Più in generale la logica che sottende l’uso italiano della bibliometria per la valutazione è quella dell’asticella da superare: inserire nelle norma indicatori tali che le baronie accademiche siano fortemente limitate nella loro libertà di azione. Può darsi che non siamo un paese normale, e che di queste asticelle ci sia bisogno. Il modo di procedere corretto sarebbe un altro. Ecco come lo descrive Nature in un editoriale del 2010. “Le istituzioni devono assicurare ai loro ricercatori informazioni chiare e complete su come le valutazioni sono condotte. La trasparenza è essenziale. Non importa che i valutatori dichiarino calorosamente di stare considerando il lavoro complessivo di un ricercatore. Non essere trasparenti sui criteri spinge il ricercatore a pensare che sia necessario produrre un numero fisso di pubblicazioni, che l’insegnamento non conti molto e che il servizio alla comunità non sia rilevante. Questo non solo rende scontenti i ricercatori, ma ne altera il comportamento. Per promuovere la buona scienza, le porte della valutazione devono essere spalancate”. Se lo fossero anche in Italia forse non ci sarebbe bisogno di una valanga di numeri

(Alberto Baccini, una valanga di numeri)

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