Il problema della scelta di quali strumenti usare per rivendicare i propri diritti o per denunciare situazioni insostenibili è comune a tutti i lavoratori e ciascuna categoria ha le proprie peculiarità, nel bene e nel male. I ricercatori hanno, nel bene, che sono molto meno ricattabili di altri (perlomeno se sono dipendenti a tempo indeterminato), ma, nel male, non paiono avere strumenti di pressione o mezzi per rendersi visibili alla pubblica opinione. Il personale docente universitario può almeno limitare la propria attività didattica per creare un disagio agli studenti e rendere quindi visibile la propria azione, cosa che negli anni passati è stata fatta. I ricercatori degli enti pubblici di ricerca paiono invece completamente sprovvisti di strumenti e in effetti, a parte presìdi, lettere di protesta, manifestazioni e scioperi, le cronache non riportano altro.

La situazione della ricerca in Italia, nel senso delle condizioni in cui è messa in termini di finanziamento e di assunzioni di nuovo personale, è però a un tale punto che diventa necessario pensare a come far uscire il crescente disagio di chi in queste condizioni si trova tutti i giorni. Il quadro è poi reso più complicato dal fatto che ai ricercatori, in grande maggioranza, piace il proprio lavoro e tendono quindi a lavorare “a prescindere”. E poi, che fai? Blocchi un’attività e non fai laureare uno studente? Perché un conto è bloccare la didattica, magari arrivando a non fare aprire un corso di laurea un certo anno accademico (cosa che non credo sia mai successa, comunque), un conto è ritardare la tesi di uno studente che per i sei mesi precedenti ha scelto di lavorare nel tuo laboratorio e con cui hai collaborato fino a quel momento.

Certo, oltre alla ricerca c’è il crescente carico amministrativo e ci sono le “cariche” amministrative. Un rifiuto collettivo di riempire i consuntivi o delle dimissioni collettive potrebbero avere un qualche peso. È su queste ultime che vorrei focalizzare l’attenzione, soffermandomi sul CNR, il “più grosso ente pubblico di ricerca in Italia” (frase che ormai può provocare un distacco cognitivo). In questo momento il CNR soffre di due grossi problemi: un sottofinanziamento per cui i ricercatori devono vincere progetti anche per poter pagare le spese correnti e la recente evidenza di sprechi e ruberie. Questi non solo riducono i già limitatissimi fondi a disposizione, ma contribuiscono a formare l’immagine del CNR come quella di un “costoso carrozzone” che dovrebbe essere chiuso. Allo stesso tempo bisognerebbe ragionare su come i pochi fondi di ricerca vengono allocati, con tutti che si riempiono la bocca di eccellenza, ma il cui principale significato è diventato quello di “Eccellenza“, sinonimo di “Eminenza“.

I finanziamenti a pioggia, tanto discriminati da essere quasi innominabili, sono invece uno strumento (tra tanti altri, ovviamente) che è necessario in un qualunque sistema della ricerca, per due ragioni: primo, perché non si può pensare che anche solo per ricomprare il proprio calcolatore ormai defunto si debba scrivere un progetto; secondo, per il meccanismo del cofinanziamento, per il quale per accedere ad alcuni fondi bisogna metterne di propri. Così, chi ha già fondi può accedere molto più facilmente ad altri fondi, il classico “piove sul bagnato”.

Al CNR l’assenza di finanziamento ordinario va ormai di pari passo con la richiesta agli Istituti di pagare una quota consistente delle spese correnti delle Aree di Ricerca. Come a dire che ai ricercatori non solo non vengono dati i mezzi di base per poter lavorare, ma vengono anche chiesti i soldi per pagare le manutenzioni e le spese telefoniche. Alcuni Istituti, per diverse ragioni, hanno avuto fino ad ora una “capacità progettuale” che permette di pagare queste spese condominiali con una frazione dei soldi ricevuta dai progetti, ma altri Istituti hanno difficoltà e altri ancora non sono proprio in grado. Secondo la vulgata corrente, che definirei “privatizzazione della ricerca“, se un Istituto vince pochi progetti significa che non è capace, come se i progetti fossero ormai lo scopo della ricerca e non, piuttosto, uno degli strumenti con cui farla (e questi strumenti sono scelte di politica della ricerca e come tali vanno discusse). Dunque, cosa succederà se un’area di ricerca andrà “in default”? Sopperirà la sede centrale o sarà lasciata morire magari innescando un meccanismo a valanga che porterà, come minimo, a un nuovo commissariamento dell’Ente? (Ma è possibile che a questo ci si arrivi per altre ragioni.) Bisogna davvero arrivare a una situazione di non ritorno oppure il personale CNR può fare qualcosa affinché la dirigenza e il governo si occupino seriamente di questo? E qui torniamo alla questione iniziale.

Trovare gli strumenti giusti per le proprie rivendicazioni è sempre un bilanciamento tra scelte collettive e scelte personali: le prime sono necessarie per avere peso, ma è anche necessario che le persone sentano certe scelte come utili. Al CNR ogni Istituto ha un Direttore nominato dal Consiglio di Amministrazione e un Consiglio d’Istituto, con ben pochi poteri a dire il vero, eletto dal personale. Le sedi secondarie degli Istituti hanno poi dei responsabili, nominati dai Direttori. Io vedo, come strumenti possibili e giusti per le nostre rivendicazioni, le dimissioni dei consigli d’istituto (rivendicazione dal basso) e quelle dei direttori (rivendicazione dall’alto). I consigli d’Istituto dovrebbero essere spinti in questa direzione dal personale, con la difficoltà oggettiva di coordinarsi tra istituti diversi. I direttori possono coordinarsi molto più facilmente, sono in numero molto più ristretto e una loro scelta in questo senso ricadrebbe direttamente sull’amministrazione centrale, che dovrebbe sostituirli (e i responsabili di sede e i dirigenti di ricerca, tra cui verrebbero pescati i facenti funzione, dovrebbero ovviamente essere solidali). In questo senso, le dimissioni dei responsabili di sede ricadono invece sui propri direttori, non sulla sede centrale.

Queste proposte, l’ho già verificato, sono criticabili per due motivi. Il primo, viene detto, è che le dimissioni di un numero consistente di direttori o di Consigli d’Istituto sarebbe una pia illusione. In effetti ci sono delle ragioni per credere che difficilmente i direttori si dimettano: se un Istituto ha (per il momento) i soldi per contribuire alle spese delle aree di ricerca, perché il direttore si dovrebbe dimettere? Per solidarietà con chi non è in grado di pagare? Sembra più probabile che i primi della classe puntino il dito contro chi non ha fatto i compiti o li ha fatti male (e uso una terminologia volutamente presa da un altro contesto). Inoltre è molto diffusa la tendenza a non voler perdere la quota di potere associato a una qualunque “carica”, che sia quella di direttore, di responsabile di sede o di membro del consiglio d’Istituto. A parte il fatto che quella che sembra ora un’illusione potrebbe diventare un’opzione più realistica se ci si incammina verso una strada di non ritorno, il punto è che le minacce dei direttori dovrebbero essere calibrate e accompagnate da proposte: ad esempio, gli Istituti pagano una certa frazione stabilita delle entrate dei progetti, ma viene chiesto che alle spese eccedenti faccia fronte direttamente l’amministrazione centrale. Inoltre queste azioni dovrebbero andare in parallelo con una critica puntuale di come sono spesi i fondi a disposizione del CNR, verificando che spese differibili e non necessarie non abbiano la precedenza su spese di emergenza.

La seconda critica che può essere fatta riguarda la possibilità che il governo aumenti i finanziamenti del CNR: il CNR non è in una posizione particolare, perché il governo dovrebbe dargli più soldi? Primo, rispetto ad altri enti pubblici di ricerca, il CNR è certamente, in questo momento, in una situazione critica. Secondo, se accettiamo il ragionamento che finché non vengono dati più soldi alle scuole o alla sanità allora è “giusto” che non vengano dati soldi aggiuntivi alla ricerca, allora posiamo la nostra matita e chi può si ritiri in campagna.

La questione “Che fare?” è aperta e penso che occorra partire da proposte apparentemente utopiche per arrivare a delle scelte che non siano solo realistiche, ma anche efficaci. L’alternativa è continuare come si è fatto finora, aspettando non si sa cosa, lamentandosi e puntando il dito contro chi non fa “incassare” abbastanza al proprio Istituto.

 

 

 

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1 commento

  1. ”penso che occorra partire da proposte apparentemente utopiche per arrivare a delle scelte che non siano solo realistiche, ma anche efficaci”

    Sottoscrivo questa affermazione, e anzi tento una spiegazione della sua ‘fenomenologia’. Finchè la questione del ‘che fare’ è posta in termini ‘realistici’, cioè : trovare un elenco di azioni da fare a cui corrisponderà, CON CERTEZZA ASSOLUTA, il successo in un tempo breve e esso stesso determinabile con certezza, ebbene allora è chiaro che, di fronte a questa domanda chiunque si sentirà impotente. La Realtà non potrà che ergersi di fronte a lui come un muro, impedendogli innanzitutto di parlare, e nei casi più gravi (se uno crede davvero di approcciare in questo modo i problemi in modo ‘realistico’) perfino di pensare.
    Il risultato (questo si, deterministico..) sarà che la comunità. semplicemente, neppure parlerà del problema. Alla fine nessuno saprà nemmeno cosa pensa l’altro, e se quello che pensa lui lo pensa solo lui mentre agli altri stà bene così.

    Ovviamente questo approccio è, lungi dall’essere ‘realistico’, è al contrario il massimo dell’allontanamento dalla realtà. Una vera e propria psicosi, molto simile all’autismo. Ovviamente da una comunità di soggetti, nella migliore delle ipotesi autistici, e nella peggiore ben adattati al sistema dei ‘progetti’ esterni, non potrà mai provenire la benché minima istanza di cambiamento. Che la seconda categoria di soggetti sia persino peggiore della prima è dimostrato dal fatto che, adattati al sistema ‘progettuale’
    e circondati da ricercatori autistici (che hanno paura ‘persin’e parlà’
    come diceva una famosa macchietta napoletana) essi facilmente si mascherano da ‘ricercatori’ all’interno della comunità, dicendo che fanno quello che fanno (i ‘progetti’ e non la ricerca) perché costretti dalle ‘dure e INEVITABILI condizioni finanziarie dello Stato’. In realtà è tutto FALSO, peggio del denaro del monopoli: visto che hanno uno stipendio a tempo indeterminato avrebbero potuto, anziché cedere alla ‘necessità di procurarsi i soldi’ (facendo così un favore a chi i soldi glieli taglia) semplicemente abbassare il proprio livello lavorativo a ciò che i fondi rimasti gli consentono. Non mi posso comprare il computer? Userò una macchina da scrivere. Alla fine diventa impossibile mandare lavori a riviste? Mi cautelerò depositando una denuncia dove diffido il datore di lavoro a procedere contro di me per ‘scarsa produttività’, e anzi a riconoscermi tutti gli aumenti di stipendio dovuti, visto che la colpa è sua che non mi ha provvisto degli strumenti necessari a produrre. E così via.

    Tutto questo non è stato fatto e ci ritroviamo nella situazione attuale.
    Molti ricercatori si sono trasformati in ‘progettisti’ (ma in alcuni settori, tipo la matematica, è del tutto impossibile che da un ‘progetto’ derivi come by-product qualcosa che abbia il MINIMO interesse per una rivista quotata di matematica) e anzi hanno pure fatto carriera perché la volontà politica spinge proprio in questa direzione, con ciò stesso rinforzandosi e riproducendosi.

    Il meccanismo dei progetti, soprattutto quelli europei è micidiale in un paese come l’Italia, dove il numero di addetti alla ricerca è la metà che in Germania o in Francia e pagati anche meno della metà…(con quindi perfino minori possibilità di cofinanziamento…). Questo fa si che per la Germania o la Francia il progetto europeo sia solo una attività collaterale e aggiuntiva, che non impiega totalmente le risorse, lasciando libere le risorse per la ricerca vera. L’ Italia invece se vuole competere deve impiegare TUTTE le risorse col risultato che o si fa ricerca o si fanno i progetti (e con la volontà politica che spinge decisamente per la seconda opzione…).

    Pensare inoltre che abbiamo toccato il fondo è solo una inutile illusione: questo sistema si presta molto bene a giustificare (in futuro) l’eliminazione totale dei posti a tempo indeterminato. Nemmeno si può dire che la richiesta di ‘cofinanziamento’ impedirà questo esito: come ben fatto notare nell’articolo, alcuni gruppi i finanziamenti già li hanno e possono usarli per vincerne altri. Il meccanismo è sempre più simile a quello di un’azienda e sarà ad un certo momento semplice passare da una situazione ‘de facto’ ad una ‘de iure’.

    L’evoluzione successiva è poi ancora più chiara: in un CNR privatizzato
    non esisterà più alcun interesse da parte dei gruppi che prendono finanziamenti a essere ‘dipendenti’ di un padrone privato. Essi quindi si metteranno in proprio formando delle software house dove la ricerca sarò solo un ricordo dei più anziani che vi lavorano dentro. Con il pensionamento di questi ultimi, queste aziende incrementeranno solo la pletora di micro aziende a rischio fallimento che popolano il panorama economico italiano, senza più una caratteristica riferibile alla ricerca scientifica, esaurite e non più rinnovate le competenze scientifiche esse non avranno più nulla da vendere sul mercato. E finiranno miseramente con i libri depositati in tribunale. Amen.

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