Tra classifiche mondiali e ideologie premio-punitive in salsa casereccia, spunta anche l’ultimo ritrovato dello scrutinio dei fondi del caffè statistico-matematici in tema di World-Class Universities. Ma non va preso troppo sul serio.

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Ne abbiamo viste tante, in questo decennio. E tante ne vedremo ancora. Stiamo parlando delle classifiche mondiali di Università, servite in salsa più o meno piccante da organi di stampa interessati al business di sfruttare la curiosità che circonda questi strumenti, queste fiere della reputazione accademica.

Anche ROARS ha sempre seguito la scia di strilloni che la stampa di casa nostra non ha mancato di dedicare agli echi di cronaca forniti dalla pubblicazione di questa o quella classifica, spesso filtrate attraverso lenti affumicate di provincialismo. Il mese scorso è stato il turno della classifica di Shanghai (ARWU), che esce puntualmente a Ferragosto come l’Ascensione della Madonna; oggi è il turno di Quacquarelli-Symonds (QS-World University Rankings), mentre il 1° ottobre sarà la volta del Times Higher Education (THE-World University Rankings), che opera in collaborazione strutturale con Thomson Reuters e le sue basi di dati – queste sono, come è noto, le 3 classifiche “storiche” più note e quotate.

Tipicamente gli interventi di ROARS hanno semplicemente ripreso il dibattito mondiale più informato, e in particolare tutte le critiche che hanno teso ad evidenziare errori materiali o discutibili definizioni e interpretazioni concettuali racchiuse nelle costruzioni formali delle classifiche; ciò non ha comunque mai significato annullare il valore delle attività di raccolta ed elaborazione dei dati ma piuttosto decostruire e contestualizzare il significato di tali esercizi, per una comprensione più realistica e matura di ciò che viene presentato.

Nella foga informativa si utilizzano tutti gli espedienti per attirare l’attenzione del lettore-cliente. Da ieri, oltre all’armamentario di indicatori, pesi e misure, che tiene occupate le menti degli esperti e degli aficionados del settore, si è aggiunta una novella “formula” che il THE ha “estratto” dalle classifiche che pubblicherà fra 15 giorni. Se in genere i dati materiali che vengono raccolti dai compilatori dei vari ranking sono riferiti a misure di prestazioni istituzionali aggregate a partire da quelle riferite a singoli accademici, oppure a un mix di queste con dati strutturali e di mezzi a disposizione delle Università, il gruppo di intelligence del prestigioso settimanale britannico ha pensato di estrarre un cocktail di dati riferiti alle sole risorse materiali e umane delle prime 200 o 400 istituzioni in classifica. Con l’idea, neanche tanto velata, ma proprio dichiarata, che una simile combinazione di fattori costituisca la tanto agognata ricetta per produrre una World-Class University, a beneficio di politici e amministratori accademici.

E cioè, la tipica Università del primo gruppo (i.e. la media delle prime 200):

• dispone di entrate totali annue pari a 751.139 $ per accademico (da confrontare con i 606.345 $ delle Università nelle prime 400 posizioni)

• ha un rapporto studente/personale accademico di 11,7:1 (da confrontare con il 12,5:1 delle prime 400 Università)

• assume il 20% del proprio personale dall’estero (il 18% per le prime 400 Università)

• dispone di entrate totali per la ricerca pari a 229.109 $ per accademico (168.739 $ per le prime 400)

• pubblica il 43% di tutti i propri articoli di ricerca con almeno un co-autore straniero (il 42% per le prime 400)

• ha un corpo studentesco composto per il 19% di studenti internazionali (il 16% per le prime 400).

Francamente non riusciamo ad entusiasmarci per questi conti che ci propone il “Times Higher”, e non solo per la fallacia logica che li sottende (se A → B non si può dedurre che B → A). Preferiamo di gran lunga tutte le analisi qualitative che accompagnano la pubblicazione delle classifiche, e che testimoniano una solida preparazione e competenza del gruppo dei redattori e collaboratori del settimanale britannico – ed è per questo che anche noi ci recheremo in edicola a comprare la nostra copia cartacea, fra due settimane.

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Di questa “formula”, subito rilanciata dal “Sole 24 Ore”, possiamo notare la “banale rilevanza” circa le risorse finanziarie (si noti che i fondi per la ricerca sono certamente calcolati come full-cost delle rispettive attività), o del rapporto studenti-docenti, ma non ci è dato di sapere se la varianza è bassa o elevata, nei due gruppi presi in analisi, e se vi sia (veramente) una sensibile correlazione fra posizione e risorse. L’internazionalizzazione del corpo docente e studentesco, poi, è sempre stata considerata un fattore positivo e foriero di un potenziale di qualità dell’istituzione, ma in questo caso non si può che constatare come il contesto geografico e linguistico costituisca un elemento piuttosto anelastico all’eventuale intervento dell’uomo/responsabile politico-accademico, e comunque strutturalmente (oggettivamente) favorevole o sfavorevole a certi Paesi/istituzioni più che altri. Una siffatta considerazione è ovviamente identica a quella che si deve esprimere con riferimento all’uso di tali dati come indicatori nelle classifiche. E se le Università Italiane che compariranno certamente nella fascia delle prime 400 mostrassero parametri piuttosto diversi da quelli medi (come pare abbastanza sicuro), come si dovrebbe interpretare la cosa? In positivo o in negativo?

In definitiva, tutto ciò non ci appare molto più di un esercizio informativo, potenzialmente apprezzabile sui generis come il resto del lavoro, ma privo di quella carica prescrittiva che il Direttore Responsabile del ranking Phil Baty vorrebbe attribuirle. E tuttavia anche pericoloso per quei Paesi che non cogliessero cum grano salis la nuova magica pozione e ne volessero fare un totem per nuovi e rischiosi esperimenti sociali sull’Università. Conosciamo da vicino uno di questi Paesi: è uno nel quale il dibattito pubblico sulle politiche dell’istruzione è ancora rozzo, e dove ci si affida volentieri a formule fai-da-te e a iniziative improvvide su un corpo accademico che si atteggia per lo più a spettatore inerte e rassegnato, salvo mostrarsi pronto a lottare e dividersi per saltare su qualsiasi carro distribuisca qualche briciola pro domo propria.

Per il momento ci attendiamo dal THE altre e migliori analisi, e per questo torneremo a commentare le classifiche il giorno della loro uscita.

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