La polemica che si è aperta in questi giorni nel mondo universitario non è semplicemente una questione da addetti ai lavori. E per questo vale la pena di spiegarla nel modo più semplice e chiaro. Si tratta di consentire agli atenei di procedere ad assunzioni di personale docente per il 20 per cento delle risorse corrispondenti ai posti che si sono liberati nel 2012. Poca cosa rispetto alla micidiale dieta dimagrante che è stata imposta al sistema in questi anni, ma comunque un’occasione per puntellare un’offerta didattica in molti casi ai limiti dell’implosione e aprire qualche spiraglio per le speranze di tanti giovani e di coloro che hanno continuato a lavorare con impegno e qualità di risultati in questa lunga notte che davvero non vuole finire.

Il limite del 20 per cento, in realtà, non è uguale per tutti ed è stato corretto anche in passato sulla base di alcuni parametri che documentano la buona o cattiva salute dei bilanci. Si tratta di una formula particolarmente complessa, ma l’idea di fondo corrispondeva alla saggezza del buon padre di famiglia, troppo a lungo dimenticata in tutti i luoghi dove si spende in Italia denaro pubblico: chi aveva amministrato meglio le risorse che gli erano state affidate riceveva qualche posto in più e a chi non lo aveva saputo o voluto fare si chiedeva qualche sacrificio per rimettere i conti in ordine. Perché – allora – la ministra Carrozza si è trovata a dover rispondere a un’onda di critiche che sembra ingrossarsi ogni giorno di più?

La risposta è semplice. L’anno scorso l’analogo Decreto firmato dal Ministro Profumo conteneva una clausola che ha contenuto l’entità del premio e della conseguente penalizzazione: nessuno ha avuto più del 30 per cento delle risorse che aveva perso per pensionamenti o altre cause di cessazione dal servizio e nessuno meno del 12 per cento. Quest’anno la clausola non c’è e la distanza fra i presunti “buoni” e i presunti “cattivi” si è allargata a dismisura: i primi riceveranno il 213 per cento e gli ultimi il 7 per cento. Al primo posto c’è il Sant’Anna di Pisa, che l’attuale ministra ha guidato fino al suo ingresso in Parlamento qualche mese fa. Agli ultimi, oltre alla notoriamente disastrata Università di Siena, molti e importanti atenei del Sud. La conseguenza è che alcuni potranno addirittura assumere più docenti di quelli che hanno perduto, grazie a un travaso di “punti organico” (l’unità di misura delle risorse in ambito accademico) che avviene a danno di molti altri, che vedono così avvicinarsi ulteriormente la soglia della bancarotta didattica.

Questi sono i fatti, ai quali i protagonisti sembrano intenzionati a reagire trasformando ancora una volta una questione di responsabilità politica in una contesa giuridica, destinata, come tante altre, ad essere risolta dai giudici, salvo poi lamentare la loro invadenza in contesti nei quali tutti si augurerebbero di non doverli incontrare. Per chi voglia avventurarsi in questa selva oscura, non si può non consigliare la lettura della risposta di Marco Mancini, Capo Dipartimento per l’Università del Ministero e già Presidente della Conferenza dei Rettori, alla redazione di Roars, il sito/network che fra i primi ha sollevato la questione. La ministra non aveva «alcuna discrezionalità» e quanto accaduto corrisponde alla «rigida applicazione delle norme vigenti». Diversa è l’interpretazione del Consiglio Universitario Nazionale, che in una mozione del 23 ottobre parla di una «opportunità» che non è stata colta per «riformulare per il 2013 i criteri di ripartizione delle risorse derivanti dal turnover», affermando dunque esattamente l’opposto. Un assaggio di quel che ci si può aspettare battendo questa strada lo si trova nelle prime righe della mozione del CUN, che richiama la stessa normativa invocata da Mancini: l’opportunità che quest’ultimo esclude sarebbe

esplicitamente offerta dall’art. 7, comma 6 del d. Lgs. 49, espressamente richiamato dall’art. 66, comma 13-bis della legge n. 133/2008, come inserito dall’art. 14 comma 3 del decreto-legge  6 luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012 n. 135 e successivamente modificato dall’art. 58, comma 1, lett. a) del decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 agosto 2013, n. 98.

Non si deve permettere che questa cortina fumogena diventi un alibi dietro il quale tentare ancora una volta di nascondere il vero problema che questo Decreto ci costringe ad affrontare. Il Ministero sembra aver deciso di attestarsi sulla tesi non solo della legittimità di quanto disposto, ma addirittura della impossibilità di operare altrimenti. È una strada pericolosa, perché il prezzo da pagare sarebbe inevitabilmente alto se la tesi non trovasse conferma nelle sedi competenti, lasciando così completamente scoperta la nuda responsabilità politica per la scelta fatta. La mia domanda è molto più semplice: la ministra Carrozza ritiene accettabile il risultato che si è così determinato? Ritiene accettabile che, a prescindere dalla correttezza dei parametri utilizzati, dei quali pure si discute, il compito dello Stato sia semplicemente quello di prendere atto dei risultati di una competizione che mette tutti contro tutti e lascia, senza rimpianti, che gli ultimi vengano cancellati, anche se ciò dovesse significare la “desertificazione” universitaria di intere aree del paese? Ritiene accettabile concentrare tutte le risorse premiali sul merito/performance anziché sullo sforzo di far crescere quella qualità diffusa del sistema che è la solida, insostituibile premessa della stessa creazione e valorizzazione delle eccellenze?

Su questi punti la ministra ha il dovere di rispondere chiaramente, sapendo che quanto contenuto nel Decreto che in questi giorni viene contestato non si concilia con la risposta che tutto ciò è inaccettabile. E dunque va cambiato. Subito. Approfittando magari degli spazi offerti in questo momento dal calendario parlamentare, così come è già accaduto per il bonus maturità. Tornare a quanto previsto per il 2012, per esempio, aiuterebbe a riprendere con serenità la riflessione su questi e altri nodi cruciali per il futuro della nostra università. Non sarà una resa ai fannulloni e agli incapaci, che vanno stanati e “penalizzati” senza che questo si traduca in un danno irreparabile per le istituzioni che hanno indebolito e per le comunità che non hanno servito, perché troppo intenti a servire se stessi. E non sarà neppure un modo per sottrarsi alla sfida di una vera razionalizzazione del sistema universitario, una volta finita la stagione fallimentare di un’università per ogni campanile. Questo rigore e questa razionalizzazione sono certamente difficili e la politica non può illudersi di trovarne la formula nei computer delle sue direzioni generali. Ma è questo ciò di cui abbiamo davvero bisogno.

Articolo apparso su L’Huffington Post

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15 Commenti

  1. Distribuire punti organico per lo Stato dovrebbe avere una logica. Mi sono allora chiesto la seguente cosa: se il numero di docenti alla Normale o al S.Anna cresce a dismisura questi potranno (o dovranno?) attivare corsi di laurea magistrale?

  2. Infatti, è sulla logica degli investimenti dello stato che non siamo tutti d’accordo. Dove vogliamo che lo stato investa i soldi di noi tutti:
    Al centro-nord su S.Anna o su Siena?
    Al sud: su Catanzaro o su Bari?
    E’ chiaro che col cap negli anni scorsi sono state penalizzate le realtà con i conti più in ordine a scapito di altre con i conti in disordine (il totale è lo stesso quini per dare a quelli del quartile più basso devo togliere a quelli del quartile più alto).
    Quest’anno senza il cap succede esattamente il contrario
    Poi nel dibattito tutto è stato tramutato in una lotta tra le Università povere del sud verso quelle ricche (si fa per dire) del Nord, ma le differenze strutturali tra Nord e Sud possono e devono essere bilanciate con una politica di interventi specifici, in modo che tutti siano incentivati verso comportamenti virtuosi. Adesso non c’è nessun stimolo in questo senso perchè tutto viene appiattito dai meccanismi di compensazione.

    Ultima cosa: il dibattito è bello ed interessante, ed ha raggiunto un livello di importanza sulla stampa incredibile. Ma lo sappiamo che stiamo parlando proprio di briciole? Le performance fantasmagoriche di S. Anna e della Normale equivalgono ad un guadagno di 4-5 punti organico. La perdita cumulativa degli atenei della Puglia che ha suscitato l’indignazione di tutti i politici locali sono altri 5 punti organico. Quantifichiamo? Qualche centinaia di migliaia di euro… Lo sapranno i politici che è di queste cifre che stiamo parlando per il futuro della ricerca in Italia? Intanto, parlando di cifre ben più consistenti, noi sapremmo mai come sono stati gestiti i fondi dalla Direzione del Ministero durante la gestione Gelmini/Agostini?

    • Come dire che va bene rubare, basta rubare poco.

      A parte che la differenza fra Univ. di Milano e Napoli non sono briciole.

      Il punto è che ci sono università virtuose (tipo Napoli Parthenope, mi sembra) che proprio per diventare virtuose hanno pre-pensionato docenti. E ora i punti organico che hanno liberato non li possono usare, perchè se li prendono altre università. Se a te sembra corretto, non so che dire…

      Poi, indipendentemente dalla distribuzione dei punti organico (vuol dire che faremo tutti domanda per concorsi a Milano, e preparatevi a una valanga di ricorsi), a livello nazionale il corpo docente si è ridotto a naso circa di 1/3. Siamo già a livelli insostenibili (per carico di lavoro individuale). Immaginate cosa succederà da qui al 2018, quando il turn-over tornerà al 100%.

      Tanto i politici mandano i figli a studiare all’estero (da Veltroni a B., è trasversale). Che gli importa se qui le università chiudono.

    • Devo dire che in tutta questa discussione, che è certamente una classica lotta tra poveri, i continui riferimenti Nord-Sud lunga la direttrice “privilegio versus deprivazione” mi paiono un poco fastidiosi. Non che mi interessi farne argomento di discussione, ma visto che in molti si lanciano a fare i conti nelle tasche altrui, mi permetto di notare un’ovvietà taciuta, ovvero che il salario che consente a Cosenza (per dire) di vivere in passabile agio equivale a Milano (per dire) ad una neanche troppo dignitosa povertà. So perfettamente che discussioni tipo “gabbie salariali” creano probabilmente più problemi di quanti ne risolvano, e non mi interessa farmene alfiere. Tuttavia sarebbe bene, quando si levano alti lai nel deprecare le condizioni economiche delle università meridionali aggiungere anche questo tassello alla discussione: di fatto quando parliamo di una certa posizione in contesti del Nord e del Sud (approssimativamente parlando) non parliamo di cose economicamente equivalenti; e questa volta a tutto svantaggio del Nord.

    • @Andrea e @Luca. Quanta superficialitá nelle vostre risposte. E pensare che questo dovrebbe essere un forum di scienziati.
      Ovvio che la vita a Milano é piú cara di Cosenza. Altrettanto ovvio che la vita a Napoli é piú cara che Novara o altri centri minori del Nord.
      Certo, l’Istat ci dice che la pizza a Napoli costa meno che a Milano. Ma l’Istat non misura la (NON) qualitá dei servizi. In certe aree del paese, in assenza di un welfare degno di tale nome, alla fine si é costretti ad affrontare una marea di spese extra, che fanno lievitare enormemente il costo di una “civile” vita, a paritá di stipendio nazionale.
      Smettiamola quindi anche con la solita manfrina banalizzante che al Sud tutto costa poco.

  3. Anch’io ringrazio per la chiarezza e la brevità dell’esposizione. Ho letto (cercato di leggere) la risposta del prof. Mancini dopo il mio arrivo a Tbilisi, e in quel contesto di stanchezza e di sovraaccumulo di novità e di impressioni, detta risposta mi sembrava un misto di delirio di date/numeri e di schivate, molto peggiore della “cortina fumogena” con cui è stata cortesemente etichettata da altri. Puro politichese. Del resto l’autore è ben allenato da anni di permanenza alla CRUI. Dal punto di vista comunicativo è impostata secondo la strategia di stordire per sovrainformazione costituita da cataste di numeri, date ecc. tra le quali il dato principale, o l’argomento centrale si perde, si dissolve, diventa inafferrabile, pur essendo presente. Secondariamente, il continuo riferimento a leggi ecc. ha lo scopo di intimorire il lettore per esibizione di potere, nel quale l’estensore si identifica (v. Gramsci) pur assumendo posizioni neutrali apparentemente garantite dai riferimenti legali. Cosa ben nota ai sociologi della comunicazione; non è farina del mio sacco. Per chi proviene, però, soprattutto dal campo degli studi umanistici, dovrebbe costituire un obiettivo fondamentale ciò che tanti anni (20) fa raccomandava il manuale di stile di semplificazione del linguaggio amministrativo e burocratico formulato da Sabino Cassese. Da allora sono stata emanate anche normative che sono più di raccomandazioni. Tutte regolate dal requisito di trasparenza degli atti pubblici. Il che, però, nella prassi odierna delle amministrazioni pubbliche (anche universitarie) si traduce in un numero enorme di documenti, illeggibili per qualità e quantità, messi in rete (se, dove, quando; ognuno si arrangi), dunque consultabili in linea del tutto teorica se uno sa che esistono, ma che scompaiono, ai fini pratici dell’utente, nell’oceano della documentazione amorfa.

    Bibliografia:

    http://www.entilocali.provincia.le.it/nuovo/files/Progetto%20di%20semplificazione%20del%20linguaggio.pdf
    http://www.matteoviale.it/biblioteche/approfondimenti/sepe.pdf
    http://www.maldura.unipd.it/buro/normativa.html ecc. ecc. ecc.

    nonché il semplice buon senso civico.

  4. @abbondanzio.

    Napoli Parthenophe passa da 2.48 nelle attribuzioni con cap a 2.28 in quelle senza cap. La differenza è minima (0.2 punti) ma questi 0.2 punti Napoli Parthenope li avrebbe “rubati” ad Università che erano più virtuose di lei (metto rubati tra virgolette, perchè non è certamente corretto ma è così che è stato presentato in questi giorni). Quindi università che hanno anch’esse prepensionato, o assunto meno docenti in partenza, o che hanno minori livelli di indebitamento. A me questo non sembra giusto…e a te?
    Continuo a ribadire che trovo sacrosanto che le Università che operano in situazioni più difficili abbiano dei finanziamenti ad hoc… ma questo non vuol dire compensare alcuni bilanci disastrosi togliendo ad altri che non nuotano nell’oro. Naturalmente è un problema che c’è sempre stato e si acuisce in questo momento per la scarsità di risorse per tutti. Tutte le Università hanno problemi di sostenibilità dei corsi in queste condizioni, ma non penso che togliere alle più “virtuose” per dare alle meno “virtuose” sia la soluzione del problema. tutto quì….

    • @Simonetta Baraldo: Dimenticanza?
      “Quindi università che hanno anch’esse prepensionato, o assunto meno docenti in partenza, o che hanno minori livelli di indebitamento” OPPURE che trovandosi in contesti territoriali caratterizzati da un maggiore benessere possono fare pagare tasse di iscrizione più alte.

      Ma il punto non è neanche questo. Napoli Parthenope (il mio Ateneo) nel 2011 era stata giudicata “viziosa”, mentre nel 2012 (e nel 2013), a conti se non peggiorati certamente non migliorati, è stata promossa virtuosa. Perché? Perché sono cambiati gli indicatori che definiscono i “vizi” e le “virtù”. Gli indicatori, lungi dall’essere dati oggettivi, sono degli strumenti di politica della spesa: sulla scorta di come sono concepiti (comunque in maniera arbitraria), la situazione cambia completamente. In altri termini, se tu fissassi in qualunque modo un obbiettivo di finanziamento dell’università, ti potrei trovare immediatamente gli indicatori giusti per raggiungere detto obbiettivo. E’ legittimo, ma occorre avere la consapevolezza di quello di cui si parla.

  5. @Antonio Occhiuzzi

    perfettamente d’accordo, infatti ho scritto che trovo sacrosanto correggere questi indicatori per il contesto territoriale in cui si opera (non l’ho scritto con le tue stesse parole, ma il concetto per me era esattamente quello). Mi verrebbe da dire che sarebbe opportuno correggere anche per dimensioni (perchè confrontare gli indicatori economici di S.Anna con quelli de La Sapienza) mi sembra a dir poco azzardato.

    Invece non sono d’accordo con il fatto di spalmare indiscriminatamente i debiti delle Università meno virtuose con trasferimenti da quelle più virtuose, senza chiedersi il perchè delle differenze. Per spiegarci: se Napoli Parthenope, invece di fare una politica di riduzione dei costi, avesse continuato ad assumere indiscriminatamente ed indebitarsi senza problemi, la differenza di punti organico tra i due modelli di ripartizione non sarebbe 0.2, ma sarebbe più consistente, per es. 4-5 punti.
    Ecco, nell’interpretazione che è stata data in questi giorni, noi saremo quì a discutere del fatto che Milano ha rubato 4-5 punti a Napoli Parthenope. Siamo proprio sicuri che sia così?
    Con il sistema 2012 si sono spostati indiscriminatamente punti organico da Università con indicatori economici più alti ad università con indicatori economici più bassi, non importa se è perchè hanno avuto una gestione allegra dei loro bilanci o perchè lavorano in contesti economici più difficili…possiamo fare meglio di così?

  6. @Simonetta Baraldo
    “se Napoli Parthenope, invece di fare una politica di riduzione dei costi, avesse continuato ad assumere indiscriminatamente ed indebitarsi senza problemi”
    Napoli Parthenope non ha mai assunto indiscriminatamente, ha sempre rispettato tutti i limiti normativi ed ha, da sempre, un indebitamento pari a ZERO.
    E’ stata classificata, negli anni, alternativamente “viziosa” e “virtuosa” solo per effetto di indicatori arbitrari e privi di significato. Se non ci convinciamo che gli indicatori sono strumenti politici tesi ad “oggettivizzare” tesi precostituite temo che non ci capiremo mai.
    Ti sei mai chiesta perché il “delta” del tabellone dei PO è proporzionale “al 15 per cento del margine ricompreso tra l’82 per cento delle entrate e …”? E perchè 15% e 85%? Perchè non 14% e 83%? Oppure 18% e 81%?
    I parametri “oggettivi” sono in realtà arbitrari e tarati in modo da raggiungere un obbiettivo politico precostituito.
    Non si tratta di “rubarsi” punti tra atenei “seri” e atenei “allegri”, ma di avere la consapevolezza dell’obbiettivo prefissato e di capirne le vere ragioni, che chissà perché non vengono mai chiarite.
    Solo a partire da questo punto si può cercare di lavorare per migliorare.

  7. @ Antonio Occhiuzzi.
    scusa il senso che volevo dare alla frase era assolutamente ipotetico, non riferito a Napoli Parthenope… diciamo, se un ateneo scegliesse di continuare a indebitarsi ed assumere personale, gli verrebbero trasferiti P.O. presi da altri atenei che non hanno fatto la stessa scelta.

    Poi che gli indicatori siano costruiti per ottenere un fine politico preciso (riduzione drastica dei costi per l’Università) e modificati in maniera cervellotica è fuor di dubbio.
    Detto questo, presentare la differenza tra la distribuzione con la clausola di salvaguardia e quella senza la clausola di salvaguardia come le cattive Università del Nord che rubano alle povere Università del Sud mi sembra limitativo…
    E mi sembra più necessario introdurre in questo tipo di distribuzioni una correzione che tiene conto delle tasse di iscrizione e degli indicatori economici territoriali, piuttosto che una clausola di salvaguardia che sposti risorse in maniera indiscriminata dalla parte più alta alla parte più bassa della scala .

  8. “Poi che gli indicatori siano costruiti per ottenere un fine politico preciso (riduzione drastica dei costi per l’Università) e modificati in maniera cervellotica è fuor di dubbio.”

    No, io qualche dubbio ce l’ho. Non mi sembrano cervellotici, ma piuttosto ben studiati. Il fine politico preciso, oltre ai tagli, è proprio quello di spostare risorse da una parte all’altra, secondo criteri non noti, ma credo ben definiti e assolutamente indipendenti dalle politiche di gestione amministrativa o dalla “qualità” di didattica e ricerca. Il caso del mio Ateneo è, a tali fini, esemplare.

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