Circola in questi giorni una proposta di modifica del DM 270/04, il decreto cioè che disciplina l’ordinamento degli studi universitari e definisce i titoli di studio rilasciati dall’università, stabilendo la griglia delle classi di laurea.

Il CUN ha esaminato la bozza esprimendo – caso assai raro – un parere negativo, con un’articolata riflessione che evidenzia da un lato i problemi sostanziali della proposta, dall’altro una serie nutrita di eclatanti contraddizioni e contraccolpi che tale riforma causerebbe al sistema normativo universitario e non solo. La CRUI ha invece pubblicato un comunicato dai toni a dir poco entusiasti. Sono poi circolati commenti e reazioni fortemente critici da parte del coordinamento universitario LINK (rilanciati anche da Roars), della CGIL, della Rete 29 Aprile. Le consulte universitarie non sembra si siano ancora espresse a riguardo, con qualche eccezione.

Con questo commento non intendo ritornare sui temi più generali sollevati nei contributi appena citati, ma mostrare come una simile proposta sia configurata senza che si sia tentata una previsione delle conseguenze che tale riforma avrebbe sulle varie aree. Per fare un paragone, è chiaro che nel caso per esempio di una riforma fiscale si cerca di quantificare i vantaggi e gli svantaggi che ne derivano nei vari settori dell’economia. In questo caso invece si mette mano a modificare snodi vitali di una macchina delicatissima come l’università senza alcuna preoccupazione di comprenderne l’impatto: non si è infatti nemmeno provato a prevedere che cosa causerebbe in alcuni settori del sistema universitario la “sostituzione meccanicistica” – per citare la definizione del CUN – dei Settori Scientifico Disciplinari (SSD), le “etichette” che individuano con precisione le discipline insegnate e gli ambiti di ricerca, con i Settori Concorsuali (SC), nati per finalità assai differenti, quelle cioè di assicurare mediante il raggruppamento di più SSD affini un numero sufficiente di commissari per i concorsi anche in quei casi in cui i professori ordinari del singolo SSD siano poco numerosi. In nome della flessibilità si allargherebbero a dismisura alcuni raggruppamenti mettendo insieme per così dire pere e mele, che in nessun modo sono intercambiabili.

Non dubito che in alcune aree tecnologiche la griglia degli attuali SSD possa essere considerata troppo vincolante e rigida in considerazione dello sviluppo estremamente rapido da un lato delle discipline stesse, dall’altro del mercato del lavoro. Tuttavia adottare l’accetta al posto del bisturi e non distinguere tra le peculiarità delle differenti aree, significa concentrarsi sulle esigenze di specifici settori più vicini al mercato, ignorando irresponsabilmente i danni irreparabili che ne verrebbero per altri settori, certamente non marginali nella vita del paese, che sono strutturalmente molto lontani dai primi e non possono tollerare in alcun modo ipersemplificazioni distruttive, pena il loro completo e rapido declino.

Mi limiterò dunque a fare qualche semplice considerazione a partire dall’Area 10 – Scienze dell’antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche, quella che meglio conosco. L’Area 10 infatti è quella più esposta alle devastanti conseguenze di una simile riforma come si capisce dal fatto che, a fronte di 20 Settori Concorsuali, la sua articolazione prevede ben 77 Settori Scientifico Disciplinari. Questa frammentazione non nasce dal ghiribizzo capriccioso di qualche barone assetato di potere, ma dalla materia stessa: la cultura umana infatti è declinata in un’impressionante varietà di espressioni, che non possono essere sussunte sotto leggi generali come avviene nelle scienze fisiche e matematiche. Si prenda il caso eclatante del SC 10/N1 – Culture del Vicino Oriente antico, del Medio Oriente e dell’Africa: esso comprende addirittura 15 SSD e mette insieme il mondo egizio, assiro, persiano, ebraico, arabo, turco, armeno, le lingue mongole e chi più ne ha più ne metta. Si tenga conto che il numero di 15 SSD è assolutamente incomprimibile e già ora crea gravi problemi in sede concorsuale, nell’Abilitazione Scientifica Nazionale o nei Gruppi di Lavoro per la valutazione delle riviste. Anzi alcuni di questi SSD potrebbero legittimamente ambire a diventare Settori Concorsuali a sé stanti: si pensi – prendo il primo caso che mi viene in mente – a L-OR/13 che mette insieme armenistica, caucasologia, mongolistica e turcologia. Che un turcologo possa valutare o formare un armenista (o viceversa) è un insulto all’intelligenza e alla storia. È come se un ortopedico dovesse valutare o formare un cardiologo o un dentista. Se prendiamo il SC 10/N3 – Culture dell’Asia centrale e orientale troviamo “solo” 8 SSD in quanto questo settore concorsuale comprende tutte le lingue parlate in India e nel Tibet, in Cina, Giappone e Corea. Ma anche un SSD meno esotico come 10/A1 – Archeologia comprende ben 8 SSD, che difficilmente possono comunicare. Chi scrive è un archeologo topografo (L-ANT/09) e credo di essere piuttosto versatile in quanto, a causa della mia storia professionale preuniversitaria, ho sviluppato competenze e pubblicato lavori di Archeologia Classica (L-ANT/07) e Cristiana (L/ANT-08). Il mio caso è piuttosto raro nel mio ambito, tuttavia anch’io sarei profondamente in crisi se dovessi tenere corsi di preistoria (L/ANT-01) o numismatica (L-ANT/04) – entrambi SSD del mio stesso Settore Concorsuale. Eppure a questo ci porterebbe la riforma.

In una delle aree che sono più vicine, Area 11 – Scienze Storiche, Filosofiche, Pedagogiche, Psicologiche, i danni sarebbero relativamente minori: l’area infatti è articolata in 17 Settori concorsuali e “solo” 34 Settori Scientifico Disciplinari, praticamente un rapporto 1 a 2. Diversi SC di quest’area coincidono con i SSD: per esempio è il caso di Storia Medievale (MSTO/01) o Storia Moderna (MSTO/02), che passerebbero indenni, ma già il Settore Concorsuale 11/A4 – Scienze del libro e del documento e scienze storico religiose, avrebbe gravissimi problemi. Come mettere insieme i 4 SSD di cui è composto che comprendono per esempio Storia delle religioni (M-STO/06) e Paleografia (M-STO/09)? Inoltre già M-STO/08 ha qualche problema in quanto archivistica e biblioteconomia (discipline comprese nello stesso SSD) non sono né sovrapponibili né intercambiabili.

In queste condizioni è facile comprendere quali sarebbero i passi successivi: perché per esempio si dovrebbero mantenere corsi articolati con – per esempio – tutte le discipline archeologiche (come la Magistrale LM2) quando basterebbe un solo archeologo-tuttologo che impartisca lezioni generiche e di livello divulgativo? Oppure come si potrebbero formulare i bandi per reclutare i professori di liceo quando sarebbe possibile riferirsi solo a classi di laurea dalla genericità sconfortante in cui tutti possono accedere a tutto? È ovvio inoltre che in questa maniera verrebbe abolito di fatto il valore legale del titolo: come garantire un livello formativo minimo comune a livello nazionale quando ogni sede potrebbe ritagliarsi i corsi di laurea con la più spericolata libertà? Come considerare equivalente il corso di laurea che in una grande università potrebbe ancora conservare tutta la panoplia degli insegnamenti specialistici, con (nominalmente) lo stesso corso in un’università piccola che potrebbe contare su pochi insegnamenti affidati a tuttologi generalisti? Il sistema nazionale ne verrebbe praticamente polverizzato senza possibilità di recupero nel medio periodo.

È auspicabile che si apra un tavolo serio di confronto per tornare al lavoro di bisturi accantonando la scure, ma la pressione e la fretta innescata dal PNRR sotto la cui egida viene proposta la riforma non lascia troppo ottimisti.

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