Il D. Miur n. 76 del 2012 (cioè il regolamento ministeriale abilitazioni, liberamente adattato dall’ANVUR alla sua bisogna[1]), sia per i settori bibliometrici sia per quelli non bibliometrici che gli indicatori (le oramai famigerate mediane) l’ANVUR debba prevedere criteri di «normalizzazione per età accademica» .

Fermo restando che un criterio selettivo basato su indicatori meramente quantitativi (per di più sbagliati, come su ROARS è stato ampiamente dimostrato) è privo di reale valore selettivo ed è contrario alle legge, la normalizzazione per età accademica stabilita dall’ANVUR rappresenta un pedestre tentativo di mettere una pezza ad alcune storture prodotte dal criterio utilizzato (cioè le mediane).

In linea astratta, laddove si preveda un criterio che tenga conto della produzione/produttività in rapporto al tempo (per esempio i dieci anni considerati dall’ANVUR) un correttivo che tenga conto dell’età, nel senso di tempo utilizzato per raggiungere la soglia, è una necessità volta a evitare che l’utilizzazione indiscriminata di parametri solo quantitativo-distributivi, come lo sono le mediane, produca, in dipendenza delle diverse situazioni di partenza degli aspiranti, un risultato irrazionale; cioè un effetto lesivo del principio di uguaglianza, come tale illegittimo e foriero di un numero di ricorsi non preventivabile, ma certo grande. E tuttavia, adottate che sono state le mediane, per evitare il rischio di illegittimità da disparità di trattamento, l’ANVUR, con il dilettantismo[2] che ha fin ora contraddistinto ogni suo atto normativo e para-normativo, ha escogitato un rimedio peggiore del male, fonte di sicura illegittimità. Invece della “normalizzazione” cioè rendere “normale” qualcosa che è fuori norma (e si tratta proprio delle mediane) l’ANVUR ha praticato la “abnomalizzazione”, cioè rendere abnorme ciò che non lo era (la produzione scientifica effettiva).

Infatti, le soglie (al limite) bibliometriche hanno senso allorchè misurino il complesso della produzione scientifica dello studioso e in questa guisa nelle comunità scientifiche ci sono sempre state. Tanto che il CUN, in vista dell’emanazione del decreto sul criteri, aveva deliberato in tal senso e in conformità a ciò che si pratica(va) nelle comunità scientifiche. Criteri semplici e condivisi bellamente disattesi dal Ministro e dall’ANVUR. Con riferimento all’area 12, per esempio, la produzione scientifica minima era rappresentata da valori cumulativi e da una soglia minima, ovviamente, in valore assoluto. Tradizionalemte in area giuridica si richiede(va) una monografia e un certo numero di saggi minori per la seconda fascia e, per la prima fascia, due monografie su temi diversi e un certo numero di saggi minori. Un crirerio semplice e di buonsenso che evita una poco evangelica moltiplicazione dei libri e degli articoli o, in altro dire, che chi lavora da due o cinque anni veda magicamente moltiplicata per cinque o per due la sua minima produzione scientifica.

Qui proverò a evidenziare, con riferimento ai settori non bibliometrici, quanto Giuseppe De Nicolao ha spiegato bene, con riferimento ai settori bibliometrici:[3]  e cioè il metodo approssimativo, le storture prodotte dai criteri ANVUR, i paradossi prodotti dalla normalizzazione.

L’esame della razionalità dei criteri di normalizzazione nei settori non bibliometrici[4] corrisponde alla sua concreta applicazione alle, e al concorso delle, “tre mediane” non bibliometriche .

Esse sono il numero di libri dotati di ISBN, il numero di articoli e capitoli di libro (sul significato dei quali termini ancora oggi rimangono importanti e non risolti dubbi, ad es. con riferimento all’inclusione o non di note a sentenza, recensioni, traduzioni, voci enciclopediche, edizioni critiche etc.), il numero di articoli sulle riviste di fascia A (selezionate dall’ANVUR quasi sempre in disaccordo con le comunità scientifiche[5]). Questi criteri, cioè complessivamente quelli dell’allegato B e la loro applicazione retroattiva sono tuttora sub iudice (il Tar del Lazio deciderà il prossimo 6 febbraio).

Nei settori non bibliometrici si considera soddisfatto il requisito quantitativo con il superamento di una sola delle tre mediane. Ma poiché il volume di pubblicazioni prodotte è largamente influenzato dal tempo che ogni aspirante abilitato ha avuto a disposizione per produrli, appunto l’età accademica, vi è la necessità di adeguare la produttività individuale al tempo a disposizione del singolo, per evitare – in un sistema brutalmente quantitativo – che i più giovani siano fortemente penalizzati.

E qui iniziano i punti dolenti. L’ANVUR, andando ben al di là della “delega regolamentare” che impone la normalizzazione per età accademica, ha previsto criteri arbitrari e cervellotici. Essi sono: la fissazione del dies a quo dell’età accademica alla data della prima pubblicazione presente nella pagina docente del Cineca; la fissazione di un dies a quo uguale per strutturati nell’università, per strutturati in altri enti di ricerca, e per non strutturati, cioè per precari; la limitazione ai dieci anni (salvo congedi) anteriori al termine di scadenza per la presentazione della domanda del periodo di normalizzazione; infine, ma non da ultimo, la mancata previsione di un criterio di compensazione tra mediane normalizzate (tra la prima e la seconda o tra la prima e la terza).

Per rendere più chiari i paradossi a cui conduce la normalizzazione ANVUR utilizzerò le mediane del  settore concorsuale 12/B2 (diritto del lavoro), il mio, che è quello che conosco meglio. Esso prevede le seguenti mediane: 1, 21, 9 per la prima fascia e 1, 12, 6 per la seconda fascia. Come è noto il requisito quantitativo si intende soddisfatto quando una delle dette mediane sia superato. Perciò per superare le mediane per l’abilitazione ad associato l’aspirante ordinario deve avere o 2 o 22 o 10 e l’aspirante associato deve avere o 2 o 13 o 7.

Il primo errore consiste nell’arbitraria equiparazione “dell’età accademica” alla “l’età scientifica”. Si tratta di due concetti differenti che però l’ANVUR maneggia indistintamente.

L’età accademica non può che essere, per i docenti universitari, l’anzianità nei ruoli universitari e non invece l’anzianità scientifica rilevata dalla prima pubblicazione (qualunque essa sia). Diversamente si produrrebbe l’assurdo risultato di considerare giovanissimo docente chi – con magari venti e supera anni di servizio – si sia limitato a pubblicare negli ultimi due anni.

Nell’esempio considerato, con i criteri di normalizzazione ANVUR (NP*10/EA),[6] tali pubblicazioni varrebbero cinque volte. Perciò con cinque articoli della seconda mediana[7] o due soli della terza,[8] in due anni si superano abbondantemente, per esempio, tutte le mediane di area 12.[9] Invece chi, con la stesa anzianità di servizio, avesse avuto la ventura di pubblicare due articoli all’anno negli ultimi venti anni, cioè quaranta articoli, non passerebbe la mediana di prima fascia perché ne potrebbe contare solo venti (cioè quelli degli ultimi dieci anni). La disparità di trattamento prodotta dalla normalizzazione ANVUR style è evidente ed abnorme.

La data della prima pubblicazione scientifica non può perciò essere criterio valido quando essa sia posteriore all’immissione in ruolo, pena, come dimostrato, la palese irrazionalità del sistema.

Inoltre, a meno di non volere fomentare ricorsi al TAR per palese violazione degli artt. artt. 3 e  97 della Cost., il detto dies a quo non può essere quello della prima pubblicazione scientifica, come ora vederemo, neanche se essa sia anteriore all’immissione in ruolo del candidato all’ASN.

Si consideri l’ipotesi di due aspiranti all’abilitazione entrambi con cinque anni di anzianità di servizio; uno con una pubblicazione edita cinque anni prima di prendere servizio (magari mentre era dottorando) e un altro senza pubblicazioni anteriori alla presa di servizio (non consideriamo l’ipotesi – a mio avviso pienamente legittima – del mancato caricamento della pubblicazione).

La situazione che si viene a creare , tutt’altro che teorica, è veramente pirandelliana.

Infatti, chi ha pubblicato un articolo, mentre era per es. dottorando e ha poi dovuto altrove affannarsi il pane per quattro cinque anni, fino a quando non è stato assunto in ruolo con molto ritardo rispetto alla prima pubblicazione e abbia da allora iniziato a pubblicare regolarmente, vede dilatata a dieci anni la sua età accademica (che viene equiparata a quella scientifica), età che perciò non verrà normalizzata; mentre l’altro aspirante, in pari condizioni ma senza la pubblicazione pre-ruolo, vedrà normalizzati i suoi cinque anni di servizio e perciò raddoppiato il peso delle sue pubblicazioni (NP*10/2 = NP*2).

Di tutta evidenza, in termini quantitativi, è il primo ad avere una migliore posizione, ma è solo il secondo che con i criteri ANVUR supera la mediana. Una manna per i colleghi avvocati.

Dunque, l’anzianità di pubblicazione può essere criterio per misurare l’età accademica solo per coloro che sono estranei ai ruoli universitari. Anche per gli “esterni”, però, vi è la necessità di indicare un periodo omogeneo di conteggio, per esempio tutti i periodi di effettivo servizio,[10] escludendo, come per i congedi degli strutturati, le interruzioni (per quanto nella pratica lo siano state solo della remunerazione) tra i vari contratti precari. Diversamente, se non si considerassero le interruzioni, anche in questa ipotesi, e sempre irrazionalmente, chi è stato meno precario verrebbe avvantaggiato su chi lo è stato per più tempo.[11]Consegue che, per chi accede alla valutazione dai ruoli universitari o da ruoli degli enti di ricerca, l’età accademica deve coincidere con il periodo di servizio nei rispettivi ruoli; senza commistioni tra ruoli diversi e servizi pre-ruolo (cioè precari o addirittura volontari).

Un’altra incongruenza deriva dalla limitazione tout court a dieci anni del ”periodo di normalizzazione” invece che all’intera età accademica sopra definita. Anche questa scelta porta a risultati irrazionali.

Per ciascuno studioso, quantomeno quello appartenente ai ruoli universitari, il dovere di fare ricerca non esaurisce l’ambito dei doveri accademici, per cui è ben possibile che esso dedichi la prima parte della sua carriera a una più intensa attività di ricerca e la seconda parte ad attività di governo o di didattica. Non può dirsi che costui non abbia pagato il suo tributo di studioso al progresso alla conoscenza, né che lo abbia pagato in misura minore di quell’altro studioso che abbia fatto la scelta inversa. Entrambi hanno una produzione scientifica quantitativamente uguale. Tuttavia, al primo studioso la produzione scientifica ultra-decennale non gli giova, (è scaduta, come se fosse uno yogurt!) e quella infra-decennale non gli basta per superare le mediane, mentre al secondo studioso la minore produzione scientifica ultra-decennale non gli nuoce e si avvantaggia della sola produzione infra-decennale; a nulla dire che, quest’ultimo, negli anni anteriori al decennio avrebbe potuto anche starsene con le mani in mano. Irrazionale anche il limite temporale.

Vediamo, infine, come anche il criterio della sufficienza del superamento di una sola mediana tra le tre, criterio più largo di quello previsto per i settori bibliometrici, sia stato costruito in modo irrazionale.

Per rendere più chiaro l’esempio utilizzerò ancora una volta il settore concorsuale 12/B2 (Mediane: 1, 21, 9 per la prima fascia e 1, 12, 6 per la seconda fascia.)

Consideriamo ora l’ipotesi dello studioso con più di dieci anni di età accademica ANVUR: per superare le mediane per l’abilitazione ad associato dovrebbe avere o 2 o 13, o 7. Se però ha “solo” 1, 12, 6 non le supera, invece se ha “appena” 0, 0, 7 le supera.

Dunque il risultato è che, anche considerando il solo aspetto quantitativo, una monografia vale meno di un articolo in riviste di presunta eccellenza,[12] infatti 1, 0, 6 non supera la mediana e 0, 0, 7 la supera; ben sei articoli in riviste “normali”, eppure scientifiche, non fanno un articolo con il bollino blu, infatti 0, 12, 6 non superano e 0, 0, 7 superano. Nemmeno la somma di una monografia e di sei articoli normali fanno un solo articolo con medaglia al valore, infatti 1, 12, 6 non supera e 0, 0, 7 supera.

L’irrazionalità è ancora maggiore se si consideri l’effetto perverso della normalizzazione ANVUR con la limitazione a dieci anni del periodo di osservazione. Invero, il candidato che ha al suo attivo tre monografie di cui due pubblicate prima del decennio non supererà la mediana se non ha pubblicato anche 13 articoli. Il risultato è che 13 articoli sono considerati produzione scientifica maggiore di 3 monografie e 12 articoli assieme.

Sempre tenendoci in ambito quantitativo è ben evidente che il tempo per scrivere un libro è ben maggiore di quello per scrivere articolo, anche un articolo con il “bollino blu”. Per un libro occorrono almeno tre anni per un articolo molto meno. Pur senza dare stime precise è possibile cogliere la relazione fra i due prodotti considerata dalle stesse mediane ANVUR (che gli si dia credito è naturalmente solo un’affermazione ipotetica). Considerando il caso dello studioso con dieci anni di età accademica ANVUR si può avere il superamento delle mediane con 2 libri, cioè con un libro ogni cinque anni; oppure con 13 articoli normali, cioè un articolo ogni nove mesi e ventitré gironi; oppure 7 articoli in fascia A pari a un articolo ogni 17 mesi e mezzo. Da esse si può inferire che, su base dieci anni, per l’ANVUR, per scrivere un articolo normale ci vogliano 10/65 di tempo di quanto ce ne voglia per un libro o, per un articolo “bollinato”, i 10/34.

Ma questa relazione, oltre a essere un puro esercizio di fantasia, dimostra come i criteri elaborati dall’ANVUR non siano assurdi solo per via dagli indici di comparazione esterna che ho ipotizzato, ma lo siano anche intrinsecamente; con riferimento cioè alla coerenza interna dei detti parametri.

Vediamo perché. Nel caso di un candidato con 1 monografia, 12 articoli normali e 6 articoli in fascia A, cioè che non soddisfa il requisito medianico, l’ANVUR sta considerando insufficiente una produzione scientifica per la quale valuta impiegati più di ventitré anni di lavoro/uomo (5 anni + 9,3 anni + 8,75 anni) di dieci anni di età accademica, e invece sufficiente la produzione scientifica del candidato con 13 articoli normali, pari a 10,2 anni di lavoro/uomo, meno della metà del primo nello stesso decennio di riferimento, e così via con altri incroci.

Di tutta evidenza, poiché l’unità temporale è sempre la stessa, nel senso che mentre si scrive una cosa non se ne può scrivere un’altra, trattare allo stesso modo grandezze diverse (libri e articoli) è irrazionale.

Evidentemente all’ANVUR difetta, oltre che quella matematica (cfr. Israel cit.), anche un po’ di cultura classica, quella inutile e che non si mangia per intendersi, perché se avessero letto Platone sarebbero rimasti avvertiti di quanto il Filosofo, nelle Leggi, mentre istruiva Clinia sulla «natura delle relazioni reciproche fra grandezze commensurabili ed incommensurabili», ammoniva: «queste cose vanno analizzate e studiate con attenzione, se non si vuole essere persone di scarso valore».[13]



[1] cfr. ad es. l’incresciosa vicenda dei sorteggi, quella della quasi-riapertura dei termini per i commissari su cui in q. sito  http://www.roars.it/online/anvur-confidential-riaperto-il-bando-per-i-commissari-stranieri-ma-non-ditelo-in-giro/

[2] cfr Isralel http://www.roars.it/online/ancora-sulle-competenze-matematiche-dellanvur/

[3] http://www.roars.it/online/effetto-domino-le-mediane-di-borges/

[4] Su cui comunque cfr.http://www.roars.it/online/sulle-mediane-non-bibliometriche/

[5] Cfr. per esempio http://www.roars.it/online/lineffabile-terza-mediana-dellanvur-per-larea-12/

[6] NP = Numero di pubblicazioni, 10 = (tempo di normalizzazione), EA = Età Accademica.

[7] 5 * 10/2 = 5*5 = 25 pubblicazioni, mediane 12 PA e 21 PO.

[8] 2 * 10/2 = 2*5 = 10 pubblicazioni, mediane 6 PA e 9 PO.

[10] Escluso il dottorato poiché a normativa vigente il dottorato è un corso di studi.

[11] Ciò perché nei periodi tra un contratto precario e un altro il soggetto ha il diritto di fare altro e di procurarsi altrimenti a vivere.

[12] Sulla classificazione delle riviste di fascia A  v. Bellavista cit. e Statement on Law Journal Rankings by International Association of Labour Law Journals in http://csdle.lex.unict.it/archive/uploads/up_154464810.pdf

[13] Cfr. a proposito della commistione tra valutazione quantitativa e qualitativa Matteuzzi in http://www.educationduepuntozero.it/community/ignoranza-coloro-che-credono-che-tutte-grandezze-siano-commensurabili-4020817250.shtml

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15 Commenti

  1. Adottare un criterio denominato “età scientifica” e definito, per esempio, come data a partire dalla quale un certo autore ha cominciato ad essere citato, forse avrebbe potuto essere giudicato meno cervelloticamente iniquo di quello di fatto assunto dall’ANVUR.
    Si potrebbe anche aggiungere che i curricula scientifici ed accademici di coloro i quali ambiscono alla prima fascia essendo già di ruolo nella seconda,sono già stati valutati e giudicati idonei e, dunque, si potrebbe pensare che si debba valutare la loro operosità dal momento dell’inquadramento nel ruolo. Direi, però, che forse il tempo delle congetture su ciò che si sarebbe potuto fare e non si è fatto è stato ampiamente superato. Popperianamente parlando, che le ipotesi dell’ANVUR siano ampiamente e convincentemente falsificabili e falsificate, mi sembra inoppugnabile.
    Potrebbe valere la pena, invece, continuare a sollevare questioni di principio ove ciò portasse ad una concreta e genuina sollevazione popolare (certo il popolo in questione dovrebbe essere quello di cui anche io faccio parte, quello accademico, il che lascia poche speranze). Avendo questo in mente, vorrei provare a convincervi cercando di proporre un approccio al problema in qualche modo ispirato ad un’ analisi, mi perdonino i veri filosofi, alla Kuhn dell’intero processo.
    La fase pre-paradigmatica, quella cioè in cui la comunità di riferimento riconosce la necessità di adottare un nuovo paradigma, in un modo o nell’altro c’è stata (si veda, per esempio, la mozione CUN sui criteri). Qui, però finiscono le analogie. Il paradigma dell’ANVUR non sembra essere stato accettato, se non da quella minoranza che – pro domo sua – l’ha proposto. Ergo, non si può parlare di una “scienza normale” all’interno di un nuovo paradigma del reclutamento che già nasce con evidenti “anomalie” intrinseche e, dunque, si mette in crisi da solo. Si salta direttamente all’ultima fase dell’epistemologia di Kuhn: quella della “rivoluzione scientifica”. Un bel taglio netto con il passato, si potrebbe dire una sana rifondazione, se questo termine non fosse stato un po’ troppo abusato e maltrattato.
    Come si suol dire, la butto lì…

  2. Il principio di eguaglianza e’ leso anche con questa definizione perche’ crea forte disparita’ tra strutturati e non, in quanto solo i primi possono far valere eventuali anni di “non lavoro” (congedo) per diminuire artificialmente l’eta’.
    Un altro punto e’ che questa eta’ va calcolata dalla prima pubblicazione “inerente al SSD”, il che significa che molti potrebbero facilmente rifarsi una verginita’ ed approdare in settori con mediane piu’ “facili”.
    Poi e’ assurdo che si permetta ad chiunque con uno e due “anni” di presentarsi ad una abilitazione.
    Sopratutto per gli ordinari, chiedere un minimo di 10 anni di attivita’ accademica non mi sembra un dramma. E pazienza se non avremo ordinari neo-leaureati.

    • Questo sarebbe incostituzionale, direi. Quello che poteva essere ragionevole, invece, era prevedere una età accademica minima per la normalizzazione, ad es. 5 anni per associati e 10 per ordinari.

      Cioè se la tua età accademica è 2 o 3 viene comunque elevata a 5 o 10 ai fini della normalizzazione.

    • @ marc
      Perché mai dovrebbe essere incostituzionale? Quale articolo della costituzione violerebbe? Se si ritenesse, in ipotesi, che per accedere al posto X ci vogliono n anni di esperienza del tipo z, perché mai tale criterio dovrebbe essere incostituzionale? Cerchiamo di non tirare per la giacca la Costituzione ogni volta che qualcosa suona ‘strano’.

    • L’uguaglianza al di là delle discriminazioni? Non puoi preferire i vecchi (accademicamente) ai giovani solo perché i primi sono vecchi. Puoi farlo se hanno effettivamente fatto di più, ma se un giovane in 3 anni produce più di un vecchio in 20, non puoi semplicemente dire al giovane: “torna fra 17 anni”.

    • @ Marc
      Be’, a sto punto credo proprio che ricorrerò alla corte costituzionale perché non mi fanno giocare in prima serie a Basket:
      “Vostro Onore, è un’abietta discriminazione che solo perché sono un tappo e non so giocare Lorsignori-di-regime mi discriminino impedendomi di partecipare ad un campionato prestigioso…”

    • Secondo me il male peggiore e’ permettere l’assurdo caso che l’eta’ accademica sia inferiore all’anzianita’ di servizio. Cosa facilissima se si cambia settore.
      Per quanto riguarda l’eta’ minima si consideri che la produzione scientifica non e’ l’unico criterio o almeno non dovrebbe esserlo.
      Ad un ordinario chiedere di aver avuto esperienze superiori a quelle dell’associato, es. aver supervisionato con successo dottorandi, gestito piccoli progetti, ricoperto un qualche ruolo all’universita’ o in un centro di ricerca, essere in qualche modo riconosciuto almeno a livello nazionale. Sono tutte cose che richiedono tempo. Focalizzarsi solo sulla produzione scientifica e’ limitativo e per me sbagliato. Oltretutto 10 anni di esperienza per un brillante laureato significa arrivare all’idoneita’ a 35 anni…
      Infine se un giovane e’ cosi’ brillante da produrre in 3 anni di dottorato quanto un ordinario in 10 le mediane le supera lo stesso.

  3. L’errore (marchiano) dell’ANVUR evidenziato in questo articolo e’ quello della “doppia normalizzazione”. Infatti se si considera la produttivita’ scientifica degli ultimi dieci anni l’eta’ accademica o scientifica e’ rilevante soltanto se inferiore a 10 anni (se ho lavorato per 5 anni, ho avuto a disposizione la meta’ del tempo di chi ha lavorato per 10 anni o piu’; se ho lavorato per 20 anni ma mi vengono contate solo le pubblicazioni degli ultimi 10 allora di fatto ho avuto a disposizione lo stesso tempo di chi ha lavorato per soli 10 anni). Con le doppie normalizzazioni si possono produrre risultati esilaranti. Una volta scrissi un post per il Fatto Quotidiano nel quale sostenevo, dati alla mano, che gli scienziati italiani pubblicano con maggiore efficienza economica di quelli statunitensi: cioe’ per gli italiani il rapporto articoli/finanziamento e’ piu’ elevato che per gli statunitensi. Un commento critico sosteneva che moltiplicando questo rapporto per il finanziamento della ricerca gli USA ottenevano un punteggio piu’ alto, indice di una presunto maggiore “spreco” degli italiani. Ovviamente il prodotto finanziamento x articoli / finanziamento e’ uguale ad articoli e perde qualunque informazione economica.

  4. La normalizzazione per l’età accademica delle citazioni diventa molto pericolosa quando supera i 20 anni. Già Scopus comincia a contare le citazioni dal 1995 e ISI non poteva fare i miracoli con i mezzi di allora. Inoltre allora si pubblicava con più lentezza (posta ordinaria per ogni processo dalla sottomissione alla pubblicazione) e la lista delle riviste disponibile era più ridotta (questo incideva anche sulle citazioni possibili). Mi ricordo ancora quando alla fine degli anni 90 si contavano i chimici italiani famosi come quelli con più di 1000 citazioni.
    C’è poi un altro aspetto molto discutibile. Perchè mai due ricercatori con la stesso indice a partire da un dato anno sono da trattare diversamente penalizzando chi ha cominciato prima a pubblicare? Si potrebbe addirittura ipotizzare che i due siano coautori degli stessi lavori ma uno dei due ne ha fatto uno prima da solo e per questo viene escluso. Follie.

  5. @Thor: Caro Thor, come al solito un commento lucido. Grazie. Anche perchè, avendo 30 (!!!!) anni di anzianità accademica (anagrafica ne ho 55)sono un pochino, ma solo un pochino, penalizzato da questo sistema.
    Resta il fatto che alcuni giovani pensano che i vecchi siano da buttare (mi pare che Marc la pensi più o meno così, ma certamente posso sbagliare). E’ ben noto che a 55 anni sei ormai inutile per il mondo del lavoro, per i tuoi figli, per ballare, per leggere i fumetti, per la tua compagna, per i tuoi allievi, per correre la maratona, per fare ricerca… Potrebbe essere di una qualche utilità istituire un servizio pubblico di soppressione per tutti coloro i quali superino i 50 anni? Pensa che così risolveremmo anche il problema degli esodati, tra i tanti altri…
    E poi, che diavolo: ho pubblicato solo 65 lavori in 30 anni (compreso l’anno di servizio militare che mi abbassa l’età accademica di un anno, udite udite!) Davvero improduttivo, senza dubbio. E che dire poi del fatto che ho soltanto 782 citazioni (al netto delle autocitazioni secondo SCOPUS). Proprio il caso di dire che non mi conosce nessuno… Merito la camera a gas. In alternativa potrei smetterla di attentare alle vostre cellule riproduttive, che a voi, che siete giovani, potrebbero comunque servire, invocando la rivoluzione e continuare a fare quel mestiere che già faccio da trenta lunghi anni “senza avere nulla a pretendere…”

    • “mi pare che Marc la pensi più o meno così, ma certamente posso sbagliare”

      Sbagli. Dico solo che non si può preferire qualcuno solo perché è più anziano. Ma anch’io sono contrario alla normalizzazione come è stata impostata.

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