Hayao Miyazaki, La principessa Mononoke

La tesi è: opacità e definanziamento universitario hanno creato nel tempo fratture sociali e culturali formidabili. Allontanato i più giovani dalla ricerca e messo a repentaglio l’integrità dei processi di trasmissione del sapere. Il “discorso culturale” si organizza oggi in Italia per bande rivali. Autocostituitesi su base anagrafica, si dividono “circoscrizioni” e “territori”. In accademia specialisti over-fifties. Nei media di tendenza trenta-quarantenni. Sul mercato editoriale tardi blockbuster o storyteller esordienti. La circostanza ha implicazioni rilevanti: quali? Vale la pena chiedersi, mentre un’intera generazione mossa da legittimo risentimento pratica in Rete l’ideologia dell’”autoformazione”: tra qualche anno ci sarà ancora da noi un pubblico colto e informato che sfidi le molteplici censure, si impegni per il miglioramento delle istituzioni culturali o si interroghi sulla comune eredità? Più in generale qualcosa come una “sfera pubblica”?

 

Il rischio è che si apra un solco sempre più ampio e profondo fra i luoghi della formazione, che spesso i giovani continuano a frequentare svogliatamente ma senza riconoscere ad essi più alcuna funzione, e un ‘curriculum implicito’, basato sull’ideologia dell’autoformazione in rete”

Giovanni Solimine, Senza sapere, 2014

Today we live in a distinct sort of creative environment. People don’t so much live in the contradiction between competing worldviews. We live in a period of disillusion and distrust of institutions. This has created two reactions. Some monads withdraw back into the purity of their own subcultures. But others push themselves into the rotting institutions they want to reinvent.

David Brooks, The Creative Climate, 2014

 

Dal punto di vista di una fiorente società della conoscenza i rapporti tra ricerca, “creatività” e consumo dovrebbero essere costanti e reciproci. Ma così non è in Italia: esiste anzi un crescente scollamento tra indagine specialistica e “opinione” culturale; tra università da un lato, editoria e media dall’altro. A mio parere tale scollamento è dannoso nei due sensi. Provo a spiegare perché.

Lo scisma dei “creativi”

Per mia collocazione professionale frequento scrittori, artisti, musicisti, designer, curatori della mia generazione, o più giovani. Mi colpisce sempre più un atteggiamento che potrei definire scismatico. All’interno di comunità convenzionalmente descritte come “intellettuali” o “cognitive” (ma non accademiche) l’università gode di ben scarso credito. Meglio: ha smesso di interessare. La si frequenta distrattamente senza immaginarla come propria possibile destinazione professionale. La si considera un luogo, per dirla con Sennett, dove c’è “carestia di riconoscimento”[1]. Ed è ben raro che, entro le stesse comunità, una ricerca proveniente dal mondo universitario, per quanto innovativa e di largo respiro, sia segnalata per tempo o riconosciuta importante quanto un romanzo, un’opera d’arte o un film. Perché? Possiamo valutare la circostanza come meglio riteniamo, dolercene (come ritengo sia giusto fare) o ignorare. E’ tuttavia indubitabile che sporadicità e disfunzionalità dei processi di reclutamento hanno creato (e continuano a creare) barriere sociali e culturali pressoché invalicabili alla circolazione di conoscenze esperte. Questo il primo problema: la distruzione di lavoro ha effetti potenzialmente dirompenti sulla trasmissione dell’eredità culturale. Semplicemente: non può esserci apprendimento (né senso di comune appartenenza) sul presupposto di un’esperienza di esclusione.

Invertiamo il punto di vista, e consideriamo adesso le barriere erette contro il mondo universitario. La domanda è: quanto è importante, dal punto di vista di una moderna democrazia, che studiosi e ricercatori prendano parte al processo di formazione dell’opinione pubblica, dunque accedano largamente ai media mainstream, a radio, TV, web; e che le università accolgano un ampio numero ricercatori e early career? Oggi questo non avviene. La trasformazione del mercato librario e dell’informazione impone agli editori di inseguire un pubblico più giovane. Ma l’accesso alla ricerca è saldamente presidiato dalle generazioni più anziane. Esiste a mio avviso il pericolo concreto che le abnormi cesure generazionali esistenti oggi sul mercato del lavoro cognitivo si traducano in cesure di ambiti, interessi, competenze, ruoli sociali e professionali, tecnologie di apprendimento; pregiudichino la fluidità del confronto culturale e modellino le platee sulla base di immotivate esclusioni reciproche.

L’abitudine al (buon) discorso giornalistico impone concretezza e vivacità e può aiutare a combattere i gerghi. Al tempo stesso l’opinione pubblica di una democrazia liberale trae grande vantaggio dalla circolazione di competenze validate e punti di vista esterni a marketing e mode culturali. Che accade se il pensiero critico scompare dall’informazione, dalla produzione artistica e letteraria, dal dibattito politico? Non è solo un problema, mi pare, di impollinazione reciproca tra critica e estetica – impollinazione che risulta oggi interrotta. Gli strumenti dell’indagine filologica si applicano anche all’inchiesta o al reportage; e una buona formazione filosofica o scientifica aiuta a rifiutare luogo comune e pregiudizio[2].

“Dalla piccola dimensione i rapporti intergenerazionali si proiettano sulla scala vasta della vita sociale”[3]. Appunto. Ho non poche riserve sulle retoriche generazionali che improvvisamente dilagano nel paese. Osservo però che l’università è diventata un endemismo: è pressoché l’unica istituzione in cui i processi decisionali sono preclusi ai trenta-quarantenni. E’ una discriminazione e uno spreco. E questo malgrado proprio su di loro, come con qualche ritardo si inizia a riconoscere, ricada in larga parte l’onere dell’indubbio deterioramento delle condizioni economiche, sociali e istituzionali della ricerca.

L’innovazione scientifica esige confronto e aperta discussione. Non si può (né si deve) impedire che abbia caratteri conflittuali. Talvolta – è inevitabile – passa per le ricerche dei più giovani. E’ dunque una pessima idea riservare ai padri il compito esclusivo di valutare i figli, potenziali parricidi – così a mio avviso con la classificazione delle riviste e la recente ASN[4]. Se scegliamo di farlo avremo potenzialmente avviato un’infeconda catena di ritorsioni.

La tesi è: la crisi dell’università, meritata, immeritata, parzialmente meritata o immeritata che sia sotto profili reputazionali[5], indiscutibile sotto aspetti finanziari e occupazionali, mette a repentaglio l’integrità dei processi di trasmissione culturale e esaspera il processo di formazione di enclosures reciprocamente diffidenti e esclusive (accademia, editoria, web, media), artificiosamente selezionate su base anagrafica. L’allontanamento dei più giovani dalle professioni della ricerca aggiunge legittimo risentimento all’ordinaria competizione culturale tra generazioni e trasforma la discussione culturale in una contesa egemonica[6]. Niente di promettente, in altre parole.

Microinchiesta. Paesaggi editoriali con pic-nic

Allarmato dalla crescente distanza tra “opinione” e ricerca sono spinto a interrogarmi sulle difficoltà di comunicazione tra mondi divenuti innaturalmente antitetici. E trovo che un secondo problema sia l’industria editoriale. Esemplifico con riferimento a situazioni-tipo che mi sono familiari.

In una sera di sabato di questo maggio ho visitato il grande punto RED appena inaugurato a Firenze (RED sta per “Read, Eat and Dream”: leggi, mangia e sogna). Sezione “arte”: sugli scaffali Flavio Caroli, Renato Barilli, Gillo Dorfles, Rudolph Arnheim. Chi non abbia conoscenze storico-artistiche di prima mano penserà che questi siano gli autori più innovativi. Non immaginerà che i loro libri, ripubblicati postumi nel caso di Arnheim, comunque appartenenti a tutt’altra temperie culturale o al più classificabili sotto la categoria “varia”, datano decenni e dispiegano competenze opinabili o largamente deteriorate. E’ questo che intendiamo come ricerca, e che desideriamo proporre alle nuove generazioni? Trovo improvvisamente calzante l’acronimo digestivo. RED: il libro come stupefacente blando[7].

Manuali, instant, bestseller. Fatte le debite eccezioni questo sembra interessare oggi all’editoria “di cultura”. Non è paradossale? “Per restare a galla nell’immediato”, commenta Martina Testa, editor e traduttrice, “[si è scelto] un rimedio peggiore del male”. “Non ci sono le condizioni per costruire nuove autorevolezze”, mi ha confidato non molto tempo fa un editor tra i più qualificati. Il senso dell’affermazione è chiaro, per quanto spiacevole. Non pubblicheremo più saggistica di ricerca: chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto. Sorprende che tale risolutezza commerciale promani dagli austeri uffici di una casa editrice di longeva reputazione. La stessa che pubblica autori legittimamente preoccupati del peso crescente delle “oligarchie”. Si percepisce la molteplice circolarità del punto di vista? “Pubblichiamo solo pamphlet di attualità o blockbuster”, conferma un editore attivo da lungo tempo nella pubblicazione di cataloghi e libri d’arte finanziati da banche e fondazioni. Monumentali volumi monografici a cura di questa o quella vecchia gloria fanno bella mostra alle sue spalle assieme a qualche retrivo libello antimodernista. Decisamente: la sfida editoriale è altrove.

Saggistiche “impegnate”

Esistono ricerche specialistiche recenti che sfidano l’isolamento reciproco delle comunità di destinatari e incontrano un mirabile successo editoriale? Due “storie di successo” tratte dall’ambito delle scienze umane e sociali rivelano che la riluttanza del grande pubblico può essere sì sconfitta, ma a condizioni spesso improprie, tali da piegare l’indagine scientifica alle ragioni del mito. Primo esempio.

L’attuale popolarità del discorso storico-artistico è a mio avviso connessa a un’istanza di semplificazione portata a buon termine. Da più di un decennio l’offensiva liberista contro le professioni della tutela obbliga gli storici dell’arte italiani a interrogarsi in modo semplice e diretto sull’utilità pubblica del proprio ruolo. Il processo di semplificazione nasconde tuttavia un’insidia: le attitudini riflessive del saggio storico possono essere sacrificate al fine di mobilitare politicamente le platee. E il richiamo larico sostituire l’esame critico. Che c’entrano gli “avi”, “i padri costituenti”, le “pietre” con il dibattito scientifico? La discussione sulle politiche di tutela diviene occasione di adesioni (o rifiuti) plebiscitari.

Secondo esempio. Nella discussione su “capitalismo” e “digitale” il punto di vista sociologico ricorrente tende a trascurare l’importanza dei contesti istituzionali di innovazione sociale, quali appunto le università, per privilegiare comunità o imprese. La scelta è rivelativa: l’università non è percepita come “progressiva” né in senso giuridico (prefigurazione di nuovi diritti) né in senso sociale (elaborazione di nuove solidarietà). Ma davvero crediamo di poterne fare a meno? Il progetto di “libere università” formulato (tra gli altri) da Sergio Bologna corrisponde a una diffusa indignazione per lo statu quo accademico. Manca però di indagare le concrete condizioni di sostenibilità economica, radicamento sociale e territoriale e longevità istituzionale cui sono vincolati i processi di trasmissione del sapere[8]. Connessioni diramate e costanti tra ricerca e attivismo sono a mio parere benefiche tanto per l’una quanto per l’altro[9].

Infine, a mo’ di conclusione.

L’interesse di classe non è onnipotente, ma un’infrastruttura culturale progressista, tale da includere università, enti di ricerca, testate giornalistiche e case editrici indipendenti, musei, fondazioni pubbliche e private, biblioteche è indipensabile per combattere esclusione e pregiudizio[10].

A mio avviso la crisi della civiltà argomentativa è evidente ovunque in Italia, nel discorso culturale, nel giornalismo, ovviamente nel dibattito politico. Questa crisi è diffusa in tutto l’Occidente: nel nostro paese il problema è tuttavia più grave per la scarsità dei ricercatori sul totale della popolazione e un disinvestimento senza pari nelle istituzioni educative[9]. Appelli all’”appartenenza” e all’”emozione” prevalgono sulla discussione razionale anche nel contesto di argomentazioni che si pretendono scientifiche. Che accade se un paese rinuncia alla cultura dell’evidenza? E dove, se non in università, possiamo maturare un’ostinata attitudine alla concatenazione e alla verifica[11]?

Dissuase dall’impegnarsi in durevoli progetti di ricerca, intere generazioni disertano o progettano di disertare l’università il più velocemente possibile. E’ in questa cornice civilmente regressiva che occorre inquadrare le infrazioni anche minori del principio di uguaglianza: ad esempio la raccomandazione di un ex ministro delle politiche europee da parte di un ex presidente del Consiglio in un concorso per ordinario di diritto costituzionale può sembrare (e ammetto che mi sembra) inaccettabile. Ad altri, più devoti di me al rito dell’autoriproduzione, sembrerà invece un’inezia.

E’ inevitabile che i limiti di una formazione mutila e breve, scevra di responsabilità individuali e di necessità di scelta, modellino gli atti comunicativi di una sfera pubblica litigiosa e dogmatica. Riduzione delle opportunità di studio post-lauream e opacità nei processi di reclutamento impongono costi sociali formidabili: davvero non basta, per sanarli, levare callosi e convenzionali compianti sulle “generazioni perdute”.

@MicheleDantini

 

[1] Richard Sennett, Rispetto, Il Mulino, Bologna 2004 (2003), p. 21.

[2] Ne hanno discusso recentemente Giulio Ferroni e Michele Mari su La Lettura, supplemento domenicale del Corriere della sera, 16.2.2014, p. 5. In precedenza era apparso un acuto intervento di Valerio Magrelli, La solitudine del lettore, in: la Repubblica, 12.1.2014, pp. 50-51. Cfr. anche Paolo Di Stefano, Le classifiche dei libri discriminano la qualità, in: Corriere della sera,13.5.2014, p. 37; Franco Cordelli, La palude degli scrittori, in: La Lettura, 25.5.2014, p. 10; Emanuele Trevi, Il nuotatore di Kafka non sapeva nuotare, ibid., 1.6.2014, p. 12: “a dispetto dell’apparente varietà di trame e personaggi è innegabile la sensazione che tutti i libri di successo si assomiglino profondamente. Considerato come artigiano del plot, il tipo oggi dominante di scrittore deve procedere ricorrendo sempre più all’elemento ‘impersonale’… [rintracciabile] negli stolidi precetti che si impartiscono nelle cosiddette scuole di scrittura”. La progressiva scomparsa del saggio critico è insieme premessa e conseguenza della normalizzazione editoriale cui accenna Trevi.

[3] Gustavo Zagrebelsky, Chi ha tradito l’antico patto tra padri e figli, in: la Repubblica, 24.5.2014, p. 44. Concordo con la tesi generale dell’articolo – il requisito generazionale è vuoto. Difficile però seguire Zagrebelsky sul sentiero dell’egotismo e dell’autocommiserazione. “Oggi le idee retrocedono e avanza la generazione. Chi viene dal passato s’adegui o almeno taccia! Se non lo si mangia o lo si cosparge di miele per darlo in pasto alle termiti, come in certe tribù delle civiltà precolombiane, lo si mummifica in qualche accademia”. L’affermazione tradisce una qualche difficoltà a considerare lo sconforto della mummia dal punto di vista del ricercatore a tempo determinato o del giornalista a contratto. Inviterei dunque volentieri il prestigioso studioso e editorialista a mostrare maggiore equilibrio e sensibilità sociale.

[4] Salvatore Settis, Così vincono i peggiori, in: l’Espresso, 19, LX, 15.5.2014, p. 39. L’età media dei membri del Consiglio direttivo ANVUR è di 63,714 anni. Quattro membri hanno tra 69 e 70 anni. Solo due membri hanno meno di 60 anni. Il più giovane, Andrea Bonaccorsi, ne ha 52. L’età media dei professori ordinari in Italia è di 59,4 anni.  

[5] Giuseppe De Nicolao, Università: miti, leggende e realtà – Collector’s edition! in: ROARS, 4.12.2013, online qui.

[6] E’ corretto avvertire delle distorsioni indotte dall’”ideologia dell’autoformazione”. Occorre però aggiungere che questa stessa “ideologia” elabora in parte il trauma dell’inaccessibilità universitaria, effettiva o percepita. Cfr. Giovanni Solimine, Senza sapere, Laterza, Bari Roma 2014, pp. 82 e ss.; 99-100. Sul tema cfr. anche Umberto Eco, I modi della moda culturale, adesso in: Il costume di casa, Bompiani, Milano 2012 (1973), p. 48. Le cesure generazionali qui discusse impediscono che la Rete garantisca da sola una maggiore “ampiezza” ai processi di partecipazione culturale. Il “sogno di comunicare con la massima precisione, rapidità e ampiezza” in Italia rischia dunque di infrangersi prima ancora di iniziare. Sul punto cfr. Marino Sinibaldi, Un millimetro in là, Laterza, Roma|Bari 2014, p. 6.

[7] Stefano Bartezzaghi, La fabbrica dei guru, in: la Repubblica, 25.5.2014, pp. 48-49: “la doppia platea dei maitres à penser era costituita dal cerchio stretto degli studenti e da quello più ampio della parte colta della società: lettori di riviste culturali, frequentatori di librerie e biblioteche. Questo secondo cerchio risulta oggi schiacciato da quello, esterno e immenso, della cultura di massa, che applica codici di ricezione completamente diversi e privilegia l’intrattenimento sulla profondità, lo storytelling sull’originalità, l’emozione sull’analisi”. Potremmo forse immaginare lo Stato nel possibile ruolo di risk taker a riguardo di un’industria artistica tra le altre, forse più importante delle altre, come appunto quella libraria? In molti paesi occidentali esistono agenzie governative a sostegno della traduzione in lingua inglese delle pubblicazioni locali (narrativa e saggistica) ritenute più meritorie di diffusione internazionale.

[8] Sergio Bologna, I volontari della conoscenza, in: Il Manifesto, 10.3.2012, p. 10; Michele Dantini, Patriarchi e vati, in Humanities e innovazione, Doppiozero, Milano 2012, pp. 2-3, 30-32.

[9] Michele Dantini, Humanities e innovazione sociale. Individui, istituzioni, comunità, in: il Mulino, 12.12.2013, online @http://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:2445; una versione più ampia del saggio, con lo stesso titolo, è apparsa in: ROARS, 28.12.2013, online @http://www.roars.it/online/humanities-e-innovazione-sociale-individui-istituzioni-comunita/. Sul rapporto tra teoria discorsiva e “lotta per il riconoscimento” cfr. anche Axel Honneth, Etica del discorso e concetto implicito di giustizia (1986), in Riconoscimento e conflitto di classe, Mimesis, Milano-Udine 2011, pp. 129-138.

[10] Troppe università, troppi laureati? Nel 2004 l’Italia occupava la quart’ultima posizione in Europa per percentuale di giovani laureati (25-34 anni) sul totale della popolazione: il 14% circa. Nel 2013 detiene saldamente l’ultima posizione. Anche così si distruggono opinione pubblica indipendente, platee di lettori colti e “mercati”. Devo l’informazione a Giuseppe De Nicolao.

[11] “In nessun paese al mondo”, ha osservato Umberto Eco in occasione del discorso inaugurale alle matricole tenuto all’università di Bologna nel 2009, “uno studente che ha fatto tre anni di università viene chiamato dottore. [Dobbiamo] imparare a cancellare dalla memoria ciò che non serve… Come costruirsi questa arte della discriminazione?”. Sul punto dell’opportunità di costruire un “antidoto alla cultura di Google” cfr. anche qui e soprattutto qui.

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13 Commenti

  1. in una società che globalmente non funziona, l’ Università ha le sue responsabilità, che però non mi sembrano limitanti.
    Da tempo in questo paese l’industria non in investe in Ricerca e Sviluppo. A cosa serve allora la trasmissione del sapere critico ? La divulgazione della Scienza, attraverso i Media, è considerata più importante della produzione di nuova conoscenza.I dottori di ricerca in materie scientifiche, nei paesi avanzati, vengono contesi all’università dall’industria. In Italia l’Università rappresentava l’unica Istituzione interessata ad assorbirli, anche se, naturalmente, non poteva averne la possibilità. Non si può non vedere che la cancellazione del ruolo dei ricercatori a tempo indeterminato ha dato il colpo finale a questa situazione. Ora un dottore di ricerca, spesso con una specializzazione ed un periodo di soggiorno all’estero, può sperare che una università trovi un finanziamento esterno per la copertura di un posto di ricercatore a tempo determinato, prima di tre anni, poi di due, sperando, nel frattempo, di raggiungere le famose mediane di professori associati molto più vecchi di lui. Quand’anche avesse raggiunto le famose mediane, dovrà aspettare la liberazione di punti organico religiosamente custoditi dai rettori, arcani depositari di alchemici algoritmi.
    Chi volete che si affidi con fiducia ad un sistema del genere ? Molto meglio imparare a fare una pizza….
    D’altra parte le Università sono ormai monarchie assolute. La legge Gelmini ha affidato ai rettori un potere pressoché assoluto cancellando quel po’ di dialettica che proveniva dalle scuole e dai consigli di facoltà.
    La società va verso forme preoccupanti di autoritarismo e l’Università riproduce questa tendenza, che probabilmente non è solo Italiana..

  2. Se nelle scuole italiane si invertissero le ore dedicate alle lettere con quelle dedicate alla matematica, allora si che servirebbe una laurea per fare un film e per scrivere in un giornale, mentre basterebbe un diploma secondario per fare analisi dati al CERN.

    In altre parole, il liceo italiano (per come è stato pensato) ha cosi tante ore dedicate alle scienze umane che è più che sufficiente per creare persone in grado di fare “cultura umanistica per le masse”. Non a caso, in Italia dei matematici (quasi nulli per ISI WoK) sono popolarissimi con i loro libri storico-divulgativi.

  3. Ma a chi serve L’Università?
    1) In Italia si ritiene utile l’università per lo sviluppo del paese?
    2) se si, occorre migliorarla, come tutti i sistemi sociali ed economici va aggiornato e innovato
    3) se si intende migliorare l’università è meglio: A) controllare ciò che è stato fatto dal 2004 al 2010 e punire con criteri stabiliti ex post alcuni e premiare altri, o: B) stabilire obiettivi al 2018 e incentivare tutte le università a perseguirli?
    4) per inciso con la VQR, l’AVA e la ASN si sta seguendo il metodo A: come se per stilare la classifica finale dello scudetto 2014 2015 si decidesse ora che i punti saranno dati alle squadre contando, nei campionati dal 2004 al 2010, chi ha realizzato più… rimesse laterali! sorpresa!
    5) dunque, se si sta perseguendo il metodo A, ne risulta che l’obiettivo politico in Italia non è puntare sull’università per il bene del paese, ma eliminare l’università.

    Conclusione:
    l’Università in Italia è una struttura di welfare state che non è più utile alla “classe economicamente dominante”.
    Una popolazione istruita e in grado di pensare in maniera critica non serve più, posto che gli investimenti si spostano dove le tasse sono più basse, e le competenze più elevate possono essere acquisite dovunque (a Stanford, ma anche in Cina e India) senza vincoli di localizzazione territoriale.
    In Italia serve una popolazione abbastanza ignorante e spaventata tale da accettare di lavorare per sostenere un carico fiscale e un insieme di consumi adeguati a garantire interessanti rendite ai concessionari e costruttori di beni e servizi pubblici (infrastrutture di trasporto, frequenze radiotelevisive, produzione e erogazione di energia – comprese le fonti rinnovabili, servizi telefonici, finanziari, ecc.).

    Illusione:
    La vera ribellione dell’università sta nello spiegare agli studenti che l’attuale sistema socioeconomico e culturale italiano non è l’unico possibile e che loro con la loro testa possono inventare e realizzare mondi diversi.

  4. @Nicola e @dragmetoanvur. Il nostro punto di vista non può essere quello dell’avversario. Dovremmo cercare di riconoscere, nell’università e nella magistratura, le due istituzioni chiamate a difendere qualcosa come l'”interesse generale”. Tutto il resto, per quanto vero, è una sorta di “voce del padrone”: cui ROARS non può che obiettare con (sperabilmente) ottime ragioni. Che l’attuale “reshoring” delle imprese già delocalizzate suggerisca punti di vista più avveduti anche sotto il profilo del “capitale umano”.

    @Luca. Concordo, anche se non ti seguo sulla strada della contrapposizione. Temo che la formazione di cerchie sociocognitive stagne sia distruttiva ben al di là della convenzionale teoria delle “due culture” – sia cioè distruttiva tanto per la cultura umanistica che per quella scientifica sul presupposto della comune radice nella curiosità, nella cultura della documentazione e nell’attitudine a raccogliere sfide cognitive.

    • Bisogna aver chiaro che l’università è messa in discussione ben oltre i suoi limiti. L’università va modificata ma la sfida non è andare contro “i baroni” o la mediocrità dei docenti (elementi pure da considerare). La vera sfida è lottare contro chi vuole riformare l’università ritenendola arretrata rispetto al “paradiso” del mondo del lavoro e delle imprese. Ecco, secondo me questo paradiso non esiste. Esiste invece un’economia neofeudale fondata sul lavoro precario e ipertassato nonchè su consumi con tariffe e prezzi imposti. Come in una società che vuole mantenere i servi della gleba, così anche oggi l’università viene criticata aspramente non perché è realmente marcia, ma perché è ritenuta inutile.
      Ovviamente io penso il contrario: il mondo del lavoro e delle imprese in Italia è un inferno, e per cambiarlo dobbiamo salvaguardare l’università e non cadere nella trappola di chi spinge gli stessi universitari a denigrarla non perché vuole riformarla ma perchè la considera pericolosa.

    • caro Michele, non me la prendo affatto con l’Università, né sostengo i nostri avversari. Faccio solo rilevare che la legge Gelmini ha distrutto con poche mosse una delle poche Istituzioni Italiane che, pur in affanno e con qualche menda, funzionava e sosteneva il confronto con analoghe istituzioni estere.

  5. @dragmetoanvur L’alternativa che tu stabilisci tra “trappola” e omertà è in linea, mi pare, con la cultura pubblica di un paese che conosce partiti o torve ragion di stato ma non istituzioni né interesse generale. Per questo non la trovo ricevibile. Per quanto riguarda “ideologia” e “neofeudalesimo”: si tratta per me di descrivere e discutere criticamente le ragioni dell’avversario. Questo è quello che credo di essere tenuto a fare. Un caro saluto MD

  6. Caro Dantini, forse c’è un equivoco. Io credo che il suo contributo pubblicato su Roars sia in linea con quella diversa via di miglioramento dell’Università che io auspico.
    Credo anche che la sua analisi sia più avanzata di quello che il dibattito attuale è pronto a recepire.
    Io sono assolutamente daccordo con il ruolo istituzionale da lei assegnato dell’università, e non intendevo stabilire una insolubile alternativa fra trappola e omertà.
    Rilevavo invece che per ottenere quell’auspicato ricambio generazionale e restituire all’università un ruolo di istituzione critica e innovativa bisogna cercare una diversa modalità di riforma che sfugga dall’eccesso di controllo burocratico che si è invece definito con la creazione dell’ANVUR. Tuttavia tale eccesso viene ancora oggi giustificato anche da coloro che credono ancora nell’università e che sono stati convinti che con la Gelmini, l’AVA, l’ASN e così via si possa “sbloccare” un sistema poco flessibile e indubbiamente ingessato. Purtroppo a molti non è ancora chiaro che se la diagnosi è esatta, però finora la terapia è stata peggiorativa.
    Dunque ben vengano nuove proposte e analisi acute come la sua. Mi premeva però segnalare che occorre sempre ribadire con forza la differenza fra le nuove proposte e le terapie già in atto.
    Evidenziare solo i problemi dell’università (e non dico che il suo intervento abbia tale limite) finisce invece proprio per delegittimare di più l’istituzione università, rafforzando quegli “stregoni” della valutazione e del controllo burocratico, che sono stati accreditati come unici medici “di corte”. Se l’università è malata ( e lo è) con la cura proposta dagli “stregoni”, si arriverà a dire che “l’operazione è perfettamente riuscita, ma il malato è morto”.
    Spesso a molti non è chiaro che il rischio di una morte dell’università non dipende dalle sue debolezze (che invece possono essere sanate) ma dall’uso strumentale e subdolo che di esse fa una visione politica ed economica che sostiene un modello sociale nel quale l’istituzione universitaria non ha più senso. E’ questa visione latente che bisogna sempre rendere esplicita, per combatterla e ridimensionarla. Altrimenti qualsiasi medicina\riforma dell’università, anche la più lodevole, sarà da essa pretestuosamente filtrata, modificata e trasformata in un nuovo veleno.

    PS: non mi è chiara la considerazione: “adotto la stessa posizione di descrizione e discussione critica delle ragioni dell’avversario”

  7. Prenderei quest’analisi come riferimento iniziale, per un’osservazione che contiene, potenzialmente utile a chi volesse attribuire all’università un ruolo primario, nell’avviare la #gestionedelrischio
    *_”… che si apra un solco sempre più ampio e profondo fra i luoghi della formazione, che spesso i giovani continuano a frequentare svogliatamente ma senza riconoscere ad essi più alcuna funzione, e un ‘curriculum implicito’, basato sull’ideologia dell’autoformazione in rete”_* [citazione in apertura di _La reputazione perduta …_]
    Evidenzio l’osservazione, che mi sembra

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