Il ministro Maria Chiara Carrozza afferma che la storia dell’arte sarà una priorità per il 2014 (vd. tweet qui sotto, 30.12.2013). Questa è una buona notizia. Speriamo che al MIUR si voglia anche riflettere sui modi e le finalità della reintroduzione di una disciplina inesplicabilmente depotenziata (o soppressa) da Mariastella Gelmini.

 

L’insegnamento della storia dell’arte non è importante perché educa al “buon gusto” (quale?) o perché celebra l'”identità” nazionale (quale?). E’ importante perché stimola la curiosità, potenzia la capacità di osservazione e promuove un equilibrio complesso tra attitudini cognitive diverse: la volontà di comprendere da un lato, lo stupore dall’altro. L’una e l’altro assai utili in ogni (futuro) ambito professionale.

Per chi avvicina un’opera d’arte senza conoscenza di codici, gerghi, tradizioni questa si rivela a tutta prima una molteplicità caotica. Si ottiene senso, dunque si riesce a ordinare il caos, solo se si riconoscono convenzioni e regolarità: emergono allora “figure” (o costellazioni di “figure”) che possiamo giudicare di primaria importanza e “dettagli” che scegliamo di elaborare in un secondo momento.

Introdotta dalla distinzione tra ciò che è primario e ciò che è secondario, “motivo” e “sfondo”, la capacità di analisi supporta l’intero processo interpretativo: nel bambino così come nell’adulto. Riusciamo a attribuire “significato” a un’immagine (dipinta o scolpita) solo dopo mille (più una) decisioni interpretative. Alcune giuste, altre destinate a rivelarsi fallaci. Ma imparare a correggersi è importante tanto quanto azzeccare.

In breve. Una precoce familiarità con le opere d’arte educa a scegliere tra opzioni molteplici e a formulare valutazioni ponderate. Costituisce inoltre l’indubbio beneficio di una formazione culturale cosmopolita. Perché dunque tagliare?

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7 Commenti

  1. Volevo da subito commentare un dettaglio, ma poi mi sono trattenuta nell’attesa di eventuali altri commenti. Visto che non arrivano, mi chiedo è mai possibile che un ministro tratti un argomento serio al livello di uno qualsiasi banale, tuittando come un’adolescente? O, per essere fiduciosi e positivi, ci sarà successivamente un foro più formale dove riprendere l’argomento? Mi sembra però che non ci sia la minima consapevolezza di quanto il mezzo modelli il messaggio e la sua credibilità, eppure dai tempi della prima radio, se non altro (e della famosa beffa radiofonica di Ronald Knox nel 1926) ci sono legioni di studiosi che se ne occupano. In un tweet non c’è nessun patto di sincerità, che in linea teorica è stipulato soltanto e poche volte in un certo contesto in cui certi messaggi vengono emessi o formulati. Oppure si fa finta di non saperlo e di conseguenza oramai tutto fa brodo o brodaglia: chiacchiere telefoniche, messaggini, tweet, facebook, talk-show, interviste (qui lo dico e là lo nego), comizi, ecc. ecc. sempre più in alto, hanno valori se non identici, quasi. Ma cos’è che fa veramente testo, affidabile?

  2. Forse la ministra non è in grado di formulare un pensiero complesso in italiano: sarà l’esterofilia. In un’intervista su Gente dichiarò infatti che le era piaciuto aver frequentato il liceo italiano perché le era stato possibile studiare un anno in Francia.
    Si tratta di un buon modo di motivare la classe docente, senza dubbio.

    • Infatti, dimenticavo: “Chi”, “Vanity Fair”, “Canzoni e TV”, “Il Sole” che fa persino mediana se non ricordo male.

  3. Storia dell’arte. E talmente imprtante che per farla male è molto meglio non farla! Bisogna fare innamorare i ragazzi delle cose belle, non rompergli le balle con libroni esagerati. Fonte: commento su facebook dei mie figli e dei suoi amici.

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