L’ultimo dato Istat sul tasso di disoccupazione dei laureati, 23% e 197.000 laureati disoccupati nel 2012, in parallelo con l´altro dato del più basso numero di laureati in Italia, 23% tra i giovani 25-34 anni contro il 38% della media Ocse (paesi industriali) ed il 48% degli S.U., confermano un vecchio e noto fenomeno, l´Italia cambia poco, il tasso di innovazione totale della nostra economia, agricoltura, industria e servizi, è molto più basso di quello dei nostri concorrenti, per cui richiede meno laureati. Ed anche se in Italia abbiamo meno laureati, proprio per la struttura poco dinamica della nostra economia, l´offerta di laureati è superiore alla domanda.

Un messaggio sbagliato che alcuni traggono da questi dati è che “la laurea non serve”.

Non è così perché nel mondo globale serve più cultura ed istruzione per governare le complessità e perché, ancora oggi in Italia, i tassi di disoccupazione laureati sono migliori di quelli dei non laureati ed i guadagni del 50% superiori. Ed anche perché, se l´Italia vuole restare tra i paesi industriali e non scendere in serie C (in serie B già ci siamo), bisogna nei prossimi anni accelerare i cambiamenti dell´economia e non rallentare quelli dell´istruzione.

La nota più triste che emerge da questi dati, insieme alla implicita condanna di due generazioni di classi dirigenti, è che essi non sono cambiati in 50 anni. Dopo il Boom degli anni ´60 (Pil medio superiore al 5%), il Pil medio ha continuamente rallentato, 3% nel decennio ´70, 2% nel decennio ‘80, 1% nel decennio ´90, crescita zero sino al 2010. Nessuna meraviglia che la domanda di laureati non sia oggi molto migliore di quella di 40 anni fa. Presentando i risultati di una ricerca su “Domanda ed offerta di laureati in Italia, stime proiettive al 1980” diretta dal sottoscritto e dal prof. Mario d´Ambrosio, scrivevo (rivista Futuribili, N.2 1968): “La ricerca ha calcolato un surplus dell´offerta rispetto alla domanda di laureati al 1980 di 177.000 laureati, pari al 23% del totale dei neolaureati nel quindicennio”. E più avanti: “Poiché la quota dei laureati sul totale varia moltissimo da settore a settore –nell´industria elettronica professionale è 10 volte quella del tessile –abbigliamento e nei servizi è 5 volte quella dell´industria – uno sviluppo più rapido del previsto in settori ad alto coefficiente di laureati determinerebbe subito un aumento, oggi non prevedibile, nel numero di laureati richiesti, rendendo più ottimistico il quadro della domanda da noi stimato”.

Nessun paese al mondo ha avuto una regressione economica così continua da cinquant´anni come l´Italia, conseguenza di una regressione culturale.

L´accelerazione del progresso tecnico ha determinato la nascita della società della conoscenza, una società dove le risorse umane e l´istruzione hanno assunto quel ruolo di motore dello sviluppo una volta detenuta da materie prime e capitali. In questi anni, mentre molti paesi adattavano le strutture formative, di ricerca e produttive alle esigenze della società della conoscenza, l´Italia restava ferma o andava indietro, meno risorse a ricerca ed istruzione, diseguaglianze crescenti nella distribuzione di redditi e ricchezze, abbandono del Mezzogiorno, un terzo del paese, denatalità ed invecchiamento della popolazione, il sacrificio del lavoro cui sono stati accollati tutti i rischi delle incertezze, prima prerogativa del capitale. In questa Italia ferma e vecchia, non servono né i laureati e neanche i giovani, che infatti emigrano.

Nell´Italia che vogliamo per i nostri figli e nipoti serve invece più cultura e tanta buona politica.

(pubblicato su L’Unità del 27 marzo 2013)

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