«Il peso burocratico della fase di raccolta sarà compensato dalla disponibilità di dati dettagliati e affidabili». Questa citazione esemplifica la “Cultura della valutazione” a cui si ispirano le procedure di valutazione della Terza missione messe in opera da Anvur: nessun vero esame dei rischi o dei pesi burocratici perché la valutazione “s’ha da fare”, a prescindere da effetti e costi.  A fronte della mania classificatoria italiana, l’HEFCE inglese ha seguito un approccio diverso, basato sulla selezione di un numero limitato di “casi”, individuati dalle istituzioni valutate al fine di dimostrare il loro impatto all’esterno del mondo scientifico. Prendiamo uno dei 6.637 case studies presentati nell’ultimo REF, quello intitolato “Development and transplant of human organs using nanocomposite materials”, presentato da University College London. Non conosciamo il voto che l’Hefce ha assegnato a questo case study, ma non sarebbe sorprendente se fosse stato un 4* (Outstanding). I case studies del REF sono stati presentati nel 2013. A partire dal 2014, cominciano ad emergere sospetti sull’operato di Macchiarini, ma è solo nel 2016 lo scandalo diventa esplosivo. Si parla di frode scientifica, violazione delle norme etiche, vengono ritrattati articoli, si scopre che le condizioni dei pazienti operati erano ben peggiori di quelle dichiarate negli articoli. Sette pazienti su otto sono deceduti, alcuni tra atroci sofferenze. Sul sito di University College London è possibile scaricare il rapporto di un’inchiesta interna. Proprio il caso Macchiarini dimostra che rincorrere l’impatto ad ogni costo può condurre ad esiti catastrofici. Persino, un’istituzione di fama mondiale come il Karolinska Institutet di Stoccolma si è lasciata abbagliare dalla fama di Macchiarini. Ma nella scienza non esistono scorciatoie: bisogna seminare bene e aspettare che i frutti maturino.

Intervento (video e slides) di Giuseppe De Nicolao al Convegno “Culture della valutazione. Università e Terza Missione. Conoscenza, formazione, territorio”. IULM, Martedì 10 OTTOBRE 2017

«Ci stanno infantilizzando, perché questo meccanismo di premi e punizioni è il meccanismo con cui si ragiona con i bambini. E alcune pedagogie dicono di starci attenti anche con i bambini a usare questo tipo di tecniche. C’è in atto una vera e propria “infantilizzazione” degli “addetti all’istruzione” e degli “addetti alla ricerca” – ormai non ci chiamano più professori, ci chiamano “addetti alla ricerca”, nei documenti Anvur, come ci sono gli addetti alle pulizie, ci sono gli addetti alla ricerca. E le persone trattate da bambini alla fine diventano bambini, come dimostra quell’esempio del Journal of Legal Studies. Ecco, questo è l’elenco delle cose che vanno sotto il termine di “cittadinanza accademica”, torno a quell’articolo di Times Higher Education (THE). Qui ci mette tante cose […] il public engagement, fare un po’ di mentoring nei confronti dei colleghi più giovani e così via, non è detto che portino dei benefici [in termini di valutazione]. Ecco, noi stiamo distruggendo la cittadinanza accademica. A meno che non inventiamo un sistema di valutazione che alla fine mette dentro tutto – ed è questa un po’ la sfida che c’è nella Terza missione, riuscire a mettere dentro tutto in modo tale da non lasciare fuori delle cose che sono importanti. Però, andiamo alla “mappa dell’impero”, perché diventa una mappa 1-1, o altrimenti stiamo distruggendo un po’ di cose. Nell’articolo di Times Higher Education l’autore non era così pessimista, perché diceva “io conosco diversi colleghi accademici che sono determinati a fare le cose giuste, anche a prescindere da questi meccanismi, anche se ci perdono. E lui dice: “io li chiamo gli eroi e le eroine della vita accademica”. Io credo che ce ne siano parecchi anche in giro in Italia e senza di loro probabilmente non andrebbe avanti l’università italiana. Però mi viene da fare un’altra citazione: “sventurata la terra – o l’università – che ha bisogno di eroi”.»

 

 

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3 Commenti

  1. La vostra pazienza, in questo caso la pazienza di De Nicolao, è infinita nello spiegare “come a un bambino di quattro anni” (“Philadelphia”). Ma niente da fare. Quel bambino non vuole capire perché si crede più intelligente e furbo degli altri, e soprattutto perché ha potere , ma siccome è in fondo un bambino, pensa che se lo potrà tenere per sempre.

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