Ogni tanto, è utile tornare su alcuni casi per domandarsi come sono andati a finire. Risalgono all’anno scorso due episodi alquanto singolari. Da un lato, Anvur aveva annunciato che, relativamente alle abilitazioni nei settori “non bibliometrici”, stava per ritirare la patente di scientificità ad una serie di riviste, tra cui The Lancet e British Medical Journal (ricordiamo che i settori non bibliometrici includono le Scienze e economiche e statistiche, discipline che potrebbero scegliere queste riviste come sedi di pubblicazione per lavori di statistica e economia sanitaria, solo per citarne alcuni). Un metro di giudizio assai meno severo veniva applicato nell’Area 11, dove, a partire da febbraio 2017, era stata non solo attribuita la patente di scientificità ma anche quella di eccellenza (classe A per il Settore concorsuale 11/D2) ad una rivista “predatoria”, il Journal of Sports Science. Una rivista, non solo priva di basilari requisiti, ma che fin dal titolo cerca di “clonare” il più serio Journal of Sports Sciences, di cui copia persino gli “aims and scopes“. In questo post cercheremo di capire come è andata a finire. Come vedrete, non si tratta esattamente di un lieto fine.

1. Lancet? Declassata

Ecco cosa risulta dalla lista delle riviste di Classe A per l’Area 13, pubblicata il 18 febbraio 2018.

Come si può leggere nella nota a piè di pagina, a partire dal 2018 i lavori pubblicati su The Lancet non sono più considerati “di classe A” per tutti settori concorsuali dell’Area 13. Analoga la sorte di BMJ e di Brain. Nonostante avesse ventilato il ritiro della patente di scientificità tout court, l’Anvur è stata generosa e ha mantenuto The Lancet, BMJ e Brain nella lista delle riviste scientifiche.

Per i nostri lettori più attenti, il declassamento di The Lancet non è una novità. A suo tempo, avevamo pubblicato una lettera firmata che commentava così la decisione dell’agenzia di valutazione:

Chi si occupa, come la sottoscritta di temi complessi nell’ambito di Economia Sanitaria, scrive con medici ricercatori ed epidemiologi su questioni che riguardano, tra l’altro, le cause e le conseguenze economico sociali delle malattie. The Lancet pubblica i nostri articoli.

Non solo, scriviamo, sulla spesa sanitaria, sulle fonti e le proiezioni di spesa, sulla sostenibilità dell’universalismo ecc. Anche in questo caso, The Lancet pubblica i nostri articoli. Inoltre, tutti i contributi sono supportati da banche dati rilevanti e da elaborazioni statistico-econometriche sofisticate.

Mi domando, come è possibile che una rivista tanto autorevole come The Lancet venga estromessa dalla fascia A per l’area 13 quando essa non pubblica più solo cose squisitamente mediche? e poi cosa è cambiato tra il 2016 e il 2017?

Oramai, si fa fatica a fare questo lavoro! Tra i vari problemi, si è pure costretti a fare, metaforicamente, matrimoni combinati con i temi esplicitamente previsti nelle declaratorie e se qualcuno, come me, si sposa per amore occupandosi di qualcosa che non rientra chiaramente in esse, la vita del ricercatore diventa molto difficile e la possibilità di fare carriera lasciata all’arbitrio di qualcuno che non sa nemmeno di cosa parliamo, figuriamoci capire la qualità di riviste come The Lancet.

Quando la sorte della prestigiosa rivista era ancora in bilico, avevamo riportato alcune voci che tentavano di dare una spiegazione a una decisione altrimenti poco comprensibile:

Alcuni sostengono che tutto ciò risponde a una logica precisa. Quella delle corporazioni medioevali. Noi non ci crediamo. Ma riportiamo le voci.

Il BMJ, ed anche The Lancet e molte altre riviste di area medica sono state considerate riviste di classe A. Adesso non solo escono dalla classe A, ma vengono addirittura considerate non scientifiche.Molti studiosi di Area 13 pubblicano anche su quelle riviste. Si dice che si tratti di statistici, matematici e anche economisti che collaborano con medici. Le riviste mediche sono riviste con indici bibliometrici più elevati delle riviste di statistica/probabilità/economia. E, quindi, chi scrive su quelle riviste gode di un vantaggio citazionale nei concorsi, dove l’IF e le citazioni pesano. Limitare il recinto della scientificità alle sole aree di specifica pertinenza potrebbe permettere agli statistici-statistici, agli statistici-sociali e a quelli economici di controllare ciascuno il proprio orticello, senza dover fare i conti con per esempio gli epidemiologi o più in generale con chi ha collaborato con studiosi di altre discipline a maggiore impatto citazionale. Ma, ripetiamo, si tratta di leggende. Noi siamo fermamente convinti che ANVUR e i gruppi di lavoro operino nel solo interesse della scienza e della verità.

2. La rivista predatoria? Promossa in classe A

Un’altra vicenda a dir poco singolare era l’inclusione del Journal of Sports Science tra le riviste di classe A del settore concorsuale 11/D2 – Didattica, pedagogia speciale e ricerca educativa. L’ingresso nell’Olimpo dell’eccellenza risale alle liste pubblicate il 9 marzo 2017.

Cosa ha di strano questa rivista pubblicata da David Publishing Company? Beh, la casa editrice è additata come one of the most notorious members of the predatory-publishing ecosystem. Per chi non lo sapesse, sono dette “predatorie” quelle riviste che pubblicano articoli scientifici dietro compenso e senza i normali controlli di qualità (peer review) tipici dell’editoria scientifica.

Ma le anomalie non si fermano qui. Infatti, il Journal of Sports Science è addirittura citato ad esempio come caso paradigmatico di rivista fasulla (bogus journal) che cerca di giocare sull’assonanza con i titoli di riviste scientifiche accreditate:

One example of a common predatory journal is “The Journal of Sport Science”, which uses a name very close to a legitimate journal

In particolare, il titolo non solo è una versione abbreviata di The Journal of Sport Science and Medicine, ma è quasi identico a The Journal of Sport Sciences, da cui ha persino scopiazzato gli “aims and scopes”, come puntualmente denunciato da chi è stato imitato e copiato.

Il 14 ottober 2017 era stato Roars a osservare che il Journal of Sports Science (senza la “s” finale”) “non conosce indicizzazione alcuna in Scopus, Medline o JCR“, ma piuttosto sembra uscito

dallo spazio profondo delle riviste che usano chiedere all’autore di pagare un contributo per accedere alla pubblicazione ed in cui troviamo non solo oneste e blasonate riviste open access, ma anche riviste che ormai vengono indicate con l’etichetta di predatory journals.

Infine, anche DOAJ (Directory of Open Access Journals), lista di autorità delle riviste open access, non contempla il J. of Sports Science, mentre indicizza il J. of Sports Science and Medicine.

Avevamo anche cercato di capire di chi potesse essere la “manina” che aveva inserito questa poco qualificata rivista nell’Olimpo dell’eccellenza anvuriana, senza però arrivare a conclusioni definitive.

Fìin dal 2012, l’Anvur ha sostenuto di essere “capace di correggersi”. Legittimo attendersi che, a fronte della nostra dettagliata segnalazione, la rivista farlocca sarebbe presto uscita dalla lista di classe A e che le sarebbe stata ritirata la patente di scientificità. Le cose sono andate diversamente.

Il 30 ottobre 2017 esce una nuova edizione delle classificazioni delle riviste e il J. of Sports Science è ancora lì. Per qualche ragione misteriosa è sceso di alcune righe, ma è ancora nella lista delle riviste eccellenti.

Può darsi che due settimane non fossero sufficienti per cambiare decisione. Per l’edizione 2018 delle classificazioni delle riviste c’è tutto il tempo necessario per intervenire. Ma, di nuovo, nella lista delle riviste di classe A pubblicata il 18 febbraio 2018, non cambia nulla: il J. of Sports Science rimane saldamente nell’Olimpo dell’eccellenza (proprio mentre Lancet viene declassata).

Bisogna dire che il Journal of Sports Science, non è l’unica rivista anomala nella lista di classe A per il settore concorsuale 11/D2. Un’altra rivista problematica è Sport Science, anche lei ammessa in classe A per la prima volta il 9 febbraio 2017.

Nel gennaio 2017, la University Grants Commission (UGC) indiana ha pubblicato una lista di approved journals. È stato osservato che la lista conteneva diversi titoli “sospetti”, tra cui anche Sport Science:

Va osservato che queste analisi sono basate sulla Beall’s List, recentemente ritirata dal suo curatore. In ogni caso rimane degna di nota la preoccupazione anche per il semplice inserimento di Sport Science in una lista di “riviste approvate”, mentre Anvur, l’ha inserita direttamente in Classe A.

Vale la pena di ricordare che le classificazioni delle riviste decidono quali professori ordinari hanno accesso al sorteggio per diventare commissari dell’Abilitazione Scientifica Nazionale. Inoltre, le liste sono decisive per valutare chi ha requisiti per essere valutato ai fini dell’Abilitazione Scientifica Nazionale di prima e seconda fascia. Vengono anche usate nell’ambito delle valutazioni comparative bandite dagli atenei. Infine, sono utilizzate nell’accreditamento dei corsi di dottorato, dove uno degli indicatori è il numero di soglie ASN superato dai componenti dei collegi dei docenti.

Cosa sta succedendo nel settore 11/D2? L’inserimento in fascia A di riviste di dubbio valore è solo una svista (ma allora perché non correggerla?) o serve ad aiutare qualcuno, candidato o commissario che sia?

Tutta la vicenda è assai istruttiva. Grazie alla certificazione Anvur diventa possibile spalancare le porte delle commissioni, di un giudizio abilitativo o di un ruolo universitario a chi raggiunge le soglie con “lavori” che non hanno subito nessuna seria valutazione scientifica. Con un dettaglio tutt’altro che trascurabile: grazie all’oggettività dei criteri bibliometrici, la promozione dei mediocri e/o dei furbi diventa blindata dal punto di vista amministrativo.

 

 

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