La decima Giornata della ricerca e innovazione della Confindustria quest’anno è stata celebrata con una trasmissione andata in onda su RAI1 dopo la mezzanotte di venerdì 30 novembre . Negli anni scorsi la Giornata si teneva nell’auditorium della Scienza e della tecnica all’EUR, e vedeva la presenza di centinaia di imprenditori, addetti, politici, ministri, con grande impiego di risorse. Siamo in austerità e la scelta mi sembra appropriata.

Ma vediamo cosa è stato detto nella trasmissione, condotta da Monica Maggioni. In apertura e in chiusura vi sono stati due interventi registrati del presidente Napolitano: per l’ennesima volta il presidente della Repubblica ha sottolineato l’importanza della ricerca e della cultura per il presente ed il futuro del paese. Ha appassionatamente affermato che è compito della politica fare delle scelte, saper dire dei sì e dei no, e di dare decisamente priorità alla cultura, alla scienza, alla ricerca, alla valorizzazione del patrimonio culturale.

Diana Bracco, vice presidente della Confindustria per la ricerca e l’innovazione, ha fatto eco a quanto detto in una intervista registrata dal presidente Giorgio Squinzi: il governo dovrebbe dare impulso al sostegno alla ricerca e all’innovazione delle imprese mediante incentivi automatici sotto forma di crediti di imposta. Ha affermato che questa modalità è rapida ed efficiente, che viene largamente impiegata nei paesi OCSE, e che si presta ad un controllo ex-post in cui chi ha usato impropriamente i fondi pubblici viene sanzionato. Ha però omesso di dire almeno tre cose: che rinunciare da parte del governo a finanziare la ricerca delle imprese in base a progetti specifici non consente di orientare le scelte tecnologiche del paese; che è molto difficile controllare ex-post i risultati prodotti da questo tipo di finanziamento basandosi sui bilanci delle imprese, non andando a verificare cosa è avvenuto nei laboratori; che in Italia il sistema dei controlli dell’Agenzia delle entrate è meno efficiente di quello degli altri paesi che usano estensivamente il sistema dei crediti di imposta. La dott.ssa Bracco ha terminato facendo uno spottone all’Expo 2015, di cui è presidente, ma che c’entra poco con la ricerca e l’innovazione.

Il presidente Squinzi ha ripetuto per l’ennesima volta il mantra della necessità di orientare la ricerca degli enti pubblici alle necessità delle imprese. Che in linea di principio questa sia una legittima richiesta non vi sono dubbi, ma forse la proposta andava più adeguatamente argomentata, in un momento delicato come l’attuale in cui gli enti pubblici di ricerca e le università fanno fatica a far funzionare i laboratori ed in cui, per sopravvivere, si trovano costretti ad accettare qualsiasi forma di finanziamento indipendentemente dalla natura del lavoro da svolgere, mettendo a repentaglio la ricerca di base, di lungo periodo e non orientata, che rappresenta la vera raison d’ètre di queste istituzioni.

Il presidente del CNR, Luigi Nicolais, si è trovato a svolgere la funzione di rappresentante del mondo della ricerca pubblica. Ha fatto volare il discorso più in alto legando il concetto di innovazione alla capacità creativa di generare nuove conoscenze che deve essere coltivata nei cittadini sin dalla scuola primaria, come avviene in altri paesi. Ha giustamente bacchettato i ricercatori pubblici che, comunicati i risultati del proprio lavoro ai colleghi nelle conferenze, si disinteressano delle conoscenze acquisite anche se queste possono avere applicazioni pratiche e industriali. Ha ricordato che, al fine di superare le barriere esistenti tra enti di ricerca e università, è stato varato un provvedimento che consente una più facile osmosi tra i due mondi. Ha ricordato infine che in Italia vi sono troppo pochi ricercatori, di alto livello professionale, ma che ne andrebbe decisamente incrementato il numero, sconfessando così le dichiarazioni del ministro Profumo circa la capacità del sistema scientifico italiano di raggiungere un più adeguato “ritorno” dei fondi europei per la ricerca (il famoso 8,5% contro il 14,4% di contributo al bilancio comunitario).

Si sono visti alcuni esempi di eccellenze nel mondo industriale italiano che, se fossero più diffusi, contribuirebbero a diffondere un senso di ottimismo per il futuro del paese, di cui c’è tanto bisogno. Sono stati infine intervistati alcuni ricercatori italiani, sia operanti all’estero che rientrati in patria, che hanno testimoniato i vari aspetti della ricerca nazionale e internazionale.

Nel complesso la trasmissione è stata un fedele specchio della realtà industriale italiana. Non si è andati molto al di là di un ricorrente e stucchevole ricorso alla parola “competitività”. Sarebbe stato auspicabile vedere la rappresentanza della punta più avanzata del mondo industriale esercitare una funzione di traino ideale, culturale, progettuale, in un paese a corto di idee. Alcuni anni fa la Confindustria presentò, in occasione della Giornata della ricerca e innovazione, un ambizioso progetto di riforma di tutta la ricerca del paese, ponendosi come un competente ed valido interlocutore del governo. Chi si aspettava di ascoltare proposte coraggiose e innovative dalla Confindustria quest’anno è rimasto deluso. Anche la RAI ci ha messo del suo: mandare in onda, con ritardo, la trasmissione dopo mezzanotte la dice lunga sull’importanza attribuita al tema della ricerca e dell’innovazione, con buona pace di Napolitano. Fare le ore piccole davanti al televisore non è stata una buona idea: sarebbe stato meglio andare a dormire.

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4 Commenti

  1. Cari colleghi,
    di barriere ne esistono non solo tra enti di ricerca ed università, ma anche tra formazione di base ed università/enti di ricerca/ricerca tout court. Lavoro nella scuola da diversi anni ormai, pubblico nel mio settore con continuità accertata e certificata, e vi posso assicurare che il mio know-how (e con il mio quello di numerosi colleghi) è pressoché ignorato da chi gestisce la Pubblica Istruzione, con conseguenze limitate non certo ai nostri profili professionali, misconosciuti e dequalificati. Occorre creare una nuova forma di osmosi che valorizzi anche le “alte” professionalità impiegate nella scuola!

  2. L’articolo mi ha interessato molto per più versi. E in primo luogo perché sottolinea non pregiudizialmente l’impreparazione del ceto imprenditoriale o la sua mancanza di “vision”, come pur si direbbe in determinati contesti: malgrado i più presuntuosi autoconferimenti di delega, né il management italiano né la proprietà aziendale sembrano per lo più all’altezza dei compiti di responsabilità, sfida, lungimiranza, coraggio che attendono il paese. Sul tema, di cui si parla o si scrive troppo poco, cfr., qui su ROARS, l’intervento @ 

    https://www.roars.it/online/la-platea-e-il-presidente-osservazioni-sugli-stati-generali-della-cultura-del-sole-24ore/

  3. “Il presidente Squinzi ha ripetuto per l’ennesima volta il mantra della necessità di orientare la ricerca degli enti pubblici alle necessità delle imprese”

    Bel marpione sto Squinzi ! Traduco per chi avesse poca dimestichezza con lo stato della innovazione tecnologica e ricerca industriale italica: “Noi industriali non abbiamo voglia di spendere soldi per fare ricerca, quindi dovete pensarci voi a fornirci idee e progetti innovativi, il tutto ‘a gratise’ o quasi.”

  4. Conosco per esperienza personale il credito d’imposta per la ricerca dello stato francese (CIR, Credit Impot Recherche). Per quanto criticabile per molti aspetti (ad esempio i limiti dei contributi accettati che penalizzano la ricerca industrale di base), e’ presente un controllo sui risultati prodotti. Ogni anno deve essere presentato, oltre ad un bilancio sui costi (su cui domandare il credito), una relazione dettagliata (incluse eventuali pubblicazioni, porgetti esterni, software prodotto, brevetti) sul lavoro fatto (almeno per la parte eligibile per il credito), che puo’ essere accettato o meno (o in parte) dall’agenzia della ricerca.
    Inoltre, puo’ capitare, e capita di ricevere una audit dell’agenzia della ricerca, dove bisogna presentare ad una commissione (con membri esterni, tipicamente provenienti dalla ricerca pubblica) i risultati di ricerca

    In breve il controllo va ben aldila di un mero rendiconto finanziario (come lascia intendere l’articolo).
    Ovviamente poi si puo’ essere d’accordo o meno se valga la pena lasciare le aziende, grandi o piccole, che siano scegliersi da soli i temi di ricerca da “essere finanziati”, o se non sia preferibile dare da parte dell’agenzia della ricerca dei temi strategici per il paese.
    Le due cose non si escludono, in Francia, come in Italia immagino, l’agenzia della ricerca ha dei bandi per progetti a cui possono partecipare gruppi di ricerca industriale e pubblica insieme, dove tipicamente gli industriali vengono finanziati solo per una percentuale (tipicamente 30%) dei costi.

    Ancora, il sistema e’ perfettibile, ma non lo trovo in principio errato.
    p.s. da notare, che il credito d’imposta da dei benefici alle aziende, solo se esse investono in ricerca (e quindi pagano le imposte su questi investimenti), ed in ogni caso copre una parte minorataria dei costi (circa 20% sulle spese eligibili, in Francia).

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