August Friedrich Siegert, Il conoscitore

All’indagine specialistica confinata in un remoto passato possiamo affiancare il saggio-inchiesta su temi di attualità, tuttora sprovvisti di bibliografia; o l’invenzione di nuovi “oggetti” disciplinari posti all’intersezione di differenti ambiti di ricerca. Intesa come conversazione di interesse pubblico, la storia dell’arte non ha necessità di cercare rifugio esclusivo tra le pagine della rivista specialistica. Collabora invece con la critica sociale e l’antropologia culturale sul piano intrinsecamente molteplice dell’”osservazione partecipante”.

Chi si occupa di storia dell’arte in Italia è colpito dalla separatezza degli studi antiquari. Questi sembrano non avere, quantomeno agli occhi di molti studiosi, implicazioni storiche o scientifiche di ampia portata né responsabilità civili specifiche. Si assume che didattica e conservazione del bene materiale esauriscano l’intero ambito di attività. Ma è appunto così che la storia dell’arte smette di essere una disciplina umanistica, interessata alla ricostruzione di ampie vicende storiche e alla trasmissione del pensiero critico, per divenire una sorta di apprendistato: un’educazione tecnica riservata all’interesse di pochi[1].

Vorrei considerare il tema dei rapporti tra ricerca e sfera pubblica considerandolo dalla prospettiva di un particolare settore di studi, il mio. Chi è il destinatario della storia dell’arte? Come avvicinare un pubblico più ampio della ristretta cerchia di specialisti, collezionisti e devoti? O emancipare lo studio del passato dalle lamentazioni della nostalgia? Queste alcune domande possibili[2].

Spesso distinguiamo le due attività della “ricerca” e del “giornalismo culturale” in maniera precipitosa e sommaria, senza riguardo per le ambiguità o le sfumature. Facciamo riferimento al tipo di pubblicazione che accoglie questo o quel contributo e impieghiamo grande zelo nel distinguere tra riviste scientifiche, riviste divulgative, giornali, blog etc. Lo ammetto: tutto questo mi sembra penosamente estrinseco. Simili distinzioni hanno davvero a che fare con l’intima necessità e coerenza di un percorso di ricerca innovativo, che cerca di trovare e coltivare il suo pubblico a più livelli e in modo molteplice?

Alla cultura umanistica spetta l’importante responsabilità di assicurare non solo la conservazione di un’eredità culturale ma tout court delle abilità interpretative, della scrittura e del ragionamento[3]. Il definanziamento dell’istruzione superiore, comune a tutto l’Occidente, riduce le opportunità di formazione e lavoro qualificato. Possiamo allora limitarci alla pratica di un arido specialismo? La tradizionale distinzione accademica tra le diverse “missioni” della ricerca, che distingue in modo rigidamente gerarchico tra “scienza” e “divulgazione”, appare irresponsabile oltreché fuorviante.

L’efficacia educativa di un blog qualificato non può essere sottovalutata (e non dovrebbe esserlo, neppure dai “valutatori”!). Giorno dopo giorno i suoi amministratori si rivolgono a migliaia di non specialisti e ne accrescono le competenze storico-artistiche. La manutenzione di un pubblico curioso e informato gioverà in ogni caso alla ricerca. Persino l’attività di un buon social media editor, purché indipendente, ha un’utilità che non è solo pubblica ma scientifica. E’ così che le più giovani generazioni fanno storia dell’arte: creano agenzie formative online e erodono giorno dopo giorno la pomposa contrapposizione tra “università” e “mondo là fuori”.

“Gli universitari dispongono di molti strumenti per comunicare al grande pubblico”, scrive Nicholas Christof sul New York Times. “Ci sono i corsi online, i blog e i social media. Sembrano tuttavia riluttanti a profondere le perle della loro scienza su Facebok o Twitter. Ma io dico: professori, non chiudetevi nei chiostri come monaci medievali. Abbiamo bisogno di voi!”

Una più viva amicizia tra filologia e (contro-)informazione dischiude opportunità che le discipline umanistiche dovrebbero affrettarsi a cogliere. All’indagine specialistica confinata in un remoto passato possiamo affiancare il saggio-inchiesta su temi di attualità, tuttora sprovvisti di bibliografia; o l’invenzione di nuovi “oggetti” disciplinari posti all’intersezione di differenti ambiti di ricerca. Intesa (anche) come conversazione di interesse pubblico, la storia dell’arte non ha necessità di cercare rifugio esclusivo tra le pagine della rivista specialistica. Dialoga invece con antropologia culturale e critica sociale sul piano intrinsecamente molteplice dell’”osservazione partecipante”.

Nel discutere Non per profitto di Martha Nussbaum, libro dedicato alla difesa del ruolo civile delle Humanities, il filosofo inglese John Armstrong ha recentemente invitato gli studiosi a “salvaguardare tutto ciò che possiede un alto valore intrinseco e [a] promuovere nel pubblico la massima adesione a quel valore”. Non so bene cosa corrisponda al “valore intrinseco” di Armstrong. E’ chiaro però che la capacità di spiegare (e spiegarsi) in modo efficace acquista urgenza in un frangente di grande difficoltà per gli studi umanistici.

“I media digitali”, ha osservato Jürgen Habermas, “sono la terza grande innovazione dopo l’invenzione della scrittura e della stampa. Ma da soli non creano progresso. Nel corso dell’Ottocento, con l’aiuto di libri e giornali a larga tiratura, sono sorte sfere pubbliche nazionali. Al loro interno l’attenzione di un numero indefinito di persone poteva applicarsi simultaneamente agli stessi problemi. Questo è ciò che la Rete non sa produrre: distrae e disperde. Alle comunità online manca il collante inclusivo, la forza di una sfera pubblica che evidenzi quali cose sono importanti e quali meno. Non dovrebbero andare perse le competenze del buon vecchio giornalismo: sono indispensabili oggi non meno di ieri”.

Se è vero che il giornalismo italiano si rivolge per lo più ai politici, cui indirizza critiche pungenti o suggerimenti tanto altezzosi quanto inascoltati, faremo bene a imparare a rivolgerci a un pubblico che chiede in primo luogo di essere documentato[4]. Immagino ricercatori universitari che conoscano le tecniche del giornalismo investigativo o del reportage – la ricognizione “sul campo”, l’acquisizione di conoscenze di primo mano, il consolidamente di un rete di informatori – e ne facciano ampio uso. Simili ricercatori disporrebbero però di un’autonomia più ampia di quella concessa agli inviati professionali e non sarebbero obbligati a inseguire in tutta fretta tracce conclamate.

Non siamo pronti a valutare l’interesse che taluni fondi sovrani mostrano per il “patrimonio” e l’eredità culturale italiani né a prevedere le conseguenze che questo potrà avere sulle politiche ambientali, della tutela o del turismo. Allo stesso modo manchiamo di rappresentazioni penetranti del mecenatismo contemporaneo, dei rapporti tra politiche culturali e marketing o dell’uso sociale della “creatività”: rappresentazioni che sappiano collocare l’”oggetto” disciplinare nel punto di intersezione tra storia dell’arte e scienze sociali. Se saremo in grado di produrle avremo sperimentato un corroborante ampliamento dei confini disciplinari e forgiato nuovi strumenti. L’utilità pubblica di ricerche esperte condotte su temi di interesse generale appare indiscutibile, e il confronto con l’attualità sprona i ricercatori a un costante processo di autoformazione.

Nel ricostruire la biografia intellettuale di Warburg in un volume a tratti incresciosamente farraginoso, Ernst Gombrich suggerisce a più riprese che l’adozione di un punto di vista storico-stilistico (anziché “iconologico”) avrebbe risparmiato all’autore della Rinascita del paganesimo antico irrisolvibili grattacapi storici e teorici[5]. L’affermazione colpisce per quella certa aria di sospetto o di condiscendenza con cui lo storico dell’arte viennese considera il suo predecessore. Conduce tuttavia al riconoscimento dell’originalità di Warburg e del suo maggiore bersaglio polemico: la storia dell’arte estetizzante, portatrice dell’angustia che affligge i meri specialisti. “[Warburg] non considerò mai gli obiettivi accademici qualcosa di separato dalla vita”, afferma Gombrich. “In ogni suo saggio era contenuto un messaggio implicito, indirizzato alla sua epoca e scaturito da un profondo coinvolgimento personale”. Nel fondatore dell’Istituto che ancora oggi porta il suo nome l’indagine storico-critica sul “gusto” di un’epoca non è disgiunta da una più ampia riflessione morale né dall’incalzante curiosità per le origini del processo creativo, maturata a contatto con l’arte e la società contemporanee.

La proposta di correlare la storia dell’arte all’antropologia culturale, avanzata da autorevoli interpreti dell’eredità warburghiana, come Baxandall, Settis o Ginzburg, risponde alle mutate condizioni del mondo in cui viviamo[6]. Una seconda mutazione è tuttavia necessaria per assicurare alla disciplina un’utilità che non sia solo residua. Occorre cioè rigettare la “svalutazione del presente” storicamente connessa alla tradizione antiquaria e praticare la filologia nel vivo di processi culturali, economici e sociali attuali. “Nessuna nostalgia per quella vecchia bolla che dava solo l’illusione di una sfera autonoma della cultura, separata dal più vasto contesto della vita e dalle forze che vi si scontrano”, sostiene Carla Benedetti. “Perché ormai i veri termini del conflitto che si sta svolgendo anche in questo campo sono venuti allo scoperto. Ed è anche chiaro che non sono più in gioco solo schermaglie estetico-letterarie, ma cose di vitale importanza, che agiscono sulle struttre antropologiche degli individui, decisive per l’intera umanità”[7].

Di questo si tratta, per quanto possibile: affiancare (surrogare) i media corporate nella produzione di informazione qualificata e indipendente. Per ragioni di costi e partnership economico-finanziarie il network globale va ritraendosi dalle costose pratiche dell’indagine sul campo. Perché esitare a prendere parte al negoziato su breaking news e palinsesti? Anche questo è un nostro compito: cogliere nell’attimo presente la manifestazione iniziale di vasti processi futuri: ne saranno investite istruzione, memoria, sfera pubblica, ambiente e conoscenza[8].

Cosa considereremo “attualità”, e perché mai? A chi apparterrà l’”immateriale” nel nostro prossimo futuro, ai grandi oligopoli o alle comunità dei cittadini? “Gli antropologi culturali”, scrive Clifford Geertz in Life Among the Anthros and Other Essays, “si apprestano oggi a lavorare in una situazione mondiale disordinata, informe e imprevedibile,… [ir]riducibile a categorizzazione ideologiche e morali e sommari giudizi politici. Una volpe nata: questo mi sembra dover essere il loro habitus naturale. Per esserlo servono genio, irrequietezza, evanescenza e un’appassionata antipatia per i ricci. Tempi interessanti, una professione mutevole: invidio coloro che erediteranno tutto questo”[9].

La riflessione di Geertz è condivisibile anche per ambiti disciplinari diversi. Esistono rilevanti convergenze evolutive tra storia dell’arte e antropologia interpretativa.

Se il potere politico e tecnico-economico sceglie di autorappresentarsi in termini di “creatività”, questa diviene oggi la “figura” tipica dell’ideologia. Il richiamo alla “creatività” modella l’intero orizzonte storico-sociale delle aspettative e distoglie dal considerare l’insieme dei rapporti sociali in termini (poniamo) di equità o dominio. Non è chiaro come possano nascere o consolidarsi nuovi ambiti pubblici di discussione e controllo. La ricerca istituzionale può tuttavia redistribuire opportunità di scelta e formazione. A mio parere è doveroso che lo faccia.

@MicheleDantini

Una versione abbreviata e priva di note dell’articolo è apparsa sulla rivista Scenari_Mimesis

 

[1] Sul tema della “separatezza” e ripetitività metodologica degli studi antiquari in Italia cfr. Francis Haskell, Arte e linguaggio della politica, SPES, Firenze 1978, p. vi; e Federico Zeri, prefazione a Sally Price, I primitivi traditi, Einaudi, Torino 1992 (1989), pp. ix-xii.

[2] Cfr. Hans Belting, La fine della storia dell’arte o la libertà dell’arte, Einaudi, Torino 1990 (1983). Nel formulare proposte educative e politico-culturali non dovremmo dimenticare, come storici dell’arte, il carattere finzionale, pedagogico delle Grandi Narrazioni, tra cui la storia dell’arte nel suo paradigma classico-idealistico, lineare e evolutivo. Consideriamo il caso italiano. Ricondotta a unità e dispiegata nei termini giuridico-amministrativi del “patrimonio”, la storia dell’arte, al pari della storia letteraria, costituisce incitamento per i patrioti preunitari e mito retrospettivo per gli italiani dei decenni successivi all’unificazione. La familiarità con i “padri”, Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Tiziano, diviene “un rituale di riconoscimento, di ammissione e al tempo stesso di rifiuto” per le classi dirigenti nazionali (cfr. Homi Bhabha, a cura di, introduzione a Nation and Narration, Routledge, London 1990, p. 5).

[3] Per una condivisibile proposta di ampliamento della nozione di “eredità culturale” cfr. Marilena Vecco, A definition of “cultural heritage”: from the tangible to the intangible, in: Journal of Cultural Heritage, xi, 3, luglio|settembre 2010, pp. 321-324.

[4] Cfr. Alfonso Berardinelli, “La Repubblica”: un club esclusivo, ma di massa, in: Diario, i, 2, dicembre 1985, p. 9, adesso in: Diario 1985-1993 (con Piergirgio Bellocchio), Quodlibet, Macerata 2010, p. 103 e ss.

[5] Ernst H. Gombrich, Aby Warburg. Una biografia intellettuale, Feltrinelli, Milano 1983 (1970), pp. 266-270.

[6] Carlo Ginzburg, Da Warburg a Gombrich (1966), op. cit., in part. pp. 75-79; Salvatore Settis, Futuro del “classico”, Einaudi, Torino 2005, p. 93 e ss.; sul tema cfr. anche Federico Zeri, prefazione a Sally Price, I primitivi traditi, op. cit., pp. ix-xii. Per l’antropologia come “critica culturale” cfr. invece George E. Marcus and Michael M. J. Fischer, Anthropology as Cultural Critique, The University of Chicago Press, Chicago|London 1999 (1986).

[7] Carla Benedetti, Disumane lettere, Laterza, Roma|Bari 2011, p. 180.

[8] Cfr. Umberto Eco, C’è un’informazione oggettiva? (1978), adesso in Sette anni di desiderio, Bompiani 1983, p. 142: “parlare di riformulazione dell’ideologia della notizia significa parlare di un nuovo giornalismo, specie per la stampa, che deve diventare sempre più storiografia dell’istante”. A distanza di oltre tre decenni dall’affermazione di Eco è difficile pensare che la “riformulazione dell’ideologia della notizia” possa giungere dal cuore stesso dell’informazione professionale.

[9] Cfr. Clifford Geertz, An Inconstant Profession, in: Life Among the Anthros and Other Essays, Princeton University Press, 2011, p. 211. Per le metafore del riccio e della volpe cfr. Isaiah Berlin, Il riccio e la volpe, Adelphi, Milano 1986 (1978).

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10 Commenti

  1. Egregio professore,
    ho letto con molto interesse il suo post in quanto autore di un blog di storia dell’arte, e le dico sinceramente cosa, del suo discorso, non mi convince.
    Innanzitutto mi sembra che la sua visione del mondo dei blogger sia troppo paradisiaca: lei parla di “ricercatori universitari” e di blog qualificati, ma la realtà è che chiunque può aprirsi un blog e riuscire ad avere un certo seguito; e non è affatto detto che questo “chiunque” faccia della vera Storia dell’arte: anzi, può anche non avere nessuna competenza specifica né nessuna preparazione storico artistica, e magari basare i suoi post sugli Art Dossier – ben che vada.
    Per cui, a mio avviso, bisogna andarci coi piedi di piombo: la rivista scientifica garantisce una selezione, i blog no.
    A parte questo, ritengo che mantenere la distinzione tra “scienza” e “divulgazione” sia doveroso: perché credo proprio che ci sia una abissale differenza tra il mio (bel) post divulgativo su Duccio di Buoninsegna e, mettiamo, un saggio scientifico di Bellosi sullo stesso argomento!
    I blog possono creare “scienza”? Non esageriamo. Se i blog riescono a fare buona divulgazione, riuscendo così ad affiancare la televisione (lei sì che è da sostituire), già hanno svolto il loro compito – ma per sicurezza, per il discorso del “chiunque”, il rifugio della rivista specialistica teniamolo che non si sa mai.

    Sul resto del suo discorso (antropologia culturale, rigetto del “rifiuto del presente”), credo che si tocchino nodi teorici e metodologici importanti su cui si potrebbe discutere a lungo, e ,credo, senza mai trovare un accordo generale e duraturo – mi permetto solo di dire che con la sua svalutazione del libro di Gombrich non concordo affatto.

    Mario Cobuzzi

  2. caro Mario,

    grazie per il commento, che mi aiuta a chiarire. In realtà non intendo affatto negare la distinzione tra “ricerca” e “giornalismo”, ci mancherebbe. E’ vero proprio il contrario. Desidero tuttavia introdurre elementi di riflessione sui criteri, che non possono poggiare su circostanze estrinseche. Il mio punto di vista è connesso a uno scenario augurabile e immaginario: che accade se un infallibile connoisseur o un brillante storico della cultura discute questioni di interesse generale e prende parte alla pubblica conversazione? O più semplicemente avvia iniziative di Open Science (un blog, ad esempio: ma certo qualificato!). Avvicinare Ricerca e Rete è un compito di grande importanza che spetta anche a chi svolge attitività scientifiche istituzionali. E la Rete si alimenta (nel senso che è sperabile si alimenti, ed è doveroso impegnarsi perché lo faccia) di contributi diversi: saggi, inchieste, corsivi graffianti, erudizione e controinformazione. Tutto questo – purché qualificato da punti di vista scientifici: questa la conditio sine qua non – a mio avviso è ricerca. Comporta innovazioni linguistiche e adattamenti retorici, ma in nessun caso cedimenti epistemologici (vd. il mio testo “Ricerca e Rete” qui).

    Un blog come il tuo – e naturalmente come ROARS – indicano la strada.

    Un caro saluto!

  3. Caro Michele,

    grazie per l’articolo e per le riflessioni che stai portando innanzi su questi argomenti.
    Mi soffermo anch’io sulla questione che, come sai, mi sta molto a cuore, sulla quale è intervenuto Mario (che saluto caramente) e che hai già ben chiarito qui sopra.
    Va portata avanti infatti una profonda riflessione sulle potenzialità dell’accostamento tra Rete e Ricerca (il maiuscolo e tuo), che è un compito davvero di capitale importanza per chi si occupa di ricerca storico-artistica. Non si tratta solo di fare buona divulgazione, che è davvero importante e ha un ruolo decisivo di fronte alla pochezza, spesso, presentata da altri mezzi, come la tv o i quotidiani e, per contro, alla enorme richiesta di informazione qualificata.
    Certo, chiunque (da molti anni ormai!) può aprirsi un blog o altre risorse online e arrivare a un pubblico immenso, impensabile prima dell’internet. Aggiungo, chiunque può farsi un ebook, uno straordinario e interattivo ebook. Non è detto, ovviamente, che questo “chiunque” che si apre un blog o si autoproduce un ebook faccia storia dell’arte, né che ne abbia vera competenza. È ovviamente una questione non del mezzo ma di qualità dei contenuti. Ma questo “chiunque” può ben essere anche qualcuno che ne abbia davvero competenza e che fa in rete storia dell’arte, o, meglio, cerca di fare sistema, creare un rapporto circolare, dinamico, tra rete e ricerca. E lo faccia secondo una metodologia scientifica che si adatta a questo potentissimo mezzo di comunicazione: il passaggio della comunicazione dalla rivista, per esempio, alla rete comporta un rinnovamento linguistico e sintattico, non per forza “cedimenti epistemologici”.

    Un caro saluto e un buon anno!

  4. Carissimi tutti,
    io ringrazio Michele per questo contributo necessario che, a mio parere, segnala con acume un fatto evidente, sul quale mi sorprende non poco ci sia da discutere. Lo segnala con acume e puntualità, e forse con audacia, ma segnala che il re è nudo, quando è davanti agli occhi di tutti.
    Affronterei la questione su due versanti: un primo è quello della separatezza fra “accademici dell’arte”, professionisti, direttori di musei (e anche taluni giornalisti) da tutto ciò che è vagamente digitale; un secondo è l’incapacità degli studiosi, della gran parte dei ricercatori, anche giovani, di sapere raccontare.
    Cominciamo dal primo?
    La separatezza cui, per come ho inteso io il suo pensiero, ci si riferisce qui è la totale mancata dimestichezza con alcuni strumenti e con le loro logiche e ragioni; tale mancata dimestichezza ha come ragion d’essere, consapevole ed esibita, un giudizio di pesante disvalore sulla rete e sui suoi fini (nella migliore delle ipotesi un divertissement, divenuto ostinato e invadente), e, invece non consapevole, la totale ignoranza e mancata esperienza rispetto alla rete. Suggerisco qui una mia lettura: una delle caratteristiche principali del web e dei social network è la presenza di un “canale di ritorno”, di un contatto, in uno a uno: ecco, molti dei succitati non sono affatto abituati, nè disponibili, all’eventuale messa in discussione del loro parere o del loro operato. Storicamente non si sono educati a farlo.
    Passando al secondo punto, mi accaloro di più. Frequento spesso convegni e conferenze: trovo davvero imperdonabile che la gran parte dei relatori storici dell’arte (in particolar modo ma, – poi ci arrivo – ne ho anche per gli archeologi) non abbia più la capacità di rendere il proprio lavoro, accurato, di anni, capace di parlare ad un pubblico alfabetizzato sia sul lessico sia sui metodi. Lo trovo molto grave in sè ma mi genera domande su un pubblico differente: cosa potrebbe trattenere? Nulla.
    Non credo che alcuno voglia erodere lo spazio della ricerca nei suoi ambiti verticali di dettaglio, ma sarebbe davvero auspicabile che, un pensiero intenzionale fosse dedicato a rendere diffuso quel patrimonio di conoscenze al più vasto pubblico possibile, che impari non solo a capire cosa faccia una storico dell’arte ( già sarebbe un regalo) ma che sappia far un po’ suo un metodo, imparare a fare dei distinguo sulle storie raccontate.
    Per fare questo non si possono usare le riviste scientifiche (secondo me sui convegni si può invece migliorare) e non si può guardare alla rete con un naso un po’ arricciato: non c’è ricerca che abbia senso se non diventa applicabile, applicata, che trovi una sua chiave di utilità.
    Trincerarsi in comunità chiuse che parlano l’esperanto (mi sono sentita anche dire che lavorare in un museo…non è “adatto”…si tratta di cose troppo operative)non ha alcun senso fertile.
    L’esito di tutto ciò sono musei ottocenteschi (e qui vengo agli archeologi: ditemi cosa ha a che vedere oggi il museo archeologico tipo con ciò che la disciplina è divenuta!) e uno iato profondo fra studiosi, a vario titolo, e pubblici.
    Quindi, e prometto di placarmi, non si tratta di un problema “teologico”, ma di relazione. Mettersi in relazione, come sa ottimamente fare Michele, e voi Mario e Sergio, è parte del lavoro da fare, e non certo con la mano sinistra. L’innovazione sta qui, dovrebbe arrivare a riguardare tutti i professionisti. Nemmeno alla lontana prevede cedimenti .
    Il suo contrario, invece, mi pare ne veda, e da vicino, di etico-sociali.
    PS non è un fuori tema; vedo la questione dall’alto.

  5. cari Sergio e Maria Elena,

    vi ringrazio dei vostri commenti, tanto più apprezzati perché provengono da studiosi attivi nell'”academic blogging” che qui tanto ci preme (“Storie dell’arte” è certo ai primi posti tra i blog scientifici del nostro ambito di studi).

    Non ho niente da aggiungere né tantomeno da obiettare ai vostri argomenti, inappuntabili. Voglio solo precisare che la questione della Rete è per me parte di un problema più generale, mirato da un lato a ampliare i confini disciplinari della “storia” dell’arte attraverso un dialogo più stretto con le scienze sociali e le neuroscienze; dall’altro a connettere in modo ponderato e metodologicamente corretto connoisseurship e critica sociale. E questo (per me) è un buon programma di lavoro per il 2015 (e oltre).

    Un caro saluto dunque e auguri di inizio anno, MD

  6. Caro Michele,
    hai fatto bene a porre la questione; concordo sulla necessità di parlare di storia dell’arte “a più livelli e in modi molteplici”, allargando l’area di diffusione delle ricerche e trovando altre forme di indagine e trasmissione. Ho letto volentieri i commenti e spero proprio che la discussione possa crescere in questo 2015.
    Personalmente, vorrei sottolineare un aspetto del cambiamento in corso, che ho potuto verificare in questi anni di presenza sui blog e su un social come Twitter: la dimensione cooperativa dei nuovi strumenti. Non si tratta solo di pubblicare e diffondere articoli in forma di post, ma di trasformare un tema di ricerca in un ‘luogo’ condiviso con gli altri: un luogo che può avere la forma ‘simbolica’ (cit. Manovich) di un database da accrescere insieme; oppure proporsi come una traccia di lettura da arricchire di commenti e connessioni; o come un invito all’interazione anche giocabile, che oscilli il più possibile fra la presenza degli utenti sul web e quella nei luoghi fisici delle opere. Le possibilità sono molte, modulabili a seconda della comunità che si crea di volta in volta dal rapporto fra la proposta e la risposta. È importante tenere conto della partecipazione di un pubblico dell’arte che ha acquisito in questi anni tante sfumature, una delle quali è il desiderio di intervenire attivamente, di allenarsi nella palestra collettiva dei nuovi media. È importante anche non valutare i risultati subito e nei termini abituali: l’unità di misura della qualità non è il singolo post o il singolo autore o il singolo commento (per quanto brillante o vacuo), ma l’insieme delle interazioni, la loro frequenza e risonanza, la tassonomia che si crea dalla quantità dei contributi, il disegno che ne emerge.
    Di esempi in giro ce ne sono, a noi collegarli e accrescerli, se vogliamo.
    Approfitto per augurare buon anno a tutti
    Antonella Sbrilli (@asbrilli @diconodioggi)

  7. cara Antonella, grazie del tuo commento, sulla cui tesi concordo. La Rete incoraggia dimensioni collaborative e progetti partecipativi. Non sono certo che questo possa avere implicazioni immediate sulla ricerca, ma certo ne ha sulla diffusione delle conoscenze. E’ importante che vi siano connessioni tra i mondi (oggi sin troppo distanti) dell’autoformazione(in Rete) e delle istituzioni scientifiche. Mi auguro possa nascere qualche progetto-pilota in tal senso all’interno di un’istituzione accademica o museale italiana. Un caro saluto MD

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