L’idea che la valutazione del merito e dell’eccellenza nella selezione dei migliori possa essere condotta al risparmio sta per concretizzarsi senza colpo ferire nella riforma del reclutamento dei ricercatori che in questi giorni si discute in Parlamento. Ma questa idea ha già conformato il sistema della valutazione della qualità della ricerca anvuriana, se è vero che – ad onta dei principeschi compensi spettanti al presidente e ai componenti della costosa burocrazia di via Ippolito Nievo – nell’ambito della VQR 2015-2019 in corso di svolgimento i professori e ricercatori chiamati a dare la propria disponibilità a valutare i prodotti della ricerca sono stati posti di fronte a un’opzione davvero sibillina.

La scelta esercitabile in via telematica prevedeva che l’avente diritto a rientrare nelle liste dei valutatori cui i GEV avrebbero potuto chiedere di valutare i prodotti della VQR, si dichiarasse pronto a valutare fino a 50 prodotti in modo completamente gratuito, oppure acconsentisse a farlo solo in cambio di (una non meglio specificata) retribuzione.

Cosa possa spingere un professore universitario a valutare con la necessaria serietà e professionalità ben 50 prodotti scientifici senza pretendere nulla per il lavoro svolto è una domanda che sembra lecito porsi.

Oggi che la valutazione dei prodotti incombe, come si staranno comportando i GEV che hanno la facoltà di affidare la valutazione dei prodotti agli esperti dichiaratisi disponibili a svolgere l’alto munus, esercitando l’opzione telematica sul sito del MUR?

Sceglieranno per un superiore principio di economicità (che, però, non sembra valere per i compensi dei membri dell’ANVUR e per gli stessi GEV) solo gli eroici, zelanti (e soprattutto: candidamente disinteressati) valutatori che per puro spirito di servizio si sono resi disponibili a costo zero per l’amministrazione? O vorranno e manterranno la possibilità di affidare tali valutazioni anche a quanti hanno dato una disponibilità subordinata al pagamento di un compenso seppur minimo, convinti che non svilire la dignità di un ricercatore e professore universitario significhi anche rivendicare – per principio – che il tempo impiegato da un accademico per soppesare con la necessaria serietà la qualità di un prodotto scientifico possa meritare di valere almeno quanto il diritto di chiamata di un idraulico a domicilio?

Nessuna norma chiarisce il dilemma. Cosa staranno facendo i GEV, sapendo che il professore Pinco (riconosciuto esperto del tema di cui al prodotto X da valutare), esercitando in coscienza l’opzione messagli a disposizione, ha condizionato a un giusto compenso la propria opera di valutazione, mentre il professore Pallo (che ha già stoicamente valutato 49 prodotti e mai ha scritto sul tema del prodotto X) è pronto a sacrificare gratuitamente l’ultimo scorcio della sua estate post Covid, immolandosi sull’altare dell’amore anvuriano per la “scienza di qualità”? E che tipo di indicazioni operative in merito alla scelta da effettuarsi staranno ricevendo (o forse avranno già ricevuto) i GEV dai ben retribuiti piani alti di via Ippolito Nievo?

Sono i sottili paradossi della valutazione della ricerca all’italiana. Dove la VQR muove ingenti prebende, promuovendo dipartimenti di eccellenza i cui componenti, dopo aver potuto adeguatamente finanziare le proprie iniziative di ricerca e di reclutamento, all’occorrenza possono anche decidere di auto-attribuirsi (sembra sia accaduto persino questo nella gestione dei fondi dei dipartimenti di eccellenza premiati dalla precedente VQR effettuata in alcuni atenei italiani) premi finali in moneta sonante in nome dell’eccellenza conquistata grazie a valutazioni svolte da truppe cammellate di professori disposti a sobbarcarsi il pen(s)oso lavoro di valutazione per la sola gloria accademica.

Ognuno vede come questo meccanismo, sottilmente escogitato da chi la procedura l’ha messa in pratica, crea le condizioni perché si generi silenziosamente un gigantesco e sistemico conflitto di interesse, in coerenza con una valutazione della qualità condotta all’ingrosso, da valutatori la cui scelta non risponde al solo metro della qualità e della competenza a valutare, ma è subordinato nei fatti a quello della sola economicità.

Si valutino gratis diverse decine di prodotti all’occorrenza, perché la valutazione che ne risulterà, se opportunamente ponderata, potrà un domani “retribuire” i solerti e disinteressati (?) valutatori di oggi, celebrando la gloria di qualche dipartimento che otterrà l’ambito bollino di eccellenza grazie a occhiuti revisori scientifici che hanno saputo distribuire patenti di eccellenza o di insufficienza a ben 50 prodotti senza chiedere nulla per il tempo trascorso a farlo.

Come si pretende di ottenere valutazioni imparziali, competenti e scrupolose, se il compito di svolgere l’attento e delicato lavoro del valutatore viene svolto con queste premesse? Quale potrà essere l’incentivo che muove gli stoici valutatori costless, se non quello di avere l’opportunità di riuscire a condizionare con la propria valutazione gli amici e gli amici degli amici? E quale mai sarà l’interesse che induce a sobbarcarsi la fatica della valutazione a costo zero, sarà pronto a chiedersi l’economista aduso a scrutinare l’agire umano alla luce della teoria degli incentivi?

Quel che conta in questo processo di valutazione al risparmio, che pretende di valutare l’eccellenza a costo zero, è consentire ai capi della burocrazia anvuriana di farsi belli, mostrando che la costosa macchina della valutazione sa risparmiare su quanto non dovrebbe essere oggetto di risparmio, facendolo proprio sul fondamentale atto tecnico della valutazione.

Proprio dove un’adeguata retribuzione servirebbe anche a garantire la qualità e la serietà delle valutazioni operate, e dove un meccanismo come quello escogitato nei fatti da ANVUR (chiedere formalmente al futuro valutatore se è disposto a valutare dietro compenso, o non, e poi nei fatti affidare la valutazione solo agli esperti dichiaratisi disposti a valutare gratis fino a 50 prodotti di ricerca, così mettendo in scena un ridicolo gioco delle tre carte) si commenta da solo. Rispecchiando fedelmente la serietà dell’intero processo di valutazione sulla cui base continueranno ad essere distribuite in Italia le eccellenti prebende dei dipartimenti dei “migliori”.

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5 Commenti

  1. (premettendo che ovviamente la VQR andrebbe eliminata, eventualmente andrebbero valutati i singoli e valutate ex-post le assunzioni…) cosa c’entra? Faccio pure i referaggi gratis, se è per quello pubblico pure gratis (anzi rischio di dover pagare per pubblicare) quando poi le riviste ci lucrano… Ripeto che VQR delenda est, ma questo mi pare l’utimo dei problemi.

    • Certamente. Ma questi metavalutatori devono lavorare gratis…





      Anzi, pagare del loro, per metavalutare!

  2. L’esigenza di valutare i valutatori che valutano i colleghi nasce da una profondissima sfiducia nel sistema. Tutti noi ingoiamo ciò che non possiamo in alcun modo cambiare: devono cambiare le persone… Non vi è etica del lavoro. Chi non riconosce la bontà del lavoro altrui in un concorso, in una tesi di laurea, in una lezione, ma per partito preso, per fare un dispetto, per avvantaggiare un altro obliterando un concorrente valido, come potrà valutare negativamente chi opera come lui?

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