Boeri e Perotti (B&P) hanno sostenuto, in un articolo che ha avuto una vasta eco, che “almeno una parte dei finanziamenti all’università deve premiare la ricerca migliore; e questa quota premiale, se assegnata seriamente, sarà necessariamente concentrata”. La proposta di B&P è basata sul confronto dei dati sulla concentrazione del finanziamento alle università statali italiane e alle top-57 università inglesi. A seguito di una analisi dei loro dati è possibile mostrare che B&P confrontano Italia e Inghilterra usando dati non solo grossolanamente incongruenti, ma anche calcolati in modo errato. La Tabella 1 dell’articolo su Lavoce, dedicata all’Italia, non contiene un solo dato corretto. La Tabella 2, dedicata all’Inghilterra, contiene al più 4 dati corretti sui 24 riportati.

Se il confronto è condotto sui dati corretti, i risultati della comparazione tra Italia e Inghilterra cambiano radicalmente. Le entrate dell’intero sistema universitario statale italiano sono pari a  poco meno di un terzo di quelle  delle top-57 università inglesi. L’ammontare del finanziamento statale per studente in Inghilterra è quasi doppio rispetto a quello italiano. La quota premiale in Italia è circa il triplo della quota premiale inglese. Infatti, in Italia la quota premiale pesa ormai per il 23.8% delle entrate totali degli atenei, per un ammontare medio per docente di circa €40 mila. In Inghilterra la quota premiale è pari al 7,9% delle entrate totali e l’ammontare medio per docente è pari a circa €14 mila.

Dunque la piccola quota premiale inglese è distribuita in Inghilterra in modo più concentrato di quanto non sia la grande quota premiale in Italia. Perché accade questo? Nel sistema inglese il finanziamento basato sulla valutazione della qualità della ricerca è ‘un premio’ per università già dotate di risorse per ricerca e didattica. In Italia la quota premiale è invece necessaria al funzionamento ‘ordinario’ perché è stata ricavata con una pari riduzione del finanziamento ordinario di base delle università. Di conseguenza il premio non ha potuto essere distribuito in modo troppo sperequato, perché questo avrebbe voluto dire la crisi irreversibile di molti atenei già in difficoltà. A partire dal 2009, gli atenei italiani sono stati sottoposti ad un processo di compressione selettiva e cumulativa generato da un intricato insieme di regole su stabilità finanziaria, distribuzione del FFO base e distribuzione dei punti organico. Distribuire le ‘risorse premiali’ ogni anno in proporzione alla dimensione degli atenei ha rafforzato il processo per cui atenei in contrazione più marcata hanno visto diminuire non solo l’FFO base, ma anche la ‘parte premiale’. La grande e costosa macchina della VQR è servita e serve a mascherare questa compressione selettiva e cumulativa dietro una parvenza di ‘meritocrazia’.

Qualche settimana fa ha avuto una notevole eco un articolo di Boeri e Perotti (B&P) su La Repubblica dal titolo “Basta finanziamenti a pioggia per le Università. Per far funzionare la ricerca bisogna concentrare i fondi pubblici sugli atenei migliori”. L’articolo era basato su un più lungo articolo uscito su LaVoce.info.

La tesi di B&P è che “almeno una parte dei finanziamenti all’università deve premiare la ricerca migliore; e questa quota premiale, se assegnata seriamente, sarà necessariamente concentrata”. La tesi di B&P è basata sul confronto per l’anno 2019 dei dati sulla concentrazione del finanziamento alle università statali italiane e alle top-57 università inglesi. Poiché trovano valori di concentrazioni minori per le università italiane, concludono che “la quota premiale e le tre Vqr non hanno contribuito a rendere più selettiva l’allocazione dei fondi pubblici alle università. Al contrario, paradossalmente e inspiegabilmente hanno finito per ridurla. … Così non si stimolano le università a fare meglio.”

A qualche settimana dall’uscita, a seguito di due commenti mai pubblicati sul sito de LaVoce e di alcuni tweet, B&P hanno finalmente reso noti i dati su cui hanno costruito il loro lavoro [scaricabili qui e qui]. E’ stato quindi possibile ricostruire i loro calcoli. Questo post illustra le incongruenze e gli errori contenuti nell’articolo di B&P su LaVoce.info.

1. Ha senso confrontare sistemi così diversi?

B&P danno per scontato che abbia senso confrontare in un certo momento storico due sistemi radicalmente diversi tra loro e trarne qualche indicazione interessante. Dimenticano però di ricordare i ‘fatti stilizzati’ che caratterizzano i due sistemi che stanno confrontando.[1]

Per l’Italia considerano l’intero territorio nazionale, con 57 università pubbliche, ma escludono dal computo università statali che ricevono risorse premiali.[2] Le università considerate hanno complessivamente 1,5 milioni di studenti e 50mila tra docenti e ricercatori strutturati.[3] In media le università italiane mettono a disposizione 3,4 docenti ogni 100 studenti, e risorse finanziare (Fondo di finanziamento ordinario) pari a 4.343€ per studente. Se si considera il gettito delle tasse, le università italiane hanno a disposizione complessivamente 5.660€ per studente.

Per il Regno Unito, B&P considerano soltanto l’Inghilterra (England). Il sistema universitario inglese ha 215 Higher Education Provider, con 2 milioni di studenti e 180mila unità di personale accademico. Da questo insieme, B&P selezionano soltanto le prime 57 università inglesi nel ranking di Times Higher Education, che hanno 1,1 milioni di studenti e 122mila unità di personale accademico.[4] In media le università inglesi mettono a disposizione 22,2 docenti ogni 100 studenti e un finanziamento statale di 8.111€ per studente. Se si considera il gettito delle tasse, le top 57 università inglesi hanno a disposizione complessivamente 19.447€ per studente.

Questi pochi fatti stilizzati suggeriscono che il confronto diretto tra i due sistemi dovrebbe essere condotto con estrema cautela: da una parte abbiamo infatti un sistema nazionale con uno dei finanziamenti più modesti dei paesi OECD; dall’altra l’élite delle università inglesi che operano in un sistema di istruzione terziaria, quello britannico, tra i più finanziati dei paesi OECD.

Non è inoltre da dimenticare che tra il 2008 e il 2019, i due sistemi sono stati oggetto di politiche radicalmente diverse. L’Italia ha ridotto le risorse per l’università del -15%, mentre in  Inghilterra le risorse sono cresciute di quasi il 9%. Si può vedere la sintesi nelle schede paese del recente rapporto della European University Association.

Se ammettiamo, senza concedere, che il confronto abbia senso, allora quel confronto va svolto appropriatamente. E nell’articolo di B&P il confronto è condotto usando dati grossolanamente incongruenti e anche calcolati in modo errato.

2. B&P confrontano dati delle entrate complessive strutturalmente diversi tra Italia e Inghilterra.

La prima macroscopica incongruenza deriva dal fatto che B&P confrontano dati sulle entrate complessive per Italia e Inghilterra che sono strutturalmente diversi – e quindi incomparabili.

Per l’Italia le entrate considerate da B&P comprendono solo entrate da Fondo di Finanziamento Ordinario e tasse degli studenti. Per l’Inghilterra considerano entrate complessive che, provenendo da dati di bilancio, comprendono anche tutte le entrate per ricerca (bandi competitivi nazionali, bandi europei etc.) e ‘conto terzi’. Queste voci rappresentano il 16% delle entrate delle università inglesi considerate da B&P.

Per svolgere correttamente il confronto queste voci di bilancio vanno quindi scorporate dalle entrate a disposizione delle università inglesi. (In alternativa andrebbero aggiunti alle risorse a disposizione delle università italiane i dati sui fondi PRIN, FISR, quelli provenienti da ministeri, dall’Unione Europea ed anche il conto terzi).

3. B&P includono nelle risorse premiali inglesi i finanziamenti competitivi per ricerca.

La seconda macroscopica incongruenza deriva dal fatto che B&P usano dati relativi alle ‘risorse premiali’ completamente diversi per Italia e Inghilterra. La confusione riguarda i dati sulla parte premiale inglese. Secondo B&P:

L’equivalente della “Quota premiale” [italiana ndr] è “Research”, data dalla somma di due voci: le entrate provenienti dai sette “Research Councils”, per setti gruppi di discipline diversi, che come la Vqr italiana valutano la ricerca con un sistema di “peer review”; e i “research grants” erogati da “Research England”, un organo governativo che assegna fondi in gran parte sulla base della qualità della ricerca”.

B&P sostengono addirittura che:

“Una corrispondenza ancora più precisa potrebbe esserci tra la voce “Vqr” in Italia e la voce “Research Councils” in Inghilterra: entrambe sono basate su un meccanismo di peer review delle pubblicazioni. Anche la voce “Research England” in gran parte lo è, ma i criteri esatti sono meno trasparenti.”

Le cose non stanno affatto così. In realtà, i Research Councils non hanno niente in comune con la VQR italiana: finanziano progetti di ricerca su base competitiva. Lo si legge in sintesi qui:

Per le università inglesi, il finanziamento premiale stanziato sulla base dei risultati del Research Excellence Framework (REF), l’equivalente della VQR italiana, è erogato esclusivamente da Research England. Nelle tabelle della Higher Education Statistics Agency (HESA) usate da B&P quel finanziamento corrisponde con qualche approssimazione alle voci “Research England research grant” e “Research England other grants”.

I criteri di distribuzione della parte premiale sono estremamente semplici e trasparenti: Research England  attribuisce alle università inglesi un ammontare di risorse predefinito per ciascun prodotto di ricerca che nel REF viene valutato con 3 stelle o 4 stelle (si veda qui).

Quindi B&P confrontano le risorse premiali italiane con la somma delle risorse premiali per ricerca e dei fondi su bandi competitivi per le università inglesi.

B&P considerano come risorse premiali per le sole top 57 università inglesi un ammontare pari a £3,1 miliardi. In realtà, le risorse premiali distribuite da Research England basate sulla qualità della ricerca sono pari a circa £1,6 miliardi per tutte le università inglesi (lo si può leggere qui).

4. B&P calcolano le “entrate per docente” contando in modo diverso i docenti in Italia e Inghilterra.

La terza macroscopica incongruenza deriva dal fatto che B&P contano in modo diverso il numero dei docenti in Italia ed in Inghilterra, e quindi calcolano le entrate per docente in modi del tutto diversi.

Secondo B&P i docenti italiani in servizio nel 2019 nelle università statali erano ben 83.409. Una cifra che mette insieme ordinari, associati, ricercatori a tempo indeterminato, ricercatori a tempo determinato di tipo RTDa ed RTDb, ‘assegnisti di ricerca’ e ‘Docenti a contratto’. Chiunque abbia un minimo di conoscenza del funzionamento delle università italiane sa che i docenti a contratto sono una categoria variegatissima di persone che fanno altri mestieri e che svolgono un po’ di ore di insegnamento in università. B&P conteggiano, per esempio, tra i docenti delle università statali i giudici e gli avvocati che svolgono insegnamenti a contratto nelle scuole di specializzazione per le professioni legali, o i medici ospedalieri che fanno lezione agli specializzandi di medicina e così via. I docenti a contratto sono un esercito di 19.891 ‘docenti’.

Considerare i docenti a contratto e gli assegnisti di ricerca come ‘docenti’, e quindi al denominatore della misura della dotazione media di ogni ateneo, ha l’effetto di appiattire tutto: assegnisti e docenti a contratto sono infatti risorse costose che si concentrano nelle università relativamente più ricche. Per limitarci ad un solo esempio, consideriamo le università di Napoli Federico II e Padova. Hanno lo stesso numero di docenti ordinari e associati, rispettivamente 1.546 e 1.554. Federico II ha 500 docenti a contratto e 315 assegnisti; Padova ha 1,310 docenti a contratto e 883 assegnisti. Nei calcoli di B&P, Napoli Federico II ha 3.411 docenti e Padova 4.460.

Per l’Inghilterra, B&P usano una definizione di docenti diversa da quella adottata per l’Italia, escludendo i titolari di contratti accademici atipici. B&P usano infatti i dati HESA che non includono tra i docenti inglesi i titolari di contratti accademici atipici.

Per limitarci ad un solo esempio: B&P attribuiscono alla Anglia Ruskin University 835 membri dello staff accademico. Ma la Anglia Ruskin University ha anche 2,615 membri di academic atypical staff classificati in ‘professional occupations’. Quei 2.615 sono lavoratori atipici che svolgono attività accademica: didattica o ricerca.

Questo significa che B&P usano e confrontano misure di ‘ricchezza degli atenei’ diverse per Italia ed Inghilterra: per le università italiane considerando come ‘docente’ chiunque abbia svolto anche solo una ora di lezione come docente a contratto, mentre per le università inglese sono considerati ‘docenti’ solo professori e ricercatori incardinati.

5. Una sintesi degli altri errori nei fogli excel di B&P.

Oltre a queste tre macroscopiche incongruenze, B&P hanno commesso diversi errori di calcolo nei loro fogli excel. Rimandiamo il lettore interessato all’appendice di questo post per la documentazione minuta degli errori.

In particolare:

1) B&P hanno calcolato erroneamente l’ammontare complessivo delle entrate delle università italiane, poiché hanno conteggiato due volte l’ammontare del finanziamento per i dipartimenti di eccellenza;

2) B&P hanno di conseguenza calcolato in modo sistematicamente errato la composizione delle entrate presentata  nella Tabella 1 dell’articolo su LaVoce;

3) B&P hanno calcolato erroneamente l’ammontare complessivo delle entrate delle 57 università inglese considerate, poiché, anche in questo caso, hanno conteggiato due volte l’ammontare della voce ‘Total funding body grants’;

4) B&P hanno calcolato erroneamente l’ammontare complessivo delle entrate che chiamano ‘other income’ poiché anche in quella voce hanno conteggiato due volte l’ammontare della voce ‘Total funding body grants’;

5) B&P hanno quindi calcolato in modo sistematicamente errato la composizione delle entrate presentata nella Tabella 2 dell’articolo su Lavoce.info.

Infine, B&P scrivono di riportare dati in € calcolati a parità di potere d’acquisto. Non sono riuscito a replicare il coefficiente che hanno usato per trasformare le sterline in €.

6. Cosa dicono i dati corretti?

In sintesi, l’articolo pubblicato su LaVoce.info contiene due tabelle che rappresentano la sola evidenza quantitativa delle loro tesi. La Tabella 1, dedicata all’Italia, non contiene un solo dato corretto. La Tabella 2, dedicata all’Inghilterra, contiene solo 4 dati corretti sui 24 riportati.

La Tabella 1 e la Tabella 2 riportano elaborazioni corrette per Italia e Inghilterra.

Tabella 1. 57 università statali italiane.

Tabella 2. Le top-57 università inglesi.

Dal confronto emerge in primo luogo quanto segue:

1) l’intero sistema universitario statale italiano ha entrate (FFO+ tasse degli studenti) pari a poco meno di un terzo delle entrate delle top-57 università inglesi. L’ammontare del finanziamento statale per studente è in Inghilterra circa doppio rispetto a quello italiano;

2) la quota distribuita come parte premiale in Italia è circa il triplo della quota premiale inglese: In Italia la quota premiale del FFO ed i dipartimenti di eccellenza pesano ormai il 23.8% delle entrate totali degli atenei (e rappresentano il 31% del FFO). L’ammontare medio del premio per docente è pari a circa €40 mila. In Inghilterra la quota premiale è pari al 7,9% delle entrate totali. L’ammontare medio per docente è pari a circa €14 mila.

3) la piccola quota premiale inglese è distribuita in Inghilterra in modo più concentrato che la grande quota premiale in Italia.

Di fatto, nel sistema inglese il finanziamento derivante dall’esercizio di valutazione della ricerca è ‘un premio’ per università già dotate di risorse per ricerca e didattica. In Italia la quota premiale è necessaria al funzionamento ‘ordinario’ degli atenei statali ed è stata costituita, di fatto, ricavando le ‘risorse premiali’ con una pari riduzione del finanziamento ordinario di base delle università. Questo è illustrato in modo paradigmatico dall’ammontare dei fondi per i dipartimenti di eccellenza, che sono ancora computati ‘dentro’ la ‘quota base’ del FFO.

Di fatto la premialità italiana è stata realizzata senza risorse aggiuntive. Di conseguenza il premio non ha potuto essere distribuito in modo troppo sperequato perché questo avrebbe voluto dire la crisi irreversibile di molti atenei già in difficoltà.

La grande e costosa macchina della VQR distribuisce risorse in proporzione al numero dei docenti degli atenei: cioè distribuisce risorse ‘a pioggia’: ne avevamo già scritto qui. In questa prospettiva appare del tutto secondario che la VQR produca risultati inaffidabili.

Nel corso degli anni gli atenei italiani sono stati sottoposti ad un complesso processo di compressione selettiva e cumulativa generato da un complesso insieme di regole relative a stabilità finanziaria, distribuzione del FFO base e distribuzione dei punti organico. Il risultato è stato descritto con efficacia da Gianfranco Viesti:

le politiche [di compressione] hanno comportato un impatto selettivo sul piano geografico assai più forte della media nazionale nel Mezzogiorno (e in particolare nelle Isole), nelle regioni del Centro e nel Nord periferico; e hanno messo in moto meccanismi cumulativi nel tempo, per cui gli scarti che si sono creati all’interno del sistema tendono automaticamente ad ampliarsi (si veda qui).

La compressione selettiva e cumulativa è avvenuta, ovviamente e soprattutto, in riferimento agli organici degli atenei. Di conseguenza distribuire le ‘risorse premiali’ ogni anno in proporzione alla dimensione degli atenei ha finito per rafforzare il processo per cui atenei in decrescita dimensionale più marcata hanno visto diminuire non solo l’FFO base, ma anche la ‘parte premiale’.

La grande e costosa macchina della VQR è servita e serve a mascherare questa compressione selettiva e cumulativa dietro una parvenza di ‘meritocrazia’. Come non credere a Ministri, ANVUR, CRUI e alla (autodichiaratasi) ‘parte sana’ dell’università italiana quando sostengono che la VQR è una competizione, e che la parte premiale del FFO riconosce la ricerca di qualità e l’eccellenza? In questo quadro le università perdenti nella competizione non hanno di che lamentarsi. In particolare le università del Sud, come ebbe a dire un membro del direttivo ANVUR, non hanno fatto altro che scegliere di suicidarsi.

6. Una proposta concreta

Prendiamo sul serio il suggerimento di B&P di fare come l’Inghilterra e proviamo a vedere come, alla luce dei dati corretti, si potrebbe applicare il modello inglese all’Italia. Ecco una ‘proposta concreta’:

  1. aumentare il finanziamento statale alle università al livello di quelle inglesi;
  2. ridurre l’incidenza della quota premiale dal 30% attuale al 7,9% inglese;
  3. abolire i dipartimenti di eccellenza, perché le risorse premiali, in Inghilterra, non vanno ai dipartimenti, ma agli atenei.

Solo una volta che i tre punti precedenti potranno dirsi realizzati sarà possibile aumentare – volendo seguire il suggerimento espresso da chi ha messo insieme numeri in maniera a dir poco “frettolosa”, come visto – la concentrazione della quota premiale a livelli inglesi, distribuendola agli atenei sulla base dei risultati della VQR. A quel punto, e solo a quel punto, varrebbe anche la pena di occuparsi di riformare la VQR in modo che produca dati attendibili.

Ma in un Paese in cui il dibattito sull’università viene animato da numeri messi al servizio delle politiche, e non da politiche fondate sui numeri, si ha più di un motivo per temere che una proposta così formulata non andrà molto lontano.

Note

[1] I dati usati in questo post sono quelli disponibili sui file pubblicati da LaVoce.info.

[2] In particolare escludono l’università di Trento, le università per stranieri e SISSA, IMT Lucca, IUSS Pavia, Normale e Sant’Anna di Pisa.

[3] Che salgono a 63k aggiungendo gli assegnisti di ricerca. (E 83k con i prof a contratto).

[4] Se si limita l’attenzione alle 104 università presenti nel THE ranking, queste hanno 1,8 milioni di studenti e 166k unità di personale accademico.

APPENDICE

1) B&P hanno calcolato erroneamente l’ammontare complessivo delle entrate delle università italiane.

B&P vogliono calcolare le entrate globali per le università italiane ed inglesi. Per le università inglesi usano dati di bilancio di fonte HESA per cui hanno un quadro complessivo delle entrate comprensivo delle rette pagate dagli studenti e di tutti i contratti di ricerca e conto terzi. Per le università italiane usano, invece, le assegnazioni FFO ed i dati sulle contribuzioni studentesche; non tengono quindi conto delle altre entrate come contratti di ricerca e conto terzi.

Per l’Italia, l’ammontare complessivo delle entrate a questo punto avrebbe potuto essere calcolato facilmente, per ciascuna università e per l’intero sistema, sommando FFO complessivo e entrate derivanti da tasse studentesche. Complessivamente: €6.462.745.826+€ 1,957,725,424=€ 8.426.933.996.

B&P, calcolano invece l’ammontare complessivo come €8,668,130,884, poiché conteggiano due volte l’ammontare del finanziamento dei dipartimenti di eccellenza.

L’origine dell’errore si vede nella figura successiva che riporta il foglio usato da B&P per i calcoli. La ‘quota base perequata’ che confluisce nella colonna ‘Z’ comprende già i fondi dei dipartimenti di eccellenza; la colonna ‘R’ è calcolata sommando quota premiale e dipartimenti di eccellenza. Le entrate totali nella colonna ‘AO’ sono calcolate da B&P sommando le colonne ‘R’, ‘Z’ e ‘AA’ e contengono dunque due volte l’ammontare dei finanziamenti per i dipartimenti di eccellenza.

2) B&P hanno calcolato in modo errato la composizione delle entrate delle università italiane.

Tutti i dati della colonna “incidenza sulle entrate totali” della tabella 1 sul post de LaVoce.info sono errati perché calcolati considerando un valore complessivo delle entrate errato. Nella riga ‘quota base’ il numeratore comprende anche il finanziamento dei dipartimenti di eccellenza. La duplicazione vista al punto precedente fa sì che siano errati anche  ‘quota base per docente’ e ‘entrate totali per docente’ con i relativi indici di Gini. I dati errati sono segnalati in rosso nella figura seguente.

In blu sono indicati i dati errati dovuti alla macroscopica incongruenza relativa al calcolo del numero dei docenti.

3) B&P hanno calcolato erroneamente l’ammontare complessivo delle entrate delle università inglesi.

Dal file excel Boeri-Perotti-dati-Inghilterra.xlsx si possono ricavare, non senza fatica, le fonti usate ed i vari passaggi dei calcoli di B&P. I dati di base per l’Inghilterra (England) sono ricavati dal sito HERA, scaricando tavole diverse, riportate in diversi colori nel foglio. B&P hanno modificato le colonne delle tabelle originali e ad un certo punto hanno perso il controllo delle elaborazioni, in modo del tutto analogo a quanto accaduto per i dati per l’Italia.

Seguiamo passaggio per passaggio:

Step 1. Il foglio di partenza ‘England only’ è quello corretto da tenere a riferimento. Vi riportano, modificandola la Table 7 di HERA. Nelle colonne in Azzurro è stata infatti eliminata la voce ‘Funding Body’ che si trovava nel documento originale. Quella voce corrisponde perfettamente alla voce ‘Total funding body grants’ (colonna J) preveniente dalla Table 7c riportata in verde nel file di B&P.
Nel riquadro in rosso si può notare che per ogni riga, le entrate totali delle università (Total income, colonna Q) sono la somma delle celle dentro il riquadro (colonne da J a P). Aprendo il foglio si nota che la colonna Q non è calcolata come somma, ma riporta il valore totale come dalla tabella originale HERA.

Step 2. B&P hanno quindi costruito il foglio ‘Excluding private’ eliminando alcune università private. In questo foglio i dati sono corretti e per le entrate totali vale quanto detto in riferimento alla figura precedente.

Step 3. B&P hanno quindi costruito il foglio ‘Excluding no info on students’ eliminando presumibilmente le università con informazioni mancanti sul numero di studenti iscritti. E’ in questo foglio che cominciano i problemi.

Introducono infatti una colonna T che chiamano ‘Total income including funding bodies’ e in quella colonna sommano la colonna K ‘Total funding body grants’ e la colonna Q ‘Total income’ che già comprende, come abbiamo visto, i funding body grants (colonna K). Quindi nel calcolo complessivo delle entrate delle università inglesi conteggiano due volte i funding body grants.

Le colonne U e W sembrano essere colonne di controllo. In questo foglio appare anche la colonna R che è quella che secondo B&P dovrebbe essere la parte premiale della ricerca. Vedremo più avanti che non è così.

STEP 4. Nel foglio successivo ‘Times ranking’ ci sono solo le università che entrano nel ranking THE (che non è, come credono B&P, la classifica del The Times, ma la classifica della rivista che si chiama Times Higher Education (THE)).

Anche in questo foglio si ripete la duplicazione del valore dei Funding body grants: il ‘Total income including funding bodies’ continua ad essere calcolato sommando la colonna ‘O’ e la colonna ‘AA’  che già include il valore dei funding body grants. (Il lettore può facilmente controllare che la somma delle cifre riquadrate in rosso è uguale al totale delle entrate di colonna AA (AA=O+P+T+X+Y+Z)).

In questo foglio, a cascata, vengono introdotti due nuovi errori di calcolo.

B&P vogliono eliminare dal totale dell’income registrato dall’HESA, le voci ‘Investment income’ (colonna Y) e ‘Total donations and endowments’ (colonna Z). Calcolano così una nuova colonna che chiamano ‘18’ (colonna AG). E’ questa grandezza che nei calcoli successivi considereranno come valore delle entare totali. Noi lo chiameremo ‘B&P Total income’ per distinguerlo dal ‘Total income’ corretto di HESA.

Il ‘B&P Total income’ è calcolato sottraendo al valore di colonna AF ‘Total income  including funding bodies’ -che lo ricordo è il totale sbagliato perché con duplicazioni- i valori delle colonne Y e Z. Il ‘B&P Total income’ continua a contenere due volte il valore dei ‘Total funding body grants’. Come si vede nell’immagine sotto dove: AG=AF-Y-Z.

4) B&P hanno calcolato erroneamente l’ammontare delle entrate che chiamano ‘other income’.

Il secondo errore introdotto nel foglio segue dai precedenti. B&P vogliono calcolare quello che chiamano ‘other income’, cioè la parte di finanziamento che non sia derivante da rette degli studenti e premialità. Si tratta della colonna AK del foglio indicata con l’etichetta ‘17(-10+13+14)-16’. Il dato è calcolato sottraendo alla colonna AF -cioè dal valore del total income con i valori dei funding body grants duplicati- il valore delle tuition fees (colonna P), le  colonne Y e Z, e infine la colonna AB che considerano, a torto, come valutazione premiale.

Si può (non troppo) agevolmente verificare che la colonna AK, che nell’articolo sul foglio rappreseneta la voce ‘Other income’, può essere calcolata sommando le colonne del foglio: T+X+O+O-AB (sì proprio così, duplicando la colonna ‘O’!). B&P ritengono cioè che le università inglesi abbiano un ‘other income’ calcolabile in questo modo:

‘Total research grants and contracts’ + ‘Total other income’ + ‘Total funding body grants’ + ‘Total funding body grants’ – “Research England+Research Councils+UKRI”.

Nel foglio successivo ‘Gini all Times Ranking’ si procede ai calcoli per tutte le università nel ranking THE. In questo foglio i dati sono quelli errati appena illustrati per il foglio precedente.

B&P selezionano quindi dal foglio ‘Gini all Times Ranking’  le prime 57 università nel ranking THE e costruiscono il foglio successivo ‘Gini top 57 Times Ranking’ dove si trovano finalmente i calcoli alla base dei dati pubblicati su LaVoce.info.

Nel file finale si confermano tutti gli errori visti nei fogli precedenti. In particolare il ‘B&P total income’ delle 57 università inglesi considerate sarebbe pari a £26.662.914.000. I dati HESA dicono invece che è £24.717.312.000.

5) B&P hanno quindi calcolato in modo sistematicamente errato la composizione delle entrate presentata nella Tabella 2 dell’articolo su LaVoce.info;

Questa catena di errori fa sì che tutte le voci di “Incidenza totale sulle entrate” riportate nella tabella 2 dell’articolo su LaVoce siano errate, o perché è sbagliato il valore al denominatore, o perché sono errati sia il denominatore che il numeratore. Sono di conseguenza errate anche alcune voci di bilancio per docente ed i rispettivi indici di Gini. determina a cascata tutti gli altri errori di calcolo. I dati errati nella tabella 2 del post su Lavoce.info sono indicati in rosso.

 

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2 Commenti

  1. complimenti vivissimi per l’articolo e la fatica durata per dimostrare quanto si poteva già intuire a naso conoscendo gli autori della maligna proposta, che fa da pendant a mio sommesso avviso alla ripresa della macchina del fango sulla malauniversità (concorsi truccati e compagnia bella) orchestrata ugualmente, sotto le spoglie mentite di resoconti obiettivi e interviste agli esclusi di turno, sui quotidiani del monopolista della stampa di regime (=GEDI) : diffama qua e divulga numeri falsi là, eccoci pronti all’ennesima riforma definanziante, burocratizzante e annichilente di quel che resta dell’università pubblica italiana … chi vivrà vedrà (draghi a messa)

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