ASSOCIAZIONE ITALIANA DEI PROFESSORI DI DIRITTO PENALE

L’Assemblea dei Soci dell’Associazione Italiana dei Professori di Diritto Penale, riunita a Firenze il giorno 16 novembre 2012, ha preso in esame il processo di attuazione della riforma universitaria con particolare riguardo alla valutazione della qualità della ricerca e alle procedure per le abilitazioni nazionali, adottando all’unanimità il presente documento.

Premesso che si rivela indispensabile, specialmente in una situazione di generale carenza delle risorse economiche, l’elaborazione di criteri e parametri di valutazione ispirati al merito e alla qualità dei risultati, sia in sede di finanziamento dell’attività di ricerca sia in sede di reclutamento della docenza, l’Assemblea esprime forti riserve sulle modalità con cui la normativa secondaria e la prassi del ministero e degli organi ministeriali stanno perseguendo tale obiettivo:

–        sul piano della qualità e della quantità delle disposizioni normative finora emanate, il quadro che ne risulta è tale da far prevedere un diffuso contenzioso a causa dell’eccessivo ricorso alla normazione secondaria, dei molti profili di irragionevolezza, della farraginosità ed oscurità della disciplina, con conseguente rallentamento e paralisi delle procedure di valutazione e di abilitazione, come del resto già da tempo segnalato dal CUN;

–        sul piano dell’organizzazione delle competenze e delle attività di valutazione, il ruolo svolto dall’ANVUR, quale organo di emanazione esclusivamente ministeriale, continua a destare perplessità rispetto al principio costituzionale dell’autonomia della ricerca scientifica al di là della sicura autorevolezza dei suoi componenti e del pregio del lavoro individualmente svolto;

–        sul piano delle prassi seguite finora dall’ANVUR e dai GEV, il coinvolgimento delle Associazioni scientifiche appare essenzialmente formale, senza effettiva incidenza sulle decisioni finali dell’ANVUR. I pareri espressi dall’Associazione in ordine alla classificazione delle riviste sono rimasti disattesi in ragione di criteri spesso non sufficientemente esplicitati e talvolta non convincenti dal punto di vista scientifico;

–        sul piano delle procedure di valutazione, è evidente come da un lato sia stato privilegiato il criterio quantitativo rispetto a quello qualitativo e, dall’altro, si ritenga possibile valutare gli scritti scientifici non per il loro contenuto ma per la sede editoriale in cui appaiono. Tutto ciò muove dall’implicito presupposto di una diffidenza verso le capacità di corretta valutazione qualitativa del merito da parte dalla comunità scientifica. L’Assemblea respinge fermamente una tale logica, non solo perché irrazionale e produttrice di risultati alla lunga esattamente contrari a quelli perseguiti dalla riforma, ma anche perché contrastante con la capacità nel complesso fin qui dimostrata dalla comunità dei penalisti italiani di saper esercitare adeguatamente le proprie valutazioni di merito qualitativo, nell’assunzione delle responsabilità di ciascuno dinanzi alla comunità scientifica, unico soggetto sostanzialmente legittimato a esprimere una valutazione non burocratica della ricerca.

 

L’Assemblea dei Soci dell’Associazione Italiana dei Professori di Diritto Penale,

 

–        nella convinzione della necessità che il processo di riforma in atto sia rapidamente ricondotto ad una razionalità anche procedurale adeguata ai compiti di progresso sociale e culturale svolti dall’Università italiana, chiede una profonda revisione del sistema della valutazione della ricerca e dell’operosità scientifica dei docenti che attribuisca alla comunità scientifica e al CUN che la rappresenta un ruolo di centralità anche ai fini della formulazione di una disciplina più conforme ai principî costituzionali;

–        presa visione della mozione approvata dal Consiglio Universitario Nazionale nella sua adunanza del 7.11.2012, relativa ai provvedimenti di riduzione delle risorse destinate al FFO 2013, dichiara di condividerla interamente facendo proprie le preoccupazioni e le richieste ivi espresse dal Consiglio Universitario Nazionale;

–        presa visione dell’ultima lista delle riviste classificate in A dell’area 12, resa pubblica il 7 novembre scorso, la giudica inattendibile sia a causa delle omissioni e delle discrepanze rispetto ai pareri resi dall’Associazione, sia a causa delle stesse modalità di elaborazione e delle prevedibili conseguenze derivanti a più lungo termine da siffatta classificazione;

–        ribadisce l’assoluta irragionevolezza del criterio che fa dipendere la valutazione qualitativa di un lavoro scientifico dalla sua collocazione editoriale;

–        considerato che il Ministro, rispondendo alla mozione CUN del 12.9.2012, ha precisato: «Ai sensi del medesimo articolo 6 del D.M. n.76/2012 al riguardo, peraltro, le Commissioni hanno un margine di discrezionalità atteso che possono discostarsi da criteri e parametri disciplinati dal decreto, incluso quello della valutazione dell’impatto della produzione scientifica mediante l’utilizzo degli indicatori di attività scientifica, dandone specifica motivazione sia al momento della fissazione dei criteri di valutazione dei candidati sia nel giudizio finale emesso sui medesimi», l’Assemblea auspica e raccomanda che i giudizi per il conferimento delle abilitazioni nazionali, nello spazio di discrezionalità valutativa risultante dal quadro di riferimento normativo, s’ispirino alla migliore tradizione della nostra disciplina, evitando di appiattirsi su una utilizzazione automatica dei parametri quantitativi costituiti dalle “mediane” e dando adeguata rilevanza alle pubblicazioni di natura realmente monografica, da intendere nel senso proprio di elaborazioni organiche che siano espressione di conseguita maturità scientifica relativa alle due fasce di docenza e come tali tendenzialmente dotate di maggiore significatività rispetto ai lavori non monografici;

–        l’Assemblea chiede pertanto che sia prevista una proroga del termine di svolgimento dei lavori delle Commissioni per le abilitazioni nazionali, congrua rispetto all’impegno delle valutazioni di merito.

 

 

 

 

 

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47 Commenti

  1. Ottimo e condivisibile contributo, come ampiamente condiviso in tutta la comunità scientifica. Sapete consigliarmi un buon avvocato per i ricorsi che verranno? Possiamo anche organizzarci in gruppi, per limitare un po’ l’attività del TAR.

  2. Tutto bello, bellissimo ma come sempre si scivola sulle bucce di banana…
    ” l’Assemblea auspica e raccomanda che i giudizi per il conferimento delle abilitazioni nazionali, nello spazio di discrezionalità valutativa risultante dal quadro di riferimento normativo, s’ispirino alla migliore tradizione della nostra disciplina…”
    Ma di quale “migliore tradizione” si parla???
    Quella che ha messo in cattedra gente senza pudore ne’ (ovviamente) merito?
    Criticare QUESTA valutazione (anvuriana) e’ giusto e sacrosanto, ma un po’ di auto-critica non guasta.
    Quando poi si arriva all’ironia involontaria…beh…si rischia di avere effetti controproducenti.

    • Se si e’ arrivati a concepire un sistema bibliometrico per le abilitazioni dei professori che non ha pari nel mondo e’ perche’ il sistema che c’era prima ha fallito miseramente. Mi sembra che chi protesta contro l’ANVUR (che sta facendo un lavoro immane in pochissimo tempo) non proponga niente di alternativo se non il tornare indietro a quello che c’era prima.

  3. Scusate se divago, avrei una domanda che non ha attinenza con l’articolo (ma credo molto rilevante) da porre al Professor De Nicolao e a chi altri voglia rispondermi:
    come saprete su Scopus hanno inserito un programma per calcolare gli indicatori bibliometrici. Ho notato però che il programma non segue i criteri imposti dalla legge perchè incrementa spesso l’età accademica di un anno. Mi spiego meglio con un esempio: la data della mia prima pubblicazione risale a ottobre 2009, il programma di Scopus mi conteggia 4 anni di età accademica. Al di là delle interpretazioni pindariche dell’ANVUR, nel decreto attuativo è scritto che per età accademica (riporto alla lettera il decreto) si intende :” il periodo di tempo successivo alla data della prima pubblicazione scientifica, tenuto conto dei periodi di
    congedo….”. Dunque se non sbaglio il periodo di tempo successivo a Ottobre 2009 è di 3 anni e non di 4 anni. Ora nel mio caso il problema non si pone perchè supererei comunque le soglie minime, ritengo però che l’errore che viene commesso dal programma inserito su Scopus sia grave e debba essere denunciato, anche perchè probabilmente i commissari utilizzeranno il programma in sede di valutazione o potrebbero comunque commettere lo stesso errore penalizzando pesantemente molti candidati.
    Sarei grato al Professor De Nicolao e ad altri se potessero darmi delucidazioni in merito, credo inoltre che varrebbe la pena scrivere un articolo su questo ennessimo “pasticcio” e sulle conseguenze che potrebbero derivare da un’interpretazione così errata della norma.
    Leo

  4. La formula utilizzata è t-t0+1. Con t si intende il 2012, con t1 l’anno della pubblicazione + 1. Questo calcolo a detta dell’anvur è per evitare che una pubblicazione fatta nel 2012 dia come risultato 0 (2012-2012=0). Aggiungendo 1 si evita questo pericolo.

  5. Vorrei rispondere a Lillì:
    l’età accademica non può essere calcolata con la formula: Età accad.=t-t1+1.
    Infatti il decreto attuativo : “Decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca
    Regolamento recante criteri e parametri per la valutazione dei candidati ai
    fini dell’attribuzione dell’abilitazione scientifica nazionale….” all’articolo 1 lettera p definisce l’età accademica (cito alla lettera): “il periodo di tempo successivo alla data della
    prima pubblicazione scientifica, tenuto conto dei periodi di congedo per maternità…”
    Quindi la definizione dell’Anvur basata sul calcolo Età accad.=t-t1+1 è contraria al decreto attuativo. Non capisco perchè continuare ad affermare che è giusto sommare 1 quando ciò è in palese contrasto con il decreto attuativo. I criteri dell’Anvur non sono fonti di diritto e non possono essere in contrasto con i decreti ministeriali, idem per quanto riguarda il ricorso all’h contemporary index, solo che dell’h contemporary hanno parlato tutti mentre del calcolo illegale dell’EA non parla nessuno.
    Leo

  6. Guarda che all’ANVUR del decreto attuativo se ne sono straf……i!!! In ogni caso se la prima pubblicazione è del 2009, non importa il mese poichè non sempre è possibile conoscere la data esatta, si parte da gennaio 2009 e quindi sono 4 anni.

  7. No Lilli, nel decreto attuativo è scritto data della prima pubblicazione e non anno, data significa anche mese. Inoltre su Scopus è spesso indicato il mese della pubblicazione, al massmio si considerare gennaio solo se il mese su Scopus non è menzionato. Ma anche in tal caso, se tra gli articoli da inviare si seleziona il primo lavoro in cui è indicato il mese, la commissione deve conteggiare i mesi. Quanto al fatto che l’ANVUR come tu dici si è”straf…” del decreto attuativo, è proprio questa la cosa grave sto denunciando.

    • Leo, ma cosa cambia da mese a anno su un’età accademica che sia sensata per una abilitazione almeno a PA? Ma davvero stiamo a guardare chi ha un’età accademica di 3.5 o 4 anni? Ma per favore!

    • E’ pure vero che l’ANVUR dice che una mediana si intende superata per 0.01 ma sono masturbazioni mentali. Poveri noi che ci siamo finiti dentro a queste cavolate!

  8. Leo, quello che dici è ovviamente molto più semplice per i settori bibliometrici. Non sono sicura che ciò sia sempre possibile per quelli non bibliometrici.
    Secondo l’ANVUR “Come da delibera 50, è stato considerato l’anno nel quale compare la prima pubblicazione su loginmiur. Sia esso l’anno T. L’ età accademica (EA) è pari a ((2012 – T) +1).”
    Quindi che ci piaccia o no così hanno deciso.

  9. Thor, credo che la tua seconda risposta sia quella più calzante “E’ pure vero che l’ANVUR dice che una mediana si intende superata per 0.01”. Per me non fa differenza perchè supero le mediane ugualmente, peraltro le supero tutte e tre..ma per molti altri ti assicuro che c’è differenza tra 4 o 3,1, come hai detto tu per l’ANVUR la mediana si intende superata per 0,001 citazioni in più o meno..questa non è una masturbazione mentale..poi se tu hai il monopolio degli argomenti da trattare questo è un altro discorso..in tal caso chiedo scusa e mi rimetto alla tua volontà

    • Caro Leo, le tue stesse ansie le ho anch’io perchè anch’io mi sono iscritto. Io sto sotto per colpa dell’età accademica ma se avessi tolto alcune pubblicazioni sarei andato sopra. Non l’ho fatto e ho pure autocertificato i miei indicatori indicando anche da quale anno accade il superamento. Tuttavia penso che le percentuali di Fantoni saranno reali e quello 0.01 non avrà nessun valore, nei bibliometrici potrebbero tagliare molto più su.

  10. Pensare di garantire la meritocrazia attraverso un apparato burocratico sovietico e’ pia illusione. Il cun ha indicato una strada differente, verso la fissazione di requisiti oggettivi e non manipolabili, e concertati con la comunita’ scientifica.

    • Ma scusa gli indici bibliometrici non sono parametri oggettivi? E poi non starei molto tranquillo se i parametri fossero concertati con chi negli ultimi decenni ha assunto di tutto e di piu’. Il sistema ANVUR per le abilitazioni, in Italia, e la soluzione del “meno peggio”.

    • @samueleuk
      infatti chi è nei gev, nelle liste dei commissari sorteggiabili, nei gruppi di lavoro ecc.. non ha mai fatto parte di commissioni di concorso negli ultimi 13 anni. Ma dove vivi? Ah dimenticavo, in UK.

    • Certo che vivo in UK e ne sono ben contento. In ogni caso dimentichi che, a differenza del passato, adesso ci sono paletti quantitativi seri (almeno per i settori bibliometrici). Inoltre, a parte qualche caso sporadico, l’inserimento di un commissario straniero mi sembra una cosa che va un po’ controcorrente rispetto al passato. Non e’ proprio tutto da buttare via quello che ha fatto la Gelmini prima e quello che sta facendo l’ANVUR adesso.
      Comunque, a lungo termine, la soluzione e’ quella di mettere in concorrenza le universita’ per i fondi. E non parlo del 10% FFO come e’ adesso; parlo di una quota considerevole da distribuirsi sulla base della valutazione dei singoli dipartimenti come si fa in UK (e non sulla base delle universita’ come si fa in Italia). Quando ci sara’ questo meccanismo, allora sta diavoleria dell’abilitazione nazionale non servira’ piu’ per evitare l’assunzione di inetti. Sara’ infatti nell’interesse dei dipartimenti quello di assumere gente meritevole.

    • Più che paletti bibliometrici seri, direi paletti bibliometrici fai-da-te. Se hanno calcolato le mediane come sfrondato le liste di riviste… Ah dimenticavo, non è possibile controllarli. Ma sono comunque oggettivi e seri…

    • Questa idea che vengono assunti solo inetti mi comincia a dare un po’ di fastidio. Sarà per il settore cui appartengo, ma io vedo essenzialmente cordate e spartizioni. Le mediane e simili diavolerie ci vanno a nozze con queste cose. Vedremo i risultati fra 10 anni. Intanto i nostri laureati sono ancora competitivi all’estero, poi vedremo.

    • @Thor: Guarda che la risposta (come direbbe Vendola) e’ nei fatti… Certo NON sono tutti “inetti” quelli che vengono assunti, ma tutti cooptati si! E qualche volta fra questi si assume anche uno bravo e meritevole. Ma prendi i numeri delle abilitazioni… 46mila partecipanti e 20mila esterni! Quasi 1 a 1! Forse tra i 20 mila ci sono anche gli strutturati CNR (chiedo: e’ cosi’?), ma cio’ vuol dire probabilmente che 20mila esclusi (cioe’ precari) meriterebbero di essere nella prima meta’ dei professori associati italiani! (e in % inferiore anche ordinari) Ti rendi conto? Vuol dire che “fuori” c’e’ gente con un CV migliore di meta’ degli associati italiani! Non parlo nemmeno dei ricercatori, ma degli associati! Questo e’ uno scandalo… Quella meta’ si dovrebbe dimettere e far posto agli esclusi, se avesse un po’ di pudore. Un sistema ispirato alla migliore tradizione che avesse selezionato i migliori, NON avrebbe 20mila persone escluse e meritevoli. Non credi? Spero che il Ministro tenga conto di tutto cio’ e che tiri dentro soprattutto i precari meritevoli. E’ appena giusto che la Fortuna, a questo punto, li aiuti.

    • Io non ho mai detto che vengono assunti SOLO inetti. Pero’, in un sistema dove il merito conta poco o niente, vengono assunti anche tanti inetti. Certamente vengono assunte persone anche molto capaci, ma non vengono assunte per questo motivo. Sia i capaci che gli inetti vengono assunti per cooptazione. Il ragionamento di Sargenisco con dati alla mano non fa una grinza.

    • Per Sargenisco: per quel poco che ci capisco io di come funziona il sistema italiano, purtroppo di precari (o di gente totalmente esterna al sistema universitario) ne verranno assunti pochi perche’ costano di piu’. Quindi immagino che il grosso delle risorse verra usato per promuovere i ricercatori e gli associati di ruolo. Almeno pero’, con indici bibliometrici oggettivi, si evitera’ spero di promuovere degli inetti totali come quello con cui ho avuto a che fare io in un recente concorso da ordinario.

    • @samueleuk: si penso anche io… benche’ tra pensionamenti e altro, le universita’ si stanno svuotando. Con questo sistema, i giovani capiranno ben presto che NON vale la pensa restare all’universita’ (non in quella italiana) e alla lunga (non troppo) il sistema ideato dalla Gelmini(sigh!) si rivelera’ insostenibile.
      Promuovere ricercatori in massa (spesso gia’ “stanchi”) NON sposta nemmeno di un’unita’ il numero dei reclutamenti, tagliando fuori “giovani” meritevoli e soprattutto facce nuove e fresche (piu’ o meno…) Spero che il Ministro (la vedo dura) si renda conto di tutto cio’.

    • @sargenisco
      Aspetta di veder come andranno le cose prima di dire che 20000 esterni meritano di stare nella metà dei professori. Un’abilitazione universitaria con 69000 domande è un non senso. Quando c’erano i ricercatori il turn over in condizioni ideali permetteva 500 passaggi a PO, 1000 a PA e 1500 nuovi RU all’anno. Ora che non è nemmeno lontanamente così, con i RTI ad esaurimento cosa succederà? Fantoni dice 5000 abilitati PO e 15000 abilitati PA. Quanti anni ci vorranno a smaltirli? Quante nuove sessioni di abilitazione si faranno nei prossimi anni?
      Tornando sulle domande, sono un po’ cinico. A parte settori con numeri a due cifre, le mediane sono poco significative e hanno dato l’illusione a troppi di potercela fare. Nel mio settore ho invece visto colleghi con oltre 100 pubblicazioni e oltre 1200 citazioni rinunciare perchè non se la sentivano a causa dell’età accademica che gli ha fatti letteralmente fuori.

    • @sargenisco

      Io non capisco questo ragionamento sui 20.000 esterni. Ci sono 20.000 non strutturati di vario tipo (precari, ricercatori di enti di ricerca, ricercatori all’estero ecc) che sono ‘migliori’ – secondo il criterio delle mediane – della metà dei professori attualmente in ruolo. Embè?

      Dall’altra parte ci sono 26.000 strutturati che – sempre secondo il criterio delle mediane – hanno più titolo della metà dei professori attualmente in ruolo. Di nuovo, embè?

      Se io spacchetto l’esistente in due metà, ottengo per definizione una metà che definisco (arbitrariamente?) ‘migliore’ ed un’altra che di conseguenza è ‘peggiore’. Però avrei potuto prendere con uguale ragionevolezza il primo quartile o l’ultimo e dividere diversamente l’universo tra migliori e peggiori. Questo, per me, significa che l’etichetta migliore o peggiore è arbitraria e va usata con cautela.

      Ma veniamo all’esercito dei pretendenti. L’asticella, comunque sia fissata, fotografa uno stock di persone che sono entrate nei rispettivi ruoli in tempi assai diversi e più si sale nel ruolo, più aumenta l’età media (accademica e non). In generale, secondo voi, ha senso confrontare la produttività di un lavoratore di 30 anni con quella di uno di 60? Ha senso confrontare la produttività di un lavoratore che svolge una funzione soltanto con quella di un lavoratore che svolge più funzioni o funzioni diverse?
      Secondo me no, anche perché non serve a nulla. Non è una valutazione comparativa quella che si sta facendo con l’ASN ma un’abilitazione, che deve definire se un individuo ha le qualità e le qualifiche per svolgere un determinato compito. Hanno scelto la mediana come criterio e ci teniamo questo criterio, ma non utilizziamolo per altro scopo. Non possiamo dire – semplicisticamente – che poiché ci sono 20.000 domande di esterni, allora questo dimostra che dentro l’accademia italiana c’è il peggio della ricerca italiana. Oppure che, poichè 26.000 strutturati superano presumibilmente le mediane, allora i peggiori ricercatori sono nelle posizioni migliori in ruolo.

      Non si tratta semplicemente di fare di tutta l’erba un fascio (che già è una pericolosa semplificazione che dovrebbe inorridire anche un mediocre ricercatore), si tratta di utilizzare un criterio per un obiettivo diverso da quello per il quale è stato (bene o male) disegnato: la mediana è un requisito minimo per i futuri associati e ordinari (forse) stabilito per legge, non un modo per confrontare il passato col futuro, gli strutturati con i precari, l’accademia con gli enti di ricerca.

  11. MA VI RENDETE CONTO CHE TUTTI I COLLABORAZIONISTI DELL’ANVUR (GEV,GDL, ALTI ESPERTI DELLA VALUTAZIONIONE) SONO STATI I “SIGNORI DEI CONCORSI” NEGLI ULTIMI DIECI ANNI…E CHE HANNO INVENTATO QUESTA TRUFFA DELLE ABILITAZIONI SOLO PER RESTARE AL TIMONE SINE DIE?

    • Si. Purtroppo. E quindi? Le considerazioni di cui sopra restano. Anche senza abilitazioni sarebbero al comando.

    • e cosa fanno questi “collaborazionisti”? Creano H-index dal nulla per far passare il loro protetti? I dont think so. Questa idea che con la autocitazioni e i citation clubs uno si crea un H-index rispettabile nel giro di poco tempo e’ un’idea assurda messa in giro da gente che evidentemente non passa le soglie.

    • Basta far parte di un gruppo di ricerca che pubblica molti papers a firma multipla. Se mettiamo insieme le normalizzazioni per età accademica e il fatto che il numero di autori non conta, si vede che il sistema è un trampolino per i “giovani di bottega” di questi gruppi. Ciò a danno di chi lavora da solo oppure in gruppi che non ricorrono a “courtesy authorships” e anche a danno di chi, non più giovanissimo si vede deprezzato il lavoro (magari tutt’altro che strascurabile) meno recente. Ricordiamo che non si usa l’h-index ma l’h-index contemporaneo. Essere coautori (magari per cortesia) di un lavoro recente che ha ricevuto un gruzzolo di citazioni permette clamorosi sorpassi di colleghi ben più maturi e che avrebbero un h-index (non normalizzato) di tutto rispetto. Ai vecchi tempi, i commissari scaltri definivano i criteri in modo da favorire i candidati da loro preferiti. Adesso, questa pratica è stata trasferita su larga scala con la definizione di indicatori che favoriscono determinate categorie di candidati (chi appartiene a gruppi ad alta potenza di fuoco bibliometrica e chi pubblica su argomenti bibliometricamente forti). Ci sono casi clamorosi di SSD che sono del tutto schiacciati all’interno del loro settore concorsuale perché costretti a convivere (si fa per dire dato il loro destino) con altri SSD ad altissima intensità bibliometrica. Da quanto capisco è il caso del settore concorsuale 05/I (Genetica e Microbiologia) in cui la Microbiologia è bibliometricamente spazzata via dalla Genetica. Non vedo proprio come si possa liquidare tutto ciò come “un’idea assurda messa in giro da gente che evidentemente non passa le soglie”. Non è un caso se il sistema messo in piedi da ANVUR è unico a livello mondiale. Mi permetto di dubitare che questa unicità sia frutto di una particolare genialità del consiglio direttivo ANVUR che, senza competenze specifiche, avrebbe inventato il metodo aureo che nessun esperto bibliometrico e nessuna agenzia di valutazione internazionale erano stati capaci di immaginare. Temo piuttosto che questo mostro sia frutto di una miscela di improvvisazione e del tentativo di favorire determinate categorie (o quanto meno di non sfavorire i propri settori e allievi).

    • Come ho detto gia’ in precedenza, sono d’accordo anch’io che si cono punti deboli nell’approccio bibliometrico in generale e in quello dell’ANVUR in particolare. Pero’ Beh almeno adesso le citazioni i baroni le devono prendere per poter aiutare i loro protetti!!! E’ non e’ una cosa automatica. Non e’ che all’estero ti citano per simpatia o gruppi di potere. Almeno questo passo avanti, rispetto al totale arbitrio che c’era prima, glie lo devi concedere all’ANVUR.

    • “Beh almeno adesso le citazioni i baroni le devono prendere per poter aiutare i loro protetti!!!”
      _____________
      Magra consolazione, soprattutto se consideriamo che ci sono anche le autocitazioni, un altro elemento a favore dei gruppi ad alta potenza di fuoco bibliometrica. Cosa può fare un singolo a confronto di un gruppo di dieci persone che pubblicano tutte insieme con un adeguato numero di autocitazioni? Se il singolo pubblica 10 lavori in un anno (un’enormità) è comunque spazzato via dall’altro gruppo in cui scrivendo 3 lavori a testa (ma co-firmati da tutti) si ottiene la firma su 30 lavori a testa (con eventuali autocitazioni). E se anche il singolo potesse vantare un curriculum di 20 anni di lavoro, le normalizzazioni per l’età accademica provvederebbero a schiacciarlo al di sotto degli obbedienti galoppini. Questa non è meritocrazia, questa è una (poco evangelica) moltiplicazione dei pani e dei pesci di cui beneficiano solo alcuni.

    • X Giuseppe: le autocitazioni (che volendo si possono comunque escludere) non sono cosi’ influenti come vuoi far credere tu (vedi articolo di Hirsch su PNAS). E poi se un gruppo riesci ad autocitarsi tanto e’ perche’ produce tanto. Quindi anche qui vedo un passo avanti rispetto al passato. Mi sembra veramente assurdo negare che la bibliometria non sia meglio del sistema baronale che c’era prima. Certo, preferisco un sistema di peer review sano e meritocratico come c’e’ in UK rispetto alla bibliometria. Ma e’ una questione di cultura e sistema generale dell’universita’. Non e’ una cosa che si potrebbe ottenere in pochi anni in Italia. Quindi, nel frattempo, venga bene la bibliometria dell’ANVUR

    • Questo è il solito argomento emergenziale. Visto che è tutto da buttare via, allora vanno bene regole bibliometriche uniche al mondo e indifendibili persino dal punto di vista logico. Perché una squadra di dieci coautori (magari tutti di cortesia) deve veder moltiplicati per 10 tutti i parametri bibliometrici dei singoli scienziati? Sono regole prive di senso che non possono che innescare comportamenti contrari all’etica e distruttivi del tessuto scientifico. Una nazione che ha parametri di produttività bibliometrica per nulla catastrofici (anzi) dovrebbe ingurgitare questa pozione magica somministrata da guaritori senza arte né parte. Una vera follia che corromperà e distruggerà l’università italiana.

    • X De Nicolao: Allora lasciamo tutto com’e’ adesso, no? Che bisogno c’e’ di riformare i concorsi e l’universita’ in generale. Anzi, visto che secondo te siete molto efficienti, dovremmo invitare i British e gli Americans a visitare l’Italia per imparare come il vostro sistema per cooptazione funzioni meglio di quello meritocratico di stampo anglosassone. Questa e’ follia !!!

    • SamueleUK, ma non sai trovare una via ragionevole di mezzo? Chi di noi di Roars ha mai detto che tutto va bene? Se leggi i nostri articoli, vedrai che ci sono anche proposte in positivo e presto faremo delle proposte organiche di rettificazione dell’attuale andazzo, che non sono affatto acquiescenti rispetto alla situazione attuale. Il passare dal tutto deve essere distrutto e tanto meglio la cura Anvur al tutto sta bene e quindi lasciamo le cose così, mi pare un passaggio logico quantomeno azzardato.

    • Ho gia’ chiesto in precedenza quali sono le proposte alternative di ROARS, e mi e’ gia’ stato risposto che arriveranno presto. Benissimo, se riuscirete ad escogitare un sistema di abilitazione/reclutamento migliore per l’Italia in questo momento storico, saro’ io il primo a farvi le congratulazioni e ad unirmi a voi per promuoverlo. Ma, a mio parere, l’unica soluzione e’ quella di usare un sistema bibliometrico, cioe’ quello che sta facendo (piu’ o meno bene) l’ANVUR. Mi sembra che molti sul sito ROARS abbiano un rigetto di principio sull’uso delle citazioni. Io la penso diversamente, tutto qua.

  12. Il totale arbitrio che c’era prima era tale solo in alcuni, ben noti contesti.
    Le buone posizioni dell’università italiana nelle classifiche vere, riportate ad abundantiam dai benemeriti curatori di ROARS dovrebbero far riflettere sulla validità di affermazioni erga omnes.
    Anche perché sei pure tu un prodotto di questa università fatta a tuo dire di baroni neghittosi e in fondo ignoranti.
    Detto questo, le tue generalizzazioni così “sweeping” non solo lasciano il tempo che trovano ma sono profondamente offensive, e sono giustificabili solo con una profonda ignoranza degli ambiti accademici al di fuori di quello di tua stretta pertinenza.

    • Ma scusa, se l’universita’ italiana e cosi’ messa bene nelle classifiche che contano (cioe’ quelle che fate voi, io credo solo al THE) e il baronismo e’ limitato a poche discipline, perche’ continuate a fare riforme? Lasciate tutto cosi’ com’e’ che va benissimo, no? Siete il sistema accademico piu’ efficiente al mondo!!!

      PS: Io in Italia ci ho solo fatto la laurea, e sono ben contento di essere andato all’estero a fare la magistrale e poi il dottorato.

    • “se l’universita’ italiana e cosi’ messa bene nelle classifiche che contano (cioe’ quelle che fate voi, io credo solo al THE)”
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      Per farsi un’idea della (scarsa) affidabilità della classifica degli atenei di Times Higher Education, suggerisco di leggere il mio post “I numeri tossici che minacciano la scienza” (https://www.roars.it/online/i-numeri-tossici-che-minacciano-la-scienza/), dove racconto ciò che è accaduto nel 2010. Nella classifica THE 2010, l’Università di Alessandria di Egitto si è piazzata al 147-esimo posto, guadagnandosi le pubbliche congratulazioni di Times Higher Education. Ma ancor più clamorosamente, nella sottocategoria “research influence”, misurata mediante le citazioni scientifiche, l’università di Alessandria si è classificata al quarto posto mondiale, davanti a Harvard e Stanford, venendo preceduta solo da Caltech, MIT e Princeton. Peccato che lo straordinario risultato dipendeva dall’eccezionale produzione scientifica di un solo ricercatore, pubblicata in una sola rivista scientifica che dirigeva egli stesso (un bell’esempio anche dell’inaffidabilità dell’uso automatico degli indicatori bibliometrici ai fini delle valutazioni individuali).


    • “se l’universita’ italiana e cosi’ messa bene nelle classifiche che contano […] e il baronismo e’ limitato a poche discipline, perche’ continuate a fare riforme? Lasciate tutto cosi’ com’e’ che va benissimo, no? Siete il sistema accademico piu’ efficiente al mondo!!!”
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      Questa è la reazione tipica di chi vede smentiti dai fatti i propri pregiudizi: per ribattere si cerca di mettere in bocca all’interlocutore tesi che egli non ha mai sostenuto. Non mi risulta che su ROARS ci sia chi sostiene che quello italiano sia “il sistema accademico piu’ efficiente al mondo”. La redazione e anche i collaboratori sono convinti che l’università italiana soffra di molti e gravi problemi. Tuttavia, proprio per la nostra abitudine all’indagine scientifica, riteniamo che l’analisi e la cura del sistema universitario non possano fare a meno di un approccio scientifico. È singolare come scienziati presumibilmente validi abbandonino ogni rigore quando si tratta di analizzare un sistema socio-economico-culturale spesso persino più complesso dei loro argomenti di studio. L’indagine scientifica condotta con i migliori dati a disposizione (WoK, Scopus, OCSE, Eurostat, etc.) mostra che l’università italiana nel suo complesso riesce a produrre ricerca in quantità e qualità congrue rispetto alle risorse impegnate. Non si fanno diagnosi e si prescrivono cure sulla base dei pregiudizi, ma su dati solidi. I dati bibliometrici rivelano che, pur con tutti i mali che affliggono l’università italiana (tra cui metterei ai primi posti lo scarso rispetto delle regole e le cricche di potere) esiste un nucleo per nulla trascurabile che lavora bene e che non va né mortificato né disperso. Usare pozioni bibliometriche prescritte da guaritori dilettanti è l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno, pena l’aggravamento del paziente. E da ultimo, bisognerebbe essere ciechi per non vedere che intorno (ma anche dentro) l’ANVUR si sono coagulati gruppi di potere politico/accademico che continuano ad operare sotto la maschera di una “meritocrazia” più sbandierata che reale.

    • Aggiungo, nessuno ha detto che i baroni sono ignoranti, anzi !!! Diciamo che purtroppo la loro intelligenza l’applicano piu’ alla politica universitaria che alla scienza. Quando torno in Italia mi stupisco sempre di quanto si parli di “politica” interna rispetto a quanto si parli di scienza. Purtroppo questo succede anche a livelli iniziali (dottorandi, ricercatori, precari vari) forse perche’ hanno ben capito come si fa a far carriera accademica in Italia.

  13. Gentile SamueleUK,
    ho seguito con interesse i suoi interventi nel blog ed ho avuto modo di notare che non perde occasione per criticare (starei per dire denigrare) “in blocco” il sistema universitario italiano e l’accademia italiana. Comprendo che la reazione verso iniquità subite la abbia spinta ad una scelta di vita impegnativa (e, dalle sue parole, immagino anche gratificante sul piano scientifico), quale è il trasferimento in un altro Paese. Mi creda, rispetto molto la sua posizione e le difficoltà che sicuramente avrà dovuto affrontare. Il suo rappresenta uno degli esempi di quella fuga dei cervelli che purtroppo ha caratterizzato gli ultimi lustri dell’esperienza italiana. Le chiederei, però, sommessamente, più rispetto per i cervelli di serie B che hanno compiuto una scelta diversa, altrettanto degna e, credo, non meno irta di difficoltà e sacrifici, quella di restare nella Cloaca Italiana che molti amano dipingere come tale. Sentirsi etichettati indiscriminatamente (anche al di là delle sue intenzioni) come parte di un ingranaggio insanabilmente e totalmente malato non è bello. Se in Italia c’è del marcio (come nella Danimarca poetica e, chissà, forse in piccola misura anche nella gloriosa UK), qui in Italia non siamo tutti marci. Vi è una parte rilevante dell’accademia italiana che può andare a testa alta, che è sana, che dall’interno tenta ogni giorno di migliorare il proprio quotidiano, nella didattica, nella ricerca. Roars riunisce molte di queste persone. Sentirsi dire che quanto ANVUR sta facendo sarebbe un male necessario, una sorta di retribuzione per i peccati compiuti dagli studiosi italiani (muoia Sansone con tutti i filistei!), senza chiedersi se le regole che vengono imposte da ANVUR siano realmente un modo per orientare i giovani ricercatori, per il futuro, verso comportamenti virtuosi, o piuttosto il contrario, mi trova in totale dissenso. La invito, prima di essere così tranchant, a informarsi su che cosa realmente sta accadendo qui in questi mesi, su come l’azione di ANVUR stia già gettando le basi per un discredito e un peggioramento della qualità accademica che è ancor più grave perché ipocritamente rivestito con il nomen “meritocrazia”. Per adeguarsi ai magnifici criteri di ANVUR (e le sue vite da mediana), ormai alcuni (parlo di giovani) cominciano a dire che d’ora in poi non investiranno anni a scrivere una monografia di centinaia di pagine: sarebbero stupidi a farlo, perché le regole ANVUR non premiano chi “perde tempo” a riflettere, ma chi sforna febbrilmente più “prodotti” per anno. Spacchettare monografie in più articoli; non scrivere mai più recensioni né curatele; fare didattica minore o peggiore per avere più tempo per il “librificio”: le regole di ANVUR spingeranno, nella logica premio/penalizzazione, costo/beneficio, verso comportamenti di questo tipo. Un sistema inefficiente si cambia solo proponendo alternative strutturalmente virtuose, non alternative qualsiasi purché diverse dal passato.

    • x JUS: lungi da me fare di tutta un’erba un fascio. Anche nel mio settore ci sono persone che, nonostante mille difficolta’, in Italia riescono a produrre bene da un punto di vista scientifico e che combattono il malcostume anche facendo ricorso al loro portafoglio. Io faccio un discorso di sistema, e il sistema (per come l’ho vissuto io) e’ totalmente marcio. Inoltre ci sono le statistiche a supportarmi. Pochissimi stranieri tra i professori e addirittura percentuali altissime di professori che sono NATI nella stessa provincia in cui e’ situata l’universita’ in cui lavorano. Certi dati si commentano da soli. L’accademia italiana e’ largamente fondata sulla cooptazione, un sistema che fa passare molti inetti e non facilita’ la mobilita’ accademica, linfa vitale per una circolazione delle idee. Non so se le norme della Riforma Gelmini o le mediane ANVUR riusciranno a cambiare qualcosa. Ma sicuramente rispetto al sistema di cooptazione totale che c’era prima, si puo’ solo fare un passo avanti a mio parere.

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