È accaduto, anche se in un Paese civile non sarebbe mai dovuto accadere. Immediatamente dopo la pubblicazione su questo blog dell’articolo “Cervelli in standby. La mutazione genetica del ricercatore nell’era delle telematiche”, a firma mia e della collega Alida Clemente, il CdA di Unicusano, ritenendo l’articolo lesivo dell’immagine dell’Ateneo, ha sanzionato Alida con un gravissimo provvedimento: la sospensione per un mese dal lavoro e dalla retribuzione.

La sanzione è, a mio parere, ingiustificata e credo che leggendo l’articolo sia agevole concordare con me. Mi limito a ricordare che la prima parte dell’articolo presentava alcuni dati sugli atenei telematici in Italia e la seconda evidenziava come il carattere prevalentemente commerciale di tali strutture, istituzionalmente votate alla didattica, entri facilmente in contrasto con la natura della docenza universitaria, che implica uno stretto rapporto fra didattica e ricerca.

Neppure intendo discutere della legittimità e correttezza formale e sostanziale dell’operato degli organi di amministrazione dell’Unicusano, su cui pure ci sarebbe moltissimo da dire, a partire dal fatto che il parere del collegio di disciplina (previsto come “vincolante” dalla normativa vigente) che richiedeva una mera nota di censura è stato disatteso dal CdA che ha voluto e imposto una sanzione “esemplare”.

Mi interessa invece esprimere, alla luce di quanto è successo, qualche riflessione sulla normativa della legge 240/2010 (la legge Gelmini) in materia di procedimenti disciplinari e ritornare ancora sulla situazione dei diritti e dei doveri dei docenti nelle università telematiche.

Parto dal tema delle commissioni disciplinari previste dall’art. 10 della 240, dedicato appunto alla “competenza disciplinare” delle Università. La legge, innovando, ha infatti attribuito ai singoli atenei la competenza in materia disciplinare (in precedenza, per provvedimenti più gravi della censura, esclusivamente riservata al Consiglio Universitario Nazionale) e ha previsto a tal fine l’istituzione di collegi disciplinari in ogni ateneo. Secondo tale legge il Rettore avvia il procedimento, il collegio disciplinare, sentita la proposta del Rettore, esamina il caso ed esprime un parere vincolante, il CdA infligge l’eventuale sanzione. Il procedimento, tutto interno all’Ateneo, comporta vistose aporie. In primo luogo non prevede una netta separazione di competenze fra chi avvia il procedimento, chi interviene nella sua fase istruttoria e decisionale e chi infligge la sanzione. In secondo luogo appaiono del tutto inadeguate le garanzie procedurali e sostanziali a tutela del docente sottoposto al procedimento. In terzo luogo l’attribuzione ai singoli atenei di un’ampia autonomia in questi procedimenti rende possibile che diversi collegi disciplinari adottino criteri anche molto diversi d’intervento e di sanzione.

Soprattutto negli atenei più piccoli il collegio di disciplina rischia di diventare uno strumento di controllo e di governo (per non dire di repressione di eventuali dissensi), nelle mani del Rettore e del CdA dell’Ateneo (e, nelle strutture private, della proprietà). In ogni caso alla sanzione il singolo può opporsi solo con un oneroso ricorso al TAR, cosa che accentua la funzione intimidatrice dello spettro (magari apertamente evocato) di un procedimento disciplinare.

Negli atenei non statali questo rischio si acuisce. Infatti, la dirigenza di questi atenei è non solo, e forse non tanto, quella rappresentata dal Rettore e dal CdA, ma quella costituita dalla proprietà, i cui interessi economici possono non collimare con la natura accademica dell’istituzione.

Prendiamo il caso dell’Unicusano. L’Università è promossa da un’impresa: la Società delle Scienze Umane srl. Questa impresa, secondo lo Statuto dell’Ateneo, designa 8 membri del Consiglio di Amministrazione, il Presidente, il Vice-Presidente e l’Amministratore Delegato dell’Università, per un totale di 11 membri su 13. Il Consiglio di Amministrazione designa poi un professore di ruolo come ulteriore membro. Anche il Rettore non è eletto dalle componenti dell’Università, ma è nominato dal Consiglio di Amministrazione. Infine, il Senato Accademico, previsto dallo statuto, non è mai stato costituito (a distanza di molti anni dall’istituzione dell’Università, avvenuta nel 2006) e in sua vece opera un Comitato Tecnico Organizzativo, i cui componenti sono tutti nominati dal CdA. Per quanto singolare, ciò è formalmente legittimo, poiché agli atenei non statali è lasciata la facoltà di dotarsi di una propria governance interna, differente da quella degli atenei statali. Nondimeno emerge lo sbilanciamento di un’amministrazione siffatta sul versante proprietario. Ciò conferma quanto individuava l’articolo incriminato: “l’insanabile contraddizione tra l’interesse dell’assetto proprietario dell’Università (quello di trarre un profitto dalla didattica universitaria on line) con la natura complessa della docenza universitaria, che è tale se è in grado di offrire, al meglio possibile, il senso della relazione stretta tra didattica e ricerca”.

Ne costituisce una prova significativa il regolamento didattico dell’Unicusano, che pretende dai ricercatori una presenza in sede per ben 120 ore al mese (6 ore al giorno per 5 giorni alla settimana), laddove lo stato giuridico dei ricercatori universitari prevede un impegno didattico massimo di 350 ore l’anno, per non pregiudicare il loro impegno primario, che dovrebbe essere, secondo la legge e il buon senso, la ricerca scientifica. Ma, come avevamo scritto, in atenei come quello il core business è la didattica. Ciò non agevola di certo le necessità della ricerca, specialmente là dove il corpo docente sia numericamente molto esiguo (all’Unicusano vi sono solo 2 professori ordinari e 3 professori associati a fronte di circa 25 ricercatori a tempo indeterminato e un numero quasi pari di ricercatori a tempo determinato) a fronte di una massiccia e crescente offerta didattica (11 corsi di laurea in 6 aree diverse e moltissimi master). In un simile contesto, si finisce per chiedere ai ricercatori una totale dedizione all’attività didattica, nelle sue più svariate articolazioni, snaturando la specificità dei ricercatori stessi e con essa gli interessi di ricerca e le aspirazioni. L’Unicusano è giunta ad emettere dei reiterati “richiami” ai ricercatori che non si siano attenuti alla sua discutibile pretesa (il regolamento è stato impugnato dinanzi al TAR e pende il giudizio).

In definitiva, dietro la sanzione inflitta ad Alida dal CdA di Unicusano, emerge un insieme di questioni importanti che non si può fingere d’ignorare e che non sono esclusivamente riducibili ai rapporti interni all’Ateneo. La missione dell’Università prevede l’interconnessione di didattica e ricerca, con tutte le dovute autonomie, previste dalla legge. Peraltro, le autorizzazioni ministeriali a rilasciare certificati di laurea e diplomi di studio legalmente riconosciuti sono fondate sul pieno rispetto delle norme vigenti comprese quelle relative allo stato giuridico della docenza universitaria.

Credo sia una osservazione frutto di buon senso ritenere che la credibilità e l’immagine di una istituzione universitaria dipendono dalla sua oggettiva condizione, e non certo dagli articoli che la descrivono: siano quegli articoli scandalistici che proprio l’articolo mio e di Alida tendevano a ridimensionare (si legga l’incipit dell’articolo); siano invece analisi di più articolate che rappresentano momenti ineludibili di auto-riflessione e auto-valutazione.

È bene tenere presente, ad ogni modo, che quanto è accaduto ad Alida, data la normativa sulle competenze disciplinari, potrebbe ripetersi anche in altri atenei, non solo privati e non solo telematici, e ciò costituirebbe una pericolosa tendenza a ridurre gli spazi di libera espressione, pur garantiti dalla stessa Costituzione (art. 21), in nome di una malintesa governabilità. Anche per questo l’uso delle sanzioni disciplinari contro chi esprime legittime opinioni e non si allinea alle scelte di governo degli atenei va combattuto con la massima determinazione. La normativa attuale relativa ai collegi di disciplina – come sottolineato dal CUN già in una mozione del 2 dicembre 2009 e ribadito con forza dalla più ampia parte del mondo universitario in questi anni – è un indice gravissimo della condizione di crisi delle istituzioni universitarie e di limitazione progressiva degli spazi di autonomia e libertà nei nostri atenei. Un radicale cambiamento delle norme sui Collegi di disciplina deve essere tra le priorità di un Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca che voglia essere effettivamente garante di democrazia.

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50 Commenti

  1. Esprimo anch’io tutta la solidarietà a Alida Clemente. Non avevo letto il pezzo pubblicato a Luglio.
    Spero che si riesca a coinvolgere il ministero per abrogare una punizione così assurda e lesiva dei diritti di libertà di espressione.

  2. Anche a me sembra gravissimo, seppure in certo modo prevedibile, e sono convinta che richieda una risposta adeguata. Quindi d’accordissimo con l’idea di sostenere le spese legali, ma questo non può bastare. Lasciamo stare – ma solo momentaneamente – la questione se una istituzione privata che opera in questo modo sia realmente titolata a chiamarsi università in un paese in cui la libertà accademica è ancora in Costituzione. E consideriamo invece, come evidenziato negli interventi precedenti, il fatto che quello che vediamo in opera in questo caso in un’università privata è solo la manifestazione più semplice di un principio privatistico che è stato fatto passare anche all’interno delle università pubbliche statali. I Codici Etici che sono stati imposti nelle nostre Università richiedono, ad esempio, che “I membri dell’Università sono tenuti a mantenere una condotta rispettosa nei confronti delle decisioni accademiche di carattere organizzativo poste in essere ai fini dell’efficienza, equità, imparzialità e trasparenza dell’amministrazione universitaria”. O che “Tutti i membri dell’Università sono tenuti a rispettarne il buon nome e a non recare danno alla reputazione dell’istituzione”. O ancora che sia condivisa la “valorizzazione del merito e incoraggiamento dell’aspirazione all’eccellenza”. Tutte cose che a uno sguardo disattento possono sembrare innocue o anche ragionevoli, ma che in linea di principio limitano il diritto di critica, il diritto all’esercizio del pensiero (per esempio a una critica di principio a nozioni come “eccellenza” e “merito”) e rendono il dissenso passibile appunto di sanzione disciplinare. E’ il modello più ancora che giapponese (l’adesione alla “mission” dell’impresa modello Toyota) cinese, dove si licenziano i docenti universitari dissidenti (p.e. Xia Yeliang, usando anche l’argomento della non conformità agli standard di *valutazione* richiesti…). Rispetto a questo dovremmo avere la forza di una reazione conseguente. Come potrebbe essere l’idea che Roars ospiti una dichiarazione firmata da un gran numero di docenti contro queste prescrizioni di conformità ideologica inserite nei codici e negli statuti: una dichiarazione talmente forte da richiedere o l’applicazione a tutti i firmatari di un procedimento disciplinare in conformità a quelle prescrizioni o la sostanziale sconfessione delle stesse.

    • Condivido per intero quanto scritto da Valeria Pinto. Ciò che è accaduto alla collega Clemente è frutto di un’idea di Università (?) che da tempo e in modo sempre più evidente si vorrebbe imporre all’intera comunità sociale.
      “Una dichiarazione talmente forte da richiedere o l’applicazione a tutti i firmatari di un procedimento disciplinare in conformità a quelle prescrizioni o la sostanziale sconfessione delle stesse” mi sembra una proposta molto concreta e ormai necessaria.

  3. Solidarietà ad Alida Clemente, ma bisogna anche fare altro. Che sia la mail al CdA, la raccolta fondi per il ricorso o la firma di un appello da rilanciare sulla stampa. Confidiamo in ROARS per l’organizzazione.

  4. Esprimo la mia solidarietà: a me pare un atto gravissimo da censurare. Anche io mi chiedo se non sia il caso di scrivere un appello promosso da ROARS, che coinvolga Università ed Associazioni scientifiche, che parta da questo fatto e richiami maggiore attenzione alle criticità di queste tipologie di università.

  5. Questo è un punto sul quale il ministro non può tacere. Meno che mai può rifiutarsi di rispondere alla domanda su quale sia la sua posizione. Non resta che porre la domanda, ovviamente corredata da un adeguato numero di firme.

    • In attesa che si manifesti questa iniziativa, proposta da molti, in supporto esplicito della collega, esprimo anche io la mia solidarietà. Non lasciamo cadere nel silenzio questa ritorsione ! Qualcuno, nelle liste dei ricercatori di Unisalento, proponeva di organizzare una petizione online su Change.org diretta al Ministro. Mi sembra interessante e rigiro a ROARS.

  6. Massima solidarietà. D’altra parte, senza un effettiva rappresentanza-organizzazione sindacale i docenti universitari sono da tempo diventate una delle categorie più sacrificate del pubblico impiego, sul pinao economico come normativo.

  7. È davvero molto allarmante che si prendano misure disciplinari per opinioni espresse fuori dai compiti istituzionali. Da quanto capisco si tratta di una vera e propria misura repressiva che deve essere condannata con fermezza.

  8. Esprimo tutta la mia solidarietà alla collega Alida Clemente, e sono pronto a partecipare a ogni iniziativa di diffusione di questa vergognosa notizia e di manifestazione concreta di solidarietà nei confronti della collega. Ancora una volta, va sottolineato come, se non ci fosse Roars, queste notizie (mi riferisco tanto all’articolo causa dell’assurdo provvedimento disciplinare, quanto a quello che dà notizia del provvedimento stesso) non circolerebbero, che è esattamente quel che qualcuno vorrebbe accadesse.

  9. Vicenda semplicemente vergognosa. E’ chiaro che certa gente non ha la minima idea di che cosa dovrebbe essere un’Università, anche se ne è Rettore o Amministratore delegato, in grazia del proprietario. Consola solo che esistano ancora persone con la schiena diritta, come Alida. Troppi docenti dell’Unicusano, fra cui i membri del cosiddetto Consiglio di Disciplina nominato dal Rettore, hanno però dato prova di un inaccettabile servilismo. Credo che la Ministra possa (e debba)intervenire subito, d’ufficio o a richiesta, annullando l’indegno provvedimento disciplinare, come può e deve fare. E’ infatti prevista una sua specifica competenza in materia. Trovo solo poco felice il titolo posto da Roars all’articolo di Arienzo: la legge Gelmini c’entra poco con la vicenda. L’Unicusano ha dimostrato di violarla allegramente anche per quanto concerne il Regolamento sulle attività didattiche dei ricercatori, oltre che infliggendo una sanzione in plateale contrasto con le norme di legge (fra cui il carattere vincolante del parere del Consiglio di Disciplina). Del resto, ha violato anche l’art. 21 della Costituzione, che i suoi docenti di materie giuridiche dovrebbero insegnare.

  10. Piena solidarietà ad Alida Clemente (e anche ad Alessandro Arienzo!), e impegno a sostenere ogni opportuna iniziativa.

    Alida, prendi in considerazione anche la possibilità di una causa per mobbing! Suppongo ci siano tutti gli estremi!

  11. Segnalo tre documenti relativi alla questione dei provvedimenti disciplinari pubblicati sito del CUN
    ___________________
    Giornata di studio
    AUDIZIONE IN MATERIA DI PROCEDIMENTI DISCIPLINARI NEL CONFRONTO DEL PERSONALE DOCENTE
    7 NOVEMBRE 2012

    1. Note de iure condendo sul procedimento disciplinare nei confronti dei docenti universitari

    2. Osservazioni sul potere disciplinare dei docenti universitari, dopo l’art. 10 della legge n. 240/2010

    3. La responsabilità disciplinare dei docenti universitari dopo la legge Gelmini: profili sostanziali
    ___________________
    http://www.cun.it/rubriche/audizione-in-materia-di-procedimenti-disciplinari-nel-confronto-del-personale-docente/presentazione.aspx

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