L’università italiana è alle prese con due questioni importanti: le procedure di abilitazione e la VQR. Entrambe hanno un protagonista istituzionale inedito: l’ANVUR. In entrambe gioca un ruolo rilevante la bibliometria. Ed entrambe hanno a che fare con la libertà di ricerca e con il futuro dell’Università e della ricerca in Italia.

Il contesto. Ecco ciò-che-tutti-sanno-dell’università-italiana (poco importa che alcuni punti dello scenario siano sostanzialmente falsi e altri ingigantiti e distorti):

1.  “La ricerca scientifica attraversa un periodo di stasi”, perché l’università produce poca ricerca [si legga qui e qui], ed è avviata al declino;

2. “La ricerca scientifica deve servire alla scienza e alle esigenze nazionali. Non deve servire a creare nuove cattedre e nuovi insegnamenti.” Il declino della ricerca italiana è causato dall’autoreferenzialità dei baroni.

3. Il sistema di reclutamento è distorto e corrotto da nepotismo e clientele. Il merito è mortificato.

4. All’università italiana e alla ricerca non mancano le risorse. La ricerca condotta dai baroni è spesso inutile per la società ed autoreferenziale.

5. I baroni hanno stipendi tra i più alti al mondo.

Da questo segue che l’università italiana è irriformabile con gli strumenti legislativi usuali; c’è bisogno di una rivoluzione (lo sostiene per esempio  Andrea Ichino). La politica ha il compito di individuare una élite accademica illuminata e d’avanguardia che possa modificare dall’alto il funzionamento della università e della ricerca italiana. I due snodi fondamentali sono finanziamento e reclutamento. Lo strumento istituzionale è l’ANVUR: un organismo tecnico di nomina ministeriale, lasciato incompiuto dal governo di centro-sinistra, cui vengono attribuiti poteri (oltre a molti altri) su valutazione e criteri per il reclutamento.

 

Sei riflessioni sul sistema delle abilitazioni.

1. Nel processo di reclutamento e avanzamento di carriera dei docenti, il decisore politico ha redistribuito il potere dalle commissioni di concorso all’ANVUR ed agli accademici ad essa organici, come si sarebbe detto qualche decennio fa. L’ANVUR esercita il potere definendo i criteri bibliometrici di preselezione [di commissari e candidati], e nominando le commissioni che lavorano alla classificazione delle riviste. Lla bibliometria ammanta tutto di “oggettività”: criteri, parametri, e nomine.

2. Sulla definizione dei criteri e parametri è nato un conflitto tra il CUN, organo elettivo di rappresentanza del mondo universitario, e l’ANVUR. Questo conflitto riflette due diverse visioni. Secondo il CUN criteri e parametri devono essere costruiti con il consenso delle comunità scientifiche. L’ANVUR vuole introdurre criteri e parametri decisi dall’alto, idea caldamente appoggiata dai ministri e da vari supporters. Il decreto ministeriale criteri e parametri sancisce la netta vittoria della soluzione proposta dall’ANVUR. La difesa delle specificità disciplinari presente nei documenti CUN, cede il passo ad una rozza bipartizione del sistema della ricerca in aree bibliometriche e non bibliometriche. L’attenzione alle modalità della produzione scientifica nei vari settori presente nei documenti CUN, viene sostituita dalle mediane specifiche per settore. Queste ultime sono l’espressione di un singolare connubio tra il corporativismo accademico italiano, organizzato in SSD, e l'”oggettività” bibliometrica.

3. Sembra esserci generale consenso sull’idea che la bibliometria sia un modo ragionevole di pre-selezionare candidati e commissari. I lavori delle commissioni di Area CUN,  sono un documento che mostra in modo esemplare che la comunità accademica ha interiorizzato una versione semplificata e rassicurante del dibattito scientifico internazionale sugli strumenti bibliometrici. Come ha acutamente notato una lettrice di Roars, sembra che la bibliometria sia l’unica scienza in cui non si usano intervalli di confidenza e misure di variabilità. Adottare strumenti bibliometrici senza attenzione a questi aspetti, può far scambiare per fatti quelle che sono solo illusioni ottiche. Questo significa che le scelte che saranno fatte (commissari e candidati) sono compiute con procedure che non hanno solide basi scientifiche. Purtroppo i numeri danno solo l’illusione del rigore.

4. L’ANVUR non solo definisce i criteri e parametri, ma ha anche il compito di calcolarli. Rende noti solo i risultati finali ed una sommaria descrizione delle procedure di calcolo. La vicenda delle mediane in movimento e le dieci domande di ROARS mostrano che gli standard di riproducibilità adottati nella comunità scientifica sono completamente abiurati. Non sono infatti noti i dati elementari e neanche gli algoritmi di calcolo.

E’ usuale leggere che coloro che sollevano questo  problema stanno nella parte bassa della distribuzione, hanno un h-index troppo piccolo e perciò non hanno diritto di parola. Il sistema delle mediane crea per sua natura consenso: quelli che superano i limiti chiedono di fare presto, anche perché, nel frattempo, il sistema delle carriere è bloccato da anni. Farebbe molto piacere che qualcuno con elevato h-index chiedesse trasparenza: dati elementari per il calcolo delle mediane e algoritmi di calcolo immediatamente resi pubblici. Magari con lo stesso fervore con cui è stato chiesto di rendere noti i risultati individuali della VQR.

5. Alcune aree sono riconosciute come non bibliometriche. Per esse c’è da mettere a punto un “sistema oggettivo” alternativo. Si inventano tre mediane: le prime due hanno il compito di selezionare per quantità. La terza per qualità. Per la terza c’è bisogno di classifiche delle riviste migliori. Sono disponibili quelle della VQR, ma l’ANVUR decide di predisporne di nuove. Questo permette di chiamare altri accademici esperti a far parte di commissioni, di farli interagire con i GEV, e soprattutto di riprendere il dialogo con le società scientifiche.

Viene attuata, come per la VQR, la strategia del divide et impera. Si spingono le società scientifiche a discutere ancora di liste di riviste. Si tenta di creare consenso, come per la VQR, e si selezionano gli alleati. Ogni proposta, come nella VQR, è degna di discussione, anche le più insostenibili; basta che il tema sia tecnico: quali riviste in classe A, quali criteri etc., e che tutto avvenga in stanze ben chiuse. Vengono pubblicati soltanto i risultati finali del processo. Verosimilmente non saranno resi pubblici i verbali delle riunioni, i criteri adottati, le modalità di decisione.

Solo una analisi accurata delle liste di riviste per ogni area potrà mostrare le strategie seguite nella loro costruzione. Per l’intanto sappiamo che in Area11 i lavori della commissione non sono stati guidati solo dall’obiettivo di selezionare le riviste migliori. Nelle liste sono inserite infatti, come scrive Andrea Graziosi, “riviste imparagonabili–fosse solo per diffusione–con quelle internazionali, ma è giusto che vi siano […] la valutazione servirà a rafforzarle, a proiettarle di più in campo internazionale, e renderle capaci di attirare più articoli ecc.”. Ne segue che qualche commissario ha ricevuto semaforo verde e qualche candidato potrà accedere all’abilitazione soltanto perché ha pubblicato su riviste che ANVUR ha deciso di rafforzare.

Anche nelle altre Aree non bibliometriche è stata adottata una strategia promozionale simile? Tenderei ad escluderlo per Area 13, dove le liste contengono solo riviste internazionali. Sarebbe però opportuno che ANVUR rendesse noto quante riviste italiane “imparagonabili” con quelle internazionali sono state inserite nelle liste a fini di promozione. Non foss’altro per mettere a tacere i malevoli che sospettano che qualcuna sia stata inserita per fungere da backdoor per commissari e abilitandi, altrimenti esclusi.

6. Il confine tra le decisioni politiche e le scelte tecniche di valutazione è assai labile. Nel caso delle abilitazioni si verificano addirittura che delibere dell’organo tecnico (ANVUR) modifichino in modo sostanziale il testo del decreto ministeriale, come accade per la normalizzazione per età accademica. Come Giuseppe De Nicolao ha spiegato, l’ANVUR ha sostituito l’h-contemporaneo a quanto previsto dalla norma ministeriale (normalizzazione di h per età accademica). La giustificazione di questo è basata sul fatto che l’h-contemporaneo si “comporta bene“, cioè dà luogo a risultati desiderabili.  In modo forse meno eclatante, data l’ambiguità di formulazione del testo dell’allegato B del DM, l’ANVUR adotta tre mediane nei settori non bibliometrici. L’uso di tre mediane (anziché due) non fa rumore, forse perché ha permesso di dare il semaforo verde a molti commissari, e permetterà a molti abilitandi di mettersi in regola da qui a novembre (spesso basta un ISBN!). Il punto che mi interessa sottolineare è la torsione del sistema. Se l’organo tecnico si accorge che quanto previsto dal decisore politico non è coerente con gli obiettivi perseguiti, non si limita a informare il ministro, ma interviene direttamente, modificando le regole. Perpetuando la confusione tra scelte politiche e interventi tecnici già notata per la VQR.

 

Conclusioni. Ogni critica all’ANVUR, alla VQR o alle abilitazioni è soggetta al gioco della torre: meglio il sistema baronale di quello attuale? Meglio il vecchio sistema delle abilitazioni dell’attuale? Sollevare dubbi sulle modalità di nomina, sull’incongruenza dei criteri, sulla mancanza di coerenza logica, sui possibili errori, sulle pratiche alternative adottate nelle nazioni indicate a modello di ricerca efficiente – tutte le questioni sollevate da ROARS in queste settimane – è disfattismo controrivoluzionario della vandea accademica.

Nessuno difende il sistema baronale. Ma l’attuale sistema delle abilitazioni ha semplicemente spostato il potere dai “baroni”, ad una élite accademica scelta dalla politica direttamente (il consiglio direttivo dell’ANVUR) o indirettamente (GEV ed esperti, nominati dall’ANVUR). VQR e abilitazioni stanno introducendo un controllo tecnocratico di diretta emanazione ministeriale  sull’università e sulla ricerca italiana. Tale controllo, attuato con un uso massiccio di strumenti bibliometrici, ha come conseguenza prevedibile una modificazione delle modalità di ricerca, di organizzazione dei team, di comportamento citazionale e perfino di scelta dei temi di ricerca. La direzione del cambiamento non è nota, e non è detto che sia desiderabile.

Credo che sia vitale salvaguardare la sovranità e l’autonomia della comunità scientifica. Contro la rivoluzione dall’alto imposta dal ministro Gelmini, continuata, spero a malincuore, dal ministro Profumo, ed attuata con strumenti solo apparentemente tecnici dalla plenipotenziaria ANVUR.

Credo che tutto ciò dovrebbe stare al centro dei programmi di governo di coloro che hanno a cuore il futuro dell’università e della ricerca in questo paese.

 

Send to Kindle

47 Commenti

  1. Bellissimo articolo (e condivisibile). Aggiungo che per l’area 13 per le riviste di classe A si è scelto di riproporre la lista del VQR, nonostante pareri contrari tra i componenti del GEV e nonostante le società scientifiche avessero fornito indicazioni precise, puntuali e diverse al riguardo (ed il tutto in barba a quanto dichiarato dall’ANVUR che le due liste sarebbero state diverse).

  2. Posso ricordare un altro aspetto in cui, come scrive Baccini, l’organo tecnico “interviene direttamente, modificando le regole”? La normativa (DM 7/6/2012, allegato B) prescrive:

    “Per ciascun settore concorsuale di cui al numero 1 l’ANVUR, anche avvalendosi dei gruppi di esperti della Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR) e delle società scientifiche nazionali, effettua una suddivisione delle riviste su cui hanno pubblicato gli studiosi italiani in tre classi di merito”.

    L’ANVUR ha “interpretato” questa norma basando la sua classificazione sui dati CINECA, ossia sulle pubblicazioni registrate dai docenti attualmente in servizio in Italia. Ossia – cito da una risposta di fonte ANVUR (Fantoni, Bonaccorsi, Novelli: http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2012/09/abilitazione-nazionale/ – v. #7836) – “la legge obbliga a classificare solo le riviste su cui autori italiani hanno pubblicato, e questo non può che significare che ve ne è traccia sul loginmiur al 15 luglio.” Questa equivalenza non sta scritta da nessuna parte. Le mediane non sono applicate solo a chi è già inquadrato, ma anche a candidati. Può darsi il caso di studiosi italiani che lavorano all’estero o che comunque non siano ancora inquadrati nell’Università italiana, e che abbiano pubblicato su riviste prestigiosissime; in base questa interpretazione arbitraria della legge, dovuta chiaramente a sole esigenze pratiche, una tale rivista non viene neppure considerata (non lo è stata) tra quelle riviste candidabili per la fascia A. Questo viene usato ora per spiegare molte gravi omissioni, che colpiscono proprio i giovani internazionalizzati che si dice di voler aiutare con la mediana “qualitativa”, ma in ogni caso – prescindendo dal fatto che ne spiegherebbe solo alcune – risulta da una decisione arbitraria.

  3. Premetto che sul mio sito MIUR-Docente ho il semaforo verde; non so se questo mi qualifica per l’invito rivolto a “qualcuno con elevato h-index”. Ho spesso pubblicamente criticato i criteri di valutazione dell’ANVUR e concordo in pieno con la lettrice che ha notato come i parametri bibliometrici non abbiano attendibilita’ statistica: di fatto non possono averla. Il parametro bibliometrico e’ oggettivo solo finche’ preso in modo acritico, senza ragionarci sopra; ma usato in questo modo e’ anche molto grezzo. Se si comincia a ragionarci sopra gli si puo’ far dire qualunque cosa. Con questi limiti, il parametro bibliometrico puo’ al massimo essere usato per fissare una soglia minima ai commissari o ai candidati di concorso; ma la soglia deve appunto essere minima per non rischiare di escludere persone di valore. Stabilita la soglia, qualunque ulteriore valutazione deve venire dal giudizio dei pari, coinvolgendo se lo si vuole anche scienziati stranieri.
    C’e’ un punto sul quale vorrei spendere una parola in piu’. Il parametro bibliometrico o la mediana dovrebbero essere indicatori della “qualita’” dei docenti e dei ricercatori, l’obiettivo dell’intera operazione essendo il miglioramento questa indefinita qualita’. Cio’ che sta succedendo e’ contrario alle premesse: l’indicatore essendo un parametro numerico usato acriticamente, diventa esso stesso l’obiettivo del docente e al diavolo la qualita’. Ovvero: sono valutato per la ricerca e non per la didattica? Faro’ meno didattica per dedicarmi di piu’ alla ricerca. Contano indici basati su citazioni che non escludono le autocitazioni? Cerchero’ di pubblicare tanto e male, autocitandomi il piu’ possibile, piuttosto che poco e bene. E cosi’ via verso lo sfacelo del sistema.

  4. Eccellente sintesi di Alberto Baccini.

    Va notato, di passaggio cosa è sotteso alla citata giustificazione addotta da Andrea Graziosi, relativa ai palesi squilibri nelle riviste di classe A dell’area 11C:

    Graziosi scrive che, per quanto i criteri rivendicati dall’Anvur stesso per l’eccellenza delle riviste facciano essenziale riferimento alla diffusione internazionale, si sia ritenuto di inserire in modo esteso riviste italiane a scapito di note riviste internazionali. E con quale ratio?
    Con la seguente: “Certo, in A vi sono così nostre riviste imparagonabili–fosse solo per diffusione–con quelle internazionali, ma è giusto che vi siano anche le prime. E se la valutazione servirà a rafforzarle, a proiettarle di più in campo internazionale, e renderle capaci di attirare più articoli ecc., penso che saremo di fronte a una ricaduta indiretta certo, ma molto positiva”

    Ora, Graziosi dice pudicamente che si trattava di inserire “anche” le riviste italiane imparagonabili con quelle internazionali, ma di fatto ciò che si è verificato, almeno per l’area 11C, è che le prime sono state introdotte in gran parte “al posto” delle seconde. Il punto più grave, a mio avviso, è però che nessuno, proprio nessuno ha autorizzato l’Anvur a porsi il problema di aiutare questa o quella rivista a “proiettarsi in campo internazionale”. Ciò che la risposta di Graziosi fa trasparire è che invece di redigere la lista delle riviste per le specifiche finalità di rilevazione della qualità delle pubblicazioni pregresse, si è redatta la lista avendo di vista i benefici prospettici che sarebbero potuti venire dall’essere alcune riviste italiane inserite nella classe A. Ora, francamente io sono esterrefatto da come si possa con tranquillità ammettere una cosa del genere. Questo è precisamente quanto dice Baccini qui sopra: siamo di fronte ad un semplice spostamento di potere tra elite accademiche, alla faccia degli slogan della trasparenza e della meritocrazia.

    Nella fattispecie mette conto notare che il problema rappresentato dalle disparità nella lista delle riviste di area 11C è apparentemente stato riconosciuto dall’Anvur, anche se il modo in cui, pare, ritengano di porvi rimedio lascia una volta di più perplessi.
    Riporto a questo proposito la risposta che ho ricevuto dalla presidenza Anvur relativa alla mia contestazione della lista di classe A / 11C:

    >> Egregio collega
    Trasmettiamo la sua segnalazione ai membri del Gruppo di lavoro Riviste scientifiche dell’area 11, per opportune valutazioni.
    La risposta che lei dà alla fine della sua lettera è però nella giusta direzione: la legge obbliga a classificare solo le riviste su cui autori italiani hanno pubblicato, e questo non può che significare che ve ne è traccia sul loginmiur al 15 luglio. Il riscontro personale che lei ha fatto è certo corretto ma forse non copre tutti i casi che solleva.
    [NOTA BENE:] Aggiungiamo che il Gruppo di lavoro si sta effettivamente ponendo il problema di aggiungere una lista, non obbligatoria per legge, di segnalazione di elevata qualità. Sarebbe un importante segnale che noi auspichiamo, anche se richiederà altro tempo. Alcune aree hanno già provveduto in questo senso.

    Molti cordiali saluti

    Per il Consiglio Direttivo il Gruppo di lavoro Abilitazione
    Fantoni, Bonaccorsi, Novelli <<

    • non nego che sia di mio particolare interesse (11/c) ma la lista delle riviste in fascia A è davvero problematica. in primo luogo per il futuro della disciplina. poi resterà questa, e magari con qualche aggiunta non obbligatoria, ma è sconsolante trovare, almeno io la trovo, conferma in quella lista della situazione di quel settore.

  5. Mi scuso se inizio con un appunto. Noto un certo compiacimento nelle analisi puntuali di carattere tecnico che i vari contributi hanno presentato. Certamente, analizzare e criticare sul piano strettamente tecnico è senz’altro utile e dimostra professionalità. Ma il punto era ed è un altro, e non soltanto secondo me perché ne sto parlando con colleghi, e lo comprendiamo d’un solo colpo anche sulla base di quel che ha già offerto la letteratura internazionale sull’argomento delle valutazioni (soprattutto in campo umanistico). E’ in corso una sostituzione di baronato, volendo usare questa terminologia, determinata da una certa politica e da una certa ideologia (omologazione ai principi di un certo tipo di potere che non tollera pluralità di vedute: così le risorse vanno ai propri supporter, e gli altri sono destinati all’estinzione; ma perché bisogna riproporre una cosa già detta e ridetta da altri?). I più adattabili si sono subito trasformati, ne erano già predisposti peraltro, come è successo nei paesi cosiddetti comunisti dopo il 1989 (reciclaggio dei dirigenti e di una parte della società che ‘conta’). Il ministro Profumo, che avrebbe dovuto dimettersi dopo il disastro TFA, non agisce a malincuore e controvoglia, ma è organico al processo della tunnelista (‘bisogna oliare’, ve lo ricordate?). Va avanti a rullo compressore, nel vero senso del termine. Quella cosa detta da Graziosi sulle riviste da promuovere con quest’occasione

    “riviste imparagonabili–fosse solo per diffusione–con quelle internazionali, ma è giusto che vi siano […] la valutazione servirà a rafforzarle, a proiettarle di più in campo internazionale, e renderle capaci di attirare più articoli ecc.”

    è un vero sopruso, per essere educati, una prepotenza sfacciata che non sta ne’ in cielo ne’ in terra. Serve a precostituire il futuro, altro che valutazione del passato (con criteri per di più a posteriori). Che va di pari passo con ‘gli sfigati’ , con la non distribuzione delle caramelle, con i pasticci anvuristi disinvoltamente superati. E così via. Non c’è analisi tecnica che tenga. Quelli non mollano manco morti.

  6. Eccelente articolo.

    Un altro esempio pratico di come il nuovo sistema potrebbe cambiare i comportamenti dei ricercatori nell’ambito della ricerca scientifica: Gli editori di tante riviste scientifiche scelgono i referee che devono valutare la qualita’ di un articolo dai nominativi che trovano nella lista delle citazioni dell’articolo stesso.

    Sono stato troppo onesto o troppo stupido (o entrambe le cose?) a rifiutare di recente due articoli che non meritavano la pubblicazione ma citavano alcuni lavori miei? Era giusto rifiutare questi articoli, ma il nuovo sistema in un certo senso incentiva i ricercatori italiani che svolgono il ruolo di referee per riviste scientifiche a promuovere articoli non meritevoli per il solo fatto che aumentano il proprio numero di citazioni.

    Diciamoci la verita’. Anche nel resto del mondo ai ricercatori piace essere citati. Ma non si giocano la carriera perche’ gli mancano due citazioni per superare un mediana di cui non si sa com’e’ stata calcolata …

  7. A proposito di scienziati stranieri, ma qualche “straniero” avrà presentato domanda per candidarsi a commissario. Io ripetutamente ho provato a cliccare sul link per vedere come appariva il form, ma non è successo alcunchè! Se ci sono quando comparirà la lista di quelli sorteggiabili?

    • Ottima considerazione.
      Anche perché sarà molto ineterssante verificare quanti di questi commissari “stranieri” saranno effettivamente tali e quanti saranno invece italiani all’estero, facilmente con interessi in Italia.

    • Non ho capito una cosa. Ma se gli stranieri non fanno domanda, l’Anvur li nomina d’ufficio?

    • Non penso proprio.
      Anche perché sul sito del MIUR, sezione ASN, c’è il link (in ITALIANO) ad un testo/form (in INGLESE) per eventuali aspiranti commissari da paesi OCSE con specificata la procedura da seguire, nonché il compenso, pari a EUR 16.000.

      Se si pensasse a una nomina d’ufficio, chi sinomina e da quali “liste” di potenziali commissari?

    • Molti SSD ben coordinati si sono attivati chiedendo a colleghi stranieri di presentare la domanda.

  8. Mi pare un’analisi molto lucida.
    Il problema pero’ e’ capire come fare ora per riparare ai pasticci combinati finora senza produrre disastri peggiori. Annullare il concorsone rischierebbe di paralizzare il sistema per l’ennesima volta, mentre un concorsone “senza filtri” rischierebbe di spianare la strada ad una nuova ‘ope legis’.
    Sarebbe interessante analizzare qualche proposta di ‘exit strategy’.

    • La “exit strategy” è molto semplice: 1) il MIUR dovrebbe accettare come possibili commissari tutti quelli che insistono nel candidarsi 2) Le commissioni dovrebbero dichiare in apertura dei lavori che si riservano di non applicare solo criteri “bibliometrici”. Poi le commissioni dovrebbero usare il buon senso. Con questa ovvia “exit strategy” ci saranno molti più abilitati di quanti possono essere ragionevolmente assunti negli anni di validità della abilitazione, ma basta una leggina per prolungare la validità dell’abilitazione. Il problema riguarderà gli attuali assegnisti e i futuri ricercatori di tipo A, perché non saranno banditi concorsi di ricercatore di tipo B. Infine il vero potere baronale sarà esercitato nei concorsi locali.

    • Be’, questo e’ abbastanza simile a quello che, nel mio commento, indicavo come “concorso senza filtro”: nessun filtro sulla commissione (mi pare di capire), e ‘quota’ dell’asticella per passare il concorso fissata arbitrariamente dai commissari.

      Visto poi che l’abilitazione e’ a numero aperto, questo e’ appunto lo scenario “todos caballeros”. E non mi sembra desiderabile: se **tutti** (o quasi) sono abilitati, saranno gli equilibri di potere locali di questa o quella sede a decidere chi chiamare e chi no. Cio’ vuol dire che dipartimenti virtuosi chiameranno docenti validi, ma nei dipartimenti dove e’ saldo il controllo baronale passeranno candidati raccomandati, anche se mediocri.

    • Secondo me invece sono i filtri anvur che potrebbero sottendere ad una ope legis (abilitato chi li supera).

  9. Tornando da un bel consiglio di Facoltà o di corso di Laurea, non vi è mai venuto in mente che se nella prossima tornata di concorsi venissero abilitati e poi reclutati i candidati sulla base del puro caso (tirando dadi veri e ben bilanciati) ci potrebbe essere finalmente qualche possibilità di includere per sbaglio anche qualcuno che se lo merita, dandogli per la prima volta pari opportunità? Il sistema delle mediane non è ancora abbastanza randomizzato e rischia di premiare chi è legato ai soliti gruppi di potere con i curricula gonfiati.
    A vedere certi spettacoli viene da pensare che eccettuato il punto 5 (sugli stipendi), il resto di “ciò-che-tutti-sanno” sia finanche “understated”.

  10. Finalmente visibile!
    “Detailed information on National competition rules can be found in the Ministerial Decree n. 76, June 7, 2012 and in the ANVUR Delibera n. 50, June 21st, 2012, which are both available (in Italian) on this website. English versions will also appear as soon as possible.”
    Ovviamente non c’è alcuna versione del DM 76 in lingua inglese. Sicuramente si tratterà di pseudo stranieri.

  11. Non vi è volontà alcuna di ripensamento da parte di ANVUR. Predomina l’apatia da parte degli organi ufficiali che dovrebbero rappresentare il mondo accademico. A me pare che il destino di questa procedura sia sostanzialmente segnato: si troverà a collidere inevitabilmente contro i ricorsi promossi da tutti quegli aspiranti alle abilitazioni che risulteranno danneggiati dalla scelta di dell’indice h contemporaneo rispetto all’indice h normalizzato. In buona sostanza il destino di questa macchina infernale dipenderà dalla iniziativa personale dei singoli (e coraggiosi) interessati: “e le stelle stanno a guardare…”

  12. Condivido l’articolo tranne che per la parte riguardante il Ministro nella chiusa: non se se a malincuore o no ma, mi sembra, che stia perseguendo obiettivi che vanno addirittura oltre quanto prefigurato dalla legge Gelmini. Nella suddetta legge, infatti, il ruolo dell’ANVUR per quanto concerne i criteri per le abilitazioni è molto sfumato in quanto i criteri vanno definiti dal ministero “….. sentita l’ANVUR”. Ora “sentita l’ANVUR” non significa “decide l’ANVUR” e pertanto il Ministro avrebbe avuto tutti gli spazi possibili per decidere in autonomia e fare propri, ad esempio, i criteri CUN. Inoltre un Ministro che viene dal mondo universitario non può avallare criteri quantitativi e bibliometrici senza correggerli con un doveroso fattore di proprietà visto che questi stessi criteri vanno applicati ai singoli. Per me il Ministro Profumo è più Gelminiano della Gelmini e proprio non capisco come il PD, che ricordo aver sostenuto le ragioni dei protestatari durante le mobilitazioni contro la legge Gelmini, possa dargli tutto questo credito.

    • Ho scritto: “spero a malincuore”. Cioè voglio sperare che il ministro si renda conto di quello che sta facendo. Poi lo sento su Sky ieri sera che dichiara che le scuole italiane miglioreranno, visto che ogni scuola avrà almeno una lavagna elettronica ed ai docenti del sud verrà dato un tablet. E la speranza svanisce…

  13. Baccini: “VQR e abilitazioni stanno introducendo un controllo tecnocratico di diretta emanazione ministeriale sull’università e sulla ricerca italiana. Tale controllo, attuato con un uso massiccio di strumenti bibliometrici, ha come conseguenza prevedibile una modificazione delle modalità di ricerca, di organizzazione dei team, di comportamento citazionale e perfino di scelta dei temi di ricerca. La direzione del cambiamento non è nota, e non è detto che sia desiderabile.”

    Difficile non essere d’accordo, anche rimanendo restii ad assumere una piena consapevolezza da parte dell’ANVUR delle conseguenze di quello che sta facendo.
    Tra l’altro l’articolo non menziona l’incombente AVA, che minaccia di travolgere l’Università italiana con richieste da far impallidire l’imcubo del contabile di keyenesiana memoria.
    Non è roba per tutti, ma forse un assaggio della prosa potrebbe bastare a chiarire (dall’Introduzione: http://www.anvur.org/sites/anvur-miur/files/ava_documentofinale_0.pdf):
    “Qualità. Il termine Qualità è un contenitore che assorbe e rappresenta una molteplicità di concetti e di intenzioni. Nell’uso comune indica sinteticamente un valore sempre positivo: un prodotto o un servizio “di qualità” hanno caratteriostiche desiderabili e promettono soddisfazione a chi ne fruisce. Analogamente, il termine può indicare adeguatezza a uno scopo, utilità in relazione a una funzione prevista.
    Se si prende in considerazione il miglioramento continuo [SIC], Qualità indica la capacità di “trasformare”, di incrementare, di aggiungere valore a un bene o a un servizio (qualità come “valore aggiunto”) o di raggiungere risultati al di sopra di standard-base di riferimento (qualità come “eccellenza”).
    Per delimitare il concetto di Qualità e tradurlo in un insieme di criteri atti a metterla concretamente in pratica e a valutare il grado in cui è realizzata, intenderemo qui per qualità il grado in cui le caratteristiche del sistema di formazione e ricerca soddisfano ai requisiti ovvero anche il grado di vicinanza tra obiettivi prestabiliti e risultati ottenuti. Ciò mette in gioco la capacità dell’istituzione universitaria di scegliere obiettivi di valore e di raggiungerli, adottando i comportamenti necessari per misurare e accrescere la vicinanza fra obiettivi e risultati. Il valore o l’adeguatezza degli obiettivi dell’università devono essere stabiliti tenendo conto delle priorità o aspettative da parte della domanda di formazione e delle linee di programmazione emanate dal MIUR”.

    Buonanotte e buonafortuna a tutti.

  14. Nel post ho dimenticato di citare una fonte. Le frasi virgolettate ai punti 1 e 2 dello scenario sono tratte dal discorso tenuto da Benito Mussolini per la cerimonia di insediamento del CNR il 2 febbraio 1929.

    Il testo completo si può leggere qua: http://www.dittatori.it/discorso2febbraio1929.htm

    Ecco il servizio dell’istituto luce:
    http://senato.archivioluce.it/senato-luce/scheda/foto/IL0000019679/12/Il-discorso-di-insediamento.html

  15. Ultime notizie!!

    A new tool promises to predict a scientist’s future success better than the traditional h-index.

    Articolo su Nature di oggi tra gli autori Stefano Allesina (Noise of America).
    Non è che l’ANVUR gli ha chiesto consulenza?

    “We research scientists often worry about the future of our careers. Is our research an exciting path or a dead end that will end our careers prematurely? Predicting scientific trajectories is a daily task for hiring committees, funding agencies and department heads who probe CVs searching for signs of scientific potential.”

    Future impact: Predicting scientific success
    Daniel E. Acuna, Stefano Allesina & Konrad P. Kording
    (non è detto che il link funzioni)

    http://www.nature.com/nature/journal/v489/n7415/full/489201a.html#auth-2

  16. I miei studenti stanno minacciando un ricorso al TAR!

    Mi hanno spiegato che il loro avvocato dice che la pratica di assegnare esercizi all’esame, richiedendo quindi in maniera RETROATTIVA abilità e preparazione su parti del programma di esame, seppur contenute in quello ufficiale, ma sempre diverse ed imprevedibili ma mai rese note almeno 60 giorni prima dell’esame, mi mettono seriamente a rischio.

    Tra l’altro dicono che la cosa lede seriamente il PRINCIPIO DI EGUAGLIANZA mettendo il docente, che conosce sia le domande sia (si spera) le corrette risposte e svolgimento dell’esercizio stessi, su piani diversi.

    Non mi sono reso conto ma in tutti questi anni ho violato palesemente la costituzione ed i diritti fondamentali.

    A proposito di frasi famose: “Dottor Speer scusi mi sa dire l’ora?”
    Risposta: “Sono le 9 e 30”

    Non vi immaginerete nemmeno chi ha pronunciato questa frase. Da oggi in poi porterò sempre l’orologio con me.

    • Voleva essere arguto?
      Ci sono battute che non fanno ridere perché bisgna spiegarle.
      E ci sono battute che non fanno ridere perché non si saprebbe neanche spiegarle.

    • Da morire dal ridere. Ecco, quello di cui abbiamo bisogno è proprio spiritosaggini sui principi costituzionali.

      Le consiglio un esperimento più semplice di quello di 1saqquara (ma aspetto i risultati anche di quello). Provi a esaminare i suoi studenti su un programma non comunicato in anticipo. Vedrà che nessuno avrà voglia di ridere, ma tutti capiranno benissimo cosa vuol dire retroattività. Tutti gli studenti, intendo. Per il docente, è tempo perso.

    • Io direi di lasciarla stare in pace la nostra povera e bella Costituzione. Tirarla in ballo per tutelare gli interessi di chi vuole giustificare e mantenere il potere acquisito non è per niente decoroso.

      Qui non stiamo parlando di diritti dei lavoratori o di soggetti deboli, ma di privilegi.

      Poveri noi, toh all’improvviso ci hanno fatto scoprire che dovevamo fare ricerca per essere Prof.? Ci dovevate avvisare che ci organizzavamo un po’ prima…..

    • Proseguendo nel suggerimento di Claudio La Rocca:

      Caro Celenteron, provi ad esaminare i suoi studenti su di un programma diverso da quello comunicato in anticipo, e poi, a fronte delle loro facce perplesse, si metta anche a fare lo spiritoso dicendo “toh, all’improvviso avete scoperto che bisogna studiare per passare gli esami?”

      Ecco, a questo punto le consiglio di munirsi di una scorta armata e di un buon avvocato.

    • Caro (Giuseppe) Celenteron,
      ma lei davvero credo che io nel mio post abbia scritto di retroattività, ricorsi al TAR, principio di eguaglianza e di orologi?
      Spero vivamente per Lei che non lo abbia letto il mio post.

    • Ho letto attentamente il suo post. Tra l’altro devo dire che scrive molto bene. No non parlava di ricorsi e di retroattività, ma l’argomento è molto attuale. Nel mio Dipartimento se ne discute molto.

      Per quanto riguarda gli orologi, mi sono “permesso” di ironizzare sull’artificio retorico (molto ben costruito tra l’altro) di citare le frasi di Mussolini.

  17. Caro Celenteron,
    potrebbe fare un esperimento.
    Scegliendo studenti a caso, divida la sua classe in due gruppi, uno contenente il 25% e l’altro il 75% degli studenti. Poi, nel gruppo contenente in 75% di studenti, formi gruppi di tre in modo da avere grossomodo tanti gruppi di tre quanti studenti del restante 25%.
    Poi dia un compito scritto contenente tre esercizi, ognuno dei quali richiede circa mezz’ora per essere risolto, e distribuisca il compito sia agli studenti singoli (il 25%) che ai gruppi di tre concedendo mezz’ora di tempo per risolvere tutti e tre gli esercizi.
    Poi attribuisca in toto a ciascuno dei suoi componenti il risultato ottenuto da un gruppo mentre lasci il risultato ottenuto da ciascun singolo (del gruppo del 25%) a se stesso.
    Infine costruisca la mediana degli esercizi svolti e promuova solo quelli che la superano.
    Attendo gli esiti del suo esperimento (inclusi gli hurrà di entusiasmo che i suoi studenti le riserveranno) e mi auguro che vorrà senz’altro condividerli con la comunità scientifica.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.