La recente polemica tra Andrea Graziosi, presidente del GEV 11, e ROARS, prolungatasi nello scambio tra Di Rienzo e Graziosi sulle pagine del domenicale del Sole 24Ore [1], sollecita alcune considerazioni di carattere non tecnico. Possiamo parlare di censura con riferimento all’università italiana e ai processi di valutazione in atto[2]? Suggerisco di sì, e spiego perché.

Esistono settori “di frontiera” che assumono come propri ambiti disciplinari per definizione aperti, sia sotto il profilo storiografico (trattano processi in divenire: è il caso delle discipline contemporaneistiche) che epistemico (l’”oggetto” di studio sollecita dialoghi tra competenze diverse). Bene. Esistono poi indirizzi (e politiche) di ricerca che suggeriscono di avviare (o mantenere) un dialogo con comunità non accademiche, come riviste, giornali, minime case editrici indipendenti, associazioni, movimenti etc. Nell’uno e nell’altro caso non si dispone, soprattutto agli inizi, di un’editoria consolidata, e i confini disciplinari possono risultare altamente instabili. Sospingere l’indagine scientifica al di fuori delle delimitazioni tradizionali appare tuttavia meritevole, o se non altro connaturato alla nostra curiosità umana. Spesso l’interesse per temi inconsueti corrisponde, da parte di ricercatori innovativi e outsider di talento, a propositi critico-istituzionali che giovano all’evoluzione della disciplina, ed è innegabile che un ambiente libertario giovi alla ricerca, specialmente nelle discipline storiche e sociali. Come valutare serenamente il rifiuto ad assoggettarsi a rigidi protocolli accademici di autorizzazione, gli stessi, poniamo, che regolano i processi di pubblicazione nelle riviste di antica reputazione? L’ANVUR ha ignorato la questione del destinatario della ricerca, che non sempre (non necessariamente) sarà accademico: e l’ha ignorata nel modo più rozzo.

 

Desidero fare il caso della mia disciplina, la storia dell’arte contemporanea: disciplina per cui non ha senso distinguere storiografia e critica; e nel cui contesto la scelta di destinatari non specialistici è opportuna se non obbligatoria (gli storici dell’arte contemporanea non scrivono solo per gli storici dell’arte, in altre parole, ma pure per i giovani artisti, i critici e curatori in formazione) [3]. Ritengo che il “caso” della storia dell’arte contemporanea non abbia carattere solo aneddotico: la competizione per accaparrarsi risorse e studenti migliori ha verosimilmente accompagnato (e accompagna tuttora) l’intero processo di valutazione.

Nella selezione ANVUR delle riviste di storia dell’arte di fascia A mancano le riviste internazionali di maggiore prestigio dedicate al contemporaneo. Tra le riviste inserite in fascia A, quelle che accolgono contributi contemporaneistici lo fanno sporadicamente e con severe restrizioni cronologiche (gli anni Trenta sono contemplati, ad esempio, ma non gli anni Novanta). Sono italiane. Hanno comitati scientifici composti pressoché esclusivamente da storici dell’arte antica e moderna. Risultano in larga parte dedicate a ricerche antiquarie (peraltro avvincenti e documentate in modo sovrano). Ma è indubbio che l’arte contemporanea (in accezione stretta) e la critica d’arte contemporanea sono altra cosa, impegnano altri strumenti o punti di vista: l’”oggetto” di studio non ha i caratteri trapassati e conclusi di un reperto (per così dire) archeologico. La circostanza appare enigmatica e richiede spiegazioni. Si è inteso destinare a estinzione un’intera comunità di ricerca? Colpire la reputazione di un intero settore di studi – e sappiamo quanto la reputazione incida nel contesto universitario? O punire sommariamente lo scarso rigore scientifico di taluni? Con quale mandato scientifico, considerato che gli storici dell’arte contemporanea coinvolti nel processo di valutazione risultano essere stati assai pochi [4]?

 

Senza nessun partito preso polemico possiamo tranquillamente affermare che Paragone Arte, Ricerche di storia dell’arte, Prospettiva e Storia dell’arte sono riviste irrilevanti per chi si occupa di contemporaneo: non sono lette né tantomeno discusse al di fuori dell’ambito accademico. La stessa cosa non potremmo certo dire riguardo a pubblicazioni come October, Artforum o Artnews, che tuttavia (le due ultime) si sostengono sul mercato. Saggio dunque, da parte di ANVUR, diffidare dell’indipendenza e attendibilità scientifica degli interventi. Sarebbe stato tuttavia più corretto prevedere una peer review cieca dei contributi che appaiono su riviste influenti: la loro esclusione a priori, invece (con danno proprio degli autori più preparati e scrupolosi!), sembra una misura altezzosa e non persuasiva. Domandiamo: è opportuno che le istituzioni pubbliche di alta cultura siano interamente sostituite dal mercato, in Italia, nel produrre discorsi sull’arte, e senza alcuna discussione collettiva? Perché proprio questo accadrà, a differenza di quanto potremmo ragionevolmente auspicare.

 

Esiste un vasto dibattito in ambito internazionale sul rapporto sempre più stretto tra arte contemporanea e capitale finanziario [5]. Dubbi sull’utilità pubblica dell’arte contemporanea sono avanzati da osservatori autorevoli in un contesto di crescente disaffezione. Un’analisi comparata tra estetiche del lusso e populismo di destra in paesi ex-emergenti come Russia, India, Corea del nord, Indonesia, Brasile, Emirati Arabi Uniti (potremmo facilmente aggiungere Cina) potrebbe in effetti rivelare stretti legami tra mecenatismo privato e ideologia ultraliberista corretta in senso paternalistico. Negli anni Novanta del Novecento l’arte contemporanea è divenuta, a opera di politici come Tony Blair, lo smagliante sostegno pubblicitario di sistemi economici nazionali da promuovere e affermare. Nel decennio successivo, con mirabile plasticità, è sopravvissuta alla transizione tra neoliberismo riformista e consumismo autoritario e ha finito per imporsi a livello globale malgrado (o proprio attraverso) la crisi delle socialdemocrazie occidentali. Le pratiche artistiche che trionfano sul mercato dagli anni Ottanta a oggi si sono progressivamente distaccate da istanze etico-politiche o progetti di “fioritura” individuale e comunitaria (citiamo Amartya Sen) per assecondare la (o soccombere alla) domanda di beni di lusso e dispositivi di status. È dunque giusto affermare che, quantomeno dal punto di vista delle politiche pubbliche, prioritarie sono ricerca e istruzione, non glamour. Proprio questo è il paradosso. La pressione “pedagogica” che ANVUR ha desiderato produrre escludendo dalla classifica una qualsiasi rivista specificamente dedicata al contemporaneo, nazionale o internazionale, avrà effetti dissuasivi, e distoglierà studenti e ricercatori che pure lo desiderino dal dedicarsi alla disciplina. Le istanze civili e benecomunitarie finiranno per essere ancora più disertate in contesti discorsivi patrocinati da signori della moda e oligarchi [6].

 

Ho pubblicato più volte in riviste di fascia A quando la ricostruzione dei rapporti tra museo e avanguardia primo-novecentesca costituiva il tema della mia ricerca. Oggi, a distanza di qualche anno, mi preme ricostruire la storia dell’arte italiana dagli anni Sessanta e Settanta sullo sfondo della sanguinosa storia sociale del paese. Trovo poco attraente presentare i miei contributi a un pubblico in larga parte depoliticizzato e arcaicizzante composto da conoscitori di maestri quattro- o cinquecenteschi. Se pubblico in riviste di fascia A, è più probabile che ciò accada su riviste di altri settori scientifico-disciplinari, come l’etnografia, che meglio si adattano a ricerche sui processi transculturali, le agende ambientaliste o postcoloniali, le comunità diasporiche.

Con la classificazione delle riviste si è provveduto, non sappiamo quanto preterintenzionalmente, a ridurre al silenzio contronarrazioni accademiche: il punto di vista di tutti coloro, in altre parole, che, spesso per esperienza diretta, ritengono in Italia non esistano da decenni processi di reclutamento virtuosi; e che l’(auto)conferimento di uno status di “eccellenza” da parte degli attuali responsabili del processo di valutazione sia contestabile ex ante[7], in assenza di un’anagrafe individuale della ricerca stabilita su criteri trasparenti e condivisi.


[1] Eugenio Di Rienzo, Anvur, a proposito di riviste di serie A, in: Il Sole 24Ore, 249, 9.9.2012, p. 34; Andrea Graziosi, Ma la gerarchia purtroppo esiste già, ibid. Prima di stabilire “gerarchie” sul criterio di “internazionalità” occorrerebbe pur sempre domandarsi che cosa definisca storicamente questo criterio e come lo si possa introdurre in termini operativi.

[2] Sul tema cfr. Alberto Baccini, La rivoluzione dall’alto nell’università italiana, in: ROARS, 12.9.2012.

[3] L’istanza del destinatario non specialistico è tutt’altro che estranea al discorso storico-artistico accademico, anche se, particolarmente in Italia, possiamo considerarla minoritaria. Cfr. Salvatore Settis, Paesaggio Costituzione Cemento, Einaudi, Torino 2010, p. 13 e passim.

[4] Non costituisce obiezione l’argomento secondo cui, la mediana del settore concorsuale essendo 0, la classificazione delle riviste ha scarse conseguenze pratiche: sul punto cfr. Francesco Coniglione, Terza mediana. Effetti perversi e sostanziale inutilità, in: ROARS, 11.9.2012, ∫ 1: “ritengo che una delle giustificazioni portate per sostenere quanto meno la non dannosità della terza mediana sia quanto meno inesatta. Dire che essa sia «aggiuntiva» e non «sostitutiva» sarebbe corretto se essa si «aggiungesse» alle altre due, ovvero se si richiedesse che, oltre a un numero x di monografie e/o a un numero y di articoli normali, ci fosse anche un numero z di articoli in fascia A… Invece non è così: bastano uno o due articoli in terza mediana per «sostituire» ogni altro criterio e quindi non importa di avere zero nelle altre due mediane. In effetti col parlare di ‘aggiuntività’ si voleva dire una cosa diversa: che la terza mediana non danneggia coloro che non la posseggono, perché in ogni caso questi possono fare valere una delle altre due mediane; essa cioè è «non esclusiva». Ma il problema non è se si danneggiano gli altri, ma se si stabilisce una situazione di privilegio per alcuni con delle regole che rendono loro più facile essere papabili di idoneità. Infatti, una situazione di privilegio per parte di una popolazione è ipso facto un danno per il resto di essa”.

[5] Michele Dantini. Arte contemporanea, Che fare in tempo di crisi?, in: Doppiozero.com, 16.5.2012; id., Inchiesta sull’arte italiana contemporanea. Critica, storiografia, collezionismo, in: il manifesto, 10.4.2012, pp. 10-11.

[6] Riconosciamo una convergenza quantomeno singolare, sotto il profilo del disinteresse o dell’avversione all’arte contemporanea, tra processo di valutazione e politiche del Mibac. Il senso “pedagogico” della classificazione ANVUR delle riviste è stato chiarito da Graziosi, con riferimento al GEV 11, in occasione del convegno Humanities e innovazione sociale da me cocurato all’Istituto Editoriale Treccani di Roma (20.4.2012). Cfr. qui.

[7] Cfr. Francesco Coniglione, Terza mediana. Effetti perversi e sostanziale inutilità, cit.: “il risultato finale non sarà dunque un sistema che assicuri di per sé la promozione dei migliori, ma un sistema che vorrebbe moralizzare almeno in parte le passate decisioni, ritenute arbitrarie e nepotiste, delle commissioni di concorso, e ciò mediante un sistema farraginoso e amministrato in cui parte delle decisioni (solo quelle ad excludendum e non certo ad promovendum, per quanto prima detto) sono facilitate con un complesso e poco trasparente lavorio di accordo tra società disciplinari, membri Gev ed Anvur, che di per sé viene ritenuto moralmente più sano ed integerrimo delle vecchie commissioni. Un assunto evidentemente tutto da dimostrare”.

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12 Commenti

    • Autocoscienza della mosca cocchiera. Cioé la la mosca cocchiera ha coscienza di essere tale? Difficile quesito. Certo, con il fallimento dell’abilitazione nazionale gli attacchi contro l’Università pubblica saranno a dir poco virulenti. Ma non abbiamo dimenticato la campagna forsennata e volgare di discredito che ha portato alla legge Gelmini e … a tutto questo.

  1. Il problema è infatti quello della libertà di ricerca….
    Con la classifica della riviste (a cui doveva seguire quello delle case editrici) l’Anvur ha tentato di creare come è stato detto una scienza di regime…..
    L’ultimo tentativo in questo senso è stato fatto, nel 1938, da Giuseppe Bottai…ma almeno Bottai aveva la sincerità di chiamare quel tentativo per nome: BONIFICA LIBRARIA……
    e su questo ci poterebbe dire molto Giorgio Israel che è anche uno storico di pregio…

    • Attenzione di rienzo ha ragione e il tentativo di creare scienza di regime risulta ancora in atto. Bisogna fermare tutto.

    • Penso per lo stesso motivo per il quale pochi si sono opposti alla riforma Gelmini: si pensa ai propri affari, non ci s’interessa di quello che succede e si vivacchia come si puo’ fino pero’a precipitare nel baratro dove ci troviamo ora.

  2. (Eugenio di Rienzo) Ho domandato a un collega ma perché hai fatto domanda per essere commissario (lavorando, in pieno agosto a 40 gradi Celsius=104 F per gli anglofili), di isbn issn, pissi pissi e pussi pussi)? Perché così possiamo dare una mano ai nostri colleghi più giovani (o per essere più terre à terre, così possiamo dare una mano a questo o a quello, meritevoli, questo va sans dire, per carità, ma non è questo il punto). La mia domanda era in verità più schietta, nella sostanza: perché molti si sono prestati a questa idiozia totale? C’è poco da fare: il potere impone ma ha anche gli specchietti per le allodole, il miele per le api, il cacio per i topi, la ragnatela per gli ingenui insettini, le trappole sempre per i topi (quelli ribelli), il latte per le mosche tonte, e l’uva matura per chi sa raggiungerla lavorando di astuzia volpina. Oh, Esopo ….

  3. Aggiungo, con riferimento alle classificazioni di riviste di storia dell’arte: le omissioni delle due liste (fascia A e “scientifiche”), per più versi clamorose, mostrano un orientamento restrittivo volto a colpire gli studi contemporaneistici, gli studi culturali e le competenze critico-istituzionali in nome di una presunta nobiltà della disciplina, da declinare in senso filologico-antiquario. Stupisce che CUNSTA (Consulta universitaria degli storici dell’arte), firmataria di un documento di protesta, abbia preso le distanze da scelte (politiche in senso lato) compiute da suoi membri (i cui nomi sono ben noti a tutti gli storici dell’arte italiani).

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