Lettere

La valorizzazione del Dottorato inizia dal compenso

L’Italia ha tradizionalmente investito poco nella ricerca. Ma ora che la crisi sembra abbia allentato la propria morsa, e con l’economia del Paese che sta registrando i primi segnali di crescita, è il momento giusto per invertire la rotta. Proponiamo di partire dal gradino più “basso”, eppure spesso più creativo e cruciale, del sistema della ricerca: il Dottorato di Ricerca. La nostra proposta è che il Dottorato di Ricerca sia valorizzato sotto due aspetti: il suo ruolo nella società e la remunerazione che ne deriva. Questo è un investimento dovuto nel diritto allo studio ed è essenziale per arginare il trasferimento tecnologico verso l’estero derivante dalla “fuga dei cervelli”, dando dignità al Dottorato dentro e fuori dell’Accademia. Alla luce di queste e altre considerazioni uno degli autori del presente articolo, rappresentante dei dottorandi alla Statale di Milano nel Senato Accademico che lo scorso anno ha varato un importante aumento, ha promosso una petizione per chiedere alla Ministra Fedeli di aumentare l’importo minimo delle borse di dottorato in tutta Italia.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la lettera di Eugenio Petrovich, Giulio Formenti e Nicola Chiaromonte, dottorandi presso le Università di Milano e Pavia, sulla proposta di aumentare l’importo minimo delle borse di dottorato.

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Bisogna investire nell’università italiana. Uno dei principali obiettivi che l’Unione Europea si è posta per la fine del decennio è quello di diventare leader mondiale della ricerca, superando sia gli Stati Uniti sia i nuovi giganti economici come la Cina, che stanno investendo quote via via più significative di denaro nel settore Ricerca & Sviluppo. Nei tre pilastri di Horizon 2020 (Excellent Science, Industrial Leadership e Societal Challenges) l’investimento in formazione, scienza, tecnologia, ricerca e innovazione è una presenza costante, anzi è il vero e proprio cuore pulsante del sistema. L’Unione Europea ha compreso chiaramente che, senza investimenti strategici in questo settore, la competitività dell’Europa nella attuale “società della conoscenza” è destinata inevitabilmente a calare, minando sia il tenore di vita di tutti i suoi cittadini sia la possibilità di uno sviluppo industriale che sappia trainare l’Europa definitivamente fuori dalla morsa della crisi economica.

L’Italia ha storicamente investito poco nel suo sistema universitario e la crisi economica del 2008, con la conseguente spending review, ha ulteriormente aggravato la situazione1. Nel 2016, la quota di PIL investita in Ricerca & Sviluppo si è attestata all’1,27%, meno della metà della percentuale investita dalla Germania (¼ dei fondi in termini assoluti)2.

Ora che la crisi sembra allentare la propria morsa, e con l’economia del Paese che sta registrando i primi segnali di crescita, è il momento giusto per invertire la rotta, tornando a investire con decisione nella ricerca, come fa gran parte dell’Unione. Come ha ricordato di recente anche il Commissario europeo per la ricerca, la scienza e l’innovazione, Carlos Moedas, il rischio di posporre una decisione di questo tipo non è solo quello di mancare gli obiettivi europei del 2020: il rischio concreto è di perdere del tutto il treno dello sviluppo.

Oltre all’importanza per lo sviluppo economico, c’è almeno un secondo, importante impatto sulla società derivante dagli investimenti nel sistema universitario. Come ricorda il Manifesto di Udine approvato dal recente G7 delle Università, l’istruzione superiore è il vero motore della mobilità sociale, almeno quando l’investimento è adeguato all’impresa.

Impostare una nuova strategia di investimento per il sistema italiano della formazione e della ricerca, ridisegnandone allo stesso tempo la struttura, richiede un piano organico, guidato da priorità chiare e strategie coerenti di medio e lungo periodo. Soprattutto, è necessario aprire un dibattito pubblico sul tema, favorendo un dialogo con tutti gli stakeholder coinvolti: dalla comunità accademica alle aziende ai cittadini stessi che con le loro tasse finanziano, in ultima analisi, l’intero sforzo di ricerca pubblico.

Iniziare dai giovani ricercatori. Tuttavia, in attesa di una proposta organica, da qualche parte bisogna pur cominciare. L’ISTAT ha sottolineato come il gruppo sociale più in difficoltà in Italia sia proprio quello dei giovani. Ogni anno ci scandalizziamo per i tanti giovani nostri coetanei che abbandonano la ricerca dopo mille frustrazioni, e la Ministra dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca Valeria Fedeli ha giustamente promesso di restituire futuro alla nostra generazione, nellottica di ricreare una classe dirigente dinamica, capace di interfacciarsi a livello internazionale. Ciò che proponiamo allora è partire dal gradino più “basso”, eppure cruciale e spesso molto creativo, del sistema della ricerca universitaria: il Dottorato di Ricerca.

Nel nostro sistema universitario il Dottorato di Ricerca rappresenta il massimo grado raggiungibile negli studi. I dottorandi sono anche i ricercatori più giovani del nostro Paese e quindi i più deboli. Ai dottorandi è richiesto di sviluppare una ricerca originale che contribuisca significativamente all’avanzamento delle conoscenze e delle metodologie neersitl ramo del sapere prescelto. Per farlo devono essere messi nelle condizioni migliori per esprimere e dimostrare il proprio talento, in quella che spesso è una delle stagioni più creative e produttive di una carriera scientifica e di tutta la vita.

La nostra proposta allora è che il Dottorato di Ricerca sia valorizzato sotto due aspetti: dal punto di vista del ruolo “produttivo” del dottore di ricerca nel sistema-paese Italia e dal punto di vista della retribuzione economica durante i tre anni di durata del Dottorato stesso. Si tratta in realtà due aspetti estremamente interconnessi: in qualsiasi contesto lavorativo, il compenso è la prima misura quantitativa, seppur indiretta, del prestigio che si attribuisce a una data posizione, rendendola di fatto ambita e competitiva sul mercato.

Su entrambi i fronti la Statale di Milano, l’Ateneo presso il quale svolgiamo il nostro percorso di Dottorato, ha recentemente compiuto passi significativi.

Da una parte, l’Ateneo milanese ha avviato un miglioramento dell’offerta formativa del percorso di Dottorato, introducendo corsi di “capacità trasversali”, con l’obiettivo di valorizzare il titolo di Dottore di Ricerca al di fuori della carriera accademica.

Dall’altra, ha deciso di investire una parte consistente del bilancio dell’Ateneo nei dottorandi aumentando la borsa di studio da 1000 euro a 1200 euro netti al mese, con un incremento sensibile della retribuzione economica (+ 20%) – e conseguentemente del tenore di vita dei suoi dottorandi. L’investimento diretto del nostro Ateneo nei suoi ricercatori più giovani, nonché la creazione di un organo sostanzialmente senza precedenti in Italia quale la Consulta dei dottorandi, ha inoltre rafforzato il senso di appartenenza dei dottorandi all’Università di Milano, creando allo stesso tempo un ambiente favorevole allo scambio di conoscenze tra le aree scientifiche più diverse, come dimostra anche la redazione del presente articolo.

La proposta. Siamo dell’idea che l’esperienza milanese, e in particolare l’aumento della borsa di Dottorato, sia un precedente da estendere all’intero Paese. Nel prossimo paragrafo illustreremo due ragioni a supporto della nostra proposta (diritto allo studio, attrattività internazionale e collegamento con il mondo del lavoro), mentre nel successivo risponderemo ad alcune possibili obiezioni (aumentare il numero dei dottorandi anziché le borse, coprire prima di tutto le posizioni senza borsa, investire sul post-doc anziché sul Dottorato di Ricerca, rischio di aumento delle tasse universitarie per i dottorandi).

1) E’ un investimento dovuto nel Diritto allo Studio Universitario. Il dottorando deve essere messo in grado di occuparsi a tempo pieno della propria ricerca, avendo allo stesso tempo uno stile di vita dignitoso. Con la borsa di 1000 euro mensili, questo è difficile se non impossibile specie nelle grandi città3 (ma non solo) e costringe i dottorandi a integrare il proprio reddito in due modi: chi ne ha la possibilità riceve un sostegno dalla famiglia, chi non ha questa risorsa è costretto a sacrificare una quota del tempo da dedicare alla ricerca per svolgere lavori “alternativi”. Entrambi i “rimedi” non possono essere pensati come soluzioni accettabili in un paese che vuole essere competitivo a livello internazionale. Inoltre, essi violano il diritto allo studio previsto dalla nostra Costituzione: il primo perché penalizza chi proviene da contesti familiari economicamente svantaggiati, il secondo perché mina la possibilità del dottorando di studiare (danneggiando potenzialmente la qualità della sua ricerca). In generale, inoltre, l’età di inserimento nel percorso dottorale dovrebbe essere compatibile con un buon grado di indipendenza economica. La borsa di studio dovrebbe quindi consentire ai dottorandi di svolgere la propria ricerca full-time, senza la necessità di chiedere la “paghetta” o di rincorrere lavoretti esterni.

2) E’ essenziale per arginare la “fuga dei cervelli”. In Italia l’importo minimo della borsa di dottorato è di 13,638.47 a cui vanno sottratte le tasse universitarie e altre voci (ad es. l’Inps), arrivando così a poco più di 1000 €. Solo in pochissimi, sporadici casi la borsa è stata autonomamente incrementata dalla singola università o da un singolo corso di dottorato sopra questa soglia. Paesi come Francia e Germania, senza richiamare i paesi Nordici quali Svezia, Danimarca e Norvegia, offrono scholarship che variano dal 50% al 100% in più, nonostante il livello del PIL pro capite si discosti di pochi punti percentuali non in grado di giustificare tale sproporzione[1]. Come possiamo pensare di attrarre studenti dall’estero se il tipo di offerta economica che possiamo proporre loro è solitamente molto inferiore rispetto a quella dei loro Paesi d’origine? Attrarre “cervelli” sarebbe doppiamente vantaggioso per l’Italia: non soltanto il sistema della ricerca si arricchirebbe di persone con un background diverso, ma il sistema-paese otterrebbe persone già formate in altre università estere che trasferirebbero conoscenze e tecnologie a costo zero per lo Stato. In altre parole, si tratterebbe di restituire agli altri Paesi ciò che da tempo essi fanno con i numerosissimi ricercatori italiani che lasciano l’Italia: i Paesi che riescono ad avere un saldo positivo di giovani ricercatori in ingresso ottengono capitale umano altamente qualificato senza dover sostenere alcun costo per la sua formazione. Avvicinare l’importo della borsa agli standard europei significherebbe perciò sia aumentare l’attrattività dell’Italia, sia arginare la fuga dei cervelli italiani che vanno all’estero in cerca di un trattamento economico migliore e di migliori condizioni per svolgere il proprio lavoro, trattenendo conoscenze e tecnologie applicabili allo sviluppo economico dello Stato.

3) E’ dare dignità al Dottorato dentro e fuori dell’Accademia. Come si è accennato in precedenza, diversi Atenei, tra cui la Statale di Milano, stanno ripensando il percorso di Dottorato in modo da renderlo compatibile e qualificante anche per carriere lavorative diverse da quella accademica, con la consapevolezza che un Dottore di Ricerca ha le capacità necessarie per assumere profili di alto livello in molti ambiti. Questo ripensamento nasce anche per rispondere ad un’esigenza non solo italiana. Il trend globale mostra che il numero di neo-dottori di ricerca cresce velocemente mentre il numero di posizioni accademiche a tempo indeterminato resta sostanzialmente stabile, ed oggi in media vi è una posizione tenure ogni dieci neo-dottori4. Questo è dovuto, almeno in parte, al progressivo aumento del grado di scolarizzazione della società. Allo stesso tempo però, ciò rende impossibile pensare che ogni dottore di ricerca possa accedere alla carriera universitaria. In questo articolo non intendiamo prendere posizione rispetto a questo stato di cose. Vogliamo tuttavia sottolineare che, in questo contesto, è necessario che il Dottorato sia inteso non solo come un momento di alta formazione ma come il primo vero ingresso nel mondo del lavoro. Il dottorando non è solo uno studente particolarmente motivato, ma un professionista formato alla ricerca. La dignità di un lavoratore altamente qualificato è fatta di tantissimi aspetti non solo economici quali, ad esempio, le condizioni sul luogo di lavoro e il riconoscimento dell’importanza del lavoro svolto per la singola impresa e per la società nel suo insieme. Tuttavia, è innegabile che ricevere un giusto compenso, commisurato al lavoro svolto, al proprio talento e alle competenze acquisite, sia uno degli elementi essenziali. Quindi, oggi che non è più concepibile il “sacrificio” in vista di un ormai poco probabile ingresso nell’Accademia, l’università dovrebbe essere la prima a dare un segnale tangibile e chiaro alla società sul valore che essa stessa attribuisce ai massimi livelli della formazione che eroga.

Esistono alternative? A dieci anni dall’ultimo aumento dell’importo della borsa, pensiamo che queste ragioni non possano essere ulteriormente ignorate. Tuttavia, come è ovvio e prevedibile, la proposta di aumentare la borsa di Dottorato potrebbe essere soggetta ad alcune obiezioni. Proviamo dunque a rispondere preventivamente a quattro di queste: 1) L’aumento dell’importo della borsa potrebbe causare, a parità di finanziamento, una contrazione nel numero di borse totali, effetto indesiderabile dal momento che bisognerebbe puntare al contrario sull’aumento dei dottori di ricerca in Italia; 2) in ordine di priorità, è più importante coprire gli attuali posti senza borsa (sostanzialmente un unicum italiano nel panorama europeo) che aumentare la retribuzione di chi è già dotato di una borsa; 3) bisogna investire più sul post-doc, cioè sulle posizioni accademiche accessibili dopo il Dottorato, che sulla borsa di dottorato; 4) l’aumento della borsa porterebbe ad un innalzamento delle tasse universitarie.

1) Meglio più borse. Anzitutto, il numero di borse di Dottorato non è deciso a livello centrale, dal Ministero dell’Istruzione, ma è in capo ai singoli Atenei, che decidono in autonomia quante borse mettere a bando per ciascun ciclo. Di solito gli Atenei si basano su dati “storici” (il numero di borse assegnate a ciascun Corso di Dottorato negli anni precedenti) e sul fabbisogno (il “personale” richiesto dai docenti sulle proprie linee di ricerca), con il risultato che il numero di borse oscilla di anno in anno. Imporre un aumento del numero di borse a livello centrale non sembra perciò una via percorribile, a meno di non danneggiare sensibilmente l’autonomia universitaria. Inoltre, ed è un elemento essenziale, bisogna riflettere sul fatto che i posti di Dottorato da soli non bastano. Il motivo per cui l’Italia ha poche borse di Dottorato è da ricondurre anche e soprattutto alla carenza complessiva del suo sistema universitario. In quest’ottica, il Dottorato non può essere visto come una collocazione temporanea per i neolaureati, ma bisogna assicurare che ad ogni borsa corrisponda un adeguato investimento in termini di formazione, tutoraggio e risorse disponibili per la ricerca. Una piramide tronca alla base sarebbe solo un’illusione per chi inizia un percorso di formazione dottorale.

Viceversa, l’importo minimo della borsa di Dottorato è stabilito per Legge, ed è quindi modificabile da parte del Ministero senza intaccare l’autonomia degli Atenei. Nel 2007 l’ultimo aumento della borsa di Dottorato fu attuato precisamente in questo modo (a fronte di un maggiore investimento). La critica, tuttavia, potrebbe ribattere che se l’importo minimo fosse aumentato, gli Atenei non farebbero certo più posti di dottorato e anzi – ancora peggio – potrebbero bandire più posti senza borsa (benché vi sia attualmente un limite importante al rapporto giudicato consono tra posti con e senza borsa, vedi oltre). Il caso esemplare di Milano, per quanto purtroppo ad oggi solo aneddotico, racconta però una storia diversa. È vero che il primo anno dell’aumento (il ciclo XXXII) è stato in parte compensato dalla riduzione del numero di borse (-20 unità rispetto al ciclo XXXI). Tuttavia, già con il ciclo XXXIII sono tornate 14 delle borse “perdute” (e al contempo non c’è stato un aumento di posti senza borsa). Questa dinamica suggerisce che le università, i Dipartimenti, i gruppi di ricerca e i singoli docenti, qualora il fabbisogno di personale di ricerca sia reale e la linea di ricerca robusta, sono comunque in grado di mobilitare risorse sufficienti a coprire le borse “mancanti”, ma che non sono portati a farlo se le borse necessarie sono garantite a priori. D’altra parte, se non fossero in grado di farlo c’è da chiedersi se sarebbero comunque in grado di assicurare al dottorando un percorso di formazione e ricerca di qualità.

Ad ogni modo, bisogna pragmaticamente essere in grado di decidere senza retorica o vizi ideologici se, almeno per il massimo livello dell’istruzione, si vuole dare priorità alla qualità o alla quantità. E, se dal punto di vista del corpo docente vi possono essere ragioni per preferire un aumento del numero di dottorandi, dal punto di vista del dottorando l’aumento dell’importo della borsa è senz’altro preferibile. Dal punto di vista degli studenti, cioè da parte di chi deve ancora vincere il concorso, deve comunque darsi la scelta tra un accesso più facile (con più borse) e un percorso maggiormente gratificante da svolgersi, come poco sopra ricordato, in condizioni tali da non dover sottrarre tempo prezioso alla ricerca per la necessità di integrare una remunerazione troppo bassa.

Esiste un argomento di natura strategica per preferire oggi l’aumento. Se il numero di borse è da rinegoziare di anno in anno e Ateneo per Ateneo (stante l’autonomia universitaria), l’innalzamento dell’importo della borsa è invece un risultato permanente. In quest’ottica, l’aumento dell’importo della borsa e l’aumento del numero di borse sono obiettivi complementari e non mutualmente esclusivi. Il primo è tuttavia immediatamente attuabile e duraturo, mentre il secondo dipende molto anche dalla salute del sistema della ricerca nel nostro Paese.

2) Prima i senza borsa. Anzitutto, è bene sottolineare che non vogliamo in alcun modo favorire i dottorandi borsisti a scapito dei dottorandi senza borsa. Il punto centrale è un altro, ovvero che il lavoro di ricerca dovrebbe essere sempre retribuito (e adeguatamente). Nell’ottica di valorizzazione del Dottorato l’idea stessa del dottorando senza borsa è dunque inaccettabile, e anzi svaluta il lavoro dei dottorandi con borsa sancendo il principio che la loro ricerca può essere condotta anche gratuitamente. Come già richiamato tra gli argomenti in favore dell’aumento, vi si può anche intravedere un contrasto con l’art. 34 della nostra Costituzione, quando questa dichiara che tutti i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i più alti gradi degli studi (i quali, nel nostro sistema universitario, coincidono proprio con il Dottorato di Ricerca). La borsa di Dottorato è appunto una borsa, e dunque la condizione del dottorando senza borsa (che pure ha vinto un concorso pubblico per merito come i suoi colleghi) è simile, per certi versi, a quella dei studenti triennali e magistrali “idonei non beneficiari” di borsa di studio.

Il superamento del Dottorato senza borsa quindi è una battaglia di civiltà. Tuttavia come si può, pragmaticamente, contrastare il fenomeno? In realtà, molto è già stato fatto. Fino alla primavera del 2013 vi vi era un vincolo alla proporzione di posti con e senza borsa del 50%. Con la successiva emanazione del Regolamento di dottorato ad opera dell’allora Ministro Francesco Profumo, che sul punto dava attuazione all’art. 19 della legge 240/10 (riforma Gelmini), tale vincolo venne però rimosso. Le università potevano quindi bandire posti senza borsa a piacere (cosa che comunque non si verificò). Fortunatamente poi, le linee guida per l’accreditamento dei corsi di Dottorato pubblicate dal Ministero nel 2014, hanno reintrodotto il vincolo con una soglia ancora più alta di quella dell’era pre-Gelmini (75%) che permane ancora oggi, di fatto determinando una sensibile riduzione del ricorso allo strumento del dottorato senza borsa da parte degli Atenei. Tuttavia, questo è stato denunciato come un provvedimento che ha portato ad una contrazione del numero assoluto di posti di Dottorato invece che ad una loro maggiore copertura con borsa. Di nuovo è però una questione di autonomia universitaria. Ed anche se vi fosse, ad esempio, un (auspicabile) aumento del Fondo di Finanziamento Ordinario degli Atenei, non vi è nessuna garanzia che questi fondi aggiuntivi vengano spesi dalle singole università a favore della copertura dei posti senza borsa.

Non si intravedono quindi soluzioni pratiche immediate. Ipoteticamente, qualcuno potrebbe forse proporre di destinare i fondi eventualmente previsti per l’aumento dell’importo a uno “speciale” fondo ministeriale a vantaggio esclusivo dei dottorandi senza borsa. Questo tuttavia determinerebbe un meccanismo paradossale attraverso il quale gli Atenei che storicamente hanno più abusato di questa pratica sarebbero premiati in termini di finanziamenti. In ultima analisi, se si volesse risolvere la questione delle posizioni senza borsa l’unica via sarebbe probabilmente quella della tabula rasa: eliminare cioè del tutto la possibilità, per i singoli Atenei, di bandire posti di Dottorato non retribuiti. Ma, ancora: a quel punto chi potrebbe garantire un trend di crescita del numero di posti di dottorato? E ciò a ulteriore dimostrazione che siamo, sì, di fronte ad un problema; la cui soluzione è però tutt’altro che semplice, stante l’attuale assetto che è stato dato all’università italiana.

3) Meglio investire nel post-doc. Come dicevamo all’inizio dell’articolo, siamo del tutto favorevoli a un aumento generalizzato degli investimenti in Ricerca & Sviluppo, e quindi auspichiamo anche un aumento degli investimenti nelle posizioni e nei salari post-doc e tenure. Di nuovo, questo non sarebbe in aperto contrasto con l’idea dell’aumento dell’importo della borsa di Dottorato, anzi. Tuttavia pensiamo si debba essere realistici e tenere in conto il diverso tasso di crescita tra dottorati e posizioni accademiche stabili sopra menzionato: non possiamo pensare che ogni dottore di ricerca diventi un docente. Inoltre, questo significherebbe intendere implicitamente il Dottorato come null’altro che un meccanismo di riproduzione del corpo accademico, senza alcun contatto e possibilità di sbocco nel mondo esterno, in controtendenza con il pensiero secondo cui molti dottori di ricerca possano/debbano diventare figure chiave all’interno dell’industria o della pubblica amministrazione…

Dal momento che siamo convinti del valore del Dottorato anche per il mondo del lavoro – sia nel pubblico che nel privato – rispondiamo a questa obiezione ribadendo che aumentare la borsa significa dare un segnale alla società che è l’Università, in primo luogo, a voler investire nei suoi ricercatori più giovani, riconoscendo loro un trattamento economico adeguato al compito che svolgono.

4) Più borsa = più tasse universitarie. Il razionale di questa obiezione sostiene che qualora l’aumento fosse fatto dal Ministero solo ritoccando l’importo minimo, senza cioè un maggiore investimento, porterebbe semplicemente gli Atenei ad aumentare le tasse d’iscrizione che (in alcuni casi) i dottorandi pagano. Premesso che questa obiezione presuppone una mancanza di visione da parte degli Atenei che non andrebbe data così facilmente per scontata, la strada per arginare il fenomeno potrebbe essere quella di porre un tetto sulla tassazione dei dottorandi.

Peraltro, già oggi nulla vieta agli Atenei di aumentare le tasse d’iscrizione, le quali però trovano la loro ragione sostanzialmente nei servizi offerti e non dovrebbero di certo essere decise del tutto arbitrariamente. In ogni caso, l’aumento della borsa di Dottorato è una proposta che va portata avanti insieme agli Atenei, facendo loro comprendere l’importanza della valorizzazione dei percorsi dottorali che offrono. Ma ammettiamo pure, per un momento, che questo assurdo meccanismo compensatorio possa verificarsi. Sarebbe così sbagliato concedere (come già attualmente è) ad alcuni Atenei di decidere autonomamente tasse di iscrizione al Dottorato spropositate, che li renderebbero decisamente meno appetibili di altri ?

Uno degli autori del presente articolo è rappresentante dei dottorandi nel Senato Accademico della Statale di Milano che lo scorso anno, dopo la sollecitazione da parte dei dottorandi stessi, ha varato l’aumento. Per estendere il beneficio ai colleghi sparsi per l’Italia ha promosso una petizione per chiedere alla Ministra Fedeli di ridefinire l’importo minimo delle borse di Dottorato. Auspichiamo che tanti altri rappresentanti del mondo accademico, produttivo e politico italiano possano unirsi a questa richiesta.

Eugenio Petrovich è dottorando in Filosofia e scienze dell’uomo all’Università degli Studi di Milano. I suoi ambiti di ricerca sono la filosofia della scienza e la storia della filosofia contemporanea.

Giulio Formenti è dottorando in Scienze Ambientali all’Università degli Studi di Milano. Lavora sulla Còrea di Huntington ed è rappresentante dei dottorandi in seno al Senato accademico.

Nicola Chiaromonte è dottorando in Economics all’Università degli Studi di Milano e di Pavia. I suoi ambiti di ricerca vertono sull’analisi degli effetti delle politiche fiscali.

 

1 https://i2.wp.com/formenti-unimi.it/wp-content/uploads/2017/07/FFO-2002-2017-1.png

2 http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/pietro-greco/mondo-della-ricerca-2016-record-assoluto-di-investimenti-livello

3 http://www.irpef.info/classifica.html

4 http://www.nature.com/nbt/journal/v31/n10/fig_tab/nbt.2706_F1.html?foxtrotcallback=true

[1] A nostra conoscenza non vi è ancora uno studio comparato approfondito sull’importo delle borse di dottorato nei diversi Stati. Per questo abbiamo intenzione di condurne uno da presentare in una successiva pubblicazione.

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8 Comments

  1. Ottima proposta, ma secondo me ad ogni dottorando oltre lo stipendio dovrebbero dare un budget di almeno 20.000 euro l’anno per tutta la durata del dottorato per portare avanti la loro ricerca.

  2. Francesco Vissani says:

    Bravissimi ottima iniziativa! (Alcune delle cose che penso a proposito le ho scritte in https://www.roars.it/online/smetto-quando-voglio-perche-lascio-la-ricerca-e-laccademia/comment-page-2/) Non sarebbe mica tanto difficile copiare chi fa meglio di noi a proposito…. e per completezza di informazione, in alcune scuole di dottorato italiane come SISSA e GSSI, i PhD sono trattati meglio di quelli nelle università, già adesso; forse basterebbe seguire il buon esempio invece di inventare la ruota.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      Un buon inizio sarebbe cominciare a finanziare adeguatamente anche le istituzioni che non ricadono nella categoria degli istituti di alta formazione, i quali godono di risorse e regole del tutto particolari, non nascondiamocelo.

  3. Francesco Vissani says:

    Sicuro ma parliamo di cose un po’ diverse.

    Io credo che bisognerebbe pretendere che i PhD e i postdoc (sto parlando di persone) siano pagati bene e siano inseriti nella societa’, in base ai principi qua sopra enunciati. Cosi’ metteremmo l’accento sui PhD, sulle persone che lavorano, non sulle istituzioni, non su chi e’ già remunerato ed ha già una posizione rispettabile.

    Io penso che negli anni scorso non tutte le università italiane abbiano dato la giusta considerazione a questi aspetti. Anzi, alcuni si sono addirittura approfittati dei PhD. Inoltre, e’ un fatto che (nella societa’ ma anche nella università) non venga dato abbastanza rispetto ai PhD, che sono giovani ricercatori pagati dai cittadini per fare i giovani ricercatori. Invece spesso sono stati trattati come laureandi senior al servizio di tizio o di caio. Bisognerebbe cambiare assetto secondo me, e gli istituti di alta formazione possono aiutare — o fare danni, sicuro! l’importante e’ sapere in che direzione tenere il timone. Per quello mi sento di appoggiare la richiesta espressa sopra con grande convinzione.

  4. Federico Poloni says:

    Un piccolo gesto (e soprattutto che non costa niente) per valorizzare il dottorato di ricerca sarebbe smettere di chiamare “dottori” i laureati, uniformandoci al resto del mondo. Al momento il dottorato non ha un grande valore morale perché la gente neppure sa cosa sia; e parte della colpa è del fatto che lo stesso titolo viene attribuito ai laureati e che tutti sono “dotto'”. (Sì, lo so che si potrebbe dire “dottore di ricerca”, ma in quanti si rendono conto della differenza?)
    Una legge per questo cambiamento sarebbe chiedere troppo?

    • Francesco Vissani, PhD says:

      Ciao Federico

      c’e’ una soluzione semplice: Basta chiamarli PhD come fa il resto del mondo. La legge lo consente – metto i riferimenti qua sotto.

      C’e’ già qualcuno che li chiama PhD (io incluso), pls feel free to join us 🙂

      L240/2010,
      legge Gelmini,
      http://www.camera.it/parlam/leggi/10240l.htm
      art.19, comma 1, punto d) che modifica l’articolo 4 della legge 3 luglio 1998, n. 210
      d) e’ aggiunto, in fine, il seguente comma:
      «8-bis. Il titolo di dottore di ricerca e’ abbreviato con le diciture: “Dott. Ric.” ovvero “Ph. D.”».

  5. Pingback: Investiamo in chi fa ricerca in Italia: appello alla Ministra Fedeli | Giulio Formenti, dottorando in Scienze Ambientali

  6. Pingback: Riconoscere la dignità dei dottorandi italiani, a partire dal compenso | Giulio Formenti, dottorando in Scienze Ambientali

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