Esiste a mio parere una significativa debolezza nella proposta di Ernesto Galli della Loggia e Roberto Esposito, volta a istituire un ministero della cultura[1]. In breve: è eccessiva l’enfasi sull’efficacia pacificatrice della cultura, o meglio sulla sua azione simbolica.

Il ministero della cultura, leggiamo nel documento firmato dai due intellettuali, dovrebbe “aiutare il Paese a pronunciare una parola alta e consapevole sulla sua storia passata e recente”. Contribuire a risolvere una “crisi d’identità” nazionale che amplia e aggrava gli effetti distruttivi del ciclo recessivo. Obiettivo senz’altro meritorio: ma la “cultura” intesa in senso cerimoniale, come ornamento, squillo di tromba, vessillo identitario, è davvero in grado di restituire progetto strategico e vincolo di appartenenza?

Retoriche identitarie e attenzione ai simboli dell’unità nazionale sono stati riportati in auge in tempi recenti da presidenti della Repubblica come Ciampi e Napolitano. Storici dell’arte come Settis hanno fatto costante appello a nozioni in passato neglette come “nazione” o “patria”, e sappiamo quanto incisivamente Galli della Loggia abbia riflettuto, con altri storici, sulle fratture storiche e sociali della storia italiana recente, proponendo la tesi di una “morte della nazione” a seguito della catastrofe bellica, della perdita dell’onore politico e militare delle sue classi dirigenti, delle feroci contrapposizioni ideologiche che hanno caratterizzato la Resistenza.

“Conosciamo bene”, scrivono gli estensori dell’appello, “i due principali motivi che hanno finora impedito l’esistenza di un tale Ministero: e cioé il ricordo del Minculpop fascista da un lato, e il timore di una cultura di Stato (che poi nel nostro caso diverrebbe inevitabilmente una cultura di partito) dall’altro. Erano motivi validi 50, forse 30 anni fa: ma per quanto tempo e in quanti campi ancora dovremo stare fermi, per paura di muoverci? Chi ha una ragionevole fiducia nella democrazia italiana e nelle sue istituzioni, e nella pur confusa ma alla fine perspicua intelligenze delle cose dei suoi cittadini, non deve restare prigioniero inerte del passato: deve avere il coraggio di aprire già oggi una nuova fase nella storia del Paese”

Riproponiamo la domanda: un ministero della cultura può avere in sé la forza per ricomporre il “legame da un lato tra il passato e il futuro possibile della nostra vicenda nazionale e dall’altro quello tra le varie parti e le diverse, talora diversissime vocazioni che storicamente hanno composto in un tutto unico tale vicenda”? Sembra inevitabile dubitare: la “ricomposizione” che Galli della Loggia e Esposito invocano (con parole forse più circospette del necessario) rimanda a fratture irrisolte del corpo sociale e a contrapposizioni ideologiche che nel nostro paese non abbiamo superato. Presuppone scelte politiche e trasformazioni sociali profonde, che storicamente possono avere luogo attraverso scontri e contese anche aspre. La “cultura” non ha il compito di surrogare l’iniziativa politica, né di riparare alla sua mancanza. Questo è il problema, anzi “il gigantesco insieme di problemi”. Gli estensori della proposta ne sono consapevoli, ma finiscono per girare attorno all’impasse storico-teorica nascondendo (e nascondendosi) la difficoltà. Ha senso de facto invocare per la cultura “un ruolo ideale e umano prima che politico e istituzionale”? Direi di no. Anche senza voler reintrodurre la distinzione marxiana tra struttura e sovrastruttura, dobbiamo fare attenzione a non attardarci in wishful thinking.

Per i costituenti “cultura” è il senso stesso di una repubblica pienamente compiuta, tale da offrire opportunità di autoeducazione permanente ai cittadini: non altro (e niente di meno!). “E’ compito della Repubblica”, leggiamo, “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” che pregiudicano “il pieno sviluppo della persona umana”. “Cultura” è pedagogia politica in atto per la tradizione risorgimentale cui Galli della Loggia e Esposito stesso implicitamente rimandano e di cui l’articolo 3 della Costituzione, appena citato, può essere considerato eredità. Niente di esornativo o di edificante, in altre parole: ma educazione alla competenza, al diritto al lavoro, all’uguaglianza, alla relazione reciproca. In breve: educazione all’esercizio della “dignità”[2]. Una prospettiva sublimata sul tema della “cultura” tradisce tratti fatalmente velleitari.

Intesa su piani esclusivamente simbolici, la “cultura” non ha in sé cogenza, dunque non diviene prassi[3]. Se situata in senso storico e sociale potrà invece risultare efficace, cioè rimuovere pregiudizio o promuovere trasformazione: ma non sarà portatrice di astratti “universali”, né priva di conflitto. Dunque, che fare? Torniamo a leggere della Loggia e Esposito. “Si tratta di aprire una fase interamente nuova nella vita del Paese. Di creare una frattura con quanto di insensato, di confuso, di meschino ha occupato negli ultimi decenni la scena italiana stravolgendola e spesso ferendola a morte”. Certo, concordiamo. Ma come recuperare una “prospettiva d’insieme della storia nazionale” se non intrecciando “cultura” e progetto politico, rifiutando dunque astratte posizioni super partes? Per limitarci alla sola tradizione culturale del paese, e alla sua formidabile litigiosità interna: come mediare tra propensioni arcadiche e istanze azionistiche, “passatismo” e modernismo, localismo e esterofilia? Un ministero in assetto per così dire gollista non basterà a cambiare il paese, a imporre senso della responsabilità, uguaglianza e diritto per tutti e a fissare prospettive future condivise. E’ illusorio supporlo. Occorrono iniziative politiche efficaci per “rimuovere gli ostacoli”, e durevoli processi di scolarizzazione. Talvolta persino rivoluzioni.


[1] Ernesto Galli della Loggia e Roberto Esposito, Le buone ragioni per istituire un un vero ministero della Cultura, in: Corriere della Sera, 24.1.2013, p. 17. Il testo integrale dell’appello è disponibile online qui. Alla proposta sono seguiti scarsa attenzione da parte del mondo politico (cfr. Gian Antonio Stella, Il patrimonio dimenticato, in: Corriere della Sera, 2.2.2013, pp. 1, 25) e discutibili tentativi di rivendicazione: cfr. in particolare Walter Veltroni, Cultura: un fine, non un solo mezzo, in: Corriere della Sera, 27.1.2013, p. 30. All’ex ministro obiettiamo che l’aggregazione di cultura, turismo e sport nell’unico ministero è all’origine del depotenziamento politico prima che istituzionale del MIBAC e del suo ruolo. Se esiste un ambito intrinsecamente politico perché connesso a istanze egalitarie e redistributive è quello della “cultura” intesa come risorsa al tempo stesso individuale e collettiva di una comunità storica. In che senso dunque si è stabilito promuovere l’assimilazione tra “cultura” e sport nell’Italia di Silvio B., modellata in profondità da retoriche pubblicitarie e aggressive ideologie neoliberiste della “competizione”?

[2] Si chiede troppo a un ministero della cultura se ci attendiamo che esso possa “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” cui la Costituzione si riferisce. Possiamo però pretendere che le politiche culturali promuovano giustizia nel concreto dei processi di formazione individuale, laddove è più plausibile e doveroso proporsi di farlo per istituzioni repubblicane, cioè nella scuola pubblica. E’ qui, nell’impegno a porre rimedio alla disuguaglianza della nascita e nella tutela del “diritto inviolabile” al “pieno sviluppo della persona umana”, che il proposito costituzionale trova l’esemplificazione più persuasiva e urgente. Nell’immaginare nuove istituzioni culturali sembra dunque opportuno adoperarsi per ridurre la distanza tra “cultura” intesa contemplativamente come “patrimonio” (o “eredità culturale”) e “cultura” intesa come concreta pratica politico-istituzionale di inclusione: dunque scuola, istruzione, ricerca.

[3] Il testo costituzionale unisce intimamente “sviluppo della persona” e “partecipazione”, evoluzione individuale e creazione di comunità: scorgiamo, nell’enfasi sulle relazioni, il proposito popolare (sturziano in primis) di correzione dell’”individualismo” contrattualistico. Non intendiamo polemizzare con il presupposto, crediamo tuttavia che valga la pena interrogarsi sulle condizioni storiche e sociali attraverso cui, oggi in Italia, può concretamente prodursi qualcosa come il senso di comunità. Riteniamo che  il senso di “appartenenza” possa e debba essere promosso di generazione in generazione e per così dire costruito da politiche educative lungimiranti. L’autoriproduzione delle élites tradizionali o delle cerchie detentrici della “cultura generale” o del “buon gusto” in contesti cittadini premoderni non costituisce modello per le società democratiche, caratterizzate almeno in linea di principio da mobilità sociale. Servono istituzioni dedicate e processi di reclutamento fluidi, continuativi e trasparenti che in Italia, quanto a scuola, università, soprintendenze, mancano da troppi anni. “La formazione dei quadri”, scrive Settis, “è cosa di vitale importanza per il futuro del nostro patrimonio culturale”. Appunto. Si può creare socialità e appartenenza attraverso la “cultura” solo se questa, lungi dall’esaurirsi sul piano dei cerimoniali, crea impiego qualificato: se si adottano cioè specifiche politiche a tutela e promozione del lavoro culturale, e si rilanciano progetti di acculturazione diffusa. “I costi delle politiche economiche fallite”, aggiunge Amartya Sen, “vanno ben oltre le statistiche, pure importanti, della disoccupazione, del reddito reale e della povertà. L’idea stessa di unione, di un senso di appartenenza [nazionale e sovranazionale], è messa in pericolo da quanto accade in campo economico”.

Send to Kindle

15 Commenti

  1. Nella loro proposta, Ernesto Galli della Loggia e Roberto Esposito si affrettano a citare la Francia come esempio positivo al riguardo, io invece vorrei consigliare loro la lettura del libro di Fumaroli “Lo Stato culturale”, indubbiamente diraderebbe qualche nube dalla loro idea alquanto opaca.
    Temo di essere tra coloro che temono una riesumazione del MinCulPop visto la strada di ‘mostrificio’ e della politica dell’evento che ha preso il Ministero negli ultimi anni
    Ancora più agghiacciante, a mio avviso, è la proposta che si può leggere al seguente link
    http://www.quotidianoarte.it/nl/quotidianoarte_content_22328.mn
    Lascio a voi qualsiasi commento, perché io ormai ho esaurito le scorte!

  2. SONO CHIACCHERE!

    Fino a quando ci sara` una legge ITALIANA fatta da chi sappiamo (una sinistra che e` solo destra sinistra e che ancora –vedi PD– viene difesa), una legge che permette che

    (1) SOLDI PUBBLICI vengono dati a pioggia a scoule/universita`/fondazioni private (religiose/di partito/telematiche ecc)
    (2) NESSUNA REGOLA venga imposta a scoule/universita`/fondazioni private (religiose/di partito/telematiche ecc)

    Finche’ esistera` questa legge, quanto sopra ha il NON TANTO vago odore di alpopoloaffamatodatelebrioche…

    AMICI DI ROARS: altra idea strampalata…una richiesta di referendum per abolire la legge Berlinguer, no?

    E una denuncia per peculato contro tutti i membri di tutti i ministri dei governi che si sono succeduti da Prodi/Berlinguer fino a Monti: giuristi, qual’e` il termine giusto?? Appropriazione indebita???

  3. Ricevo da un amico che si occupa professionalmente di scuola e politiche della scuola, e volentieri pubblico:

    “Sono d’accordo con te. Il ministero per la cultura che mi interessa c’è già e si chiama ministero della pubblica istruzione. Semmai rottamerei i beni culturali e i suoi ministeriali… Un ministero dei colti verrebbe governato da gente così, in un tripudio di Mart, Maxxi e Sum. Io sono per la difesa della scuola elementare Mazzini, Via Baltimora 12, Torino. Più su, non so se andare”.

  4. Lisa: sulla Francia (che non trovo citata nell’articolo, peraltro), il libro di Fumaroli è pertinente ma è del 1991 (tra l’altro non a caso tradotto, visto il taglio anti-istituzional-chic, da Adelphi); una vicenda più vicina e istruttiva è il dibattito sulla Maison de l’Histoire de France – è un progetto voluto da Sarkozy e convergente con il “gollismo” che Dantini evoca con riferimento alla proposta del duo.
    Sulla proposta, mi pare in linea con quanto Galli della Loggia dice da vari anni a questa parte e, invece, il segno di un’involuzione a questo punto irreversibile di Esposito, un tempo critico radicale del comunitarismo “facile”, “sociologistico” diceva lui una volta. Un Ministero Identitario, fondato sui Valori Aggreganti di una Nuova Italia, è lontanissimo da quello che diceva lui ai tempi di “Communitas”.
    Sulla nota, si critica il wishful thinking partendo dalla Costituzione? Ma cosa c’è di più wishful thinking oggi (ma non solo oggi, si potrebbe dire) dei valori della Costituzione? Infatti Galli della Loggia (coerentemente) mica chiede di modificare un articolo della Costituzione, chiede di istituire un Ministero, cioè chiede soldi e potere. Per Galli della Loggia la Costituzione mica è un progetto incompiuto, è da sempre un pezzo di carta ineffettuale – perché è stata calata dall’alto, perché non esprime i valori reali del Paese etc. Per questo dice di voltare pagina, e lo fa con un appello iper-pragmatico: facciamo una macchina ministeriale in presa diretta con la cultura reale del Paese. Real-politik, direi.

  5. @ Renna. Non sono certo di avere compreso il senso del tuo commento, di cui ti comunque ringrazio eventualmente invitandoti a completare.

    In particolare non credo di seguirti laddove affermi che l’appello di Galli della Loggia è “iperpragmatico” e mirato a istituire “una macchina ministeriale in presa diretta con la cultura reale del Paese”.

    Che cosa intendi per “cultura reale”? Giulio Tremonti, Mariastella Gelmini, Silvio B.; o ancora la retorica della cultura come nutrimento di smart cities e Made in Italy; o il “disprezzo della ricerca” che ha recentemente allarmato “Nature”; o ancora l’umiliazione delle istituzioni formative? Il rimprovero ai docenti perché rifiutano di insegnare quattro o sei ore in più a settimane a pari retribuzione?

    “Cultura reale” del Paese, posto che ne esista una sola, è anticultura: un mix di pregiudizio, avversione ideologica, revanchismo antieuropeo e teo-con, tenebrosa ignoranza. Questo almeno in larga parte per quanto riguarda la “classe dirigente”.

    Quanto al Ministero della cultura. Ritengo la proposta velleitaria, particolarmente se riferita a un contesto multietnico e multiculturale come l’Italia di oggi. Ritengo anche, per ampliare la prospettiva, che le retoriche identitarie attualmente in voga, a Destra quanto a Sinistra, si rivelano fatalmente autoritarie se riproposte in termini che ignorano o fingono di ignorare diversità etniche, sociali, culturali.

    Si dà “appartenenza” oggi (a una determinata comunità culturale) solo se non la si presuppone paternalisticamente, ma la si “produce” con adeguate politiche dell’istruzione e dell’impiego qualificato.

    In altre parole: l’accesso delle generazioni più giovani alla conoscenza (e dunque alla cura) del patrimonio è importante non solo né primariamente perché consacra “radici”, ma perché offre opportunità di scelta e comparazione, affrancamento dalle inevitabili angustie di questa o quella origine geografica e sociale, cosmopolitismo critico (dunque pur sempre aderente a un contesto; situato).

    La domanda è (o sembra tornare a essere): qual è il modo attraverso cui le politica culturali possono produrre cittadinanza e (usiamo il termine) emancipazione? Possono rimuovere l’obbligo di “campanile” o “piccole patrie”?

    • per “cultura reale” intendo la cultura italiana (non “fascistissima”) che Resistenza e Antifascismo non sono riusciti a intercettare, costruendo un Paese dall’identità debole; non è la mia idea, è la tesi di Galli della Loggia, grosso modo, e per questo quell’appello, da lui, non mi sorprende; guardando i tuoi esempi dal suo punto di vista (ripeto, dal suo punto di vista), certo ormai Berlusconi è indifendibile (ma ci ha sperato a lungo…), la retorica della cultura come nutrimento etc. invece va bene, il disprezzo della ricerca ovviamente no, anzi (ma certo “bisogna investire in centri di eccellenza” etc.)
      di mio direi che un Ministero della Cultura come “Identità italiana” in formato diciamo “soft” (Rinascimento, Risorgimento, i momenti “alti” e nobili) non è velleitario, anzi credo che “farebbe scopa” con una vasta area della cultura italiana che ha come tratto distintivo una fortissima tendenza autoassolutoria (es. reazioni e non reazioni all’uscita di Berlusconi sul fascismo)

    • Alla Francia fa riferimento Esposito in un articolo intervista, non ricordo dove e non ricordo quando e non chiedermelo perché vedo solo ora il tuo commento e non ho idea di dove cercare

    • @Lisa, il riferimento alla Francia in effetti non sorprende, da Esposito; quello che sorprende è che è passato da Bataille e Nancy a Lang, se non Sarkozy… ripeto capisco la proposta da Galli della Loggia, da Esposito meno

  6. @renna. Concordo con la tua “sociologia” di una parte significativa della cultura: nostalgica, paternalistica e notabilare. Confemo però che dal punto di vista politico l’iniziativa del costituendo ministero sarebbe del tutto velleitaria: non produrrebbe cioè alcuna integrazione etc. etc.

  7. A breve distanza dalla formulazione della proposta qui commentata, Galli della Loggia cambia idea e “trasferisce” compiti e dignità pedagogiche dal costituendo Ministero della Cultura direttamente all’esecutivo (“Il sentimento di una nazione”, in: “Corriere della Sera”, 22.2.2013, pp. 1, 9): forse si è colto il senso di alcune perplessità e critiche.

    Solo l’esecutivo, per lo storico, ha mandato di trasformare in profondità il carattere nazionale: l’eccessivo costo politico di un’azione rinnovatrice (“stante il suffragio universale”) ha tuttavia sempre dissuaso dal promuoverla.

    Nel disperato tentativo di contrastare “abitudini e pregiudizi inveterati,… vizi… tenaci corporativismi d’ogni tipo” la classe dirigente italiana ha preferito ricorrere all’espediente politico del “vincolo esterno” (ad esempio europeo).

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.