Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Martedi 13 Gennaio è comparso su L’inchiesta un articolo del prof. Gianni Balduzzi (La grande bufala dei cervelli in fuga) in cui l’autore sostiene, con dovizia di grafici e numeri, che il fenomeno “cervelli in fuga” è una bufala, essendo le percentuali di cervelli italiani migrati del tutto in linea con i numeri del medesimo fenomeno negli altri paesi europei.
Ora, immagino che i dati siano di per sé corretti, ma quel che si dovrebbe andare a vedere quando si intende studiare il fenomeno volgarmente chiamato “cervelli in fuga” sia l’incidenza delle fughe sul numero dei laureati o dei dottorati, NON, come invece fatto da Balduzzi, sul numero di abitanti.
La cosa non sarebbe grave se la percentuale di laureati/dottorati rispetto agli abitanti in Italia e negli altri paesi di riferimento fossero vicine, ma purtroppo così non è: la percentuale di laureati e dottorati sulla popolazione in Italia è circa del 23%, contro circa il 40% per Spagna, 44% per Francia, 30% per Germania (per la coorte dei 25-34 enni. In quelle successive i dati sono pure peggiori e visto che la popolazione italiana non è certo particolarmente giovane usare quei numeri come riferimento è certo un concedere parecchio).
Si tratta di dati che chi segue ROARS conosce bene e che io ho velocemente recuperato da qui: OECD.

Cattura

Che la questione sia di gravità ben diversa è stato recentemente ripreso dalla stampa maggiore: Il Sole 24 Ore.

Detto in modo molto rozzo: in un paese di 100 abitanti muore un medico. Tragedia personale, certo, ma dalle conseguenza sociali ben diverse se in quel paese ve ne erano 20 piuttosto che 2: nel primo caso i 99 superstiti sanno di poter contare su altri 19 medici, nel secondo dovranno accontentarsi dell’unico rimasto (e sperare che
non gli capiti nulla, aggiungerei).

Ennesima conferma dell’attualità del libro di Darrell Huff “How to lie with statistics”?

Chiudo con qualche buona notizia, dal sapore amaro, però: Ricerca, l’Italia è ancora nella top 10.

Saluti,
Giuseppe Molteni

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47 Commenti

  1. ahi ahi anche lei signora ROARS mi casca sul … problema del “How to lie with statistics”. Come evidenzia lo stesso articolo che si cita come ” buona notizia”, in realtà i dati si basano sul famigerato h-index e non è proprio una buona notizia

    • ” dati si basano sul famigerato h-index e non è proprio una buona notizi”
      =================
      Famigerato se usato a sproposito per comparare singoli oppure settori tematici non comparabili e, ancor peggio, se calcolato con Google Scholar (vedi l’exploit di Ike Antcare: https://www.roars.it/online/primo-capitolo-e-il-suo-h-index/). Il “country h-index” di SCimago, basato su Scopus e su dati enormemente aggregati, fornisce un’idea di massima del peso scientifico delle varie nazioni. Rispetto all’uso delle citazioni totali, viene penalizzato chi cumula citazioni con una miriade di articoli, che è il caso della Cina, che nel 2012 (h scelto quest’anno per riferirmi a dati ragionevolmente assestati) è seconda per citazioni e 16-esima per h-index. Considerati gli standard dei quotidiani italiani, non direi che questo uso dell’h-index da parte del Sole 24 Ore sia particolarmente fuori luogo. Avrebbe potuto usare il numero totale di pubblicazioni o quello di citazioni, senza che questo comporti grossi cambiamenti per l’Italia.

  2. Sembra sfuggire che il dato delle persone che escono va confrontato con il dato delle persone che entrano. Paesi come quelli del Nordeuropa sono caratterizzati sicuramente dal fatto che molti loro studiosi emigrano nel corso della carriera. Ma anche dal fatto che attraggono studiosi da tutto il mondo.
    Come stanno le cose in Italia? Ai concorsi da professore, come è noto, non possono neanche partecipare gli abilitati francesi, spagnoli o tedeschi (i candidati “stranieri” debbono essere già, da almeno tre anni, inquadrati nella stessa posizioni a cui aspirerebbero in Italia…). Gli stipendi italiani sono tra i più bassi del Continente, con tendenza al ribasso introdotta dalle ultime innovazioni del legislatore. Ecco perché il fenomeno della fuga dei cervelli è reale e provocherà danni sempre maggiori…

  3. L’articolo del Prof. Balduzzi non tiene conto di un fatto:
    1) se un ricercatore nasce in UK, può avere un contratto di ric. o di insegnamento un UK, poi ad es. in USA, poi, ad es. in Francia, poi da un’altra parte, poi PUO’ RITORNARE in UK e RI-ENTRARE nel sistema, volendo anche a tempo indeterminato (sebbene meno garantito che in Italia).
    2)Il problema è che quando RI-ENTRI in ITALIA sei FUOSRI DAL GIRO e NON CONTI PIU’ NULLA. E’ tutto più chiuso per chi ritorna

    Condividete?

  4. Com’è stato detto l’articolo non tiene conto di cervelli in entrata. Che la circolazione degli studiosi sia un bene, questo è ovvio. Il problema è che in i
    Italia a far ricerca o a insegnare non viene nessuno. Questo perché noi non vogliamo (e non è il governo, ma siamo noi professori).

    • Il governo detta regole per cui se prendi un esterno ti costa 1 (o 0,70), ed un interno 0,3 (o 0,2). In tempi di riduzione di FFO non è che ci voglia molto a capire che nessuno sceglie di spendere di più. [Questo non vuol dire che l’accademia sia aperta all’ibridazione dall’esterno, ma se avesse i soldi per farlo, forse qualcosina in più…]

    • Non mi risulta che siamo noi professori ad aver voluto:
      – un sistema in contrazione;
      – stipendi non competitivi;
      – un sistema ed un budget di finanziamento della ricerca da terzo mondo;
      – un sistema gerarchizzato ma con carriere bloccate (con buona pace di chi ha in orrore un Ruolo Unico della docenza);
      – zero possibilità di negoziare i trattamenti economici per chi arriva dall’ esterno, ed ancor peggio zero finanziamenti di “start-up” iniziale per (ri)-creare un gruppo di ricerca.
      – un tessuto produttivo assolutamente disinteressato a investire nella ricerca;
      – un Paese molto poco abituato alla mobilità, con conseguenti difficoltà enormi a reperire servizi sociali altrove molto piu’ facilmente disponibili.
      .
      Non occorre molta fantasia per fare questo elenco. Basta parlare con chi e’ fuori e con chi ha provato a entrare o rientrare dall’ estero.

    • sì Giorgio hai perfettamente ragione non siamo noi ad aver voluto queste cose.
      Non puoi negare che si vedono comportamenti non proprio edificanti nella nostra comunità, considerati tuttavia del tutto normali. Mi sembra che qualunque sistema si adotti noi riusciamo sempre a modificarlo nei fatti a vantaggio dei gruppi dominanti.
      Guarda cosa è successo con l’ASN (le norme per carità erano un pasticcio, ma noi, come ci siamo comportati?).E adesso con le chiamate degli idonei, concorsi interni ovunque per evitare il minimo rischio. Si ragiona solo per scuole e schieramenti
      (per chiarire sono ordinario da tempo, quindi è un mea culpa non è un’accusa).

    • “concorsi interni ovunque ”
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      A dire il vero c’è una quota massima che va rispettata.

  5. Caro Baccini, quello che Lei dice è giusto, ma bisogna aggiungere che il “sistema” sembra oppordi all’ingresso degli stranieri. Come ho detto, oggi un abilitato in Francia, Spagna o Germania NON PUO’ neanche partecipare ai concorsi italiani, nonostante l’esistenza di leggi italiane per il riconoscimento di titoli comunitari…Qualche giorno fa Figà Talamanca ha ricordato come solo in Italia si riuscì a non approfittare della disponibilità dei migliori cervelli dell’ex Unione Sovietica in “libera uscita”.
    Io continuo a sostenere che una maggiore presenza di stranieri potrebbe contribuire anche ad un mutamento di mentalità (la quale, pure sta alla base di molti problemi della ricerca italiana)…

    • “Io continuo a sostenere che una maggiore presenza di stranieri …”
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      Il 50% di zero è zero. Nel nostro caso, non sarà zero, ma non è molto di più.
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      In ogni caso, sulla figura retorica del “valente professore di Yale” («Com’è strutturata oggi l’università, un valente professore di Yale non potrebbe venire a insegnare qui. Non dice niente questo?») abbiamo pubblicato un intero post che spiega, al di là della retorica, perché ai controlli di frontiera non ci sono code di valenti professori di Yale ansiosi di occupare le cattedre italiane:
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      https://www.roars.it/online/francesca-puglisi-e-il-valente-professore-di-yale/

  6. Ecco che de Nicolao presenta un ulteriore grafico.
    Da parecchio tempo è noto il concetto di “percentuale” (https://it.wikipedia.org/wiki/Percentuale). Che esprime proprio quanta parte di una certa quantità appartenga ad una data categoria. Fu introdotto, parecchio tempo fa, proprio per svincolarsi dai valori assoluti e rendere evidenti i “rapporti di forza” che vi si nascondono…
    Sarebbe bello quindi plottare (ammesso che questi dati siano disponibili) la percentuale di studiosi stranieri impiegati nella ricerca in Italia e paragonarla alla stessa quantità in Francia, in Inghilterra, in Germania, ecc. E poi andare ad analizzarne anche l’evoluzione temporale dei grafici così ottenuti…Detto in maniera più esplicita (e a costo di suscitare, ancora una volta, qualche bella battutina): il fatto (orribile, disdicevole autolesionista…) che il reclutamento, in Italia, sia sceso a livelli ridicoli, non autorizza il sistema a chiudersi (o a rimanere chiuso) al mondo esterno. Se i nostri colleghi olandesi, francesi, tedeschi ecc. la pensassero allo stesso modo, non ci sarebbero tanti italiani in posizioni estere di prestigio…

  7. Contare i laureati puo’ essere fuorviante. Qualcuno e’ in grado di misurare il numero di cittadini italiani con dottorato straniero e residenti all’estero? Quello mi pare il profilo tipico dei “cervelli in fuga” negli ultimi anni.

  8. E’ assolutamente urgente reintrodurre il ruolo RTI, quella vecchia cosa statalista che consente alle persone di avere lo stipendio con il quale si vive studiando, si campa e si fanno cose tipo comprare una casa e programmare una famiglia.
    Il precariato malpagato, i ricatti dei superiori che ti fanno fare il segretario perché non capiscono niente di informatica e la faticosa ricerca di fondi in qui e in lì impediscono di concentrarsi, lavorare, ricercare liberamente usando il proprio cervello per produrre idee e scrivere come Dio comanda.

    • @Anto condivido totalmente, una protesta civile contro Giannini:DIMISSIONI. Nulla contro la persona. Un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro democristiani (un mito Fraceschini). Chiediamo ministri con le 00. Rosy Bindy, D’Alema o chi volete.

  9. Fra le tante cose che andrebbero cambiate è anche un atteggiamento di chiusura nei confronti degli “stranieri” che davvero non è più sostenibile (ammesso che possa esserlo stato in passato). Io, purtroppo, lo noto spesso, anche in persone che si definiscono progressiste…
    Il primo passo sarebbe quello di eliminare l’asimmetria tra l’abilitazione italiana e quelle comunitarie. Le leggi ci sono…Come ho detto, secondo me una maggiore apertura potrebbe anche contribuire a stemperare un certo provincialismo che, purtroppo, ancora alligna in troppi segmenti culturali…

    • su questo tema è latitante le EU. Dovrebbe imporre agli stati membri l’armonizzazione delle procedure. Mi spingo oltre: l’armonizzazione dei corsi di studio, deve avvenire a livello europeo. Solo cosi si potrà avere una mobilità vera di docenti e anche di studenti. Sarà una visione dirigista e statalista, ma lo stato paga e lo stato deve pretendere e organizzare.

  10. I dati Marie Curie Intra European Fellowship (2007-2014) mostrano che il confronto tra Italia e Germania e Italia e Francia è impietoso non solo per quanto riguarda la differenza fra ricercatori in ingresso e in uscita ma anche per il solo numero di ricercatori in uscita. Rispetto al Regno Unito abbiamo un decimo degli ingressi e più del triplo delle uscite. La situazione Spagnola sembrerebbe simile a quella italiana seppur con una maggiore capacità di attirare stranieri. A me pare comunque metodologicamente molto discutibile considerare cervello in fuga qualunque laureato trovi lavoro all’estero indipendentemente dalla professione che va a svolgere. Per questo i valori Marie Curie (dottori di ricerca attivi) costituiscono una stima molto più verosimile dell’esodo in atto.

    ITA Ricercatori con cittadinanza del paese (in uscita): 615 Stranieri (in entrata): 147
    DE Ricercatori con cittadinanza del paese (in uscita): 417 Stranieri (in entrata): 352
    FR Ricercatori con cittadinanza del paese (in uscita): 371 Stranieri (in entrata): 433
    UK Ricercatori con cittadinanza del paese (in uscita): 194 Stranieri (in entrata): 1469
    ES Ricercatori con cittadinanza del paese (in uscita): 703 Stranieri (in entrata): 277

  11. Da una intervista a BARACK OBAMA
    “Domanda: Tra le iniziative che ha portato avanti alla Casa Bianca, si è concentrato molto sul miglioramento dell’istruzione scientifica (STEM) nel Paese. Da questo punto di vista, quale è l’obiettivo raggiunto di cui è più orgoglioso?

    BARACK OBAMA: C’è molto per cui essere orgogliosi. Nei nostri college e Università si sono laureati 25.000 ingegneri in più all’anno rispetto a quando mi sono insediato. Abbiamo percorso più di metà strada verso l’obiettivo di formare 100.000 nuovi insegnanti di matematica e scienze entro il 2021.”

    Cosa potrebbe dire Renzi ad una domanda del genere?
    Forse: “C’è molto per cui essere orgogliosi. Nelle nostre Università si sono sono immatricolati 25% in meno all’anno rispetto a quando mi sono insediato. I finanziamenti pubblici e privati per la ricerca sono ridicoli. Fra non molto i pochi professori che hanno resistito non avranno un c..z. da fare. Stiamo per raggiunger l’obbiettivo di far fallire questo inutile baraccone. Non serve la laurea per fare scarpe e gelati.

    • in compenso possiamo permetterci un pool di signori lautamente pagati (ANVUR) per generare caos, più moltissime partecipate dalle università con molte poltrone ben pagate, più regalare stipendi da ordinario a gente che fa altro nella vita, più mantenere uffici pieni zeppi di burocrati, anche questi ben pagati.

  12. Credo che certe contrapposizioni siano fuorvianti. 1) C’è il problema dell’esiguità di risorse investite nell’università, basti pensare allo sbandierato piano straordinario ricercatori o a quello per professori ordinario, 2) ma esiste anche un atteggiamento corporativo delle nostre università che dimostrano una assoluta chiusura verso gli stranieri, e aggiungerei verso gli italiani fuori sede. E, probabilmente, i due fenomeni si tengono bene assieme.

  13. Io aggiungerei altre due considerazioni:
    1. il fenomeno dello scambio dei cervelli tra istituzioni accademica è normale e fisiologico. Per affrontare il caso italiano, è stato fatto un bilancio tra cervelli che dall’Italia si spostano all’estero e cervelli che arrivano in Italia (e che contribuiscono, con il loro know-how acquisito all’estero, alla crescita della ricerca in Italia)? Senza avere dati precisi, la sensazione è che tale rapporto sia del tutto sbilanciato: i nostri cervelli si spostano all’estero, ma tale spostamento non è bilanciato da un uguale afflusso di stranieri. Questo ci porta alla seconda considerazione.
    2. Perché si spostano i cervelli italiani? In uno scambio fisiologico di competenze accademiche, ci si sposta solitamente per seguire una scuola, per approfondire una tematica in centri di eccellenza, e solitamente tale spostamento è temporaneo. Nel caso italiano invece la maggior parte si sposta perché, non trovando spazio in Italia, va a cercare fortuna all’estero. In altre parole si tratta di un vero e proprio fenomeno migratorio, e pochi sono quelli che ritornano in Italia riportando i frutti del periodo svolto all’estero. Questo evidentemente impoverisce il sistema della ricerca italiana, mentre in altri paesi usufruiscono di cervelli a costo zero, perché preparati in Italia.

  14. Non so se e’ stato aggiunto dopo (cosa possibile con gli articoli online), ma la conclusione dell’articolo contestato e’ in linea con molti commenti: “Allora non vi è tanto da lamentarsi tanto del fatto che alcuni talenti trovino la propria strada all’estero, quanto del fatto che non riusciamo a nostra volta ad attirarne altrettanti. Basti osservare il dato secondo cui l’Italia è il paese europeo con il minor numero di immigrati laureati.”
    Quello che dovrebbe essere reso chiaro e’ che il problema di fondo e’ che l’Italia non sa valorizzare i laureati, che siano italiani o stranieri, per questo i primi fuggono in massa e i secondi non vengono.
    Non avremo mai emigrazione zero, ma questa puo’ diminuire ed essere compensata da una immigrazione ben “educata” che possa portare ricchezza aggiuntiva al Paese. Cosi’ il PIL cresce.

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  15. I numeri dei trasferimenti all’estero costituiscono un termometro per misurare quanto peggiore sia la situazione italiana rispetto a quella, spesso non rosea, degli altri paesi europei. Trovo di conseguenza assurdo proporre cure ad hoc per attrarre gli stranieri o far si che gli italiani scrivano progetti ERC per l’Italia e non per altri paesi europei. Per quanto lodevoli queste iniziative sembrano dimenticare che il grosso del problema non sono 10 ricercatori di eccellenza che preferiscono andare altrove, e nemmeno qualche centinaio di prof. stranieri che non hanno accesso al nostro sistema… ma il fatto che questi sono sintomi di un sistema che non sta funzionando come dovrebbe a livello di reclutamento, burocrazia, fondi per la ricerca. Se si agisse su questi aspetti critici meno giovani lascerebbero il paese e magari qualche “straniero” potrebbe provare il “grande salto”.

  16. Avete notato la torsione che sta prendendo la discussione sui giornali e sul web? Alimentata anche dalla rabbia di coloro che sono stati costretti ad andare via che terminano i loro commenti con frasi del tipo “Ci sono un sacco di baroni che occupano il proprio ufficio senza fare niente, neanche lezione, prendendo fior di stipendi”

    In molti casi, devo dire grazie a Scopus, si tratta di curriculum molto modesti che non passerebbero le forche caudine dell’ASN, che sono state volute proprio per espropiare i “baroni” del loro potere assoluto (?).

    • Prometheus ha ragione: è un vero scandalo. Più o meno il 50% dei “baroni” non superava le mediane di I fascia. Ci ha fatto un titolo persino il Sole 24 Ore … scordandosi che per definizione il 50% della popolazione sta sotto la mediana:
      https://www.roars.it/online/le-fanta-abilitazioni-pulp-di-repubblica/

      E non fa molto scandalo nemmeno che una buona parte dei PO non superasse le mediane da associato quando in molti casi queste erano circa uguali (o superiori) a quelle della fascia superiore sia perché la produttività bibliometrica è andata crescendo nei decenni (in tutte le università di tutto il mondo) sia perché è del tutto plausibile che nel 2012 molti PO non avessero completato il caricamento volontario su loginmiur su cui fu basato il calcolo degli indicatori.
      _______________
      Da ultimo, risulta interessante che, più di una volta, commenti di questo genere che sparano nel mucchio senza dare riscontri (che ne so, almeno l’SSD) sembrino provenire da indirizzi associabili a nominativi i cui indicatori bibliometrici sono tutt’altro che brillanti. Depistaggi? Altro?

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