La parola “meritocrazia” fu coniata dal sociologo inglese laburista Michael Young agli inizi degli anni ’50. Il libro “L’origine della meritocrazia” fu pubblicato in italiano dalle edizioni di Comunità, di Adriano Olivetti.

E’ un libro di fantasociologia, in cui, dopo aver all’inizio fatto l’elogio del termine contrapposto alle varie aristocrazie e gerontocrazie dominanti, mostra le assurdità di una società in cui ricchezza e potere vengono distribuiti sulla base dei risultati scolastici e ancor peggio dei quozienti di intelligenza.

La casta che ne deriverebbe, secondo Young, sarebbe ancora più chiusa, impermeabile, escludente, delle vecchie caste a cui si contrappone.

In particolare la scuola finirebbe per rendere la selezione sempre più precoce concentrando sui pochi  le eccellenze educative, ed aumentando a dismisura la selezione e la dispersione di quanti non si adeguano agli standard di intelligenza dagli stessi “intelligenti” definiti.

Sarebbe l’ora di restituire l’onore-magari  ripubblicando il suo libro- a questo vecchio laburista, fiero avversario del blairismo, della progressiva acquiescenza della sinistra al pensiero unico neoliberista, e fatto passare da morto, grazie al titolo del suo libro più importante, “The rise of meritocracy”, uscito nel 1958, quasi come un anticipatore dello stesso, il precursore, attraverso la scoperta della meritocrazia, di una società in cui i valori del mercato e della competizione avrebbero impregnato di sé ogni aspetto della vita sociale, a cominciare dall’istruzione.

Fra i meritocratici italiani “riscopritori” di Young spicca indubbiamente Roger Abravanel, una grande carriera in Mc Kinsey, e autore nel suo “Meritocrazia” di una lettura di Young che oscilla fra l’incomprensione e la usucapione arbitraria del termine e del pensiero del nostro.  Non c’è da stupirsi più di tanto, perché operazioni di questo tipo non le fanno solo i consulenti alla moda, ma anche l’Accademia.

Basta affacciarsi ad un manuale di marketing per imbattersi nell’”effetto Veblen”, che si ha quando l’aumento di prezzo di certi beni, anzi che scoraggiare il consumatore, ne aumenta l’appetibilità e lo smercio. E Thorsten Veblen che già nel 1899 aveva messo a nudo il “consumo vistoso”  come  l’indicatore del prevalere della rendita e della speculazione, della ricchezza senza lavoro e senza intelligenza, una sopravvivenza dell’arcaico istinto di rapina nelle classi agiate della società, e un modo perverso e assolutamente attuale per far sognare ai  poveri i sogni dei ricchi, viene presentato ai nostri giovani come l’inventore della più raffinata e postmoderna tecnica di marketing. Il pioniere dell’economia esperienziale.

Del resto ci aveva avvertito Walter Benjamin. “Se vincono loro nemmeno i nostri morti sono al sicuro”. Ed è indubbio che per lungo tempo il “loro” pensiero, quello che fa del mercato l’alfa e l’omega non solo delle transazioni economiche ma anche delle relazioni sociali e degli ambiti di vita, ha vinto, trascinando con sé anche gran parte della sinistra, trascinata dai “vincenti” Bill Clinton e Tony Blair.

John Goldthorpe e Michelle Jackson in un saggio del 2008, pubblicato in Italia da Stato e mercato, hanno giustamente indicato in Daniel Bell e nei “liberal della guerra fredda” gli autori della traslazione del termine meritocrazia da negativo a positivo.

La meritocrazia è, per Bell, una caratteristica fondamentale dell’era postindustriale. Il merito scolastico avrebbe dovuto diventare la griglia fondamentale attraverso cui si selezionavano i quadri e i tecnici più efficienti di cui la nuova economia e la nuova società avevano bisogno, e il merito scolastico avrebbe dato una nuova giustificazione morale alle inevitabili disuguaglianze di reddito e di agiatezza. In questo quadro la meritocrazia diventa un argine contro posizioni liberal più radicali, che puntavano ad una progressiva uguaglianza non solo delle opportunità, ma anche degli esiti, e che trovavano una base teorica e filosofica nelle Teoria della giustizia di John Rawls.

Adire il vero per Bell la meritocrazia stava dentro una evoluzione in cui le disuguaglianze sarebbero diminuite, per via del peso crescente che avrebbero assunte le decisioni politiche, prima di tutto proprio sul terreno della conoscenza, nell’economia post industriale. Quali fortune abbiano avuto queste “previsioni” è sotto gli occhi di tutti.

Resta il fatto che la istruzione assume il ruolo di legittimatore in ultima istanza delle disuguaglianze, con una radicale inversione di senso rispetto ai classici dell’illuminismo (Condorcet), ma anche rispetto ad Adam Smith, per cui il compito fondamentale dell’istruzione  pubblica era il contrastare proprio il formarsi e il consolidarsi delle disuguaglianze, l’estendersi puro e semplice del mercato alla società tuta intera.

G. e J. nel saggio citato mettono a nudo una grande contraddizione  della meritocrazia. Quella di cioè di volere essere una giustificazione etica delle disuguaglianze nella società di mercato, e al tempo stesso di aver bisogno per affermarsi di uno Stato fortissimo, capace di contrastare alla radice le condizioni di maggior favore dovute alla nascita e al censo.

Che del resto è un punto centrale dello stesso libro di Young. Abolizione secca della trasmissione ereditaria delle ricchezze, chiusura di tutte le scuole private, anticipazione sempre più precoce, e rigidamente subordinata ai quozienti di intelligenza, delle differenti carriere scolastiche e lavorative. E uno Stato costretto ad intervenire contro il traffico del DNA, man mano che i progressi dell’eugenetica- che della meritocrazia è corollario- permettono di prevedere, fin dal grembo della madre, le attitudini al sapere e al comando dei nascituri.

Del resto se vogliamo trovare nel mondo moderno i mondi che più hanno distribuito prestigio e potere sulla base del merito scolastico- sono sempre G. e J. A dircelo- bisogna fare riferimento ai Paesi del socialismo “reale”, e oggi probabilmente alla Cina, fatte salve le prerogative intangibili delle alte burocrazie di Partito, la cui preoccupazione di come trasmettere potere e ricchezza ai figli sembra del tutto omologa a quelle dei ricchi della società capitalistica. Una bella contraddizione comunque per chi ha inventato la meritocrazia per giustificare le disuguaglianze nel capitalismo liberista.

Ma di Stato ci sarebbe anche bisogno a valle del processo formativo, perché le imprese dovrebbero tener conto dei risultati della scuola e dell’Università per distribuire posizioni professionali e potere. Cosa inconcepibile per un classico del liberismo come Hayek, che  la liquidò in due scritti del 1970 e del 1976 sostenendo che in un’economia di mercato spetta ai datori di lavoro e solo a loro valutare il merito e il potenziale produttivo dei loro dipendenti.  E sulla base di parametri quali l’attitudine al comando, la capacità di stabilire relazioni, il fiuto per tutto ciò che si può tradurre in denaro, insomma “quel certo non so che”, che si acquisisce più facilmente nelle “buone famiglie” che nella scuola e nell’Università. Ma, obiettano i meritocratici contemporanei, se, nell’economia della conoscenza,  non si dà spazio al merito si fallisce. Appunto,  si fallisce alla grande come dimostra la crisi finanziaria in corso, in cui quelli dei piani alti, circondati da tanti giovanotti addestrati a tradurre merito in denaro e potere, hanno ignorato ogni elemento di conoscenza che potesse  mettere in discussione le loro posizioni di comando e le loro ricchezze, portando alla rovina le loro società e la vita di milioni di persone. Perché, è Manuel Castells a dircelo, nel mondo presente “le tecnologie del potere” mettono sistematicamente in scacco “il potere delle tecnologie.

La base etica della meritocrazia si fonda sulla capacità di promuovere  l’uguaglianza delle opportunità, per permettere  a tutti di competere ad armi pari nella scuola e nel mercato del lavoro, così da rimettere in movimento il famoso ascensore sociale. In termini come vedremo radicalmente diversi  è  stato questo un tema centrale della pedagogia democratica, che nasce proprio dal porsi la domanda se sia proprio vero che i figli della povera gente siano più stupidi di quelli dei signori, come i risultati scolastici facevano pensare. Nacque da lì l’esperienza di Barbiana, e dei tanti doposcuola popolari che anticiparono il ’68, e delle prime esperienze di tempo pieno a Torino, dove i figli degli operai immigrati venivano sistematicamente bocciati alle elementari.

Ma per farlo misero in atto percorsi educativi che si scontrarono contro la meritocrazia tradizionale della scuola italiana. Per scoprire la conoscenza nei luoghi di lavoro e di vita degli operai e dei contadini, per valorizzare il sapere che c’è nelle mani e nelle orecchie, nella musica e nei colori, nella memoria storica dei loro padri e dei loro nonni. “Perché se il sapere è solo quello dei libri, chi ha tanti libri a casa sarà sempre più avanti di chi i libri non li ha mai visti”. E arrivarono anche ai libri partendo da lì, dall’esperienza di vita dei loro quartieri e dei loro paesi,  imparando che quelli come loro erano tanti nel mondo, e che tutti assieme si poteva dare dignità e speranza a quelli che le scuole di tutto il mondo mettevano ai margini e bocciavano.

La motivazione allo studio e all’impegno non era quella di prendere l’ascensore per uscire da soli dalla propria classe, ma quella di crescere tutti assieme dando valore alle capacità, che è cosa ben diversa dal merito, che tutti possiedono, e che la scuola deve far emergere e valorizzare.

Questa cultura cambiò la scuola italiana, soprattutto quella dell’infanzia e delle elementari. Produsse un nuovo sapere pedagogico. Tra il John Dewey di “Scuola e democrazia”, e Howard  Gardner e la teoria delle molte intelligenze. Un sapere che dura, e che fa si che la nostra scuola primaria, nonostante i tagli, sia ancora oggi-persino nelle analisi PISA- una delle migliori del mondo, e le nostre maestre siano probabilmente le persone che meglio hanno saputo affrontare, nel disinteresse dei Ministeri e nella distrazione dell’Accademia, il mondo che ci arrivava in casa con le migrazioni.

Ma quel sapere pedagogico perdeva colpi man mano che si saliva, che si passava dalla scuola dell’apprendimento a quella delle discipline, in cui la conoscenza si specializza e si frantuma in un numero assolutamente spropositato di insegnamenti- un record rispetto agli altri Paesi europei, e l’individualismo di chi insegna, di chi impara e delle loro famiglie, prende il posto della condivisione e della cooperazione. Ma questo non migliora il “merito”. Secondo le analisi PISA che appunto il merito intendono misurare, i bambini italiani che a 9 anni sono fra i migliori del modo, precipitano a 15 agli ultimi posti della graduatoria.

Furono in fin dei conti ragioni “meritocratiche” quelle che fecero saltare la più sensata delle riforme proposte da Luigi Berlinguer, quella del ciclo unico di base, che doveva unificare scuola elementare e medie “inferiori” con un progetto educativo coerente e senza salti.

“Si prolunga l’infanzia”. “Si ritarda il momento in cui i migliori possono emergere”. “Si declassa il sapere disciplinare degli insegnanti delle medie”. Furono le ragioni opposte ad un progetto che intendeva far “salire” la qualità pedagogica della scuola italiana, fecondando con i valori della cooperazione, con l’attenzione alle diverse intelligenze, tipiche della nostra scuola primaria, anche i livelli più alti dell’istruzione.

E “meritocratiche” sono le ragioni che hanno coperto le misure che negli ultimi anni hanno segnato il progressivo disinvestimento sulla scuola, dal maestro unico nelle elementari, alla drastica riduzione del tempo pieno, alla progressiva  disattenzione verso gli alunni portatori di handicap.

E pur tuttavia dagli anni 60 in poi si assiste ad un straordinario aumento dei livelli dei livelli di istruzione e dei livelli di apprendimento dei figli delle classi più svantaggiate. Le ricerche in merito ci dicono che in Italia e non solo le probabilità di raggiungere i livelli di apprendimento più  alti –gli A-level- cominciano a dipendere meno dal reddito delle famiglie di provenienza.  Le nuove consapevolezze pedagogiche che si fanno largo nella scuola italiana- e che ne permeano tutti i livelli, anche quelli dove è più difficile- sono contestuali ad un innalzarsi progressivo dei livelli di reddito e di consapevolezza della propria dignità e del proprio valore della classe operaia e degli strati sociali più svantaggiati.

I la voratori chiedono più sapere non solo per i propri figli ma anche per se stessi. In Italia si sviluppa l’esperienza delle 150 ore, in cui il sapere non è inteso come una modalità per uscire dalla propria classe, ma per aumentare la propria capacità di conoscere e controllare il ciclo di produzione e di riproduzione sociale, ma anche per leggere libri, per andare a teatro, per sentire musica, per rendere più ricca la propria vita. Per prendere l’ascensore  tutti insieme, e migliorare tutti insieme la propria condizione di vita.

L’operaio che vuole il figlio dottore” è lo stesso operaio che si impegna, con la lotta sindacale e con lo studio, a rendere più dignitosa e libera la sua stessa vita.

Da un punto di vista più generale quelli sono gli anni che vedono aumentare in tutto l’Occidente quella che gli economisti e i sociologi chiameranno classe media, che è quella parte della popolazione che sta in mezzo tra la parte della popolazione più ricca e quella più povera.

Poi succede che dagli anni ottanta in poi gli stessi testi standardizzati di apprendimento ci dicono che i livelli dei ragazzi provenienti dalle classi più svantaggiate ricominciano a peggiorare, in Italia e in gran parte dell’Occidente. Ce lo dicono Goldthorpe e Jackson nella loro ricerca, ce lo conferma un insospettabile come Carlo Cipollone,   un economista passata dalla Banca d’Italia alla valutazione dei sistemi educativi in  Italia e nel mondo, proprio ragionando sui dati forniti da G. e J. Ed è difficile non correlare questo dato con il fatto che le disuguaglianza tornano a crescere, con la finanziarizzazione dell’economia, con la deindustrializzazione, con la crescita dell’immigrazione confinata nei lavori più poveri e neri. Richard Sennet, nel suo ultimo libro “Insieme”, ci fa vedere come l’attitudine a cooperare e il riconoscimento della diversità delle intelligenze e delle capacità, che è stata il fattore fondamentale della crescita di opportunità di apprendimento per i più svantaggiati, sia in stretta correlazione con l’indice di Gini, che misura il livello di disuguaglianza dei diversi paesi. E oggi l’indice di Gini quasi ovunque registra l’aumento della disuguaglianze.

E l’ascensore  sociale si blocca ovunque, sia in senso collettivo che individuale. Federico Rampini, a cui il vivere a lungo negli USA ha finalmente aperto gli occhi sulla natura e sugli effetti sociali del liberismo, documenta nel suo ultimo libro, volto a spiegare la falsità del luogo comune “Non ci possiamo più permettere uno Stato sociale”, nella collana che l’editore Laterza sta dedicando a demistificare i tanti “idola” di questo tipo,  come,  per effetto di anni di politiche deregolatorie,  la classe media si stia rapidamente contraendo, e di come contestualmente diminuisca la possibilità dei giovani delle classi più basse di laurearsi e di trovare, se laureati, un lavoro che dia un reddito superiore a quello dei loro padri, o di trovare un lavoro qualsiasi.

Il prestito d’onore, uno strumento che i meritocratici amano tanto perché denota responsabilità personale ed evita l’aborrito intervento dello Stato, sta per creare una bolla finanziaria simile a quella dei mutui sub prime  per l’acquisto delle case, dal momento che chi lavora poco e male ha qualche difficoltà a restituire prestiti sempre più alti e sempre più onerosi. I giovani americani vedono così  anticipata la fase in cui assumono la condizione di debitori, che è quella verso cui spinge la maggioranza delle persone un sistema economico e sociale che ha la pretesa di farci guadagnare di meno e farci consumare di più. E mandare anche i figli all’Università. Non è azzardato prevedere una contrazione del numero dei giovani che all’Università si iscriveranno. In Italia sta già succedendo, risolvendo verso il basso il paradosso di un Paese che ha insieme il minor numero di laureati e ricercatori dei Paesi “sviluppati” e il più alto numero di laureati e ricercatori che non lavorano o lavorano poco e male.

Abravanel, nel libro citato, contrappone alla disuguaglianza statica, quella che misura il rapporto tra la ricchezza dei più ricchi e quella dei più poveri, la disuguaglianza dinamica, quella che valuta la crescita dei singoli individui nel loro ciclo di vita. Un concetto che ha trovato ampia eco nella stessa politica della sinistra italiana e non solo. Walter Veltroni lo diceva più o meno così: il problema per noi non sono i ricchi, ma i poveri. In realtà tutto ci dimostra che il crescere dell’uguaglianza statica aumenta drasticamente la stessa disuguaglianza dinamica, e riduce la possibilità di ascesa sociale dei giovani provenienti dalla parte povera della popolazione.

In estrema sintesi mi pare che si possa dire che l’ascensore individuale funziona solo quando funziona anche l’ascensore collettivo, quello che misura il crescere in termini di reddito e di consapevolezza delle classi più svantaggiate, e si riduce la disuguaglianza. E che la scuola ha saputo aumentare le opportunità dei ragazzi poveri di crescere quando ha messo in atto modalità educative cooperative e di contrasto all’individualismo competitivo.

E pur tuttavia c’è un punto su cui i meritocratici hanno ragione. Il crescere dell’importanza delle conoscenza per lo sviluppo delle nazioni e delle imprese. Siamo davvero dentro l’economia e la società della conoscenza, o per meglio dire del capitalismo cognitivo, per prendere le distanze da quelle letture che vedono in essa la fine di orni contraddizione basata sulla proprietà, sul reddito, sul potere.

La contraddizione dentro cui già siamo e che diventerà sempre più rilevante negli anni che verranno, e Young la anticipava con grande lucidità, è fra quelli che pensano e operano perché il sapere e il potere siano nelle mani dei pochi, più o meno meritevoli, nelle imprese, riproducendo anche di fronte al cambiamento tecnologico le ben consolidate catene di comando del taylorismo, nei territori, nelle nazioni. E chi pensa invece che essa può essere una grande occasione per far crescere le capacità di tutti, di scoprire e valorizzare il sapere che c’è in qualsiasi lavoro, delle mani e della mente, di affermare il carattere di bene comune della ricerca e della cultura, come requisito fondamentale di uno sviluppo che voglia essere socialmente e ambientalmente sostenibile. Come grande occasione per riconnettere le idee di libertà e di uguaglianza.

E’ evidente da che parte stanno i meritocratici. Del resto  il sociologo pazzo di Young, quello che in prima persona tesse l’elogio della meritocrazia, così pazzo da farne l’elogio  nella tumultuosa assemblea di Peterloo in cui il popolo decide di averne le palle piene di questa faccenda, e che perderà la vita nei tumulti conseguenti, ci spiega che evitare l’ascesa collettiva e l’uguaglianza è uno dei compiti primari della meritocrazia. Se assicureremo ai più intelligenti della classe operaia di salire nella scala sociale, priveremo di intelligenza il sindacato e i partiti che la rappresentano,  convinceremo i più svegli di loro che è meglio investire su se stessi che sulla crescita collettiva di chi rappresentano o potrebbero rappresentare. Forse questa è la parte della profezia che si sta avverando, anche se in forme un po’ diverse da quelle ipotizzate da Young. Dentro la politica, più che fuori  dalla politica, che sempre più ò diventata, anche a sinistra, un modo per cambiare la propria vita e la propria condizione sociale. E anche qui, come per i padroni di Hayek, più che per il merito e le competenze, conta “quel certo non so che” che ha che fare con il potere e con l’arbitrio.

 

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42 Commenti

  1. Ma come, non è contento? Riusciamo a far diplomare persone che sanno la metà di uno studente di cinquant’anni fa, e non di rado gli diamo la laurea! E mica solo i figli degli operai: tutti quanti!
    E poi la scuola elementare prima al mondo, che ha eliminato qualsiasi riferimento a quel vecchiume classista (imparare poesie a memoria, far percepire ai bambini l’esistenza di una tradizione culturale!)per sostituirlo con un sapere attuale e stimolante, paritario, egalitario, interetnico … Facciamo in modo che tutto questo arrivi ancora più su, fino all’Università! Direi anzi che siamo a tiro … Costa solo un po’ più di prima.

    • Forse stai troppo davanti alla TV e dentro la tua auto per accorgerti che ci sono bambini italianissimi che vanno a scuola elementare con …la fame …si` come negli anni 50 e anche negli anni 60 prima del boom…che io veda questo dopo 50 anni e` terribile…e a proposito di quella che chiami “tradizione culturale”, me lo ricordo bene il mio sussidiario dove le mamme sono tutte massaie e aspettano …colui che qualche volta torna…e ti risparmio il resto…

  2. Un’analisi interessante, ma l’autore mi consentirà una critica benevola.
    Premesso che condivido istintivamente simpatie ed antipatie dell’autore, temo che la sua analisi metta un po’ troppa carne sul fuoco ed usi in modo un poco generico la ‘meritocrazia’ come chiave di lettura di un gran numero di sviluppi sociali e pedagogici, senza davvero sostanziarne l’argomentazione se non in modo suggestivo. Fin qui poco male, si dirà, dopo tutto questa non è una sede prettamente ‘scientifica’ (ROARS non è ancora una rivista scientifica, dicono all’Anvur…). Ma per chi ha memoria diretta, o mediata dai libri, dei grandi dibattiti sull’eguaglianza del ‘900, questa analisi corre il rischio di mescolare quantomeno due tesi che nella tradizione della sinistra storica sono state profondamente distinte.
    Da un lato vi è la tesi, sostenuta da Marx e compatibile con tesi ‘liberal’ illuminate, come quelle del Walzer di ‘Spheres of Justice’, dove il problema fondamentale della diseguaglianza in un ordinamento capitalista sta nella doppia dinamica di gerarchizzazione economica ed esclusione sociale. La gerarchizzazione economica, ed in generale ogni diseguaglianza economica, tende, in regime di libero mercato, a divaricarsi naturalmente giacché il miglior predittore di successo economico è la disponibilità di un capitale pregresso. Al tempo stesso la capacità del denaro di trasformarsi (in assenza di specifiche limitazioni) in ogni altro bene e servizio tende a far sì che la semplice disponibilità economica possa distorcere e sostituire ogni altra forma di riconoscimento di merito. (Per assurdo, un vecchietto nano, bruttino anzichenò, e dotato di un umorismo da bagaglino, grazie alla sua sola disponibilità economica potrebbe divenire un uomo riconosciuto come potente, spiritoso, arbiter elegantiarum, amato dalle donne, venerato dal popolino, rispettato dagli altri potenti e pieno di amici da invitare alle sue cene eleganti. Per assurdo, si intende.)
    Il primo problema sollevato da Marx in senso egalitario è dato dal fatto che la disponibilità economica in un sistema di libero mercato distorce ogni altra forma di riconoscimento (e dunque ogni altra forma di ‘merito’). E ciò rappresenta un problema proprio perché Marx assume come antropologicamente imprescindibile che gli individui vengano giudicati per ciò che meritano. E’ poi importante che il merito riconosciuto non venga a tradursi automaticamente in altre forme di potere (merito-crazia), e che quando tale trasformazione avviene, i suoi effetti siano contenuti da altre forme di controllo (democrazia), evitando l’irrigidirsi in un’aristo-crazia (aristoi = i ‘migliori’).
    Ma il buon Marx è invece stato sempre estremamente diffidente nei confronti di quel tipo di egalitarismo livellatore, che lui riconosceva in alcune forme di comunismo utopistico, e che peraltro ebbe non poco successo nel corso del XX secolo, paradossalmente proprio sfruttando la scia del comunismo marxiano. Questa seconda lettura dell’egalitarismo, per cui invece che lasciare Larry Bird giocare a basket in pace era giusto farlo giocare correndo sulle ginocchia, perché madre natura era stata ingiusta con tutti gli altri, è stata sciaguratamente diffusa e ha contribuito non poco alla denigrazione dell’egalitarismo.
    Ora, nell’analisi di Ranieri qui sopra manca un chiarimento della natura divergente di queste due istanze di egalitarismo, e senza un chiarimento essa presta il fianco a critiche fin troppo facili in cui Milton Friedman e Antonio Gramsci si troverebbero inopinatamente dalla stessa parte della barricata. Fossi stato nei panni dell’autore mi sarei cautelato rispetto a queste interpretazioni.

  3. “E che la scuola ha saputo aumentare le opportunità dei ragazzi poveri di crescere quando ha messo in atto modalità educative cooperative e di contrasto all’individualismo competitivo.”

    Boh. Mi sembra una discussione anni 60/70. Secondo me, oggi, opportunita’ offerte dallo Stato per crescere socialmente ce ne sono, per fortuna, molte.

    Inoltre, “ragazzi poveri”, quando ero nella scuola secondaria pubblica padovana (anni 80), non ne ho mai visti. Ho visto invece ragazzi potenzialmente bravi rovinati (o ridimensionati) dalla droga e dall’alcol.

    Infine, a mio avviso una certa dose di “individualismo competitivo”, non imposto da altri ma autoimposto, puo’ essere utile per affrontare l’attivita’ lavorativa.

  4. I primi commenti qui sopra sono la miglior dimostrazione dell’importanza dell’opera di demistificazione intrapresa da Andrea Ranieri, al quale lascio il compito di difendersi dall’accusa di essere un “figlio dei fiori”, cosa che farà certamente molto meglio di quanto potrei fare io. Il problema a mio avviso sta proprio nel fatto che l’ideologia dominante ci ha talmente rintronati da farci credere che un termine in origine derisorio, come meritocrazia, possa rappresentare un valore positivo, e che le uniche possibili misure del merito siano il profitto e il potere. Quello che manca oggi, e che nemmeno i classici della sinistra ci aiutano a trovare, è una nuova antropologia che, sussumendo gli esiti infausti di alcune “sperimentazioni” sociali del XX secolo ma anche le non poche acquisizioni concettuali (e materiali) del secolo scorso (dalla psicologia all’economia, dalla fisica della complessità all’ecologia, dalle neuroscienze alla teoria delle reti), spieghi come potrebbe funzionare una società non “meritocratica” ma capace di valorizzare TUTTI i meriti e i meriti di TUTTI. Il compito è titanico, ma l’alternativa, per chi non voglia far finta di non vedere dove va il mondo, è una condizione di crisi permanente e tendente (seriamente) ad aggravarsi

    • Cioe’:
      “il massimo benessere di un sistema di N parti
      interagenti (benessere collettivo)
      si ottiene massimizzando il benessere di ognuna delle N parti (benessere individuale)”.

      Mah. Forse. Io direi che dipende da come sono le interazioni tra le parti.

      Potrebbe addirittura essere che il sistema massimizza il benessere collettivo mettendo a zero il benessere individuale di M delle N parti.

      Per sapere la verita’ bisognerebbe avere una modellizzazione realistica delle interazioni tra le parti ed anche della “funzione benessere”.
      Ed anche delle “parti” e del “sistema”.

      Ho l’impressione che spesso si facciano delle modellizzazioni di dinamica dei sistemi avendo gia’ in mente il risultato che si vuole ottenere.

  5. Se il modello che auspico fosse quello descritto da Luca tra virgolette all’inizio del suo commento il compito teorico sarebbe già stato svolto (e la risposta sarebbe sbagliata, concordo). Pero’ “Valorizzare tutti i meriti e i meriti di tutti”, non ha molto a che vedere con “massimizzare il benessere individuale”, che è invece proprio l’ideologica e mistificatrice illusione del liberismo. Si tratta piuttosto di massimizzare la “produttività” sociale (da ognuno secondo le proprie capacità, si diceva un tempo, e c’era anche un bel seguito)
    Il compito, insisto, è “titanico” e richiederà un uso assai sofisticato della dinamica dei sistemi e della teoria delle reti, oltre che di molti altri “strumenti”, che in parte avevo menzionato.
    Comunque, detto fra noi, una soluzione che “massimizza il benessere collettivo mettendo a zero il benessere individuale di M delle N parti” è già stata proposta, si chiama “soluzione finale” e non mi sembra che sia stata granche’ confermata dall’esperimento.

    • Ovviamente era solo una provocazione. In effetti
      anche il sistema capitalista USA e’ un po’ cosi: ci sono gli homeless e la pena di morte. Inoltre non c’e’ una separazione netta tra i due insiemi, e la cosa mi terrorizza.

      Personalmente preferisco alla stragrande la socialdemocrazia in salsa cattolica, con un pizzico di individualismo, giusto per darsi un obbiettivo contro la noia (e le sue degenerazioni: droga, alcol).

  6. caro Compagno, condivido pienamente la tua libera da ideologismi, lucida e approfondita analisi sulla “Meritocrazia dei liberisti”. Giusto.Ispiriamoci al modello sovietico e cinese (cosa vuoi che siano molte decine di milioni di morti, bisogna storicizzare). Viva la Rivoluzione culturale. Morte al liberismo (selvaggio), causa insieme al capitalismo di tutti i mali del mondo.
    Eguagliamoci.
    A.D.

  7. Alla fine della procedura di abilitazione, alla quale hanno partecipato quasi 50.000 persone, con un po’ di ottimismo ci saranno i concorsi locali. Alla fine di questi, un certo numero di studiosi diverrà professore universitario di prima o seconda fascia. Quanti? Diciamo con un po’ più di ottimismo circa 5.000 nei prossimi quattro anni, ovvero uno su dieci (ad essere ottimisti!). Che cosa succede agli altri nove, che in buona parte operano all’interno dell’università italiana? Quanto saranno motivati a svolgere il proprio lavoro con lo stesso impegno di prima, in assenza di prospettive concrete di avanzamento di carriera solo per il “sacro fuoco della Scienza”? e anche per l’unico promosso, quanto sarà facile collaborare con i nove esclusi?

    • > Che cosa succede agli altri nove, che in
      > buona parte operano all’interno
      > dell’università italiana?

      Gli altri 9 continueranno a lavorare in Italia e all’Estero. Di questi, altri 3 verranno inseriti in Italia entro altri 4 anni.

      > Quanto saranno motivati a svolgere il proprio > lavoro con lo stesso impegno di prima, in
      > assenza di prospettive concrete di
      > avanzamento di carriera solo per il “sacro
      > fuoco della Scienza”?

      Personalmente quando vedo un scatto stipendiale godo. Cosi come quando esce un mio articolo, soprattutto se a singolo autore.

      > e anche per l’unico promosso, quanto sarà
      > facile collaborare con i nove esclusi?

      Per l’unico promosso sara’ facilissimo collaborare con gli esclusi: saranno tutti super gentili con lui. Ma quando torna a casa controllera’ sempre che non ci sia nessuno al buio dietro la siepe.

    • Ma se un docente non e` motivato dalla sete dello studio e quindi della conoscenza, allora che differenza c’e’ tra chi studia, insegna e fa ricerca ed un briatore qualunque? I soldi a palate e il poteruccio non servono a niente…viva la liberta` di non essere …nessuno.

    • Nella mia famiglia erano tutti laureati in economia (mio padre, mia madre, e poi anche mio fratello).

      Forse per questo, ho sempre apprezzato cose non troppo concrete, ma legate ai “fondamenti”. Quando ho iniziato a studiare Fisica all’universita’ speravo veramente di “capire la verita’ ultima delle cose”.

      Ora, onestamente, ho perso molto entusiasmo iniziale, ma ho sviluppato un certo “modus operandi” che mi permette di dare comunque qualche contributo.

      Non credo comunque che “status sociale” e “passione per la ricerca” si escludano.

  8. Quando in una civile discussione si interviene con la retorica degli “idola” gia’ stigmatizzati circa 400 anni fa da Francis Bacon (errore commesso anche dal sottoscritto che non ha saputo trattenersi dalla battuta sulla “soluzione finale”, di cui chiede umilmente venia) la discussione cessa di essere interessante (lo era fino a un attimo prima, le obiezioni di Luca erano perfettamente sensate, in se’, soltanto a mio parere fuori target rispetto alle nie considerazioni, e quindi dovevano essere prese in seria considerazione.
    Che il liberismo sia un’ideologia, come il comunismo, la dottrina sociale della Chiesa, Scientology, etc, è un fatto linguistico, non un’opinione. Che sia un’ideologia illusoria (come tutte quelle che ho nominato, e moltissime altre) e’ un’evidenza sperimentale (basta controllare i dati sulla quantita’ di ricchezza inutilmente distrutta negli ultimi quattro anni): peraltro basta leggere l’ultimo libro di Zingales, che nelle intenzioni dell’autore vorrebbe essere un’apologia del liberismo, per trovare argomenti a bizzeffe sui fallimenti anche teorici del liberismo, e certo non prodotti ad arte, a meno che non si supponga che Zingales, criptocomunista machiavellico, abbia scritto un nuovo “Principe” per sfrondare gli allori dallo scettro dei regnatori mentre finge di temprarlo.
    Se considerassi che il cosiddetto “comunismo” novecentesco rappresenta un’alternativa plausibile non avrei scritto ciò che ho scritto, e che puà essere facilmente controllato scorrendo la pagina web.
    Ma il fatto che a ventitre anni dalla caduta del Muro ci sia ancora chi non riesce a capire che siamo nel XXI secolo, e se non ci inventiamo presto qualcosa di realmente nuovo l’umanita’ non arrivera’ al XXII mi terrorizza. Spero solo che il mio interlocutore sia piu’ vecchio di me, che non sono per niente giovane.

    • Sono perfettamente d’accordo con le osservazioni di Paolo Rossi, con l’unico dubbio che la sua stigmatizzazione degli ‘interventi precedenti’ coinvolgesse il mio. Nel qual caso sarei grato per un’obiezione non generica, giacché sospetto un fraintendimento.

  9. L´articolo cita una scienza, che ha portato allo sterminio in Germania migliaia di bambini e disabili, prima dello sterminio degli ebrei, l´eugenetica! (L´eugenetica nazista inizia con il progetto Aktion T4).
    Anche se in questo post siamo lontani da temi di questo genere a mio parere il concetto di “meritocrazia” così come concepito in forma liberista è molto vicino alle ideologie di partenza che animavano l´eugenetica e essa si lega perfettamente alla necessità di misurare le persone con metodi matematici per definirne i meriti. Come citato anche nel post.
    Riporto una parte di un articolo di Pietro Barbetta, del 12 maggio 2012 dal titolo EUGENETICA E MISURAZIONE che si collega, a mio avviso al post e non solo ..
    http://www.doppiozero.com/rubriche/336/201205/eugenetica-e-misurazione

    “Cosa si nasconde dietro le linee guida per la valutazione scientifica?
    Richard Herrnstein (1930-1994), psicologo comportamentista, scrisse nel 1971 su The Atlantic, un articolo dall’emblematico titolo I.Q. (quoziente intellettivo). Herrnstein è famoso anche per aver scritto, insieme al politologo Murray, il libro The Bell Curve, uscito nel 1994.
    La tesi di Herrnstein è oltremodo semplice: l’intelligenza è una cosa naturale, sta nella testa delle persone e favorisce una sorta di distinzione sociale per natura. Ci può essere il caso dell’intellettuale bohemien, però, dal punto di vista statistico, nella società aperta, in cui le persone acquisiscono le posizioni sociali in base AL MERITO – e gli USA sono, secondo l’autore, il massimo rappresentante di quel tipo di società – le posizioni della classe dirigente sono acquisite dalle persone più intelligenti.

    La storia dell’I.Q scritta da Herrnstein è la storia della difesa di un’intelligenza universale, determinata scientificamente da un unico fattore, detto fattore g, presente, in misura maggiore o minore, in ognuno, che varia geneticamente.
    ……..
    Finché queste ricerche coinvolgono la matematica, sono formalmente affascinanti. Quando vengono usate per inferire qualcosa che riguarda il mondo esterno alla matematica possono essere fuorvianti. Gould critica profondamente l’idea occidentale di misurare la natura pensando che un modello matematico possa dire qualcosa sul mondo psicologico e delle relazioni umane. In queste procedure vede facili tentazioni di tenere sotto controllo il mondo, dominarlo e sottometterlo. Sostiene che da un procedimento matematico possono emergere solo elementi di carattere algebrico e non cose naturali. Così vale anche per l’intelligenza.

    ………….
    La storia moderna dell’intelligenza si accompagna in modo inquietante con la storia delle classificazioni razziali, con la storia delle idee etnocentriche e razziste, dei provvedimenti di discriminazione sociale e razziale nel mondo occidentale e contemporaneamente con l’uso dei metodi quantitativi di misurazione degli uomini.

    Nel poderoso volume di A.L.Kroeber Antropologia, apparso in una nuova edizione nel 1948, al capitolo “Problemi posti dalle differenze tra le razze”, si racconta la storia dei test I.Q. come strumento per misurare l’intelligenza d’intere popolazioni, sia per valutare ciò che è già implicito – cioè che la razza bianca, in particolare nelle sua versione germanico-anglosassone e protestante, sarebbe superiore alle altre – sia al fine di decidere la vita di migliaia di bambini, donne e uomini in termini di:
    – incarichi da attribuire nell’esercito;
    – assunzioni sul lavoro;
    – tipo di mansioni da svolgere in azienda;
    – assegnazione del permesso di immigrare;
    – assegnazione del tipo di scuola da frequentare;
    – eventuale procedura di sterilizzazione al fine di non avere figli.

    Emerge una circolarità assai bizzarra: gli strumenti che, per Herrnstein, dimostrerebbero che in una società aperta LO STATUS SI ACQUISISCE IN BASE AL MERITO sono stati usati per anni come mezzi dominanti per definire le posizioni sociali degli individui. Sono cioè stati esattamente i mezzi principali di ascrizione di uno status militare, lavorativo, di cittadinanza, scolastico e persino genitoriale.
    ……………….
    Si dice a volte: i ricercatori che lavoravano per l’eugenetica erano inconsapevoli dei danni che producevano. Ma oggi questo non accade più, oggi i ricercatori sono consapevoli! O no?”

    http://www.youtube.com/watch?v=UKWQOMxrzkI

    • Non dimentichiamo però Godel, Heisenberg e Monod solo per fare tre esempi illustri sull’evoluzione del pensiero scientifico. Talvolta l’intelligenza è usata per deviare dal pensiero scientifico.

  10. PS: “compagno” (e relative traduzioni) è la formula con cui per oltra un secolo si sono rivolti l’uno all’altro tutti i milioni di persone che si riconoscevano nell’ideale di liberazione dall’oppressione e dallo sfruttamento incarnato dal movimento socialista mondiale, a partire dalla Prima Internazionale e fino al PSDI saragattiano. Chi considera la locuzione “compagno” un’offesa dovrebbe chiedersi seriamente quale sarebbe (statisticamente) la sua condizione esistenziale attuale senza quel movimento.

  11. Grazie Ranieri per la lucida analisi.
    “Meritocrazia” è un cavallo di troia (insieme con l’altro termine di cui si abusa molto, “eccellenza”) liberista ( ma non liberale; il liberale è contro ogni forma di aristocrazia e ogni abuso di posizione dominante) che è penetrato nella cultura di una sinistra allo sbando ( Blair e i Blair de noantri). Riconoscere il merito è cosa importante ma diversa dal permettere a presunti meritevoli di assicurarsi posizioni dominanti ( e magari trasmetterle poi alla discendenza) che finiscono per diventare incontendibili. Io negli ultimi hanni ho visto bene come funziona il meccanismo, in piccolo, all’interno del mondo della ricerca. La competizione individualistica esasperata, è diventata il valore culturale unico (quasi) dominante ed è il motivo antropologico di fondo delle tante crisi, frattali, e non solo economiche, in cui ci dibattiamo. Dall’illusione collettivista si è arrivati ora all’altro estremo dell’oscillazione. Io consiglio di rileggere Rosselli. Lo so, sono passati ottanta anni. Ma tant’è, da Shakespeare ne sono passati più di 500 ed è ancora attuale.

  12. L’articolo è bello e interessante. Al di là delle simpatie/antipatie ideologiche di partenza (che per me non sono niente di male, se non ci si ferma lì) mi pare che sarebbe interessante appprofondire, anche la valutazione sulla scuola. Ho molti dubbi che ci sia un reale calo di qualità (a parità di quantità, non sul livello medio, che è un criterio assurdo), mentre ho l’impressione che ci sia soprattutto un calo di interesse, una mentalità sempre più “utilitaristica” (tra virgolette perché non sono filosofo). Per esempio, non si vede (cioè, non vedo io) mai qualcuno (studente) fare di più, come capitava spesso un po’ di anni fa. Ne’ per il voto, ne’ tanto meno per se’ (poi il voto se viene viene). L’ambiente mi pare più avvelenato da questo che dalla meritocrazia (ancora piuttosto marginale: ma magari dipenderà dagli ambienti, non tutti sono inquinati allo stesso modo).

  13. OK Thor, non ho capito se il “memento” era per me, comunque i nomi che citi sono proprio alcuni di quelli cui mi riferivo quando parlavo delle acquisizioni concettuali del Novecento. Aggiungerei subito Freud e Levi-Strauss, che per una nuova antropologia post-ottocentesca sono ingredienti irrinunciabili. Poi Turing, Chomsky, Nash, Arrow (non dimentichiamolo mai, quando si parla di scelte collettive) e chissa’ quanti altri ne sto perdendo

    • Alle superiori due miei compagni di classe, M ed N, che passavano molte molte ore sui libri,
      si sono diplomati con il massimo dei voti.

      Io purtroppo ero molto meno bravo di M ed N nello studio. Dato che pero’ riuscivo sempre a cavarmela discretamente (in particolare in fisica e filosofia) senza mai essere rimandato, passavo i pomeriggi giocando a calcio all’oratorio e con la squadra del quartiere.

      M era figlio di medico e docente universitario, ed abitava in centro storico.
      N era orfano di padre ed abitava in periferia.

      Sia M che N si iscrissero all’universita’:
      M ad ingegneria ed N a fisica (come me).
      Sia M che N avevano diritto a non pagare le tasse universitarie, in quanto diplomati con il massimo dei voti. M, che lo sapeva, non le pago’, mentre N, che non lo sapeva, le pago’.

      Oggi sia M che N lavorano all’universita:
      M e’ docente universitario ed N e’ tecnico laureato.

      Morale: un po’ di mobilita’ sociale c’e’, pero’ allo scopo puo’ essere utile giocare bene a calcio (alla peggio si entra in banca).

  14. Un altro M e un altro N hanno studiato insieme, si sono divertiti insieme, M era anche bravo e più studioso e si è laureato con il massimo dei voti, N era un disastro e non si capisce come abbia fatto a laurearsi … era furbo, questo si. Ora M fa il professore universitario e N il libero professionista. M vive onestamente cercando di far stare bene i figli, i quali però vedono che N vive nel lusso e che i figli di N hanno tutto quello che voglio, tutto firmato etc… Morale: i figli di M non vogliono studiare, tanto poi faranno come N.
    Il mondo è dei furbi, come dar loro torto?

  15. L’articolo è interessante, ma il problema è molto complicato tanto che l’invocata teoria dei sistemi sarebbe veramente difficile da applicare in modo coerente, i suoi modelli sono troppo semplici rispetto alla complessità del sistema che dipendono da un numero impressionante di fattori.
    Giusto due annotazioni:
    1) non credo che l’autore sia poco conscio del problema segnalato da Andrea Zhok, d’altra parte tutta la produzione liberal moderna come quella di Rawls o Dworkin affrontano proprio la questione di come avere contemporaneamente uguaglianza e quel “pizzico di competitività” invocata più sotto, non a caso Rawls parlava di “giustizia” come di un giusto equilibrio tra egalitarismo e individualismo. Forse approfondire sarebbe certo stato necessario, ma non qui, anche perchè come detto nella (mia) premessa il problema è molto complesso e potremmo discutere per ore e ore su qual’è la giusta distribuzione dei redditi, la giusta tassazione, qual’è il giusto equilibrio tra una società che va a 1000 ma esclude un terzo della popolazione (gli USA) o una più egalitaria che va a 10 ma è noiosamente appiattita, e così via;
    2) un’ulteriore critica benevola invece riguarda il problema delle condizioni al contorno: sono piuttosto scettico sull’idea che viviamo ormai in un capitalismo della conoscenza o in una società della conoscenza, questo è vero solo nella misura in cui riusciamo ancora grazie alla conoscenza appunto (più specificamente alla scienza) a controllare in qualche modo lo sviluppo e la gestione di un mondo a risorse limitate, che succederà tra 50 anni se queste risorse inizieranno davvero a scarseggiare o finire? Occorre a mio avviso ripensare tutto il nostro approccio al problema perché la mancanza di risorse inevitabilmente produce società meno egalitarie e più chiuse: in breve e se la svolta neoliberista degli ultimi venti anni non fosse che il prologo all’esaurimento delle risorse e alla crisi del concetto di crescita senza fine? Preciso che il mio non è un ragionamento marxista, penso che proprio grazie alla conoscenza abbiamo i mezzi per affrontare il problema oggi, ovvero la sovrastruttura (la conoscenza) può davvero alterare la struttura (il mondo materiale), ma occorre progettarlo senza lasciarlo nelle mani della “congiuntura” e del suo sguardo miope.
    Giusto un appunto infine sull’eugenetica: si è certamente vero che la meritocrazia rischia, se non è già, di sfociare nell’eugenetica (come non ricordare le pagine di fuoco di Gould sulle perversioni del sistema scolastico inglese quando furono introdotti i test) per fortuna l’idea di g è stata piuttosto messa in crisi da fenomeni reali come l’effetto Flynn che è proprio legato se vogliamo ai progressi della scolarizzazione di massa.

    • @ Giacomo Rotoli
      Ovviamente Marx non ha mai ritenuto che la sovrastruttura non possa influire sulla struttura (altrimenti cosa avrebbe scritto a fare…); ciò che Marx disse (e che è stato un po’ troppo spesso frainteso) è che la struttura fornisce le condizioni di possibilità per cui la sovrastruttura può emergere (non è un accidente che Hegel non nasca nell’Africa subsahariana).
      Il discorso sulla scarsità delle risorse mi sfugge: le risorse sono sempre scarse in senso economico, ed in senso comune (scarsità come povertà) non c’è alcuna correlazione storica o antropologica tra mancanza di beni e competizione sfrenata e simili.

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