“[…] non esiste innovazione semplice. Se è semplice, non si tratta di innovazione. Innovare significa rompere barriere, modificare comportamenti, trasformare organizzazioni, investire in nuovi modi di lavorare e guardare al mondo e, in ultimo, generare comunità dove il cambiamento diventa irreversibile; […] è la logica dell’innovazione, di dinamismo da costruire invece che di status da raggiungere, ad essere in moto. E il motore della scuola è acceso.” Questa prosa giovanilista, irrequieta, vagamente cocainica è tratta dal primo bilancio dei progressi del Piano nazionale per la scuola digitale (PNSD). La guida dei processi di trasformazione della scuola sembra essere ormai delegata a una casta sacerdotale di esperti, i policy makers, che pretendono di possedere un sapere tecnico in grado di dettare l’agenda alla politica: “l’impegno di fare policy, soprattutto se interpretato to the fullest, è sempre quello. Lo devi fare velocemente, perché il Paese non è certo in una situazione facile, e la crisi non aspetta; Devi costruire soluzioni efficaci e molto sostenibili, perché chi lavorava 10, 20 anni prima di te, con cinque volte le risorse, non si esattamente è [sic] posto il problema. (autopresentazione di Lanfrey)”. La scuola non è un’incubatrice di futuri start-upper: semplicemente perché il mito della Silicon Valley, e di Steve Jobs, e dell’imprenditorialità cocainica, è un mito di classe, che viene spacciato a chi, assai più probabilmente, finirà a lavorare per Foodora o per uno dei molti Mcjobs oggi offerti. Davanti a tutto ciò, prosaicamente, il nostro compito è molto modesto: nel nostro futuro prossimo, abbiamo da impedire l’«inserimento strutturale nelle indicazioni nazionali, a partire dal primo ciclo» di queste proposte post-politiche ed economicistiche.

Segnaliamo un articolo  apparso sul blog laletteraturaenoi in cui Daniele Lo Vetere svolge un’analisi della “lingua 4.0” del Ministero dell’istruzione:

La nuova prosa ministeriale e la «cultura del nuovo capitalismo»

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5 Commenti

  1. Sul sito laletteraturaenoi c’è anche una replica di Damien Lamfrey che merita di essere letta. Inizia con un “Ciao caro, Vediamo se pubblichi questo commento …”, informa che “Il Piano Scuola Digitale è invidiato nel mondo” e termina con “Prendiamoci una birra, così vediamo chi conosce più letteratura sociologica, e chi la mette in pratica meglio. Ma metti l’ideologia da parte. ti servirà a poco.”.
    https://www.laletteraturaenoi.it/index.php/scuola_e_noi/754-la-nuova-prosa-ministeriale-e-la-%C2%ABcultura-del-nuovo-capitalismo%C2%BB.html#
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    Tiziana Drago ha commentato così:
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    Quale conferma più stringente alle serrate argomentazioni di Daniele Lo Vetere della replica —smart, spigliata, ‘giovane’ e (diciamolo francamente) vacua — del consulente del Ministero? Proprio un altro mondo, non c’è dubbio. Basta scegliere da che parte stare.
    https://www.laletteraturaenoi.it/index.php/scuola_e_noi/754-la-nuova-prosa-ministeriale-e-la-%C2%ABcultura-del-nuovo-capitalismo%C2%BB.html#

  2. Ciao, caRi (ovviamente con la erre moscia), non riesco a trovare il commento di DL. Pazienza. Oltre a quanto già detto del linguaggio di questo consulente ministeriale, e per quanto egli esorti a valutare le idee e non la lingua (a questo punto si dovrebbe comunicare per telepatia, per evitare il filtro e le imperfezioni della lingua), vorrei insistere anch’io sul suo linguaggio oracolare e misticheggiante. Dopo di che non capisco di cosa stia parlando, limite mio, s’intende, se non di cambiamenti, innovazioni, digitalizzazione, de che? Un obiettivo è stato senz’altro raggiunto in questi ultimi anni, constatazione peraltro non originale, dalla politica in generale. E si vede , alla spicciolata, anche dagli ultimi comportamenti di ragazzi e adulti, agressioni a insegnanti e anziani. Delegittimazione delle istituzioni, in questo caso della scuola, e rottamazione. In questo testo ministeriale c’è proprio questo. Ma che strano! Con chi avranno studiato questi giovani non giovanissimi? E dove? Evidentemente alla scuola materna, al massimo alle elementari. Alle superiori e all’università ci sono troppi rottamandi la cui esperienza non serve, è inutile se non dannosa, puro pattume intellettuale.