e finanziarie (livello ISCED 5b) hanno 120 mila iscritti. In Germania le Fachhochschulen, (livello ISCED 5a) hanno 880 mila iscritti.
    Gli ITS in Italia sono 87 e sono a tutt’oggi l’unica esperienza italiana di offerta formativa terziaria specificatamente professionalizzante: stanno ottenendo buoni risultati in termini occupazionali ma il loro impatto complessivo sul sistema di formazione post-secondaria rimane ridotto: sono frequentati infatti solo da circa 4 mila studenti, che rappresentano appena lo 0,2% del sistema d’istruzione universitario italiano.
    Al di là dei possibili interessi coinvolti (perché Confindustria e il sistema produttivo non dovrebbe avere interessi in un sistema di formazione professionale?), le lauree professionali rappresentano dunque uno (1) dei possibili rimedi al cronico sottodimensionamento del sistema universitario italiano. Sempre che si voglia investire qualcosa a riguardo naturalmente…

    • Giuseppe De Nicolao says:

      Zannini: “perché Confindustria e il sistema produttivo non dovrebbe avere interessi in un sistema di formazione professionale?”
      _________________
      Certo che hanno interesse, soprattutto se potessero essere loro a decidere dove incanalare e come gestire fondi pubblici.

    • Semplice: la riforma Gelmini è stata scritta di Confindustria, in IIT c’è mezza Confindustria, ecc. ecc.

    • L’università pubblica non è e non può essere la scuola professionale di confindustria anche se quale più micidiale e devastante lobby italiana ha cercato di spingere in tal senso. La riforma Berlinguer è stata la peggiore delle riforme. Corsi di Laurea a centinaia e centinaia costruite su profili professionali ipotetici. Dobbiamo invece constatare che prima che l’elefante universitario pubblico si muova e si tari ci vogliono anni e anni, intanto il mercato del lavoro è andato altrove. Se vogliono delle scuole professionali se le devono pagare. E lo sanno fare, il sole24 con metodo ha costruito nel tempo corsi di formazione con rapidità e efficacia in riferimento ad istanze del loro sindacato (confindustria). Per insegnare possono attingere dove vogliono nel grandissimo parco docenti anche di unipubblica. All’unipubblica deve restare la ricerca di base, lo studio di nicchia anche di settori considerati improduttivi. A unipubblica deve restare la ricerca libera e pluralistica (di dx di sx 5* stelle e striscie sopra e sotto etc.), si lasci alle ancelle degli economistispaghetti (commBocc, Luiss) e allo scientismo medico il compito di fornire ideologia pronto uso per il potente di turno (ieri Berlusca, Monti, Letta oggi il Bomba & co). Infine si provveda in tutti i modi a sviluppare la 3a missione. Le università non solo i Politecnici devono fertilizzare la cultura imprenditoriale in tutti i giovani, aiutarli a fare impresa, a sperimentare le loro idee e a farle fruttare economicamente. La nostra nazione non è in grado di farlo in quanto ha un automatismo che attribuisce ai confindustriali il primato imprenditoriale, senza capire che confidustria è a prevalenza manifatturiera e poco innovativa (salvo nella capacità di intercettare denari Europei e regionali che non innovano nulla ma fanno sopravivvere inprese decotte). Confindustria è composta prevalentemente da figli di…. Per ciò stessa ha un ruolo difensivo non espansivo sono Industriali noi abbiamo bisongo di industriosi!!!!

  3. Andrea Zannini says:

    Penso che tra farsi gestire i soldi e le leggi dell’Università da Confindustria, da una parte, e rinunciare a questa opportunità di crescita del sistema universitario, dall’altra, ci possa essere un’altra soluzione, non credete? Questa finora non sono stati gli ITS.

  4. Sergio Brasini says:

    “Inutili e dannose”: il Collegio Nazionale Degli Agrotecnici e degli Agrotecnici laureati boccia le nuove “lauree professionalizzanti”

    https://docentipreoccupatisite.wordpress.com/2017/09/12/inutili-e-dannose-il-collegio-nazionale-degli-agrotecnici-e-degli-agrotecnici-laureati-boccia-le-nuove-lauree-professionalizzanti/

    Una durissima presa di posizione, che solleva fondati dubbi sulla legittimità giuridica stessa del DM 987/2016

    • Dunque, DM emanato da chi non aveva più il potere di emanarlo, richiami a raccomandazioni anzi obblighi comunitari inesistenti, sostanza confusionaria. Le lauree professionalizzanti vanno di pari passo con l’alternanza scuola-lavoro. Come sarà il ministro successivo? Saprà contare fino a dieci?

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