“Il nostro amato Ministero della Università e Ricerca tiene in gran conto il problema della Internazionalizzazione del nostro sistema universitario e sollecita periodicamente gli atenei ad implementare questo aspetto cruciale della formazione. Per esempio, con i dottorati innovativi. Ecco qui una storiella (vera) sul tema”. Nicola Perotti ci racconta il suo viaggio kafkiano nella burocrazia promanante da viale Trastevere, dove la parola “internazionalizzazione” è scandita col timbro implacabile della “dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà” e i toni imperativi del “modello conforme”. Non resta che far visionare agli esterrefatti colleghi stranieri le avventure di Santi Bailor alle prese con la dura legge della Polizia de Kansas City…

 

Il nostro amato Ministero della Università e Ricerca tiene in gran conto il problema della Internazionalizzazione del nostro sistema universitario e sollecita periodicamente gli atenei ad implementare questo aspetto cruciale della formazione. Per esempio, con i dottorati innovativi. Ecco qui una storiella (vera) sul tema.

Qualche mese fa, la pigra e sonnacchiosa atmosfera dell’ultima calda estate è stata scossa da un decreto finalizzato al finanziamento di borse di dottorato di ricerca a carattere industriale. Il decreto prevedeva la presentazione di un progetto di ricerca, accompagnato da lettere di intenti firmate dal rappresentante legale di una impresa italiana e di una università straniera, che dichiaravano di essere disposti ad accogliere il dottorando, per un periodo variabile, come indicato nel progetto.

Le lettere d’intenti dovevano essere accompagnate, pena l’inammissibilità della domanda, da una fotocopia del documento di riconoscimento dei rappresentanti legali, in base alla normativa prevista in Italia per la dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà. Inoltre le lettere dovevano rispettare il modulo allo scopo previsto dal ministero. Esse erano “da produrre esclusivamente nel rispetto del formato standard predisposto dal MIUR”.

In pratica, il decreto prevedeva non solo che la lettera dovesse essere firmata a tamburo battente dal rettore di una università straniera o da un suo delegato, cosa già di per sé non facile, ma anche che questo rettore si attenesse scrupolosamente alle normative previste in Italia per il riconoscimento della identità in un atto di notorietà, qualunque fosse la normativa prevista nel suo paese. Inoltre, la sua firma doveva essere apposta sul modulo predisposto dal ministero, senza alcuna possibilità di apportare sia pur minime modifiche o integrazioni a tutela della propria istituzione.

Ho la fortuna di collaborare con diverse università straniere e ho deciso di partecipare al bando, nella speranza di contribuire a realizzare nuove opportunità per qualche giovane brillante del nostro sfortunato Paese.

Racconto qui come sono andate le cose, affinché risulti chiaro a quali menti sopraffine sono affidate le speranze dei nostri giovani e le ambizioni di internazionalizzazione dei nostri Atenei.

Non appena è stato pubblicato il bando, su sollecitazione del coordinatore del nostro dottorato di ricerca, mi sono attivato per allestire la necessaria rete di collaborazioni. Ho registrato la disponibilità dell’impresa italiana che detiene i brevetti di alcune molecole innovative che studio da anni, e ho cominciato a sondare la disponibilità delle istituzioni straniere con cui ho rapporti di collaborazione scientifica.

Primo tentativo: la Indiana University, Purdue University di Indianapolis, Indiana (IUPUI). Ampia disponibilità del collega di Indianapolis. In poche ore ottengo la lettera di intenti firmata dal rettore della IUPUI. Chiedo allora una copia in pdf di un documento di identità del Rettore e qui, purtroppo, apriti cielo! Si susseguono i messaggi allarmati fra Rettore, collega interessato alla collaborazione ed ufficio legale della IUPUI, i quali tentano di capire le motivazioni di una “unusual request of an Italian colleague”. Alla fine l’ufficio legale della IUPUI m’informa che il Rettore non ha la possibilità di fornirmi una copia di un suo documento di identità, perché le leggi antiterrorismo vietano di riprodurre tali documenti. L’abbinamento fra numero del documento e nome della persona è, infatti, un dato sensibile che non può essere riprodotto e condiviso. Vale qui la pena di ricordare che negli USA, così come in altri paesi, non è conosciuta la carta d’identità. Il documento in questione avrebbe dovuto essere solo un passaporto o una patente di guida.

Va bene. La cosa mi pare assolutamente ragionevole. Interpello il solerte ingegnere, per sentirmi dire che:

“Le norme italiane prevalgono sulle norme straniere, trattandosi di un bando che è stato emanato dallo Stato italiano. L’unica possibilità è costituita dalla fornitura di un atto notorio (così si chiama nel nostro ordinamento). Cioè di un atto con cui un autorità straniera (oppure il consolato italiano, meglio ancora) attesta che la firma in calce alla lettera d’intenti è proprio di colui che l’ha apposta. Altrimenti, nulla da fare, la proposta sarà esclusa…”

Quindi il Rettore della IUPUI deve mandarmi la copia di un suo documento di identità, altrimenti la proposta sarà esclusa.

Non mi arrendo per così poco. Mi metto in contatto con l’ufficio dell’ addetto scientifico della nostra ambasciata a Washington, che mi informa, con molta cortesia, che la procedura per  l’autentica di un documento emesso da una autorità straniera è la seguente :

Il documento firmato dal Rettore deve essere autenticato da un public notary americano, la firma del public notary americano dev’essere a sua volta autenticata dal segretario di stato dell’Indiana, infine il documento va portato al consolato italiano competente per territorio, Detroit, perché sia apposto un visto per conferma. La procedura richiede il pagamento di una piccola tassa che non può essere pagata dall’Italia. Il mio amico e collaboratore statunitense dovrà dunque farmi la cortesia di fare firmare questa lettera a tutte queste persone, poi andare da Indianapolis a Detroit e pagare la tassa per ottenere il visto per conferma. Purtroppo non c’è il tempo per attuare questa procedura, né posso chiedere sacrifici del genere al collega ed amico americano. Interpello l’ingegnere che mi dice che si, forse basta anche l’autentica del public notary, basta che sia chiaro che si tratti di un notaio. Francamente non so cosa voglia dire. Immagino si debba verificare che il personaggio sia dotato di mantello a ruota e timbro. D’altra parte, se la normativa per l’utilizzo in Italia di documenti emessi da una autorità straniera è così complicata, come mai basta poi la copia di un documento di identificazione? Si consideri che si tratta di normative internazionali, presumibilmente frutto di accordi di reciprocità, come sa chiunque di noi abbia lavorato all’estero. Anche per produrre all’estero documenti emessi da autorità italiane si deve far lo stesso. Il ruolo del segretario di stato è assunto dal prefetto, ma le cose da fare sono praticamente identiche.

Rinuncio a Indianapolis, cerco altre possibilità.

Tubingen, antica università sveva nel Land del Baden-Württemberg, con la quale pure collaboro da anni. Bene, ottengo rapidamente la lettera firmata dal Rettore, ma, anche qui, del documento di identità non se ne parla. Ottengo invece, molto rapidamente, un certificato del presidente del Land del Baden-Württemberg che dichiara che quello è veramente il Rettore di Tubingen, lo ha nominato proprio lui e rimarrà in carica ancora per qualche anno. Va be, anche Tubingen si scarta, dove vai se la carta di identità tu non c’hai?

Ma non demordo… Idea! Dublino, il Trinity College!

Qui le cose sembrano semplicissime. Il Rettore non firma in prima persona, c’è un suo delegato che firma in qualità di rappresentante legale dell’ente ed è disposto ad inviare copia della patente.

Grande!!! Stavolta ci siamo…

Naturalmente ogni tentativo ha comportato una differente progettualità, modulata sulle specificità tecnico-culturali del laboratorio straniero. Ci ho passato un’estate, ma, in fondo, è il mio lavoro.

Finalmente deposito tutto. Dovrebbe andar bene, almeno dal punto di vista formale. Ne sono certo.

Nient’affatto.

Il coordinatore del dottorato mi chiama, la notizia è di qualche giorno fa, per comunicare che la mia proposta è stata giudicata inammissibile per “violazione dell’art.6, comma 2 del bando (modifica LOI)”.

Mi arrovello per capire cosa è successo. L’articolo 6, comma 2, è quello citato sopra, la lettera d’intenti dev’essere prodotta “esclusivamente nel rispetto del formato standard predisposto dal MIUR”.

Dove ho sbagliato?

Ecco qua: il formato standard del ministero terminava con la frase:

All products and tools, as well as data and results, will be owned by the authors; however, the university may use the products, tools, data, and results for publication and spreading the activities developed within the framework of PON RI 2014-2020”.

Il rappresentante legale del Trinity College ha avuto l’ardire di aggiungere:

“Provided that prior to publication the University of Catanzaro shall consult with the supervisor in the Trinity College Dublin”.

Vi sembra molto? E’ naturale che, prima di pubblicare i risultati del lavoro svolto dal nostro studente a Dublino si consulti il collega che lo ha seguito. Sarebbe criminale fare altrimenti. Si tratta di una postilla assolutamente ininfluente, che il rappresentante legale dell’ente straniero ha dovuto apporre a tutela della propria istituzione.

D’altra parte, volete saperla tutta? Noi chiediamo di mandare all’estero un nostro studente in un laboratorio straniero. Qualche collega mi ha chiesto: “chi è? lo conosci? è bravo?”. E io ho dovuto rispondere: “no, non lo conosco, non posso conoscerlo, ci sarà un concorso”. E ancora: si pagheranno bench fees? Tuition fees? Cioè, pagate un po’ per i reagenti o per la formazione? No -rispondo – noi paghiamo solo lo studente e lo paghiamo pure poco. Mi spiegate perché dovrebbero pigliarselo? Nonostante tutto, dato che uno è conosciuto e un po’ stimato, sono pure disposti a prenderlo. Ma vi pare normale che le istituzione straniere con le quali cerchiamo di allacciare rapporti non possano aggiungere neanche una frase a tutela della propria istituzione?

In conclusione, il nostro amato Ministero dell’ Istruzione, sempre così attento ai problemi dell’internazionalizzazione dei nostri atenei, prevede una procedura da imporre a tutte le università del mondo, finalizzata alla stipula di rapporti di collaborazione internazionale, senza tenere in alcuna considerazione né le normative dei paesi con cui si stipulano questi accordi, né le esigenze  palesate dai rappresentanti legali a tutela di quelle istituzioni. Vi pare normale? Che speranze abbiamo – con questi metodi – di mettere in piedi un sistema universitario internazionale?

E qui, come diceva il poeta, “all’alta fantasia mancò possanza!!!”

Resta la difficoltà di spiegare questi problemi ai colleghi americani, tedeschi e inglesi che si sono dati da fare per fornirci rapidamente le lettere firmate dai loro rettori. Per fortuna si potrà far riferimento a qualche personaggio interpretato dal grande Alberto Sordi. Sono certo che capiranno…

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5 Commenti

  1. Stesso problema, esculso in quanto la lettera d’intenti (per alcune parole) non è “esclusivamente nel rispetto del formato standard predisposto dal MIUR”. Senza verificare se le variazioni sono signifificative e che in nessuna parte del mondo sussistono richiestevequivalenti. E’ assurdo che invece del merito, il MIUR si basi sulla burocrazia come elemento vincolante, senza neppur rendersi conto che questo provincialismo è proprio l’antitesi di quanto simvorrebbe ottenere (internazionalizzazione).

  2. Io ho dovuto presentare alla Regione la visura della Camera di Commercio che attesta la Partita IVA della mia Università, perchè, evidentemente, alla Regione non è nota l’esistenza dell’Ateneo se non dopo una visura.
    La legge sulla decertificazione è stata rivoltata come un calzino dalla nostra burocrazia che costringe il cittadino a produrre dichiarazioni sostitutive dell’atto notorio per cose che prima di questa legge non richiedevano neanche l’atto notorio. Secondo molti, siccome la legge prevede in via esclusiva, la dichiarazione sostitutiva dell’atto notorio sarebbe illegale produrre un ‘vero e proprio Atto Notorio’. Sappiamo tutti che per il rimborso di una normale missione prima si compilava un banale e completamente esaustivo modulo di richiesta di rimborso spese corredato dai giustificativi di spesa ed ora si deve invece corredare il tutto da una o più dichiarazioni sostitutive. Nulla vale la circostanza che la decertificazione (‘sic’) era rivolta a semplificare la vita al cittadino che si rivolge alle pubbliche amministrazioni, mentre quando si chiede il rimborso di una missione siamo dipendenti che chiedono quanto loro spettante al proprio datore di lavoro. Ma niente da fare, tutto deve essere autocertificato. Sempre a produrre copie della Carta di Identità a tutti e per ogni futile motivo, quando esistono paesi (spesso criticati) che la Carta di identità non ce l’hanno neanche e che la richiesta di un documento ad un cittadino è considerata una offesa ed una minaccia alla libertà personale.
    Quanto ai dottorati innovativi non ci si può stupire che siano ammorbati dalla solita burocrazia. L’errore fatale sarebbe farci pensare che, in quanto innovativi, dovrebbero godere di qualche deroga semplificativa, cosa che giustificherebbe le lungaggini patite per una semplice e prosaica piccola missione in territorio nazionale.

  3. Quando ho dovuto affrontare un mio modesto calvario, pardon iter, privato in un mondo “liquido – cioè melmoso-, globalizzato e digitalizzato”, nel mio piccolo sono successe cose identiche. La digitalizzazione ci ha riempiti di carte, me e gli uffici. I moduli scaricabili non venivano accettati. Si doveva presentare lo stesso incartamento due volte, perché gli uffici non comunicano tra di loro. Una delega rilasciata personalmente negli uffici non vale, serve un atto notarile; se nel paese estero non ci sono notai, ma solo avvocati, devi andare all’ambasciata, che ovviamente si trova in tutti gli abitati. I calcoli non tornano mai, per farteli spiegare, altro calvario. Qualcuno mi ha detto: “benvenuta nel mondo reale”. Lo giro al collega.

  4. Il mio dipartimento richiede, per i rimborsi spese dei conferenzieri stranieri, l’invio di una copia del passaporto (allo scopo di richiedere il Codice Fiscale, di cui, fortunatamente, si occupa la segreteria): dal post mi sembra di capire che una tale richiesta non possa essere soddisfatta da conferenzieri statunitensi. È corretto?

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