Di fronte al tanto discutere di meritocrazia, penso che si debba innanzi tutto porre una domanda: perché in certi momenti storici nasce la sua esigenza? Ovvero, perché sembra diventare essenziale sottolineare la necessità di gratificare adeguatamente (non solo in termini economici) chi ha più capacità?

In una società governata da ceti e privilegi basati sulla ereditarietà e sul sangue o nobiltà, non si pone il problema del merito: chi detiene una posizione di privilegio è stato ‘scelto’ o per motivi naturali (il sangue più puro) o in base a ragioni sacrali (l’elezione divina), oppure per una storia che lo ha selezionato in quanto appartenente a una famiglia che ha acquisito meriti passati (di servizio, militari, eroici o quant’altro). Il merito è già tutto inscritto nella suddivisione castale e le classi o caste superiori sono in quanto tali più meritevoli, così come lo sono i singoli ad esse appartenenti. In una società compiutamente democratica, basata sull’eguaglianza e sulla mobilità sociale, in cui vengono meno vincoli ereditari o di sangue, pure non si parla di merito, in quanto si assume che è lo stesso principio democratico a costituire il meccanismo che porta i migliori a prevalere per le proprie virtù e qualità, che hanno sempre modo di farsi luce, di affermarsi nel posto e nel modo dovuto.

Si parla di merito solo quando i due meccanismi si inceppano: quando l’aristocrazia non è più pari ai propri compiti e i figli sono palesemente inetti a fare quello che è loro assegnato ereditariamente (l’amministrazione e la carriera militare), portando alla crisi del sistema castale e/o aristocratico; o quando la democrazia non funziona più in modo efficiente, selezionando governanti sempre più inetti, incapaci, corrotti e con sempre minore credito di fronte a coloro che nominalmente ne dispongono. L’invocazione del merito e il bisogno socialmente diffuso e sentito di un suo riconoscimento nascono in una situazione patologica, malsana, inceppata.

Se fermiamo l’attenzione sulle società democratiche, la loro degenerazione deriva dal fatto che il principio in base al quale esse garantiscono un governo migliore rispetto a quelle oligarchiche o castali – la possibilità che in una libera competizione di ingegni i migliori riescono a ottenere i posti di maggiore responsabilità sociale e politica – viene di fatto ad incepparsi per il progressivo vanificarsi di efficienti meccanismi di mobilità sociale e per il consolidarsi di élites che si autoriproducono in base al vantaggio posizionale occupato nella società (i notai che hanno figli notai, ecc.).

È chiaro che in questo quadro è interesse delle élites predisporre tutte le misure che possano garantire il perdurare del proprio privilegio e quindi – innanzi tutto – inceppare i meccanismi che contrastano una mobilità sociale rischiosa per le loro rendite di posizione. Ciò può avvenire innanzi tutto col minare uno dei modi che è stato storicamente il fattore principale di mobilità sociale, cui i meritevoli e le classi disagiate e marginali potevano avere più facilmente accesso: un sistema pubblico, universale, egualitario e laico di formazione e di qualificazione per l’accesso alle professioni e ai ruoli più elevati della scala sociale. Le differenze di partenza che inevitabilmente esistevano in una società socialmente stratificata erano in parte contrastate e controbilanciate sia con opportune provvidenze pubbliche (borse di studio ecc.), sia con l’impe­gno e il sacrificio dei singoli e delle loro famiglie, che pagavano costi altissimi pur di permettere ai propri figli un futuro migliore.

Un meccanismo, questo, potenzialmente assai pericoloso, cui le élites non potevano certo rassegnarsi e che è stato di fatto via via smobilitato dalla contro-rivoluzione che è avvenuta con l’affermazione delle politiche neoliberali degli anni ’70 e ’80 e con la reaganomics. Ciò è capitato innanzi tutto nelle università: come ha dimostrato una recente ricerca (E.S. Brezis, J. Hellier, “Social Mobility at the Top: Why are Elites self-Reproducing?”, preliminary version), le società in cui esiste e si è sempre più radicato un “two-tier higher education system” (tipicamente USA e UK, ma non i paesi del Nord Europa) – con università d’élite per pochi e università normali, rivolte alla maggior parte della popolazione – hanno conosciuto un decremento della mobilità sociale, in quanto «a dual higher education system generates social stratification as well as a self-reproduction of the elites». Nulla di meglio affinché il potere delle élites venga confermato e consolidato, visto che «elite universities select a limited number of the best students and this number has not changed much in these last decades. In contrast, the number of students in standard universities has substantially increased. Moreover, despite a meritocratic recruitment, there is an increase in social stratification across students, with the students in elite universities essentially originating from the top social classes».

Sono così colti due piccioni con una fava: l’insistere sul merito lusinga la classi subalterne con una apparenza di democrazia e di possibilità di riscatto; al tempo stesso costituisce uno specchietto per le allodole per gran parte delle élites intellettuali, che da tale degenerazione della vita democratica e del sistema di mobilità sociale subiscono le maggiori conseguenze negative, in quanto il loro ruolo viene sempre più eroso a favore di coloro che godono anche del privilegio sociale (amicizie, conoscenze, network sociali favorevoli ecc.) perché membri organici del ceto dirigente. Se così stanno le cose, l’invo­cazione del merito equivale a un voler porre rimedio a una condizione di disfunzione sistemica attraverso il momento volontaristico, un atto di volontà, un momento decisionale in cui coloro che si autodefiniscono meritevoli e che si sentono minacciati dalla sempre maggiore compartimentalizzazione dei ruoli sociali si autoassegnano il diritto/dovere di selezionare i propri simili. In tale luce il criticare i sostenitori della “meritocrazia” sulla falsariga dell’apologo di Johnson – i corridori che devono partire in condizioni di parità nella loro corsa verso il successo – e quindi il reclamare la condizione di equità delle condizioni di partenza equivale a una petitio principii e si scontra con due difficoltà: innanzi tutto perché se fosse possibile restaurare la condizione di pari opportunità, non vi sarebbe la degenerazione cui oggi si vuole rimediare con la meritocrazia; in secondo luogo, perché l’implementazione di un sistema meritocratico presuppone in modo ingiustificato la legittimazione di coloro che lo devono gestire come gli “eccellenti”, che hanno il diritto alla scelta. Per cui sostenere che una politica di giustizia sociale possa partire dal merito è un voler mettere il carro davanti ai buoi, in qualche modo l’analogo dell’angelica idea, nutrita da molte anime belle, di una classe politica che si autoriforma e così si autoelimina come classe politica. Le politiche meritocratiche sono il sintomo di società malate, non la loro terapia.

Un esempio eclatante di tale duplice difficoltà è dato proprio da quanto è accaduto col sistema universitario italiano: la sua degenerazione nepotista (e quindi non meritocratica), che ne infrange la mission di promuovere i migliori ricercatori, ha generato un riforma drappeggiante la bandiera meritocratica e che in suo nome ha conferito a un certo numero di individui, autoselezionatisi come i migliori, la facoltà di scegliere i propri simili, con un meccanismo farraginoso ed imperfetto. Si pensa così di curare un corpo malato mediante una mera misura amministrativa, centralizzata ed elitistica. Al tempo stesso, si cerca di imboccare la via verso un sistema duale (con pochi hub di eccellenza), che viene accolto di buon grado (o più semplicemente promosso) dalle élites, che vedono in esso (insieme al sempre più accentuato definanziamento della scuola pubblica a favore di quella privata) il miglior mezzo per consolidare il proprio ruolo, dando l’illusione o la speranza a parte della élite intellettuale di poter pilotare il processo in modo da assicurarsi una partecipare di minoranza ai suoi vantaggi (il tradizionale piatto di lenticchie).

Facile intuire quali saranno le conseguenze di tale politica meritocratica, al di là di quelle macro-sociali già indicate (e diagnosticate nello studio prima citato). Dal momento che essa viene implementata non ristrutturando o rimettendo in sesto il sistema democratico (o il sistema universitario), ricalibrandone il complesso dei meccanismi, ma mediante singoli momenti decisionali in cui un numero limitato di persone si assume l’onere di operare una selezione, sarà esposta a tutte le influenze e le convenienze che inevitabilmente hanno la prevalenza sulla buona intenzione dei singoli. E le “valutazioni oggettive” (indici numerici, test, mediane, criteri, prove di esame, concorsi) finiscono per essere solo un modo per celare, dietro lo schermo di una neutralità inattaccabile dai non addetti ai lavori, quelle che si rivelano in sostanza scelte discrezionali in cui il merito finisce per diventare solo un alibi ideologico.

In tale quadro, affermare – come fa la Urbinati – che il mancato rispetto del merito in un concorso pubblico configura una questione di legalità e non di giustizia sociale, in quanto avrebbe luogo un vero atto criminoso, una autentica violazione della legge, sottovaluta la circostanza che le scelte effettuate in sede di concorso pubblico sono sempre discrezionali e legittimate mediante un ossequio formale a criteri meritocratici (tanto è vero che mai nessun TAR entra nel merito di un concorso, ma al massimo ne valuta le imperfezioni formali e procedurali). È nondimeno del tutto corretto da parte sua sostenere che «è l’eguaglianza di condizione, di trattamento e di opportunità il principio che deve governare la giustizia; il merito è semmai la conseguenza di un ordine sociale giusto». Ma il ragionamento diventa più completo quando si sia consapevoli che la meritocrazia – nelle attuali condizioni di fatto – costituisce una scorciatoia per non affrontare un problema più serio e radicale: la crisi dei meccanismi atti ad assicurare una efficace mobilità sociale e perciò il funzionamento autentico di una società democratica, che addirittura verrebbero ad essere ridimensionate (e pour cause) con la scelta meritocratica. Tra questi – come tutti i teorici della democrazia sanno – v’è, oltre al sistema formativo universale, egualitario, laico e gestito pubblicamente, un insieme di garanzie e protezioni nei confronti di coloro che – per le loro condizioni economiche – possono alterare il meccanismo democratico a proprio favore. Il giusto premio del merito può essere favorito a condizione che esso sia il frutto di un processo selettivo distribuito nel tempo e nello spazio (con istituzioni intercambiabili, aventi tutte un livello qualitativo comparabile, diffuse sul territorio ecc.). Ma ciò non può avvenire quando invece esso sia concentrato nel tempo (un unico esame, un’unica prova, un unico test) e nello spazio (pochi hub di eccellenza, concentrati in certe regioni), nonché gestito da ristrette cerchie di élites intellettuali autonominatesi tali o, peggio, scelte dalla classe politica dominante. La meritocrazia finisce così per essere o il lamento patetico di una intellighenzia depauperata e marginalizzata o la petulante aspirazione di chi crede di potere governarla per condividerne i benefici, in complice alleanza con le élites dominanti. Con il loro sentito ringraziamento.

 

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27 Commenti

  1. Consiglierei a Kery e a Pastore di leggere con maggior attenzione l’articolo, cercando di comprenderne il senso complessivo col contestualizzarlo alla situazione attuale dell’università, a quanto sta accadendo con l’Anvur e il riassetto che si vuole operare nel sistema accademico col creare degli hub di eccellenza e università professionalizzanti ecc. Forse sarà così possibile capire il significato di quanto da me scritto e si starà meno attenti ai dettagli filologici e linguistici, sempre perfettibili.

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