«Sorpresa, più laureati che matricole l’università celebra il sorpasso “È la prima volta dal dopoguerra”», questo il titolo di un articolo di Salvo Intravaia sul quotidiano la Repubblica. Ma cosa c’è da celebrare? Ce lo spiega Intravaia: «Atenei più efficienti o semplice calo degli immatricolati? […] se è vero che in cinque anni le immatricolazioni sono diminuite di 50mila unità è anche vero che i laureati — complice la riforma del 3+2 […] in meno di tre lustri sono quasi raddoppiati». Viene anche intervistato Luigi Berlinguer, ministro dell’Istruzione all’epoca di quella riforma, il quale commenta soddisfatto «Le statistiche stanno sconfiggendo i soldati [sic] di sventura che difendevano il passato». Eppure c’è qualcosa che non torna. Possibile che vengano sfornati più laureati degli immatricolati? In effetti, se si vanno a controllare i numeri si scopre che il sorpasso è azzardato, almeno quanto lo è la somma che ha dato origine alla notizia …



Questo pomeriggio volevo studiare un po’ di statistica, ma leggendo un articolo di giornale mi sono imbattuto invece in un problema (abbastanza grave) di aritmetica.

Su “Repubblica”, venerdì 3 gennaio 2014, Salvo Intravaia (PDF, potete leggere il testo anche su FLC CGIL) celebra il fatto che, per la prima volta, il numero di laureati nelle università italiane sia superiore al numero di immatricolazioni.

Il sorpasso appena avvenuto nell’università italiana è storico e dimostra l’efficienza dei nostri atenei [really?], anche se il Belpaese resta in coda alla classifica internazionale [quale?] per giovani laureati. Anzi, retrocede di qualche posizione rispetto al 2000 [le fonti sono un optional]. Ma secondo i dati forniti dall’Anagrafe degli studenti del Miur — il mastodontico ministero guidato da Maria Chiara Carrozza — e confermati dall’Istat, per la prima volta dal dopoguerra il numero di laureati sfornati dal nostro sistema universitario supera le new entry dello stesso anno accademico.
Nel 2011/2012, a fronte di 280.164 nuovi ingressi si sono registrati infatti 291.688 laureati. Un dato che, dopo la raffica di tagli imposti dalla riforma Gelmini e le innumerevoli proteste degli ultimi anni, fa ben sperare [risate]. Nel 2010/2011 le matricole superavano ancora di seimila unità i laureati.

Fermiamoci un attimo all’incipit dell’articolo. Ora, una notizia del genere dovrebbe far riflettere. In un sistema universitario a regime è assurdo che ci siano più laureati (output) che immatricolati (input): vorrebbe dire che il numero di studenti universitari è in picchiata.

Infatti gli studenti entrano in università immatricolandosi e ne escono in due modi: o abbandonano o si laureano. Per cui il saldo netto di studenti universitari, ogni anno, per un tipo fissato di laurea, è così determinato:

delta = immatricolati – laureati – dropout

Per cui, date le ipotesi

  1. laureati > immatricolati > 0,
  2. dropout > 0

ne segue che delta < 0 e quindi il numero di studenti universitari scende. Supponiamo pure che il fenomeno dei fuoricorso non vari troppo con il tempo. Se così fosse, non mi sembrerebbe proprio una cosa da festeggiare! In un sistema sano, il numero di immatricolati dovrebbe stare ben sopra il numero delle lauree. E comunque non si capisce in che modo questi dati dimostrino “l’efficienza” dei nostri atenei.

Ma il ragionamento svolto nell’articolo non è nemmeno questo. Intravaia procede infatti nella sua gioiosa trattazione:

Atenei più efficienti o semplice calo degli immatricolati? Forse tutti e due gli effetti. Perché se è vero che in cinque anni le immatricolazioni sono diminuite di 50mila unità è anche vero che i laureati — complice la riforma del 3+2 entrata in vigore nel 2000/2001 — in meno di tre lustri sono quasi raddoppiati.

E tante grazie, verrebbe da dire. Se spezzo in due il percorso di laurea, quelli che prima prendevano un pezzo di carta ora ne prendono due; e magari parte di quelli che prima abbandonavano ora riesce almeno a prendersi una laurea triennale.

Ma un momento… quindi Intravaia ha sommato il numero di lauree triennali e magistrali e le ha confrontate con le immatricolazioni alla laurea triennale?

Verifichiamo questa congettura andando a vedere i dati veri: quelli dell’Anagrafe Nazionale Studenti del MIUR, relativi all’anno accademico 2011/2012 (per cui i dati sono ormai consolidati).

Dati-immatricolati-2011-2012Dati-complessivi-2011-2012

  • Immatricolati (triennali + ciclo unico) 2011/2012: 280.174
    (corrisponde sostanzialmente col dato riportato da Intravaia, 280.164)
  • Laureati (tutti) 2011/2012: 291.688
    (coincide precisamente con il dato riportato da Intravaia)

Ora, andiamo a vedere se il numero di laureati preso da Intravaia è davvero la somma di triennali + magistrali + ciclo unico:

  • Laureati (triennali + ciclo unico) 2011/2012: 203.972
  • Laureati (magistrali) 2011/2012: 87.716

203.972 + 87.716 = 291.688
(Come Volevasi Dimostrare)

Lei mi sta dicendo che

Insomma, il giornalista di “Repubblica” cosa ha fatto?

  1. Ha sommato il numero di lauree triennali con le magistrali, ottenendo una grandezza che già di per sé non descrive nulla, se non il numero totale dei pezzi di carta stampati in quell’anno accademico.
  2. Ha confrontato quella grandezza (lauree triennali + magistrali) con il numero di immatricolazioni alla sola laurea triennale (+ ciclo unico), ha osservato che il primo numero è più grande e ne ha tratto indebite conclusioni.

L’articolo prosegue poi con un’intervista a Luigi Berlinguer, che festeggia per il successo del 3+2. Altre frasi notevoli:

Nel 1997/1998 a fronte di 320mila immatricolati gli atenei italiani riuscivano a laureare appena 140 giovani [sic!].

Ma, nonostante il sorpasso [dell’aria fritta], siamo ancora in coda alla classica europea per numero di laureati. In Italia, la quota di 30/34enni in possesso di un diploma di laurea è del 21,7 per
cento, contro una media Ue a 28 paesi del 35,7 per cento.

Quel “nonostante” è privo di senso, perché la realtà è diversa: con il numero di immatricolazioni in picchiata, sarà molto più difficile raggiungere una percentuale di laureati a livelli europei! Lasciamo perdere…

L’analisi più lucida e sensata della situazione arriva dagli studenti, che – per quanto se ne dica – studiano e ancora una volta si dimostrano più competenti di chi occupa certi ruoli di responsabilità.

Ma gli studenti non sono d’accordo. «Il vero dato eclatante è il gigantesco crollo delle iscrizioni — meno 20 per cento in dieci anni — che la dice lunga sulla fallimentare attuazione italiana del sistema 3+2», replica Gianluca Scuccimarra, coordinatore dell’Unione degli universitari, «tanto più che nel conteggio di questi immatricolati non sono conteggiati i 100mila iscritti per la prima volta ai corsi di laurea magistrali biennali. Il giudizio politico — conclude Scuccimarra — sullo stato e la gestione dell’università italiana si può riassumere nel tasso di passaggio dalla scuola secondaria superiore all’università, che dal 66,3 per cento del 2007 è passato al 58,2 per cento del 2012: il vero volto di un paese che sta rinunciando a basare il proprio sviluppo sulla conoscenza e sull’innovazione».

Questo articolo è stato originariamente pubblicato da Pietro De Nicolao nel blog Denilog sotto la licenza Creative Commons Attribution

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14 Commenti

  1. La stampa italiana fornisce il suo usuale quanto involontario argomento a chi sostiene che fare l’università non serve ad una cippa: se il risultato sono laureati con il rigore di Mr. Intravaia non c’è bisogno di spiegare per esteso come uno stage per operatore ecologico rappresenti una soluzione formativa senz’altro più intellettualmente feconda.

  2. A commento di quell’articolo ho scritto un post nel mio blog: http://www.siminore.blogspot.it/2014/01/la-vasca-sempre-piena.html

    Per completezza di informazione, mi sembra che la disamina di Pietro trascuri un dato reale, cioè l’accumulo di “materiale umano” nei lustri precedenti. È vero che il delta è negativo, ma potrebbe trattarsi di un fenomeno transitorio, volto ad azzerare gli elementi storicamente parcheggiati. Insomma, non è necessario che in un tempo finito le aule si svuotino: quando non ci saranno più studenti parcheggiati (l’aspirazione di Berlinguer-cugino), il sistema sarà in sostanziale equilibrio.
    Detto ciò, anch’io sono rimasto stupito dal fervore del giornalista, che probabilmente ha avuto anche pressioni per magnificare il 3+2 di origine PD.

  3. Premesso che l’articolo è assai propagandistico, mi sembra che anche l’intervento di Pietro sia vagamente partigiano. Quando ho letto l’articolo (cartaceo) anch’io ho fatto un salto sulla sedia e ho fatto le stesse riflessioni di Pietro; dopo averci riflettuto, mi sono però accorto che l’articolo contiene dei “non detti” che lo rendono meno inverosimile di quanto possa apparire. Confermo invece la (voluta) confusione fra lauree triennali e lauree magistrali/specialistiche, ma il 3+2 è intrinsecamente un escamotage per moltiplicare il numero dei laureati. Si definisce laureato, dunque con lo stesso aggettivo di prima, un individuo che possiede requisiti differenti da quelli precedenti, e pertanto è ovvio che ogni confronto fra ante e post risulta falsato. Ma è proprio quello che vogliamo, così ci burleremo di avere tanti laureati!

    Scherzi a parte, lo schema che Pietro critica invocando l’aritmetica è invece del tutto compatibile con la stessa aritmetica. Ne ho scritto in un post sul mio blog (http://bit.ly/1luPpYH e scusate la propaganda) qualche giorno fa. Siamo d’accordo (o quasi, io penso che il delta debba essere positivo ma non troppo, Pietro lo vuole positivo e grande) sul fatto che un delta negativo non sia la situazione ideale, ma attenzione a non trarre conclusioni affrettate. Il delta può essere positivo, nullo o negativo, ma il problema stesso richiede che non possa essere negativo… troppo a lungo. Possono esserci lassi di tempo in cui il delta risulti strettamente negativo, ma il numero di studenti iscritti non può mai essere negativo. Ne deduciamo che, a regime, l’ideale di Berlinguer sia quello che nel mio post ho paragonato ad un abbeveratoio di montagna: tendenzialmente il delta deve essere nullo.
    Certo, delta può essere nullo anche nella situazione estrema in cui nessuno si immatricola (e quindi, se il trend non cambia, nessuno si laurea), e possiamo discutere a lungo se questa eventualità sia ammissibile. Insomma, scoprire che quest’anno il delta è negativo non è la rivelazione del regno del male. Magari è un fenomeno estemporaneo, e del tutto compatibile proprio con quello che Berlinguer sembra vagheggiare come fine ultimo della sua riforma. Da questo punto di vista, non è lecito criticare la soddisfazione dell’ex ministro, perché il suo sogno diventa reale. Inoltre i periodi di crisi economica prolungata spingono la società verso modelli precedenti (il famoso “siamo tornati ai livelli del…”), e l’appeal dell’istruzione è sempre scarso presso le popolazioni impoverite (il famoso “a pancia piena si ragiona meglio”, ma anche “la filosofia è roba da ricchi”).

    Un’ultima considerazione, molto amara: appare evidente che l’ambizione dei governi non sia quella di innalzare la percentuale dei laureati rispetto al numero di abitanti, bensì quella di innalzarla rispetto al numero degli iscritti. È ben diverso: abbattere il denominatore favorisce l’aumento del quoziente, e dunque è lecito temere che la politica vagheggi un’Italia con pochi laureati, magari molto bravi. In pratica, e ce lo confermano i tweet della ministra Carrozza, all’università dovrebbero andare solo i migliori dei migliori. Un modello meritocratico in senso darwinista, cioè volto alla selezione degli individui eccellenti e non all’innalzamento del livello culturale medio.

    • Sì, Simone, ma… il “delta” ha senso calcolarlo solo in relazione ad uno stesso tipo di laurea, cioè:
      1) Immatricolati triennali vs. laureati triennali
      2) Immatricolati magistrali vs. laureati magistrali

      Fare il delta “laureati triennali + laureati magistrali – immatricolati triennali” ha davvero poco senso.

      È come se tu avessi un lago e misurassi la portata dell’immissario e la confrontassi con la somma delle portate di un emissario misurate in due punti diversi.

    • Pietro, siamo d’accordo e l’ho scritto! Ma volevo sganciarmi dalla critica impiccata all’apparente paradosso della negatività del delta.

  4. Se si vuole aumentare ancora di piu’ il “ratio ottimista” RO basta fare cosi:

    RO = (T + M + M1 + M2 + D)/I ,

    con

    T = numero laureati triennali

    M = numero di laureati magistrali

    M1 = numero di diplomati con master di primo livello

    M2 = numero di diplomati con master di secondo livello

    D = numero di addottorati

    I = numero di immatricolati triennali.

    Se invece si vuole essere pessimisti, consiglio il “ratio pessimista” RP, definito cosi

    RP = D/I .

  5. “è lecito temere che la politica vagheggi un’Italia con pochi laureati, magari molto bravi. In pratica, e ce lo confermano i tweet della ministra Carrozza, all’università dovrebbero andare solo i migliori dei migliori. Un modello meritocratico in senso darwinista, cioè volto alla selezione degli individui eccellenti e non all’innalzamento del livello culturale medio”.
    Poiché questo tipo di politica non fa né il bene del paese né dell’università, gli individui che la propugnano non si configurano come nostri rappresentanti.

    • Mah, queste affermazioni da centro sociale non mi appartengono. Né sono sicuro di essere totalmente contrario ad un’università più selettiva.

  6. Gentile Pietro, anche a me non tornavano i conti. Al di là dei calcoli matematici ero e resto fermamente convinta senza bisogno di dimostrazioni che se il numero dei laureati supera quello delle matricole NON siamo certamente di fronte ad una buona notizia ed è per questo che anch’io ero piuttosto perplessa rispetto ai toni entusiastici dell’articolo perché la diminuzione delle iscrizioni NON corrisponde ad una diminuzione degli abbandoni. Mi occupo spesso di questi temi per Il Giornale e già da qualche anno purtroppo rilevo segnali negativi in questo senso evidenziati da studi e ricerche.
    Scrivevo nel 2011:
    Anche alla fine dello scorso anno sul mio blog sottolineavo la diminuzione delle iscrizioni come una sconfitta.

    E ancora rispetto all’occupazione:
    .
    Grazie per il suo interessante contributo.

    • Comincio a pensare che (come purtroppo spesso accade) stiamo mischiando problemi e fenomeni diversi. Purtroppo non ho conservato la copia di Repubblica, ma mi sembrava che l’entusiasmo fosse dovuto al pareggio di bilancio in quanto tale. Direi che questo possa essere un obiettivo indipendente dal finanziamento. Vedo invece il tipico approccio – comprensibile, per carità – che consiste nell’individuare un unico nemico (in questo caso lo scarso finanziamento) e subordinare ad esso qualunque altro fenomeno. È una faccia del benaltrismo, temo. Il problema che l’articolo dovrebbe porre è, a mio avviso, il seguente: ammesso anche che la ricerca riceva il 50% del PIL, ci piace il pareggio di bilancio fra immatricolazioni e laureati?

    • Simone S: “non ho conservato la copia di Repubblica”
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      C’è il link all’inizio dell’articolo. Oppure basta cliccare sull’immagine dell’articolo.
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      Simone S: “ci piace il pareggio di bilancio fra immatricolazioni e laureati?”
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      Ma non è un pareggio di bilancio! Pietro, l’autore del post, in una risposta ad un commento ha usato un’immagine che spiega molto bene perché non ha senso focalizzarsi su questo presunto “pareggio di bilancio”:
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      “È come se tu avessi un lago e misurassi la portata dell’immissario e la confrontassi con la somma delle portate di un emissario misurate in due punti diversi.”

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