Basterebbe leggere qualche classico liberale o guardare fuori dai confini per comprendere che la pretesa di costruire un modello aziendale, dirigistico, efficientistico, economicistico di università è la mera espressione di una regressione culturale.  La legge 240 del 2010 esprime una diffidenza estrema e un’ansia punitiva, le quali fanno aggio sulla stessa intelligibilità del disegno normativo complessivo. Se vogliamo salvare l’idea d’università non ci rimane che mettersi in gioco.  Con franchezza, bisogna rifiutare la prassi – assai diffusa – di criticare il nuovo (le nuove norme, le riforme, le altrui debolezze), ma poi continuare a tutelare il proprio particolare. Se non ci si vuole arrendere allo slogan della cultura come merce, ci si deve porre il problema della trasmissione di una coscienza critica come compito di un’università autonoma. Autonoma perché critica e non finalizzata al mercato, non espressione del mainstream, non assoggettata a nessun tipo di potere.


Il sistema universitario è ormai governato da una fitta e incolta selva di decreti ministeriali (regolamenti, circolari, atti di incerta natura), i quali si sono andati stratificando senza alcuna coerenza dalla fine degli anni ’80. La confusa sedimentazione normativa non è stata, però, priva di effetti. Ha aumentato in modo scriteriato la burocratizzazione, affiancandovi un’illusoria pretesa dirigistica. In tal modo si è smantellata l’università tradizionale, senza tuttavia riuscire a proporne una nuova.

Può darsi che il tradizionale modello humboldiano – che non è riducibile solo a potestà di autogoverno, ma che in essa rinviene i propri presupposti – sia ormai superato, che non sia più proponibile l’idea di una comunità degli studi e degli studiosi che fonda le proprie pretese di autonomia sulla necessità di garantire il sapere e la libertà della scienza. Quel che in ogni caso è certo è che non vedo nessuna capacità di sostituire a questo un altro modello. È dai tempi del ministro Antonio Ruberti che nessun governo o forza politica riescono ad andare oltre a qualche balbettio sull’università, è dai tempi degli scritti sul sapere e sul ruolo della scienza di Marcello Cini e di Rossana Rossanda (assieme ad un assai lontano Luigi Berlinguer) che nessuna forza culturale o politica riesce a proporre convincenti tesi sull’università.

La pretesa di alcuni – che si sostiene essere alla base della riforma in atto – di costruire un modello aziendale, dirigistico, efficientistico, economicistico di università, semplicemente non esiste. Almeno in Italia. La voglia di trattare la cultura come merce è banalmente l’affermazione di un non modello. La mera espressione di una regressione culturale. Basterebbe leggere qualche classico liberale o guardare fuori dai confini per comprendere la differenza ontologica tra mercato e cultura. Il tentativo di riduzione della cultura a merce è solo l’indice del fallimento nella costruzione del nuovo sistema.

La riforma universitaria promossa con l’ultima legge (la 240 del 2010) si inserisce come tessera di un mosaico da tempo in costruzione. Essa, se da un lato tende a chiudere definitivamente le porte all’università intesa come una “comunità degli studi”, autosufficiente, composta da studiosi a da studenti autonomi e in grado di autogovernarsi; dall’altro esprime la definitiva rinuncia ad affermare un’altra idea di università. È la «sfiducia» (la rinuncia come sfiducia) la cifra della legge 240. Essa esprime un giudizio puramente negativo sull’università che induce a un atteggiamento fortemente sanzionatorio. Una diffidenza estrema e un’ansia punitiva, le quali fanno aggio sulla stessa intelligibilità del disegno normativo complessivo.

Come interpretare diversamente le norme sulla governance degli Atenei; l’emarginazione dei Senati Accademici; la centralità, anche per le scelte di carattere culturale, di un organo per sua natura amministrativa e contabile come il Consiglio di Amministrazione; la riduzione delle Facoltà a solo eventuali strutture di raccordo; la sottrazione (con il decreto 18 del 2012) ai Dipartimenti del potere di spesa; la professionalizzazione della figura del Rettore, dominus ma non più di una comunità d’appartenenza, bensì di una lobby separata e politicizzata. E poi, la rinuncia al confronto e l’esclusione della rappresentanza che ha fatto migrare la sede delle decisioni didattiche e scientifiche dai tradizionali organi collegiali (i vecchi Consigli di Facoltà) a commissioni, giunte o rinsecchiti organi istituzionali.

Una sfiducia che si esprime in modo esemplare in sede di valutazione dell’attività didattica e scientifica. È l’ANVUR, un organo ministeriale, non certo la comunità degli studiosi, che dovrà stabilire che fare, come fare, chi vale, in base a quali criteri. Tutto ciò utilizzando parametri non culturali. Numeri, mediane, algoritmi, il caso (dell’estrazione): tutto è meglio per valutare chi «merita» di diventare professore, purché non sia la comunità degli studiosi a decidere. Questa ha perduto ogni credibilità agli occhi del legislatore, ma – ahimè – anche di fronte ad un ampia parte dell’opinione pubblica ostile.

Non voglio difendere il vecchio sistema – siamo tutti coinvolti, forse tutti un po’ colpevoli – ma se anche fosse vero – e io non credo – che la comunità degli studiosi universitari italiani non può più essere lasciata all’autogoverno è chiaro che lo spirito distruttivo e sanzionatorio della legge 240 non ha nulla da dire in positivo al rinnovo dell’università.

In questa situazione mi paiono importanti tre considerazioni.

  1. Se vogliamo salvare l’idea d’università non ci rimane che mettersi in gioco. Tanto non c’è molto da perdere. Il silenzio dell’accademia appare invece assordante.
  2. Nel vuoto del modello, rimettersi in gioco non vuol dire tanto contrastare il nuovo che avanza, bensì – con più ambizione – porre al centro della riflessione e del proprio operare la questione del sapere. Se non ci si vuole arrendere allo slogan della cultura come merce (dominante ormai l’immaginario collettivo) ci si deve porre il problema della trasmissione di una coscienza critica come compito dell’università autonoma. Autonoma perché critica e non finalizzata al mercato, non espressione del mainstream, non assoggettata a nessun tipo di potere. Un’università incondizionata (Jacques Derrida).
    Rimettersi in gioco, ripensare il sapere e la sua capacità di costituire massa critica e riflessiva per le nuove generazioni non è facile. Forse, ad essere onesti, non se ne ha neppure una gran voglia, visti la crisi e il clima di depressione che c’è in giro. Ma, con altrettanta franchezza, bisogna affermare che non è sopportabile continuare a tutelare il proprio particolare. Non si può accettare la prassi – assai diffusa – di criticare il nuovo (le nuove norme, le riforme, le altrui debolezze), ma poi cercare di approfittarne comunque per favorire la propria categoria, la propria posizione, i propri amici. Finendo per perdere così, tutti quanti assieme, l’orizzonte di un’università come centro di cultura. L’unica prospettiva entro cui valga la pena operare.
  3. Il sapere e la cultura non sono morti, però è vero che oggi essi operano spesso fuori dall’università. A volte nonostante l’università. Può darsi che all’università si possano ancora incontrare profonda saggezza e vivace intelligenza, ma solo per caso. Si possono accidentalmente trovare grumi di conoscenza critica in qualche corso, che ha passato – chissà perché – il vaglio delle strutture adibite a controllare esclusivamente Crediti Formativi Universitari (CFU) e Settori Scientifico Disciplinari (SSD). Con qualche fortuna, passeggiando nei corridoi delle “strutture di raccordo” (le ormai obsolete ex Facoltà), si possono anche incrociare sapienze non convenzionali. Non è poi così infrequente, leggendo alcuni “prodotti” catalogati in modo esoterico dall’Anvur, che ci si accorga come, a dispetto dell’asettico linguaggio ministeriale, si continui a scrivere e a pensare per conoscere e per riflettere al di là della cronaca e del contingente, al di là dei numero dei caratteri richiesto per superare qualche mediana concorsuale. Il sapere critico, tuttora, può pur sempre trovarsi nel chiuso di qualche stanza universitaria, locali ormai non più così affollati vista la riduzione del numero dei docenti. Ma tutto questo sta lì per caso. O forse perché la coscienza critica ha ancora bisogno dell’università. Dovremmo trovare un modo per riuscire a far si che anche l’università torni ad aver bisogno della sua comunità.

(articolo apparso sul Manifesto del 12.11.2013)

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7 Commenti

  1. Condivido molto di quanto scritto in questo articolo. Ma, da studente universitario, penso che ad i 3 punti presentati debba esserne aggiunto un quarto: il coinvolgimento del corpo studentesco su queste tematiche. Il silenzio che fa più rumore, oltre a quello dei professori e del personale amministrativo, è quello degli studenti. E per questo mi rivolgo in particolare agli studenti universitari che stanno leggendo.Si può avere l’impressione, parlo per quei pochi che se ne interessano, che non saremo mai in grado di dare un contributo significativo alla riflessione su questi temi. Allora, l’unica idea che ci viene in mente, è quella di organizzare proteste nelle quali siamo in 1000 (poi, in realtà, 200) per non ottenere nulla. Sia ben chiaro, non intendo esprimermi contro le manifestazioni, ma voglio proporre una via alternativa, a mio parere praticabile e costruttiva. Provate ad organizzare degli incontri, una volta ogni due settimane per esempio, con un gruppo di amici e conoscenti (non più di 15 persone le prime volte) per discutere su questi e altri argomenti. Ma non deve avere il carattere di un seminario, bensì di un incontro. Introducete il problema, (cosa può interessare agli universitari più delle questioni riguardanti università e ricerca?) e poi ascoltate le opinioni di ognuno a riguardo. Vi assicuro che le persone, stimolate ad esprimere la propria opinione (chiamata quindi in causa la loro intelligenza umana, intesa come attenzione alla realtà che li circonda) si coinvolgeranno davvero. Questo è un metodo alternativo rispetto alle famose assemblee di 400 persone in cui due parlano da un megafono, molti ascoltano e infine pochissimi si interessano. Si tratta di coinvolgere personalmente gli altri, non solo considerarli come potenziali lettori o ascoltatori. Io stesso non avrei scritto questo breve spunto, se non ispirato da un incontro fatto ieri che ha avuto queste caratteristiche. E badate, da qui parte la vera assemblea, perché da 10-15 diventerete almeno 60 e forse più. Ma 60 persone davvero interessate, considerando i diversi ambiti di studio e di vita, sono molto più incisive di 1000 semplici ascoltatori. Anche da qui, probabilmente, parte il cambiamento che stiamo cercando. Mettersi in gioco tutti e non solo alcuni.

  2. La differenza ontologica tra cultura e mercato dovrebbe essere oggetto di un corso per i professori della Bocconi (per intenderci quelli che in tv dicono che la loro università non prende fonti statali e poi si scopre che la Bocconi prende 15M€/anno dallo Stato; fonte Roars.it).
    Sono questi che comandano ed impongono modelli aziendali di produttività, utili sicuramente per produrre profilattici, all’università.

    Qualcuno ha scritto che questo è il prezzo da pagare per gli anni di colpevole autoreferenzialità dell’università.
    Se questo è vero purtroppo il prezzo lo pagherà tutta la società italiana tra qualche anno grazie alla regressione culturale che lei ha così ben evidenziato.

    E ora di muoversi e mettersi in gioco.
    Ho già detto in un altro commento che la protesta ed il disagio devono uscire dall’alveo dell’università e coinvolgere quelle persone alle quali si dice che chi sta dentro l’università è un costo e non una risorsa.
    Prima lo si fa e più possibilità abbiamo di salvare questo paese già pieno di macerie.

  3. E’ curioso, ma ho iniziato ha parlare delle politiche governative contro l’istruzione dal pescivendolo sotto casa(!), ebbene tutti quelli che stavano nel negozio, ma proprio tutti (dal negoziante un po’ illetterato alla signora-bene che comprava il pesce) erano perfettamente consapevoli del problema e dal fatto che i media lo occultano volutamente con notizie false o distraenti.

  4. Dice indignato Azzariti: “tutto è meglio per valutare chi «merita» di diventare professore, purché non sia la comunità degli studiosi a decidere”.
    Sono d’accordissimo: la “la comunità degli studiosi” ha sempre orgogliosamente “valutato” i suoi figli, i suoi nipoti, i suoi amichetti. Un bambino orfano bendato che pesca un pallina garantirebbe maggiore qualità scientifica dell’organico.

    Prosegue: “Questa [la comunità scientifica] ha perduto ogni credibilità agli occhi del legislatore, ma – ahimè – anche di fronte ad un ampia parte dell’opinione pubblica ostile”.
    Inspiegabile, neh? La “comunità scientifica” ha preferito spendere (spartirsi) le poche risorse nel solito modo, invece di investire sulla qualità.

    “Il silenzio dell’accademia appare invece assordante”.
    Questo invece è un dato di fatto. Ma non è un caso.
    Invece di una schiera di studiosi giovani, capaci e indipendenti, si è preferito costruire una piccola corte di amici mediocri (altrimenti non sarebbero amici).
    I quali, miracolati, se ne stanno ben zitti. Anche perché quasi sempre non hanno niente da dire.

    • micheledanieli: “Un bambino orfano bendato che pesca un pallina garantirebbe maggiore qualità scientifica dell’organico.”
      =================================
      Se la congettura sulla prevalenza di figli, nipoti, amichettti, amici mediocri è corretta, gli effetti dovrebbero essere riscontrabili anche a livello statistico. Per esempio nella produttività (articoli e citazioni per unità di finanziamento):


      I due grafici mostrano che nei “settori bibliometrici”, la produttività italiana è superiore a quella di Germania, Francia e Giappone. Sono tratti da uno studio del governo britannico e si basano su dati Scopus (http://www.bis.gov.uk/assets/biscore/science/docs/i/11-p123-international-comparative-performance-uk-research-base-2011.pdf). Possiamo fare anche una controverifica sui dati Thomson-Reuters (Web of Science) riportati dall’ANVUR nella terza parte del Rapporto Finale VQR (http://www.anvur.org/rapporto/files/VQR2004-2010_RapportoFinale_parteterza_ConfrontiInternazionali.pdf). I dati riportati dall’ANVUR mostrano una produttività italiana superiore a quella di USA, Germania, Francia e Giappone.



      Forse la congettura generalizzata a tutto il sistema è affrettata.

    • Gentile professor De Nicolao,
      non posso che soccombere davanti all’evidenza dei suoi dati.
      La ricerca italiana dunque va alla grande, e me ne rallegro.
      Allora ne deduco che:
      1. il reclutamento è perfetto così, gli ordinari pescano sempre i migliori, indipendentemente dal metodo. I docenti universitari sono più forti di tutto e alla fine salveranno la ricerca e (ne sono convinto) anche il mondo.
      2. è proprio vero che, come affermava il suo indimenticato collega Giuseppe Nicotina, i figli dei docenti sono più bravi degli altri (http://archiviostorico.corriere.it/2008/novembre/15/Messina_figlio_del_prof_unico_co_9_081115016.shtml).

      La prego, non si offenda se le faccio notare che la sua è la tipica risposta del ch.mo prof. ordinario.
      Fare la ricerca “da dentro”, quando si è entrati di ruolo a 25-26 anni, associati a 30, è senza dubbio una cosa meravigliosa.
      E chi come noi, a 40, è ancora in mezzo alla strada, ai suoi occhi certo un cretino.
      Magari si potrebbe tentare di offrire una piccola opportunità anche a qualcun altro.
      Non solo sbandierare la propria produttività, pagata con i soldi di tutti (per quanto pochi).
      Umilmente, dal sottosuolo,
      MD

    • Ho mostrato che se ipotizziamo che la realtà sia completamente (o quasi completamente) nera diventa difficile spiegare le statistiche bibliometriche che mostrano la ricerca italiana competitiva a livello internazionale. Mi si risponde imputandomi di aver detto che la realtà è completamente (o quasi completamente) bianca, cosa che non ho detto. Tra l’altro dipingere esageratamente di nero la realtà ha contribuito non poco a giustificare quella dismissione globale che di fatto sta troncando ogni opportunità ad un’intera generazione. Intendiamoci: se una cosa è vera lo è a prescindere dalle sue conseguenze ma nel caso specifico l’informazione è stata distorta più o meno consapevolmente.
      Per quanto mi riguarda mi converrebbe accettare tutto ciò con fatalismo dedicandomi ai miei studi senza cercare di far rinsavire un paese impazzito che sta tagliando le proprie radici ed il proprio futuro. Dopo tutto che senso ha rubare ore di sonno per decifrare le cabale dell’ANVUR e del MIUR? Meglio abbandonare la zattera al suo destino mentre i naufraghi si scannano tra di loro.

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