Nel romanzo “Diario della guerra al maiale”, Adolfo Bioy Casares narra la storia assurda di una guerra civile dove i giovani di Buenos Aires danno la caccia a chiunque abbia superato i 50 anni perché ritenuto inutile alla società. Una metafora che mette in risalto l’uso strumentale di una retorica giovanilista fine a se stessa. Parlando invece dei problemi reali, come non essere d’accordo con la lettera-appello inviata al Presidente Napolitano da Cosimo La Cava, uno dei tanti ricercatori italiani costretti a cercare fortuna all’estero? Ma è possibile uscire da questo pantano? Malgrado la crisi economica, Barak Obama ha incentivato i finanziamenti alla ricerca. Il  budget del National Institutes of Health (NIH) è passato dai 28 miliardi di dollari del 2008 ai 32 del 2013: un atto di vera follia agli occhi della nostra lungimirante classe politica.

Nel romanzo “Diario della guerra al maiale”, Adolfo Bioy Casares narra la storia assurda di una guerra civile dove i giovani di Buenos Aires danno la caccia a chiunque abbia superato i 50 anni perché ritenuto inutile alla società. Una metafora, quella dello scrittore argentino, che vuole mettere in risalto l’uso molto spesso strumentale e propagandistico di una retorica giovanilista fine a se stessa, ma molto in voga oggi, dopo esserlo stata in altri periodi oscuri del nostro paese: ricordate “Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza”?

Cerdo2Parlando dei problemi reali che affliggono i giovani nel nostro paese, invece, come non essere d’accordo con quanto denunciato di recente in una lettera-appello al Presidente Napolitano da Cosimo La Cava, uno dei tanti ricercatori italiani costretti a dover cercare fortuna all’estero? Si tratta di una situazione grave che conosco bene: nel corso degli anni, infatti, ho assistito all’esodo verso Spagna, Inghilterra e USA di diversi giovani bravi che si sono formati nel mio laboratorio. Sono stati inevitabilmente attratti dalle concrete prospettive economiche e ambientali offerte da questi paesi.

Una nazione civile ha il dovere di garantire un degno futuro ai suoi giovani meritevoli, invece in Italia, costringendoli a fuggire, non solo si produce una grave emorragia di “capitale umano” e si mandano in fumo le risorse economiche investite per la loro formazione, come sottolinea La Cava, ma si pregiudicano, o addirittura si cancellano, anche ricerche promettenti. Senza dimenticare le migliaia di ricercatori e docenti, giovani e meno giovani, armati di passione e dedizione, quelli che sono rimasti e che da anni cercano di resistere. Anche essi sono esasperati e umiliati dalla mancanza di considerazione che la classe politica e dirigente di questo paese mostra nei confronti del loro lavoro.

Molti stati europei programmano in largo anticipo piani di spesa dettagliati e investono significative percentuali del PIL nella ricerca, perchè la ritengono un elemento cardine per la crescita. In Italia, al contrario, la ricerca pubblica ormai da anni langue, in assenza di programmazione e risorse adeguate. Non a caso Renato Dulbecco, premio Nobel per la Medicina, già nel 2008 denunciava che «Un paese che investe lo 0,9% del proprio prodotto interno lordo in ricerca e sviluppo, contro la media del 2% degli altri, non può essere scientificamente competitivo, né attirare a sé o trattenere i suoi ricercatori migliori». Malgrado i reiterati e accorati appelli inviati alla classe politica nel corso degli anni anche da altri primi nobel italiani, come Rita Levi Montalcini e Mario Capecchi, la situazione non è migliorata, anzi, università e ricerca nel nostro paese sono sempre più delle conclamate cenerontole, figlie di un dio minore.

I tagli continui, sempre più pesanti e indiscriminati inflitti da tutti i recenti governi ai fondi di finanziamento ordianario (FFO) degli atenei e la quasi totale cancellazione del turnover voluta dalla premiata ditta Gelmini & co, stanno portando il sistema universitario e della ricerca al collasso finale. Come se non bastasse, le risorse ministeriali destinate ai fondi pubblici per la ricerca negli ultimi anni hanno toccato il fondo, perdonate il gioco di parole, e nel 2014 sono state azzerate. Infatti, il governo Letta, prima della sua dipartita, ha definitivamente cancellato i bandi dei Progetti di Ricerca di Interesse nazionale (PRIN), destinando i denari residui ai bandi SIR (Scientific Independence of young Researchers), dedicati esclusivamente ai “giovani” sotto i 40 anni. La ministra Carrozza, nello stesso periodo, aveva dato alla luce, ma solo sulla carta, un soi-disant piano di programmazione della ricerca nazionale dove era previsto, tra l’altro, un nuovo bando battezzato RIDE (Ricerca Italiana di Eccellenza) che avrebbe dovuto sostituire il PRIN: ennesimo esempio di vuoto nominalismo all’italiana.

AllMadHere

Dopo quasi 9 mesi, non si sente più parlare del mitico RIDE, che quindi rischia di essere ricordato per essere stato il più inutile, insulso ed effimero acronimo, partorito con (speriamo) involontaria autoironia dal MIUR. Forse, sarebbe stato più realistico chiamarlo PIANGE (Progetti Italiani Ancora Non GEstibili).

In questa patologica scarsità di risorse, negli atenei e nei centri di ricerca da anni si vive alla giornata e la competizione esasperata che si è venuta creare, lungi dall’essere un elemento positivo, tende a premiare i più forti, non sempre i più meritevoli, cancellando quella variabilità culturale e scientifca che è un fattore determinante per lo sviluppo della ricerca e della conoscenza.

Perchè siamo arrivati a questo punto? E’ semplice, al contrario di altri paesi, in Italia si sono anteposti gli interessi personali di grandi e piccoli gruppi di potere politico-economico a quelli del paese e dei cittadini. Il recente scandalo emerso a Roma dall’inchiesta “Mondo di mezzo” parla chiaro e mette in evidenza probabilmente solo la punta dell’iceberg di un fenomeno di corruzione di massa. In questa melma di sottosviluppo politico e sociale, le nuove generazioni sono state allevate e nutrite con i miti del successo facile. Piuttosto che andare all’università per studiare e formarsi, oggi c’è chi farebbe di tutto pur di partecipare a qualche demenziale programma televisivo, pur di apparire, pur di diventare ricco e famoso come un calciatore o una velina. Questi sono i modelli dominanti che ispirano molti giovani. Niente da stupirsi se in questa situazione di profondo degrado, l’istruzione, la ricerca e più in generale, la cultura, una volta elementi fondamentali e necessari per la crescita e lo sviluppo di un paese, sono diventati degli inutili optional, o meglio, dei fastidiosi ostacoli alla scalata sociale, all’affermazione personale che si basa esclusivamente sulla ricerca di potere e denaro.

E’ possibile uscire da questo pantano e risollevare università e ricerca nel nostro paese? Nel lontano 1848 Victor Hugo sosteneva che la crisi si combatte aumentando i fondi alla cultura e non tagliandoli. Non a caso, malgrado la crisi economica, Barak Obama ha incentivato i finanziamenti a ricerca e sviluppo negli Stati Uniti e il budget del National Institutes of Health (NIH) che finanzia vari settori della ricerca, è passato dai 28 miliardi di dollari del 2008 ai 32 del 2013: un atto di vera follia agli occhi della nostra lungimirante classe politica.

E’ chiaro che servono programmazione e risorse congrue per rilanciare università e ricerca pubblica ed è necessario sbloccare il turn over, allo scopo di ripristinare subito un livello fisiologico di reclutamento e progressione delle carriere. In mancanza di misure urgenti molti ricercatori smetteranno di lavorare, molti laboratori chiuderanno, con ulteriori e gravi conseguenze sulla didattica universitaria e sul futuro dei giovani.

Dove trovare le risorse necessarie per un piano di risanamento a lungo termine? Uno studio condotto di recente dalla UIL mette in evidenza l’esistenza di un sottobosco che ruota intorno ai partiti (comitati elettorali, segreterie di partiti, collegi elettorali, consulenti, portaborse, ecc. ecc.) e che consuma miliardi di euro. I costi della politica, diretti e indiretti, nel complesso ammonterebbero a circa 23,9 miliardi di euro annui.

Se queste stime si avvicinassero anche minimamente alla realtà, allora non servirebbero miracoli, basterebbe anche solo dimezzare i costi esasperati di questa politica vorace per risollevare il paese e finanziare adeguatamente istruzione e ricerca.

Se invece di intervenire con azioni concrete ed efficaci, la classe politica e dirigente del nostro paese proseguirà soltanto a sbandierare proclami ad effetto e programmi virtuali, fingendo ipocritamente di scandalizzarsi per poi rimanere sorda ai veri bisogni di istruzione e ricerca, se si continuerà a disprezzare istruzione e ricerca pubbliche, se ne decreterà la definitiva condanna a morte. In questo modo, la decadenza del paese sarà sempre più rapida e irreversibile e la melma del sottosviluppo morale, culturale e economico ci sommergerà definitamente.

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29 Commenti

  1. all’ NIH, se non produci – secondo quello che sono le tue funzioni – (tu generico) ti danno un calcio nel sedere e ti sbattono fuori.

    se non produci all’univ. italiana in termini di pubblicazioni, non ti succede nulla, al massimo fai calare i parametri della VQR, ma tu parassita (tu generico, ovviamente), rimani dentro a rubare lo stipendio e, al limite, non assumono quelli fuori, ma tu, parassita ed egoista, non vieni toccato.

    C’e’ qualcuno che ha il coraggio di smentirmi?

    • Chi pensa i parassiti (generici o meno) siano la causa primaria della condanna di un’intera generazione soffre di una discreta miopia.

    • Certo. Ma questo non vuol dire che sia un problema da non tenere in considerazione. Credo sia miope tenere “l’ospite” al caldo e riempirlo di cibo senza mettere in atto procedure per debellare i parassiti che continueranno a indebolire l’ospite.

    • Perfettamente d’accordo con anto. Forse i fannulloni non sono IL male, ma sono sicuramente UN male del sistema, tra i più gravi. Incurabile pare, perché non ci sono gli strumenti per debellarlo (il calcio nel sedere di cui sopra).

    • Credo che i fannulloni esistano ovunque come (purtroppo) anche i boccaloni che non sanno leggere le statistiche che ormai parlano chiarissimo sulle tendenze in atto e sulla dimensione dei diversi problemi. Non mi resta che ripostare per la centesima volta i soliti grafici.







    • Spiego meglio cosa intendevo. Capisco perfettamente (anche grazie a ROARS) la “dimensione dei diversi problemi” e che quello degli inattivi o improduttivi (o parassiti, fannulloni, ecc, come li volete chiamare) probabilmente non è tra i più gravi. Ma, per esperienza personale, è un elemento significativo del problema. In altri paesi un posto in accademia non è per sempre: se non si attraggono fondi, non si produce (pubblica), non si fa nemmeno didattica, non si viene al lavoro… Semplicemente si viene sbattuti fuori. In Italia no. Ne va anche della nostra credibilità internazionale. Insieme a tutti gli altri problemi, chiaramente illustrati dagli ormai famigerati soliti grafici.

    • Adoro la speculazione filosofica e adoro interrogarmi sugli aspetti religiosi della vita dell’uomo. Ipotizzo che esista una vita dopo la morte. Rappresento la tendenza umana alla contemplazione filosofica e teologica. Mi sono sempre opposto al publish or perish e alla brevettazione. Sono un completo idealista, estremamente generoso ed animato dal desiderio più sincero di diffondere le mie scoperte e invenzioni tra gli altri umani, ma per questo incontro la contrapposizione dei colleghi di dipartimento, che vogliono mantenere la loro supremazia sugli altri dipartimenti. Il publish or perish verrà interpretato come se non pubblichi e brevetti ti facciamo fuori materialmente.

    • Io parlo di gente che neanche si presenta al lavoro e ha uno stipendio fisso. Ma forse sbaglio io ed effettivamente non è un problema.

  2. @Giuseppe De Nicolao:

    se girano soldi all’interno degli enti di ricerca nazionali negli USA

    è perché la ricerca (di qualunque materia anche di base, anche umanistica come scientifica) oltre che fondamentale per la società e la persona, è anche un BUSINESS, la cultura è (anche) BUSINESS……

    ora se la mettiamo su questo piano girano soldi, lo Stato o La Nazione ha tutto l’interesse a finanziare la ricerca, la cultura, ed il progresso, perché si ridistribuisce la ricchezza ed i soldi girano (e ritornano anche allo Stato, posti di lavoro, tasse, servizi…..)

    se, invece, si continua come in Italia, dove è tutto bloccato, chi è dentro e fa il parassita non genera produzione scientifica, cultura, progresso, business, non viene licenziato, SOLDI NON ENTRANO, SOLDI NON ESCONO, TUTTO BLOCCATO, ecco perché lo Stato non finanzia la ricerca (e lo dico con dolore, perché ora no sono neppure più precario, mi è scaduto il contratto il 31 dicembre).

    poi ai politici italiani della ricerca e dell’università non frega un tubo, non è merce di scambio né di dibattito politico, e questo è scandaloso, anche perché la laurea non conta più, e non sono mai contati i post lauream (dottorati, assegni, curricula fantastici se sei precario non servono come curriculum, le aziende e gli enti pubblici non sanno neppure cosa siano).

    siamo indietro sul concetto di ricerca, di cultura e di progresso, si per sé considerati e anche come Business (non è peccato, mi creda, dire che possono essere considerati Business), su questo potremmo essere d’accordo.

    • è perché la ricerca (di qualunque materia anche di base, anche umanistica come scientifica) oltre che fondamentale per la società e la persona, è anche un BUSINESS, la cultura è (anche) BUSINESS……
      ======================================
      Non posso che citare il Padrino: «Nulla di personale, è solo bisinisse»
      https://www.youtube.com/watch?v=xC4E4jw1pGU
      (e speriamo che Salasnich non invochi l’intervento della DIA …)

  3. Due considerazioni:
    Tutti i dati dimostrano che la percentuale dei veri parassiti nell’Università non sono di più che in altri organismi; poi ci sono anche quelli che non sono parassiti ma non riescono ad essere, magari non più, troppo produttivi. Anche perché, oggettivamente, è sempre più difficile reperire le risorse per la ricerca. Bisognerebbe avere più rispetto per le persone. In ogni caso la percentuale dei parassiti non giustifica la politica di riduzione del personale così massiccia degli ultimi 15 anni. Si faccia un piano nazionale di ingresso all’università ben calibrato ( un ossimoro in Italia, con questi politici) nei prossimi 15 anni per rimediare ai guasti degli ultimi 15.
    Un’altra osservazione. Ci sono anche colleghi, in tutti i dipartimenti, molto attivi nella ricerca e con parametri numerici non disprezzabili, noti per le loro lezioni raccapriccianti e per l’assenza da qualsiasi lavoro di organizzazione (ovvero quelle mansioni noiose che servono alla comunità e non a loro stessi). Anche questi, a modo loro, rubano almeno una parte dello stipendio.

  4. @maurizio canepa e @Giuseppe De Nicolao:

    Riassumo la mia visione in 6 punti

    1) il Governo Italiano non ha mai investito in ricerca ed università e questo è uno SCANDALO, siamo tutti d’accordo.

    2)bisogna capire il PERCHE’.
    Io credo che non interessi a nessuno, in quanto l’opinione pubblica (anche al bar) è convinta che dentro l’università ci siano tutti raccomandati, che l’accademia sia AUTOREFERENZIALE (giochi di potere tra potenti)

    3)O la ricerca è un mestiere e “tira” o non può aspettarsi i finanziamenti (magari!!!, ma se non arrivano c’è una ragione)

    4)Io sono molto titolato ed ancora precario e quindi soffro tanto per la mancanza di fondi, FIGURIAMOCI!!!

    5)Però cerco di capire.

    6)Chi è strutturato, con lo stipendio tutta la vita, non sente l’urgenza di fare certe riflessioni.

    • Certo, la redazione di Roars non sente l’urgenza. Infatti, dopo aver assistito ad una riforma disastrosa e ad un disinvestimento programmatico, abbiamo deciso di farci i fatti nostri cercando di dedicarci esclusivamente alla promozione degli interessi nostri e dei nostri gruppi all’interno dell’accademia e degli enti di ricerca. Abbiamo cercato di evitare in tutti i modi di dedicare il nostro tempo a promuovere analisi e riflessioni di interesse comune, per poter dedicare interamente il tempo libero alla famiglia, agli hobby e goderci il nostro sipendio (pagare le spese per mettere in piedi un blog sarebbe una palese idiozia).

  5. @Giuseppe De Nicolao:

    NON mi riferivo alla redazione Roars, ci mancherebbe altro, MI SCUSO se sono stato frainteso!!!!!!!!!!!

    Il punto è un altro: bisogna capire perché la ricerca “NON TIRA”, e moltissimi strutturati degli atenei italiani non se lo chiedono, perché hanno lo stipendio garantito a vita.

    Mi vengono in mente degli attori italiani, che, una volta fatta l’esperienza in USA, dicono “in USA fare l’attore è una professione, ti pagano tanto e lavoro 24 al giorno, in Italia è un hobby”.

    In altre parole, la gente, Italia ti dice e ti chiede: “l’attore, sì, vabbè, ma che lavoro fai
    veramente durante il giorno?”

    Io ne ho sentite diverse di queste interviste agli attori italiani giovani (teatro e cinema)

    Questo significa che la CULTURA (anche cinema e teatro) se è BUSINESS ci si campa (USA), se è un hobby no (ITALIA).

    Anche la RICERCA è CULTURA e VA MONETIZZATA, BISOGNA COSTRUIRE UN CIRCUITO NEL QUALE CIRCOLI LA RICCHEZZA,

    Perché se fine a se stessa e senza controlli, è musica per le orecchie dei parassiti (che non possono essere cacciati).

    ps: anche io voglio tanto investimento e tanti fondi, ma se non arrivano, bisogna capire il perché. STO DICENDO UN’ASSURDITA’?
    GRAZIE,
    ANTO

    Non so se riesco a farmi capire……………

  6. No, una cosa non vale in quanto può essere monetizzata. L’esistenza di materie non monetizzabili, all’Università, non solo è legittima, è DOVEROSA in quanto è compito dello stato sostenere la cultura e offrire posti ai giovani che vogliono dedicarvisi. Non si tratta di sprechi ma di investimenti e valorizzazione, oltretutto assai meno costosi di altri. Se passa questo equivoco (e in parte è già passato, non solo da ora e non solo presso i profani) possiamo chiudere bottega. Ciò che sta succedendo.

  7. @indrani maitravaruni e @ altri:

    ma una cosa è capita dal legislatore e dal politico (purtroppo) solo se è monetizzata.

    mi spiego meglio:

    i Parlamentari italiani non sanno che cosa sia un PhD, un assegno di ricerca (magari 4 anni di contratti di assegno), non sanno che cosa sono 4 o 5 monografie di carattere universitario non sanno cosa è la ricerca.

    se il Parlamento approvasse una legge che stabilisce ad. es. che il PhD vale da solo il 30% del punteggio totale di un concorso della PA e via dicendo….le pubblicazioni un 20%…..ecc…….si creerebbe RICCHEZZA, ASSOCIATA ALLA RICERCA, perché un precario con tanto curriculum entrerebbe più facilmente e SUBITO in una PA, non università (dove ha fallito – mi ci metto anche io), però un Ministero cose del genere…E SAREBBE RICCO (NEL SENSO INDIPENDENTE ECONOMICAMENTE).

    C’è già una legge che giustamente da dei bonus (nei concorsi PA) per gli INVALIDI, perché non dare dei BONUS a chi si è dedicato e con risultati SIGNIFICATIVI alla RICERCA?

    Anche questo significa investire in ricerca o no?

    adesso la ricerca è isolata ed autoreferenziale, e se prova a spiegare ad un amico (impiegato e laureato) come funziona la ricerca, non riesco a farmi capire…..

    SPERO CHE ALMENO TU (O LEI) MI CAPISCA, si tratta di dare valore legale (EFFETTIVO, NON SOLO CARTACEO) a tanti anni di dedizione.

  8. Caro Anto,
    Mi dispiace per il tuo contratto. Forse in futuro potrai essere pagato con i fondi RIDE (ma al MIUR non si rendono conto dell’involontaria ironia?).

    Tornando seri, nessuno nega che i fannulloni ci siano eccome, ma ti chiedo: quale azioni concrete hai visto negli ultimi sette anni per contrastare questo fenomeno? Io non ne ho visto alcuna, anzi: sono stato testimone di attività tese a trasformare persone “borderline”, ovvero gente che magari non avrebbe vinto il Nobel ma un certo contributo sia in ricerca che in didattica lo dava, in persone demotivate. Niente più fondi di ricerca, niente prospettive di carriera, nessun riconoscimento per il lavoro svolto.

  9. @Marco Bella

    Ma io sono per i finanziamenti!!!!!!!!!!!

    Mi chiedo perché alla politica non interessi il problema.

    se andate all’estero alla ricerca di lavoro, e dite che avete un dottorato vi risponderanno

    “PhD?, GOOD! this is great achievement! “

    In Italia:
    Nel privato: “DOTTORATO? ma che è?”
    Nel pubblico “DOTTORATO? ma che è?”, zitto, non rompere le scatole, non sei nessuno, mettiti a fare il TEMA, hai 6 ore di tempo, domani ALTRA PROVA SCRITTA, poi se passi, porti 6 MATERIE all’orale, forse fra un anno! “

    ADESSO AVETE CAPITO CHE LA RICERCA NON CONTA NULLA?
    BISOGNA FARE I CORSI DI ORIENTAMENTO NON SOLO PER LE MATRCOLE, MA ANCHE PER I POLITICI!!!!!!

    come ho scritto prima:

    se il Parlamento approvasse una legge che stabilisce ad. es. che il PhD vale da solo il 30% del punteggio totale di un concorso della PA e via dicendo….le pubblicazioni un 20%…..ecc…….si creerebbe RICCHEZZA, ASSOCIATA ALLA RICERCA, perché un precario con tanto curriculum entrerebbe più facilmente e SUBITO in una PA.

  10. Io ho visto anche di peggio: persone bravissime, invise agli strutturati dello stesso settore per la loro produttività, rischiano di essere fatte fuori allo scadere dei loro contratti. Anche di questo ringraziamo la legge Gelmini.

  11. @indrani maitravaruni, @Marco Bella, @Giuseppe De Nicolao:

    I politici non ci danno i soldi, perché pensano che siano sprecati.

    Non sono soldi sprecati, lo sappiamo tutti, la ricerca scientifica e tecnica è un valore della Costituzione, art. 9 e 33 cost.

    Ma se un politico mi chiede:
    “a livello di curriculum, di formazione e di lavoro, QUANTO VALGONO il dottorato, l’assegno di ricerca e le tue 1000 pubblicazioni?”

    io devo rispondere: ZERO, perché nel privato non sanno che cosa sono, e nel pubblico fanno finta di non saperlo, perché nei CONCORSI PUBBBLICI i titoli accademici, il dottorato, gli assegni e le 1000 pubblicazioni non hanno valore (forse 1 o 2 punti su 60, COSA VUOI CHE SIA….”

    il politico mi ribatte: “se il dottorato ecc.. vale ZERO, io ti do ZERO”.

    Secondo me, il politico, in questo senso, ha ragione.

    SOLUZIONE (un esempio): sensibilizzare (ad opera di un ente organizzato ed autorevole, ad es. la Crui, il CUN, Le varie rappresentanze, associazioni di studiosi) la politica affinché faccia valere tanto nei concorsi pubblici i titoli di cui sopra, tanto punteggio……………

    Così anche chi fa ricerca precaria non viene abbandonato, perché si sistema in un altro ente pubblico, facendo valere (ad es. il dottorato vale 30% del punteggio da ottenere in concorso PA ecc…) i titoli sui quali ha SPUTATO SANGUE E SUDORE.

    soltanto così uno che si è formato nel periodo POST LAUREAM potrà dire di avere fatto un INVESTIMENTO e non un FALLIMENTO, come accade ora.

    Siete d’ACCORDO?

    Dove è che sbaglio?

    Grazie,
    Anto

  12. Caro Anto,
    Sull’inutilità (apparente) del dottorato avrei qualcosa da obiettare, secondo la mia esperienza personale.
    Nel mio campo (chimica), se vuoi avere un lavoro che richiede una certa qualifica le aziende richiedono esplicitamente il dottorato. Ad esempio, nel campo della chimica medicinale puoi essere assunto come neolaureato e dottore di ricerca, ma le responsabilità che ti sono assegnate sono ben diverse. Con la laurea sei poco più di un tecnico, con il dottorato un ricercatore nel settore privato. Anche il postdoc è visto come un valore aggiunto, se ha comportato un’esperienza significativa all’estero. A livello europeo, il dottorato poi è assolutamente necessario. La tua visione (che mi sembra di riassumere in “il dottorato serve solo per entrare all’università e nei concorsi pubblici”) mi sembra molto riduttiva, almeno per il mio settore. Riguardo alla tua proposta di considerare con un punteggio molto alto per eventuali concorsi pubblici (ce ne sono ancora?), sono abbastanza d’accordo. Tuttavia, il dottorato NON è solo questo: il dottorato serve in principio a completare la propria formazione perché i dottorandi NON sono “ricercatori precari” ma studenti in formazione. Il livello culturale raggiunto della laurea degli anni sessanta nel mondo di oggi è quello del dottorato.

  13. @Marco Bella

    sono contento che nel tuo campo (ci diamo del tu, credo) venga considerato il Dottorato, specialmente nel settore privato.
    Sono anche contento che siamo d’accordo sul fatto che il titolo di dottore di ricerca debba contare molto di più, soprattutto nel pubblico.
    E’ però mia amara constatazione che
    il TITOLO DI DOTTORE di ricerca non sia requisito minimo imprescindibile nell’ASN né nei BANDI RTD (dipende, ma se un ateneo ne vuole fare a meno, può farne a meno, e per me questo non è possibile in un Paese serio).

    Vedrai, se ci fosse il mito del DOTTORATO (“se non hai il dottorato sei uno sfigato”, soprattutto nei concorsi PA – Ministeri, Enti locali ecc.), secondo me, ci sarebbero più finanziamenti nel campo della ricerca, perché ci sarebbe un’esaltazione dei titoli, che adesso manca, non trovi?

    • Caro Anto (certo che ci diamo del tu…),
      la mia impressione è che dai un po’ troppo valore al “pezzo di carta” come il titolo di dottore di ricerca e non a quello che si dovrebbe imparare prendendolo. Come ci dovrebbe essere un abisso tra chi è laureato e chi ha ottenuto solo la maturità, nello stesso modo chi può dedicarsi per tre anni ad un’attività di ricerca dovrebbe avere delle conoscenze e maturità enormi se confrontate con un neolaureato. La mia visione è ristretta alla chimica e non pretendo che si possa estendere automaticamente alle altre aree. Tra un ragazzo che è stato qualche mese in lab per la tesi e uno che ha avuto tre anni per sviluppare un progetto vasto, compreso un periodo significativo all’estero, la competizione è impari. Sono d’accordo alla “riserva indiana” di dottorati all’interno dei concorsi pubblici, ma davvero non ce ne dovrebbe essere bisogno. Le competenze acquisite durante il dottorato dovrebbero da sole metterti avanti in qualsiasi competizione.

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