Ha suscitato un certo interesse la proposta sul possibile aumento del finanziamento dell’università ottenuto mediante aumento delle tasse di iscrizione associata alla corresponsione di prestiti d’onore agli studenti presentata dal Sen. Pietro Ichino nella forma di una interrogazione parlamentare. La proposta muove da premesse diverse e difficilmente conciliabili che rendono la sua discussione piuttosto complicata: il cronico sottofinanziamento dell’università italiana, l’iniqua ripartizione dei costi  che porta al paradosso dei “poveri che pagano l’università dei ricchi”, lo scarso numero degli studenti e dei laureati italiani (poco più della metà della media dei paesi Ocse).

Sul sottofinanziamento dell’università italiana c’è poco da dire: è noto a tutti e se ne è spesso parlato anche in questo blog. Più interessante il problema della ripartizione per fasce sociali dei costi dell’università. Tutti sappiamo che l’università italiana è finanziata per oltre l’80% dei suoi costi dallo stato, attraverso le tasse dei cittadini e per meno del 20% dalle tasse di iscrizione pagate dagli studenti o dalle loro famiglie. Se noi prendiamo la distribuzione del gettito Irpef del 2010 come riferimento, osserviamo che il 48,8% dei contribuenti dichiara redditi Irpef inferiori a 15.000 euro all’anno, e il 41,9% redditi compresi tra 15.000 e 35.000 euro all’anno; soltanto il 10% dei contribuenti dichiara redditi superiori a 35.000 euro. Si deve aggiungere a queste percentuali la quota dei soggetti che per il reddito troppo basso sono esentati dall’Irpef.

Se i laureati fossero ripartiti tra le fasce di contribuenti in modo casuale, soltanto un decimo di loro dovrebbe provenire da quel 10% di famiglie nelle quali i genitori dichiarano redditi superiori a 35.000 euro (un calcolo più preciso andrebbe basato sull’Isee anziché sull’Irpef perché questo è l’indicatore usato dalle università e perché tiene conto del benessere della famiglia che potrebbe includere più di un solo contribuente Irpef). E’ palese a tutti quelli che hanno una minima esperienza universitaria che questo non è il caso: tra gli studenti universitari quelli provenienti da famiglie relativamente abbienti sono molto più rappresentati di quelli provenienti da famiglie più modeste. L’evasione fiscale diffusa nel paese aggrava il dato statistico: infatti poiché esistono evasori, cioè finti poveri, ma non finti ricchi (cioè persone che dichiarano più del loro reddito effettivo), alcuni degli studenti che in una statistica sarebbero contati tra i “poveri” in realtà non sono tali. La premessa di Ichino per cui l’università italiana esercita in pratica una selezione sul censo degli iscritti e non svolge in misura sufficiente il suo ruolo di ascensore sociale non sembra infondata e l’affermazione, pur semplicistica, che i poveri pagano l’università dei ricchi ha una certa logica. Questo può in parte essere giustificato dalla considerazione che i laureati servono a tutti, anche a chi non può permettersi l’università per se o per i suoi figli: lo stato, e quindi i cittadini, hanno bisogno di medici, giudici, docenti, ingegneri etc. Però questi professionisti sono ben pagati, spesso con i proventi delle tasse versate da tutti i cittadini, e quindi è ragionevole porre il problema di quale quota del processo formativo debba essere a carico dello stato e quale a carico dello studente (attualmente le tasse universitarie oscillano tra minimi di circa 300 euro annui e massimi superiori ai 2.000, e non c’è dubbio che per le famiglie più benestanti l’università dei figli non costa molto, anche se costa di più che in molti paesi europei nostri vicini).

In modo a mio parere paradossale, l’interrogazione / proposta del Sen. Ichino si sviluppa sulla linea seguente: si dovrebbero aumentare drasticamente le tasse di iscrizione, prevedendo al contempo un regime di prestiti agevolati da restituirsi “se e quando” lo studente, conseguita la laurea, trova lavoro. A me sembra che il prestito agevolato per gli studenti meritevoli ma privi di mezzi sia una iniziativa utile, ma non sia lo strumento adatto per agevolare l’accesso all’università agli studenti meno abbienti: in primo luogo perché un aumento delle tasse di iscrizione, anche se associato alla possibilità di contrarre un prestito, costituirebbe di per sé un deterrente. In secondo luogo, il prestito per motivi di studio dovrebbe coprire non solo la tassa di iscrizione, ma anche e soprattutto gli “altri costi” che sono i più gravosi: il mancato guadagno di un figlio in età lavorativa, la necessità di mantenerlo, l’alloggio nel caso dei fuori sede etc. e risulterebbe quindi molto pesante nonostante l’agevolazione. Sarebbe quindi ragionevole contrarre il prestito soltanto per chi si iscrive a quelle Facoltà che danno maggiori possibilità di inserimento lavorativo e guadagni più elevati: è facile calcolare che uno studente di Medicina e Chirugia che avesse bisogno di 8-10.000 euro l’anno per i 6 anni di università potrebbe, una volta laureato, pagare una quota molto significativa del suo debito già con lo stipendio della specializzazione, quindi prima ancora di completare il suo percorso formativo. Una simile possibilità mancherebbe invece ad uno studente che si laureasse ad esempio in Lettere. Dunque il sistema dei prestiti, sebbene potenzialmente utile, non si presta ad essere generalizzato e costituisce un intervento selettivo, del quale beneficerebbero soltanto alcuni studenti. Infine l’ipotesi di Ichino del “se e quando” finirebbe per rendere i prestiti di studio costosi per l’erario o per le università, che dovrebbero rimoborsarli se lo studente abbandona gli studi (la percentuale degli abbandoni in Italia supera il 30%): quindi non risolverebbe il problema per cui l’università grava su tutti i contribuenti, inclusi i meno abbienti.

In conclusione, la proposta di Ichino ha il merito di porre in evidenza alcuni problemi importanti del paese, ma a voler prendere due piccioni con una fava si corre il rischio non prenderne nessuno e di sprecare le fave.

 

(Pubblicato su il Fatto Quotidiano)

 

Sullo stesso argomento vedi anche…:

I prestiti universitari in Italia: le ragioni del fallimento passato (e futuro) di Federica Laudisa

Se l’università si autofinanzia (coi vostri soldi) di Francesca Coin

Tasse universitarie: fatti, miti e ideologia di Francesco Sylos Labini

Ed altri articoli…

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5 Commenti

  1. L’errore di fondo di Ichino è di partire dal presupposto che gli studi universitari siano al servizio di benefici privati attesi dallo studente. Purtroppo si tratta di una lettura endemica: sicché ci si interroga sempre sulla adeguatezza del percorso universitario a garantire una posizione lavorativa o professionale.
    Ma perché allora investire soldi pubblici per assicurare benefici privati ai laureati?
    La risposta di Ichino, logicamente è: paghi chi trae beneficio, almeno nella misura in cui lo trae.
    Estite, credo, una risposta diversa e antagonista: quella che mette l’università non a servizio degli interessi professionali e lucrativi degli studenti, ma che al contrario mette gli studenti e i futuri laureati al servizio del benessere collettivo.
    In altre parole, per partire dal più scontato degli esempi: si insegna medicina non per consentire al medico di arricchirsi, ma perché alla società servono medici.
    A ben vedere, studiare non paga: i mestieri più remunerativi non richiedono quel contatto con il mondo della ricerca propiziato dagli studi universitari, ma tutt’al più una rapida ed efficace formazione tecnica.
    Studiare perché, allora? Questa la mia risposta: perché si è disposti a farsi carico del bene comune, anche al prezzo di sacrifici; perche si desidera contribuire ad un progresso di lungo periodo della conoscenza e del benessere collettivo.
    Ovviamente, questo spiega perché lo Stato investe sull’università, e dunque sugli studenti universitari.
    Ne nasce, a mio avviso, una speciale responsaiblità di chi intraprende o prosegue gli studi nei confronti della collettività: ripagare con impegno e con entusiasmo l’investimento pubblico che è stato fatto su di noi. Chi sfrutta ciò che ha appreso solo per estrarne benefici privati tradisce la finalità di quell’investimento pubblico.
    Non chiediamo, allora, ai nostri studenti di arricchirsi e ripagare i loro studi; piuttosto, diamo loro la possibilità di essere generosi, di ripagare l’investimento che la comunità ha fatto su di loro contribuendo davvero alla cultura e alla scienza.
    L’università può e deve arricchire anche chi non la frequenta, e comunque alimentare quelle linee di pensiero e di ricerca che, proprio perché non remunerative, non vengono sviluppate dal “mercato”. Forse un giorno anche gli economisti capiranno.
    Giovanni Figà-Talamanca

    • Anche io, come Andrea Zhok, condivido le osservazioni di Giovanni Figà Talamanca. Proposte come quella di Ichino hanno senso se si accetta una concezione dell’università e del suo ruolo che non è affatto autoevidente. Aggiungo che il tema dovrebbe essere tornare al centro dell’agenda politica. Diamoci da fare.

    • Il fatto che lo stato abbia necessità di laureati per erogare i suoi servizi ai cittadini non è in contrasto con l’ambizione dei laureati e degli studenti universitari di accedere a professioni ad alta remunerazione, e il possesso della laurea correla statisticamente con un reddito più elevato. L’università giova e serve tanto allo stato (e quindi a tutti i cittadini, anche quelli che non la frequentano) quanto agli studenti che vi si laureano, ed è molto utopistico pensare che la motivazione unica o anche soltanto prevalente degli studenti universitari sia altruistica, anche se sarebbe auspicabile, come suggerisce GFT che i laureati tenessero a mente nella loro professione il beneficio ricevuto.

  2. Complimenti a GFT, commento perfetto. Questo punto è oramai trascurato dalla quasi generalità di coloro i quali si occupano di scuola e università: non si tratta primariamente di strutture pubbliche al servizio di interessi privati, ed esistono benefici pubblici dell’educazione pubblica che non passano attraverso alcuna contabilità privata, né reale né ideale.

  3. TINA e il Senatore.
    Chi è TINA? E’ l’acronimo di “There is no alternative” lo slogan coniato dalla Thetcher per fare accettare, con il supporto di campagne politico-mediatiche, la sua politica neoliberale che ha, tra l’altro, ridimensionato drasticamente il welfare nel Regno Unito.
    Il Senatore Ichino fa uso della stessa logica.
    Egli parte da una premsessa a sua volta conseguenza di una implicazione supportata da TINA.
    C’è una grave crisi economica. TINA. Bisogna quindi operare tagli lineari alla spesa pubblica, includendo la pubblica istruzione. Ovviamente ci sarebbe molto da discutere su questa prima implicazione ma non è questa la sede.
    Il Senatore quindi procede a una seconda inferenza.
    I tagli alla spesa pubblica “strangolano gli atenei.” TINA. Bisogna aumentare le tasse universitarie agli studenti.
    Il Senatore non fa mistero, e di questo bisogna dargli atto, di voler disegnare il sistema accademico italiano sul modello del Regno Unito. Si tratta del modello Thatcher-Blair-Cameron basato sull’idea che il modo efficiente per fornire i servizi pubblici consista nel “simulare” la concorrenza creando una configurazione di “quasi-mercato.”
    Alcuni teorici dei “quasi-market” si sono affrettati a rassicurare i “riformisti” di sinistra che questa teoria prefigura addirittura una sorta di “socialismo di mercato.” Cosa c’è di meglio, per un “riformista,” che coniugare, all’insegna dell’efficienza, socialismo e mercato?
    Quindi se si vuole veramente riformare l’università, TINA, bisogna crere dei “quasi-mercati.”
    Il commento precedente sostiene, in estrema sintesi, che l’istruzione universitaria sia un bene che genera esternalità positive. Questo bene viene prodotto congiuntamente a un bene pubblico, la ricerca. Ebbene sottoponiamo a una disamina critica severa l’assunto, in buona parte ideologico, che questi beni possano essere prodotti (scusate il linguaggio economicista ma ogni tanto ci vuole) in modo efficiente solo in un contesto di “quasi-market.” Chiediamoci soprattuto quale sia l’essenza di questi beni e cosa si debba intendere per loro produzione efficiente.
    There is always an alternative, Senatore!

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