«[L]e attività di controllo tendono a prevalere sulle attività da controllare».

G. Marcel, Gli uomini contro l’umano (1951), tr. di E. Piscione, Roma, 1987, p. 39.

 

C’era una volta, in un Paese eccellentemente governato, che vantava un eccellente Ministero dell’eccellenza universitaria, un eccellente professore universitario che era anche un eccellente valutatore che formulava valutazioni immancabilmente eccellenti. Il più delle volte, anzi quasi sempre, valutava non eccellenti la preparazione dei suoi studenti, cui pure impartiva eccellenti lezioni, e gli scritti dei suoi colleghi. Forse dipendeva dal fatto che era appunto un eccellente valutatore, un valutatore di eccellenza internazionalmente apprezzata, sicché i suoi parametri di giudizio erano anch’essi, inutile sottolinearlo, assolutamente eccellenti, quindi di tutt’altro che agevole osservanza.

Una volta all’eccellente valutatore — d’ora in avanti appellato, senza alcuna pretesa di originalità, sua Eccellenza — venne sottoposta, dall’eccellente Agenzia per la valutazione dell’eccellenza universitaria, dipendente dal detto Ministero, una pila di prodotti della ricerca universitaria, parauniversitaria e periuniversitaria, affinché sua Eccellenza esprimesse su ognuno di essi una valutazione da par suo, dunque assolutamente eccellente, di eccellenza/non-eccellenza. Si trattava di un lavoro interessante ma pesante, che richiedeva molto tempo e altrettanta pazienza: per fare un lavoro eccellente non si poteva non leggere tutto, dalla prima riga all’ultima, note e bibliografie comprese.

Sua Eccellenza, comunque, non era un tipo che si scoraggiava facilmente. Inoltre, mentre si accingeva a definire gli eccellenti criteri sulla base dei quali avrebbe valutato, pensava che avrebbe potuto in qualche misura fare affidamento sul grado di eccellenza della sede editoriale: se il prodotto era stato accolto da una rivista o da una collana di eccellenza, era lecito congetturare che la probabilità di valutarlo eccellente fosse più alta della probabilità di valutare eccellente un prodotto accolto da una rivista o da una collana meno eccellente o, addirittura, non eccellente.

Sua Eccellenza, tuttavia, essendo anche un tipo eccellentemente scrupoloso — nessuna sua qualità, inutile sottolineare anche questo, era sotto la soglia dell’eccellenza —, non poteva in coscienza non porsi la questione metodologica che la valutazione di eccellenza espressa da una rivista o da una collana di eccellenza non poteva essere reputata a priori una valutazione eccellente. Il rischio di una valutazione mediocre, affrettata, parziale espressa da una sede editoriale di eccellenza esisteva e non era statisticamente trascurabile.

Sua Eccellenza, non riuscendo in alcun modo a trovare una risposta tranquillizzante all’inquietante questione metodologica, dopo innumerevoli notti insonni, popolate di incubi eccellentemente fantasiosi, dovette rassegnarsi all’idea che una valutazione eccellente, di eccellenza o meno, su ogni singolo prodotto sottoposto alla sua attenzione avrebbe preteso una lettura assolutamente integrale, se non anche una o più riletture volte a comparare l’eccellenza o meno di ogni prodotto con l’eccellenza di tutti i prodotti con i quali il primo fosse da ritenere comparabile.

Fu così che sua Eccellenza iniziò a lavorare. Con eccellente impegno letteralmente si immerse nella lettura dei prodotti che avevano invaso il suo studio. Uscì dall’apnea valutativa molti anni dopo, con la chioma incanutita e diradata, il viso ingiallito e incartapecorito, la corporatura assottigliata, l’andatura vacillante. Ma ne uscì anche con un sorriso di decisa soddisfazione per l’eccellente lavoro svolto.

È vero: aveva impiegato un po’ di tempo in più di quello preventivato. È vero: aveva trascurato se stesso e la famiglia, gli amici, la cosa pubblica, gli hobby e tutto il resto. È vero: in particolare non aveva potuto coltivare le infinite letture programmate al preciso scopo di eccellere, ammesso che si possa dir così, sempre di più. È vero: conseguentemente non aveva potuto scrivere i libri che da tempo immemorabile aveva pensato di dover scrivere al preciso scopo di arricchire quel curriculum che doveva costituire la puntuale documentazione della sua, pazienza se non si può dire, eccellente eccellenza come ricercatore universitario. È vero: aveva dimenticato spesso di mangiare e di bere, soffrendone ora dolorose e dispendiose conseguenze, e aveva spudoratamente violato la prescrizione dell’oculista di non leggere troppo, per cui ora si ritrovava anche poco meno che cieco (una volta si vantava di una vista eccellente).

È vero: aveva impiegato altresì molto tempo in più di quello assegnato in via perentoria per la consegna delle eccellenti valutazioni di eccellenza/non-eccellenza, sicché il committente aveva dovuto procedere alla sua sostituzione. Circostanza, peraltro, sfuggita a sua Eccellenza, che, puntando all’eccellenza, non poteva certo rammentarsi di controllare la posta. Anzi, a dirla tutta, dovendo considerare sua Eccellenza inadempiente — sia pure inadempiente, va da sé, in maniera incomparabilmente eccellente —, il committente si guardò bene dal provvedere alla retribuzione, e poco mancò che non gli venisse in mente di chiedere i danni.

Tutto vero, ma — continuava a dire tra sé e sé sua Eccellenza — restava il fatto che il lavoro svolto era eccellente: tutte le valutazioni, formulate in eccellente italiano e tradotte in eccellente inglese, erano state eccellentemente motivate. Senza contare, a ulteriore conferma dell’eccellente acribia del lavoro svolto, che quasi tutte le valutazioni erano state di non-eccellenza: nessun nepotismo, corporativismo, campanilismo, nessuna concessione alle mode scientifiche del momento.

L’eccellenza, insomma, sia pure a un costo molto alto, era salva, era pura e integra come solo l’eccellenza sa essere.

Fu così che sua Eccellenza trascorse gli anni più fecondi della sua eccellente carriera di eccellente professore universitario valutando eccellentemente l’eccellenza/non-eccellenza di prodotti di ricerca che aspiravano tutti a una valutazione di eccellenza, pur non essendo ovviamente tutti degni di tale valutazione, ma che sarebbero stati più spesso valutati eccellenti se sua Eccellenza non avesse preteso di valutarli dall’alto di un impegno e di una preparazione sempre ineccepibilmente eccellenti.

Sua Eccellenza, per la cronaca, passò a miglior vita non molto tempo dopo. Chi ebbe la ventura di un colloquio con sua Eccellenza negli ultimi tempi racconta che mai dubitò di non essere un’eccellenza nel ramo valutativo. Anche se, a dirla di nuovo tutta, nessuno aveva mai, ufficialmente o ufficiosamente, rilasciato a sua Eccellenza una patente di eccellenza valutativa: si era sempre trattato di un’autovalutazione di eccellenza, che mai aveva trovato conferma ad opera di almeno un altro (auto)valutatore altrettanto eccellente. C’era stato, è vero, l’incarico conferito dall’Agenzia per la valutazione dell’eccellenza universitaria, ma sappiamo come era andata a finire la faccenda.

Fu evidentemente un bene che le cose si concludessero in questo modo. La presente narrazione, purtroppo tutt’altro che eccellente, si sarebbe conclusa in maniera troppo triste se sua Eccellenza avesse lasciato questo mondo, in cui aveva comunque generosamente distribuito semi di eccellenza che presto o tardi dovranno pur germogliare, senza la salda certezza di essere quel valutatore eccellente che sempre aveva ritenuto di essere, di non poter non essere.

In corso di pubblicazione anche in Palaver (siba-ese.unisalento.it/index.php/palaver), 1/2015.

 

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4 Commenti

  1. Eccellente pezzo che mette il lettore/velutatore di fronte alla propria non eccellenza.

    Questa frase però preferirei leggerla diversamente, con «non eccellente» al posto di mediocre. Quel mediocre a metà del pezzo mi pare rovini la leggerezza dell’articolo sospeso tra eccellente e non eccellente!

    Da così:
    «Il rischio di una valutazione mediocre, affrettata, parziale espressa da una sede editoriale di eccellenza esisteva e non era statisticamente trascurabile»

    A così:
    «Il rischio di una valutazione non eccellente, affrettata, parziale espressa da una sede editoriale di eccellenza esisteva e non era statisticamente trascurabile.

  2. La parabola di Sua Eccellenza ha molte interessanti implicazioni. Non da ultimo il fatto che in ogni campo lo stimolo esasperato alla produttività sta generando montagne di pubblicazioni, per leggere le quali uno studioso “eccellente” dovrebbe impiegare quasi tutto il suo tempo.
    In alternativa, lo studioso deve accontentarsi di non essere eccellente e leggere solo qualcosa, per poter scrivere a sua volta e poi di nuovo leggere qualcosa, tralasciando fatalmente qualcos’altro.

    A questo proposito segnalo questo articolo dall’emblematico titolo “Attention decay in science” che mostra che “the attention of scholars depends on the number of published items”
    http://arxiv.org/pdf/1503.01881v1.pdf

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