Emanuele Capponi intervista Pietro Greco, giornalista ed esperto del rapporto tra scienza e società, che parla del significato della mobilitazione che ha visto scendere in piazza la comunità scientifica in più di 500 città del mondo.

Sono scesi nelle piazze di tutto il mondo in occasione dell’Earth day, lo scorso 22 aprile, per chiedere il sostegno dell’opinione pubblica, per chiedere più finanziamenti pubblici, per ribadire l’importanza di solide basi scientifiche nelle decisioni politiche. I ricercatori – soprattutto quelli che lavorano negli Usa – si sentono sotto attacco, in un momento in cui l’amministrazione Trump ha proposto significativi tagli ai fondi per la ricerca e ha derubricato il risultato degli studi sui cambiamenti climatici a una mera opinione, assumendo una posizione negazionista. Abbiamo chiesto a Pietro Greco, giornalista e studioso del rapporto tra scienza e società, il senso di questa mobilitazione, e di come questo evento abbia inciso nel rapporto tra mondo scientifico, politica e società civile.

Pietro Greco, perché la March for Science è stata importante?
“Intanto per una questione di principio: effettivamente la libertà della scienza deve essere tutelata, soprattutto in un momento in cui due diverse forze, non completamente indipendenti ma diverse, tendono in qualche modo a limitarla. Da un lato, ormai da decenni esiste una ricerca portata avanti da imprese private. In un’economia di mercato, queste realtà hanno interesse a un guadagno a breve termine, e questo porta dei limiti a chi fa ricerca nell’industria privata. L’altra grande novità, almeno nei paesi democratici, è che la libertà della ricerca viene erosa, limitata e messa in forse anche da forze politiche e da governi. Come? Riducendo la scienza ad un’opinione come le altre, politicizzando la scienza e non riconoscendo l’indipendenza stessa del metodo scientifico e quindi dei risultati della scienza”.

Si tratta della prima volta nella storia che si verifica un fenomeno di questo tipo?
“No, ma forse è la prima volta che succede in paesi come gli Stati Uniti in cui questa libertà di indipendenza della scienza è stata coltivata con grande cura negli ultimi 70, 80 anni, in particolare dopo la Seconda guerra mondiale. C’è stato un patto tra il potere politico e la comunità scientifica negli Stati Uniti e un po’ in tutti i paesi occidentali: voi rispettate la libertà di ricerca e noi entriamo a far parte della classe dirigente del paese, e quindi forniamo al paese le conoscenze necessarie al suo sviluppo. Questo patto rischia di essere incrinato con dei risultati che la storia ci dimostra essere catastrofici: basta ricordare quello che avvenne in Unione Sovietica negli anni ’30 e ancora poi negli anni ’50 quando la politica sposò la teoria scientifica di Lysenko, antidarwiniana, che determinò il collasso dell’Unione sovietica quando era considerata il granaio del mondo, provocando delle crisi di produzione nell’agricoltura. Si tratta di un esempio estremo, che verosimilmente non si verificherà di nuovo in Occidente. Ma il mettere in dubbio, o addirittura considerare un’autentica bufala i risultati scientifici sullo studio dei cambiamenti climatici, come sta facendo oggi il nuovo presidente degli Stati Uniti, ci induce a pensare che le conquiste di libertà, anche di libertà della scienza, non sono per sempre ma vanno riconquistate giorno per giorno”.

Qual è allora il significato di questa mobilitazione? Siamo di fronte a un cambiamento di “marcia” nel rapporto tra il mondo della scienza e la società civile?
“Ci sono diversi cambiamenti di ‘marcia’. La prima sensazione è che finalmente, da un punto di vista pratico e organizzativo, la comunità scientifica assume una dimensione davvero internazionale nei suoi rapporti con la società. La scienza, ovviamente, ha di per sé una vocazione universale e globale. La stessa scienza la si insegna a Washington, a Pechino, a Mosca o a Johannesburg, perché è una cultura tendenzialmente universalistica. E quando questi valori vengono elusi, la comunità scientifica li ripropone con molta forza, per esempio con questa marcia. Questo non è un elemento secondario, perché se il valore all’universalismo nasceva nel Seicento, quando la comunità scientifica non contava più di qualche centinaio di persone, adesso si ripropone in un mondo in cui la comunità scientifica conta almeno 10 milioni di persone che lavorano a tempo pieno nella ricerca scientifica. Si tratta di un passaggio estremamente importante. Ma con questa marcia viene anche ristabilito un antico patto tra le democrazie e la scienza. La scienza è un’attività che chiede di essere libera, e la cui libertà viene riconosciuta da tutti i paesi democratici. Questa marcia universale e globale in più di 500 città del mondo ne fa una richiesta assolutamente generale”.

Le posizioni dell’amministrazione Trump in materia di ambiente vanno contro quella che sembrava essere stata una presa di consapevolezza a livello mondiale sui cambiamenti climatici. Obama in una recente intervista a Rolling Stone ha detto che Trump capirà. La direzione tracciata dalle COP 21 e COP 22 è comunque ineluttabile?
“Purtroppo no. Ogni conquista nell’ambito della politica non è mai definitiva, bensì provvisoria e va riattualizzata, di giorno in giorno, in particolare quella sui cambiamenti climatici. Ora, negli ultimi 25 anni, da quando si è tenuta la conferenza delle Nazioni Unite a Rio nel 1992, la scienza ha prodotto una quantità di conoscenza sui cambiamenti climatici davvero importante dalla quale abbiamo stabilito con sufficiente certezza che i cambiamenti climatici sono in atto e che sono dovuti per la gran parte ad attività umane. La scienza ha raggiunto prima questa certezza, la politica ha faticato molto”.

Quali sono le responsabilità della politica?
“Gli USA hanno fondato il loro sviluppo economico anche sull’abbondante uso dei combustibili fossili a basso costo, oltre che in altri settori ad alta tecnologia. Questo ha reso la società americana un po’ riottosa a limitare questo uso. L’Europa ha seguito una strada un po’ diversa, ha tentato di percorrere, con discreti successi, la strada dell’innovazione tecnologica e scientifica in ambito energetico, per far sì che in maniera relativamente rapida, si imponessero fonti energetiche rinnovabili e carbon free. Poi sono intervenuti i paesi in via di sviluppo. All’epoca di Rio, nel ‘92, paesi come la Cina sono diventati primi tra i paesi emettitori, e questo impone anche a loro un intervento. La Cina sembra oggi aver sposato la tesi europea, rendendosi consapevole dei danni che questi cambiamenti produrrebbero anche sul suo vasto territorio, come previsto dagli attuali modelli climatici. Così i cinesi hanno capito che è possibile cambiare il paradigma energetico con un vantaggio di tipo economico. Questo ha fatto sì che anche negli USA si formassero correnti di pensiero volte nella stessa direzione, come quella rappresentata dall’ex presidente Obama. Questa unità di intenti si è coagulata finalmente a Parigi nel 2015 e sembrava quasi ineluttabile. Dico ‘quasi’ perché in politica nulla è ineluttabile. E infatti le ultime elezioni sono state vinte da Donald Trump che, come è noto, non riconosce la validità scientifica dei cambiamenti climatici. Pensa che siano un’invenzione della Cina per minare l’economia americana. In realtà lui rappresenta un gruppo di interessi molto incentrato sui combustibili fossili. La domanda che resta aperta, allora, non è se gli USA cambieranno politica, l’hanno già cambiata, ma se il cambiamento nella politica degli Stati Uniti farà cambiare la politica nel resto del mondo. Ovvero se la Cina e l’Europa avranno abbastanza forza da continuare la strada tracciata a Parigi oppure no. Non è un’impresa facile, gli Stati Uniti sono una grande realtà economica e quindi anche ecologica, ma è possibile. È possibile fare a meno degli Stati Uniti. Solo quando gli Stati Uniti capiranno di aver perso un treno, tecnologico ed economico, oltre che ecologico, allora probabilmente potranno rientrare, come auspica Obama, nel convoglio che viaggia nella giusta direzione”.

Quanto hanno inciso i social network e le fake news nel determinarsi di questa situazione? E il mondo della scienza come può usare questi strumenti per veicolare le sue istanze?
“Questa è una domanda complessa su cui ci si divide. È chiaro che il mondo di internet incide, è il più grande strumento di comunicazione che abbiamo, connette miliardi di persone in tutto il mondo. Tuttavia dal punto di vista qualitativo io non vedo delle novità. Quando fu inventata la stampa a caratteri mobili e si cominciarono a produrre centinaia di migliaia di libri, molti intellettuali storsero la bocca. Oggi direbbero ‘questa è letteratura trash, sono astrologi e ciarlatani’. Nel 1610 fu stampato il Sidereus nuncius in 50 copie. Secoli dopo uno storico delle idee dirà che quel libro ha rappresentato uno spartiacque fondamentale. In questo senso, l’edizione della stampa è stata utilizzata nel bene e nel male. Ma anche Platone avvertiva dei danni provocati dall’invenzione dell’alfabeto: sminuiva l’importanza della memoria. Ogni nuova tecnologia rompe antichi equilibri, crea caos, ma quando questa tecnologia è valida, questi equilibri si ricompongono in genere ad un livello cognitivo più alto. Noi ci guadagneremo. Detto questo, attraverso i media digitali viaggiano anche fake news, anche relative al clima. Ci sono gruppi organizzati che utilizzano internet per veicolare notizie che sanno essere false. Hic Rhodus, hic salta, caro scienziato, e quindi bisogna agire. Gli scienziati lo stanno facendo. Molti scienziati hanno capito che la comunicazione al grande pubblico è un dovere civile e un elemento di democrazia, ineludibile. E quindi è un loro dovere civile e sociale partecipare al dialogo con la società. Questo è un diritto ma anche un dovere della società, proprio perché la scienza ha un ruolo così importante nella società della conoscenza, la società ha in diritto e il dovere di partecipare a questo dialogo, con tutti i mezzi che ha, anche quelli elettronici che sono strumenti straordinari».

Articolo prodotto in collaborazione con il Master in Giornalismo e Comunicazione Istituzionale della Scienza dell’Università di Ferrara

Pubblicato su Galileo il 19 maggio 2017

 

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1 commento

  1. La questione dei cambiamenti climatici è un esempio scelto male: in questo caso (almeno così sembra) la MAGGIORANZA degli scienziati va d’accordo coi mass media e con la maggior parte dei politici.. Solo Trump si è recentemente distaccato dal protocollo di Kyoto. E devo dire che i mass media gli danno addosso senza ritegno. Ora, premesso che Trump e la sua ideologia personalmente mi fanno schifo, trovo tutta questa questione dei cambiamenti climatici veramente poco scientifica. Quasi impossibile trovare dati concordanti (quindi, a rigore, la discussione scientifica nemmeno potrebbe iniziare). Ma soprattutto che significa che ‘la maggioranza degli scienziati’ è d’accordo col fatto che sono in atto cambiamenti climatici generati dall’uomo? Da quanto in qua la scienza è una questione di maggioranza?
    L’unica cosa certa è che la trasmissione televisiva che ho visto ieri (si chiamava ‘petrolio’ e parlava dei cambiamenti climatici) dal punto di vista scientifico era molto al di sotto dei programmi para-scientifici para-psicologici di Roberto Giacobbo (nel senso che questi ultimi sono perlomeno senza pretese…). Alcune affermazioni fatte in questa trasmissione sono palesemente false, e tutta la trasmissione sembrava impostata per terrorizzare la popolazione evocando catastrofi apocalittiche imminenti (senza però che venga fornita la prova della catastrofe imminente, se non l’affermazione che la ‘maggioranza’ degli scienziati sarebbe d’accordo con la previsione…).
    Ad un certo punto è stato detto che ‘la temperatura media terrestre è stata stabile per 12.000 anni’ e che solo negli ultimi 30 anni è aumentata più di quanto non sia aumentata negli ultimi 12.000 anni..
    Ora, ho già detto che è difficile procurarsi dati accettati da tutti, ma sicuramente quest’ultima affermazione è una bufala di proporzioni ciclopiche senza ombra di dubbio… L’unica cosa certa infatti è che dati affidabili e numerosi esistono solo per gli ultimi due secoli, come si fa quindi ad affermare che ‘per 12.000 anni la temperatura del globo’ è stata stabile ? E’ completamente privo di senso…
    eppure quando una discussione diventa ideologica, c’è poco da fare, ne senti di tutti i colori, da ‘destra’ e da ‘sinistra’… che non saprei dire chi delira di più. Ora, basta poco per avere un minimo di informazioni sulla storia del clima (di quelle INCONTROVERTIBILI, cioè che nessuno contesta)
    per capire che quella dei ‘12000 anni stabili’ è una bufala (e di quelle grosse…). E’ accertato che il clima, perlomeno in europa era più caldo di adesso durante il periodo dell’impero romano, divenne più freddo dal 500 al 1000, per poi ridiventare più caldo nei 500 anni successivi. In questi periodi caldi la Groenlandia era una terra verde priva di ghiacci (infatti l’etimologia del nome è ‘terra verde’). Ci fu poi una ‘mini era glaciale’ nel 1600/1700 (come testimoniano i quadri dei pittori fiamminghi che mostrano laghetti ghiacciati, mentre da più di cento anni nell’Olanda moderna fiumi e laghi non gelano più d’inverno), ma a parte i pittori, vi sono testimonianze sul Tamigi che gelava regolarmente d’inverno etc etc.
    Ora, tutte queste variazioni di temperatura media sono ben maggiori dello 0.8 (questa è la cifra più attendibile) di aumento riscontrato negli ultimi 100 anni. Anche ammesso che questo 0.8 sia avvenuto tutto negli ultimi 30 anni, non vi sembra un po’ poco per evocare prima scenari di aumenti ESPONENZIALI, e subito dopo affermare che ‘in 100 anni il livello del mare aumenterà di due metri’ ? Francamente un materiale così confuso quando mi capita in revisione io lo boccio…
    In ogni caso, la domanda sorge spontanea: perché Venezia è ancora ‘mediamente’ sopra il livello dell’acqua (a parte le maree)? Lo stesso dicasi per le molte città di mare italiane: perché proprio nel mediterraneo non sta avvenendo l’innalzamento del livello del mare conseguente all”impetuoso’ scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia? Va bene, i ghiacciai si sciolgono, ma evidentemente il fenomeno non è di tale portata da causare le conseguenze terroristicamente evocate ogni giorno dai mass media. E comunque, se la Groenlandia era una ‘terra verde’ 1000 anni fa, salvo gelarsi subito dopo, lo scioglimento attuale dei suoi ghiacciai per quale motivo dovrebbe essere considerato ‘anomalo’, ‘antropico’ ? Poi ancora: perché mai non potrebbe essere, molto semplicemente, un aumento della energia irradiata dal sole la causa di questo 0.8 di aumento di temperatura in 100 anni? Ho letto dati in cui anche Marte risulta avere aumentato la sua temperatura. Inoltre, cosa ancora più importante, anche se antropico, come si può considerare un aumento di 0.8 gradi un effetto ‘rilevante’ e ‘catastrofico’, quando la temperatura terrestre varia normalmente da – 80 (al polo sud) a + 50 (nel sahara). 0.8 su una scala di 130 è un numero ‘grosso’? Ammettiamo pure per assurdo che lo sia, cioè che produca grosse conseguenze. Dove sono?
    Perché Genova e Napoli non sono sott’acqua? Dov’è la catastrofe? I Tornadi sono aumentati? C’è gente che porta dati secondo cui dal 1900 al 1950 sono avvenuti lo stesso numero di tornadi che dal 1950 al 2000.
    Chi ha i dati giusti? Ma soprattutto: in base a quale teoria/modello o quant’altro si prevede che questo aumento di temperatura ACCELERI in futuro ancora di più?

    Ecco in base a tutte queste considerazioni mi sento di affermare che la questione dei cambiamenti climatici non sia proprio il massimo come esempio su cui impostare la discussione sulla libertà scientifica…

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