Alla notizia del terribile incidente capitato al professor Luca Serianni, un’anomala onda affettiva si è sollevata dalla tempesta di sentimenti di quanti l’hanno conosciuto, direttamente o indirettamente, attraverso i suoi scritti o i suoi discorsi pubblici. In particolare, è emersa distintamente una forte connessione sentimentale tra diverse generazioni di suoi ex studenti, che hanno riconosciuto emozioni simili alle proprie nelle parole di chi, ricordando il professore, aveva frequentato, in tempi diversi, le sue lezioni o aveva avuto la fortuna di frequentarlo oltre gli incontri accademici.

Che cosa ha ingenerato questa solida congiunzione affettiva, per di più in un tempo dominato dalla disillusione? Probabilmente la percezione netta di aver incontrato sulla propria strada un Maestro, per il suo sterminato sapere, certo, ma soprattutto per la rara facilità con cui riusciva a comunicarlo adeguando il discorso ai suoi interlocutori.

Una delle grandi lezioni che ci ha lasciato il professor Serianni è proprio il profondo rispetto verso i destinatari delle nostre comunicazioni, che, di conseguenza, devono risultare chiare e trasparenti. Basta sfogliare qualche manuale universitario di discipline umanistiche della fine degli anni Settanta e perdersi in quella sintassi labirintica e in quel lessico astutamente ambiguo per immaginare la felice sorpresa che rappresentarono, per me e per molti altri studenti, le nitide spiegazioni del professore, che hanno trovato poi una coerente versione nei suoi scritti. Contemporaneamente, durante quelle lezioni di grammatica storica di quarant’anni fa, si modificava in me un’inveterata idea di discorso sulla letteratura e perfino di letteratura.

Il professore si serviva dei versi della Commedia per spiegare l’evoluzione della lingua e in quelle lezioni, in cui sembrava che non usasse una parola di più né una di meno rispetto al necessario, una vecchia immagine di discorso letterario, impressionistico e sfuggente, così come una logora idea di letteratura, astratta ed estranea, finiva per perdere ogni scoria retorica e fittizia, per entrare con pieno diritto nel vivo della storia degli esseri umani.

Ancora soprattutto da lui ho appreso che l’autorevolezza di un professore dipende dal suo amore per la disciplina studiata e insegnata, dalla sua attenzione per gli allievi e dal modo in cui si combinano questi due aspetti. Nel prof. Serianni si realizzava una combinazione prodigiosa. Gli ho detto in diverse occasioni che nessuno aveva la sua capacità di mescolare rigore scientifico e leggerezza. Lui sorrideva timidamente. A me piaceva soprattutto questo del prof. Serianni, che la sua straordinaria cultura fosse al servizio della sua umanità. Ricordo che quando andammo alla fiera del libro di Torino a presentare il nostro volume sulla scrittura a scuola (Scritti sui banchi, Carocci, 2015, ndr), a uno degli autorevoli relatori capitò di perdere il filo del discorso un paio di volte. Il prof. Serianni, che parlò subito dopo, in un punto s’interruppe, come se non sapesse quale direzione prendere, del tutto naturalmente in quell’invisibile artificio retorico.

Della sua prassi didattica vorrei ricordare in particolare la consuetudine di usare una penna di inchiostro verde per segnalare le parti da valorizzare nelle prove scritte degli studenti. Secondo me era una pratica rivoluzionaria rispetto all’abitudine censoria delle “correzioni”, a cui alla fin fine si limitano quasi tutti gli interventi dei docenti nelle verifiche. Anche su questo provava a smorzare i miei entusiasmi con un sorriso umile. Però insisto: Luca Serianni, con i tratti di penna verde e i suoi garbati rifiuti di ciò che non andava, ci ha trasmesso la responsabilità e il piacere del lavoro curato nel dettaglio, la pretesa della qualità. Quasi tutti quelli che in questi giorni l’hanno ricordato non hanno potuto fare a meno di menzionare il riferimento costituzionale della sua ultima lezione, quando, coerentemente con il suo magistero, ha reso esplicito il senso del suo impegno di studioso e di docente. Difatti ai suoi allievi di quell’ultimo anno, ma idealmente a tutti i suoi studenti, disse che per lui loro rappresentavano, anzi erano lo Stato. Attraverso quel piccolo racconto della sua ultima lezione emergeva la dimensione civile e sociale della sua opera di studioso e della sua attività di docente impegnato a trasmettere felicemente quel sapere che amava condividere con gli altri.

Nella foto: il professor Luca Serianni durante l’ultima lezione alla Sapienza Università di Roma, 14 giugno 2017, Aula 1 Facoltà di Lettere e filosofia, foto di Stefania Sepulcri (settore ufficio stampa e comunicazione)

Per approfondimenti vedi anche l’intervista a Luca Serianni di Pierluigi Barberio pubblicata su Left del 10 settembre 2021

(Pubblicato su Left)

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