Non sono passati molti giorni da quando Giovanni Puglisi, rettore di due università private, dichiarava che per il nuovo governo la chiusura di una dozzina di sedi universitarie (statali) sarebbe stato “un buon inizio”. Un consiglio non propriamente disinteressato, a giudicare dalle nuove esternazioni di Puglisi, che, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico, si rivolge al nuovo governo per “batter cassa” a favore delle università private. Il suo “grido di dolore” trova adeguato spazio su non meno di quattro quotidiani nazionali: Corriere, Repubblica, Giorno e Avvenire. Ma se Puglisi giudica “vergognosa” la riduzione della contribuzione statale al sistema universitario privato, cosa dovremmo dire della riduzione operata nei confronti delle università statali? Proviamo a dare la parola ai numeri.

 

1. Son tutti darwinisti con le università degli altri

Quello del pubblico è un servizio fondamentale“, ma scuole statali e paritarie “devono avere uguali diritti ha dichiarato il neoministro Stefania Giannini. Un intervento in soccorso delle scuole private, motivato anche dalla situazione di bisogno in cui versa il settore a causa dell’emorragia di studenti. Nadia Urbinati ha già messo in evidenza che – così stando le cose – logica vorrebbe che si diano più risorse alle pubbliche, sia perché ne hanno presumibilmente più bisogno sia perché se lo meritano, avendo attratto più studenti.

Inutile sorprendersi se la presa di posizione del neoministro scatena appetiti anche nel settore dell’istruzione universitaria. Non molti giorni orsono, il quotidiano QN aveva intervistato Giovanni Puglisi, il rettore di due università private – lo IULM di Milano e la Kore di Enna – nonché vicepresidente della CRUI, la Conferenza dei Rettori.

Le dichiarazioni di Puglisi avevano destato scalpore:

Basterebbe chiudere una dozzina di sedi per risolvere tutto? «No, ma sarebbe un bell’inizio».
Lei sta lanciando un darwinismo tra atenei? «Sì, anche per ridare spazio al merito come chiede Renzi».

Abbiamo già commentato l’incongruità di una richiesta di ulteriori tagli nel settore dell’università. Una richiesta che ignora le statistiche OCSE, le quali vedono l’Italia terzultima per percentuale di laureati nella fascia 25-34 anni e trentesima per spesa in rapporto al PIL. Nella richiesta di chiudere atenei Puglisi era stato preceduto da Francesco Giavazzi, che suggeriva di dismettere gli atenei che stazionano in fondo alle classifiche VQR dell’ANVUR. Su Roars abbiamo evidenziato fino alla nausea le innumerevoli falle di queste classifiche. Ciò nonostante, è difficile non sorridere di Puglisi che invoca chiusure a raffica senza accorgersi che, secondo l’ANVUR, una delle sue due università, la Kore, sarebbe proprio una delle prime vittime. Sempre che i pesi e le misure siano uguali per tutti …

Questa settimana, l’inaugurazione dell’anno accademico presso lo IULM di Milano ha fornito l’occasione a Puglisi di precisare meglio il suo pensiero, grazie anche alla cassa di risonanza di almeno quattro quotidiani (Corriere della Sera, Repubblica, Giorno, Avvenire).

Da un lato, Puglisi si fa portatore della centralità dell’università e della ricerca, ingiustamente assenti dall’agenda delle priorità governative:

Fra le priorità del governo non ci sono il tema della cultura universitaria e della ricerca, garantiti da adeguati stanziamenti.

Nobili parole, che però non tardano a indirizzarsi verso obiettivi più concreti e meno disinteressati:

Noi atenei non statali abbiamo visto un’altra riduzione dei contributi da 86 a 66 milioni di euro, da spartire con le università telematiche

Senza gli aiuti del governo, le università private rischiano di chiudere. Credo che un importante banco di prova per il governo Renzi sia proprio il sistema della alta formazione non statale.

In modo assai pragmatico, Puglisi è arrivato al cuore del problema: i soldi (pubblici).

2. Perdite pubbliche, profitti privati

Ci sono editorialisti come Giavazzi e Alesina che fanno credere ai loro lettori che un’università privata come la Bocconi non riceva sussidi pubblici:

Ci spiace parlare della nostra università, ma la Bocconi non riceve sussidi pubblici, si finanzia con rette scolastiche che sono modulate in funzione del reddito

Corriere della Sera, 27-12-2012

Non è il primo caso in cui il duo Alesina e Giavazzi è alquanto impreciso in materia di questioni universitarie. Come già osservato su Roars, ogni anno il MIUR eroga uno specifico contributo a favore delle università non statali, ai sensi della legge 243/1991:

Lo Stato può concedere contributi, nei limiti stabiliti dalla presente legge, alle università e agli istituti superiori non statali legalmente riconosciuti che abbiano ottenuto l’autorizzazione a rilasciare titoli di studio universitario aventi valore legale

art. 2, l. 29 luglio 1991, n. 243

Non è difficile rintracciare sul sito del MIUR, i decreti di ripartizione del contributo a favore delle università non Statali degli ultimi cinque anni:

In effetti, il contributo ha subito un brusco calo dal 2012 al 2013. Tuttavia, per inquadrare il “grido di dolore” di Puglisi nella giusta prospettiva, è opportuno esaminare anche l’andamento del Fondo di Finanziamento Ordinario delle università statali (prendiamo in prestito la rielaborazione padovana di un grafico proveniente dalla Dichiarazione CUN sulle Emergenze di sistema; rispetto al grafico originale, sono stati aggiunti, anno per anno, i valori numerici del FFO).

Dal confronto emergono le seguenti considerazioni:

  • Il FFO delle università statali ha raggiunto il suo massimo nel 2005, come valore reale, e nel 2009, come valore nominale; da quest’ultimo anno è andato calando in modo netto con una decrescita  complessiva che si aggira intorno al -10% del valore nominale (circa -19% in termini reali).
  • Il contributo alle università non statali è rimasto stabile dal 2009 al 2010, mentre ha subito un calo del 10% (nominale) nel 2011 ad opera del Ministro Gelmini.
  • Puglisi, quando parla di “un’altra riduzione”, non tiene conto che nel 2012 il contributo non era stato ridotto, ma piuttosto incrementato; infatti, il Ministro Profumo aveva riportato il contributo ad un livello nominalmente superiore a quello del 2009.
  • La media del contributo 2012 (Profumo) e 2013 (Carrozza) è poco inferiore al contributo 2011 (Gelmini).

Insomma, Puglisi si straccia le vesti perché, in un contesto di finanziamento calante per tutti, è diminuito anche il contributo agli atenei non statali. Un anno di vacche grasse (Profumo) è stato controbilanciato da un anno più magro (Carrozza). Che dire? È l’austerity, bellezza.

A tutti fa comodo avere un trattamento di favore. Secondo la legge 243/1991 lo Stato può concedere contributi alle università non statali. Un qualsiasi discorso al riguardo non può però prescindere dai feroci tagli subiti dalle università statali e dall’urgenza di porvi rimedio.

 

 

 

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4 Commenti

  1. Per quanto riguarda i temi dell’istruzione e della ricerca questo governo mi pare il più schifoso degli ultimi 5 anni, proprio per l’evidente intenzione di attuare in modo indisturbato il programma di Confindustria in materia (ci avevano provato già Gelmini e Profumo, ma avevano incontrato un minimo di resistenza in parlamento; ora, con Renzi, il tutto verrà presentato come programma “rivoluzionario” e “di sinistra”, e dunque passerà). In soldoni, due sono i punti principali: tagliare in modo forsennato i “rami secchi” (ovvero gli atenei pubblici “periferici” non graditi a Confindustria: le esternazioni di Puglisi non vengono proprio ora per un caso); spacciare per finanziamento alla “scuola” un piano edilizio che porterà miliardi non nelle esauste casse degli istituti scolastici, bensì in quelle dei palazzinari “amici”.

    • Concordo totalmente.
      E aggiungo che, anche sul fronte della difficilissima battaglia condotta da Roars e ben pochi altri per almeno tamponare l’impatto della micidiale miscela Anvur di prepotenza e incompetenza, non si registrerà alcun avanzamento. Anzi le cose peggioreranno perché, tra le forze della ormai enorme destra divenuta (con la sola eccezione del M5S e, forse, di Sel) praticamente coestensiva al parlamento, è proprio quella montiana la più amica degli anvuriani e la più omogenea al progetto neoliberista-confindustriale/fascio-aziendale che sono stati chiamati ad attuare.
      Ci si prepari dunque a (ri)subire duramente. Almeno fino alla caduta di homo rignanensis e a nuove votazioni (eventi peraltro inconcepibili usque ad exitum di Nap88)

  2. Da un “pezzo” di Zingales sul sito de L’Espresso:

    “Ma la fuga dei giovani è dovuta soprattutto alla mancanza di prospettive che il nostro Paese offre alle nuove generazioni. Mia nipote, neolaureata in Farmacia a Milano, è andata in visita all’University of Illinois. È rimasta stupita non solo del livello di preparazione dei farmacisti clinici, ma soprattutto della diversa attitudine che gli anziani mostravano per i giovani. (…) Lei vorrebbe poter vivere e lavorare in Italia. Ma vorrebbe anche poter avere un lavoro retribuito e delle prospettive di carriera. È troppo chiedere entrambe le cose? In questo momento in Italia sembrerebbe di sì. A suon di proteggere tutti i diritti “acquisiti”, abbiamo finito per lasciare i nostri giovani senza speranza. È giunta l’ora di ridiscutere tali diritti, non per sostituirli con un giovanilismo disperato, ma per rimpiazzare all’anzianità il merito. Speriamo che il più giovane presidente del Consiglio della nostra storia sia in grado di effettuare questa trasformazione. Non solo per il bene della sua generazione, ma per quello di tutto il Paese”

    Stia tranquillo, Prof. Zingales: sicuramente il presidente Renzi sarà in grado di operare in modo da garantire un futuro più che soddisfacente a Sua Nipote.