copertinaIn che modo la crisi economica può essere legata alla ricerca scientifica? L’economia è davvero una scienza? Nel saggio “Rischio e previsione. Cosa può dirci la scienza sulla crisi” (Laterza, dal 17 marzo in libreria) il fisico Francesco Sylos Labini contrappone alla prospettiva dell’economia neoclassica, che rispecchia limiti e idee della fisica dell’Ottocento, le intuizioni offerte dalla fisica moderna e dai recenti sviluppi sullo studio dei sistemi caotici e complessi. Ne anticipiamo la prefazione

Il mondo è nella morsa della più grande crisi economica avvenuta da più di ottant’anni. Quasi tutti i paesi sono colpiti, anche se, naturalmente, alcuni lo sono più di altri. La questione politica fondamentale di oggi è: «Che cosa dovrebbe essere fatto per portare questa crisi alla fine?».

In questo libro il fisico Francesco Sylos Labini ha un approccio originale alla crisi, mettendola in relazione alla situazione nel campo della scienza. In che modo la crisi economica può essere legata alla ricerca scientifica? Una breve riflessione mostra che questo collegamento è in realtà molto stretto. Le politiche economiche neoliberiste, che hanno dominato negli ultimi trenta o più anni, si basano sull’economia neoclassica. Questa sembra essere una scienza come la fisica, poiché si compone di equazioni e modelli matematici. Tuttavia, è davvero scientifica? Dovremmo fidarci delle previsioni dell’economia neoclassica nello stesso modo in cui abbiamo fiducia in quelle della fisica? Sylos Labini fornisce buoni motivi per pensare che non si dovrebbe e che l’economia neoclassica è più simile a una pseudo-scienza, come l’astrologia, che a una vera e propria scienza, come l’astronomia.

Sylos Labini inizia la sua tesi analizzando le previsioni nelle scienze naturali. In alcune aree, come ad esempio le posizioni future dei pianeti e delle comete, le previsioni possono essere fatte con straordinaria accuratezza; ma questo non è sempre possibile. Le previsioni del tempo di domani, o di quando si verificheranno le eruzioni vulcaniche o i terremoti, sono molto meno certe. Prendiamo in considerazione la meteorologia. Le leggi che regolano il comportamento dell’atmosfera sono precise e consolidate, ma vi è una difficoltà, il cosiddetto «effetto farfalla»: un piccolo disturbo, come una certa farfalla che sbatte le ali in Brasile, può essere ingrandito e causare un uragano negli Stati Uniti. Ciò porta a quello che è chiamato «comportamento caotico», una teoria che è stata ampiamente studiata matematicamente e in cui Sylos Labini è un esperto. Nonostante le difficoltà causate dal caos, le previsioni meteo possono essere – e sono state – migliorate attraverso una migliore raccolta di osservazioni, modelli matematici più accurati e l’uso di computer più potenti.

Se da questo passiamo all’economia neoclassica, vediamo che la situazione è completamente diversa. Come rileva Sylos Labini, non conosciamo le leggi dello sviluppo economico nello stesso modo in cui conosciamo le leggi che governano l’atmosfera. Tuttavia l’effetto farfalla sembra applicarsi all’economia mondiale poiché il fallimento di alcuni mutui subprime in una regione degli Stati Uniti ha portato a una recessione economica mondiale. Eppure gli economisti neoclassici non tengono conto della matematica del caos, il cui uso è ormai standard nelle scienze naturali. Anche se ci possiamo fidare delle previsioni del tempo fino a un certo punto, poco credito deve essere dato a quelle dell’economia neoclassica; tuttavia, come rileva Sylos Labini, l’economia neoclassica ha comunque raggiunto un’egemonia culturale. Al fine di spiegare come questo sia stato possibile, Sylos Labini passa a considerare l’organizzazione della ricerca e, più in generale, delle università.

Ciò che è interessante è che le politiche neoliberiste hanno lo stesso effetto generale nelle università come nella società nel suo insieme. Nella società la loro tendenza è stata quella di concentrare la ricchezza nelle mani di un numero sempre più ristretto di persone. L’uno per cento più ricco della popolazione è diventato sempre più ricco, a scapito non solo della classe operaia, ma anche della vecchia classe media. Analogamente, nel settore universitario sempre più fondi sono dirottati verso alcune università privilegiate e verso i loro ricercatori, a scapito degli altri. Ciò è giustificato dal fatto che, essendo queste università e ricercatori migliori degli altri, sarebbe più efficiente concentrare i finanziamenti su di loro. Per scoprire quali università e ricercatori sono migliori, sono condotte valutazioni periodiche della ricerca, che vengono poi utilizzate per guidare l’assegnazione dei fondi. Tuttavia, quanto accurate sono queste valutazioni della ricerca nell’individuare i ricercatori migliori rispetto ad altri che non sono così bravi? Sylos Labini ci dà buoni motivi per pensare che queste valutazioni della ricerca, lungi dall’essere precise, siano molto fuorvianti.

Un risultato sorprendente, che egli cita, è conosciuto come «la domanda della regina». Il collasso della Lehman Brothers nel settembre 2008 ha dato inizio alla grande recessione. Nel novembre dello stesso anno la regina Elisabetta visitò la London School of Economics per inaugurare un nuovo edificio, e qui formulò la famosa domanda: «Perché nessuno ha previsto la crisi economica in arrivo?». Naturalmente gli economisti neoclassici della London School of Economics non solo non hanno previsto la crisi, ma hanno sostenuto le politiche neoliberiste che hanno portato ad essa. Nel dicembre 2008, l’istituzione che si occupa della valutazione della ricerca nel Regno Unito pubblicò i suoi risultati, dai quali emerse che la disciplina che aveva ottenuto il punteggio più alto di qualsiasi altra nel paese era proprio l’economia, che nel Regno Unito era ormai diventata quasi esclusivamente l’economia neoclassica. Se si prendessero in seria considerazione i risultati di tale valutazione, quindi, l’economia sarebbe la disciplina in cui era stata fatta la migliore ricerca nel Regno Unito nei precedenti cinque anni – migliore delle ricerche nei campi della fisica, dell’informatica, o delle scienze biomediche. Ovviamente questo dimostra che qualcosa è andato molto male con la valutazione della ricerca.

Sylos Labini è uno dei membri della redazione di Roars, un blog attivo nell’opporsi ai tentativi del governo italiano di introdurre nel paese un sistema di valutazione della ricerca sul modello di quello operante nel Regno Unito. Nel suo libro egli illustra le carenze di tali sistemi di valutazione della ricerca, e uno degli argomenti che propone riguarda alcune delle principali scoperte nel campo della fisica e della matematica fatte negli ultimi decenni. In fisica si discute della superconduttività ad alta temperatura, del microscopio a effetto tunnel e del grafene; in matematica della dimostrazione, da parte di Yitang Zhang, di un teorema importante nella teoria dei numeri primi. Tutte queste scoperte sono state fatte da scienziati poco noti in istituzioni di basso rating, vale a dire da ricercatori che avrebbero avuto il finanziamento dei loro progetti tagliato dalla rigorosa attuazione degli esercizi di valutazione della ricerca. Il punto è che la scoperta scientifica è imprevedibile, e si ha una migliore possibilità che avvengano importanti scoperte distribuendo fondi in modo più uniforme, piuttosto che concentrandoli nelle mani di una piccola élite.

Nella parte finale del suo libro, Sylos Labini pone l’accento sul fatto che la stessa spinta neoliberista verso l’ineguaglianza si riscontra in Europa nel suo complesso. I fondi di ricerca sono più concentrati nell’Europa settentrionale e meno nell’Europa meridionale. Sylos Labini sostiene – fornendo argomentazioni molto solide a sostegno del suo punto di vista – che occorra non solo una distribuzione più egualitaria dei fondi per la ricerca e lo sviluppo, ma anche un aumento globale dei finanziamenti: è questa la strategia in grado di produrre quelle innovazioni che possono rivitalizzare le economie e portarle su un percorso di crescita.

Ci auguriamo che una nuova generazione di politici sia disposta e sia in grado di attuare le sue idee. Nel frattempo il suo libro è caldamente consigliato a tutti quelli che cercano di capire l’attuale crisi e le sue ramificazioni.

 

Il libro è stato anche pubblicato in Inglese da Springer con il titolo “Science and the Economic Crisis: impact of science, lessons from science” 

 
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 (Pubblicato su Micromega 16 marzo 2016)

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12 Commenti

  1. Molto giusto. Da meditare. Con un corollario, però. Sylos Labini evidenzia il lato principale della contraddizione, come si sarebbe detto una volta. Ce n’è però anche uno secondario: quello della distribuzione delle risorse fra ‘scienze-scienze’ (come sembra implicitamente pensare l’autore) e ‘studi umanistici’ (non meno scientifici, a parere nostro). In Italia ciò è tanto più evidente e assurdo. Il definanziamento subito dalle discipline umanistiche rispetto alle altre è tale da metterne in pericolo la sopravvivenza, cominciando a ‘chiudere’ interi comparti specialistici. Tanto più assurdo in un paese come l’Italia, che del patrimonio umanistico, in senso lato, può fare la carta vincente: cioè, le università italiane possono attrarre ricercatori dall’estero proprio per studiare l’antichità, il medioevo, il rinascimento, l’età moderna fino alla rivoluzione francese, il latino, le lingue neolatine, l’italiano, il patrimonio artistico, ecc. molto più che per studiare le ‘scienze-scienze’, i cui ricercatori non a caso appena laureati si precipitano all’estero per perfezionarsi: o sbaglio?

    • Il focus principale è sulle scienze esatte ed in particolare la fisica, anche perché ho cercato di scrivere anche un po’ di divulgazione scientifica (mascherata da saggio :-)). Però il concetto di fondo sulla distribuzione delle risorse è valido in qualsiasi ambito.

    • Certo ! Il dibattito sulle previsioni in economia è stato molto ampio (Luca, Krugman, ecc) e il mio libro ne ripercorre le posizioni salienti cercando di inquadrarle nel dibattito più ampio del significato e del valore delle previsioni nella scienza ….

  2. @ Aristotele. Concordo sul fatto che l’Italia potrebbe attrarre ricercatori in campo umanistico. Comunque, l’affermazione

    “… molto più che per studiare le ‘scienze-scienze’, i cui ricercatori non a caso appena laureati si precipitano all’estero per perfezionarsi: o sbaglio?

    non è corretta. Il livello italiano nella ricerca di base, fisica in particolare, è molto alto. I più brillanti tendono ad andar via per due motivi. Il primo è che la mobilità è utile, in particolare per i giovani. L’altro motivo riguarda la demenziale miopia politica che costringe i giovani ad emigrare.

    Comunque, nessun problema. In una delle solite hastaggate, spara e fuggi, Renzi ci ha spiegato che l’emigrazione dei cervelli non è un problema: basta mettere le esperienze “a fattor comune”. Ovvero, se hai un polinomio, P(x), basta che lo fattorizzi, tipo P(x)=f(x)g(x), e il gioco è fatto. Semplice no? Avendolo avuto saputo prima…

    • @marco2013: grazie per la precisazione! non volevo certo negare il livello della ricerca di base (anche) nelle ‘scienze-scienze’ MA mi pare di non vedere né attuali né potenziali giovani studiosi stranieri fare la fila per studiare nei nostri laboratori, mentre è vero l’inverso. Comunque, il lato principale della contraddizione è sempre quello ben lumeggiato da F.Sylos Labini!

    • @ Aristotele: gli stranieri non fanno la fila perché l’impermeabilità della situazione italiana è ben nota (l’invasione di italiani ovunque del mondo è troppo massiccia per passare inosservata, e le domande sorgono spontanee…). Quindi nessuno (salvo eccezioni – non rappresentative della generalità – che vengono per ragioni tipicamente estranee alla carriera, affettive o di curiosità culturale; conosco direttamente alcuni casi) che abbia un briciolo di carriera avviata “da qualche parte” è così masochista da venire a guadagnare meno, lavorando in condizioni più scomode, per correre il rischio di imbucarsi in un vicolo cieco qui, al contempo perdendo irreversibilmente le condizioni che si era creato lì. Puo’ capitare che qualche giovanissimo decida subito dopo il dottorato di venire qua uno o due anni, ma lo fa con la piena consapevolezza che è solo un “Viaggio in Italia”; ma chi ha già alle spalle un paio d’anni di post doc spesi altrove ha già chances di accedere a una posizione buona vari ordini di grandezza più elevate che non qui , e tipicamente non le arrischia.

    • @Giacomo Bonnoli. Hai anticipato gran parte del mio commento:

      In tre concorsi per un posto da ricercatore (quando c’erano) abbiamo avuto una media di 90 domande per concorso. Tra i candidati c’erano varie eccellenze italiane, alcune di livello non lontano da ordinario. Anni fa in un concorso per 10 fisici teorici al CNRS, vinsero 7 italiani.

      I colleghi stranieri conoscono bene sia la disastrosa situazione professionale italiana che il livello della competizione nei concorsi. A differenza degli italiani, non hanno grandi motivi per emigrare in un paese con salari che sono meno della metà di quelli che prendono, come post-doc, altrove. In altre parole, non hanno alcun motivo di vivere la ricerca come un martirio.

      Se ci fossero posizioni permanenti con stipendi competitivi la situazione cambierebbe completamente.

  3. Vorrei ricordare che uno dei pionieri dello studio delle dinamiche caotiche in economia è stato Richard Goodwin e molti hanno avuto la fortuna di assistere alle sue lezioni di dottorato. Purtroppo, però, le indicazioni che emergono da questa metodologia non sono così spendibili: si possono definire valori soglia, attrattori e quant’altro ma da qui a fondare su questi previsioni, ne corre. Quanto alla critica all’economia neoclassica, vorrei anche qui solo ricordare che l’equilibrio economico generale che è la sua costruzione più importante, si fonda su assiomi minimi. Quello di razionalità per esempio prevede il semplice ordinamento di preferenze, cioè comparabilità e transitività. Infine che per voce di uno dei suoi massimi interpreti, Frank Hahn, per intenderci quello dei modelli di EEG Arrow-Hahn nonchè feroce critico delle aspettative razionali e forse per questo privato del Nobel, il compito dell’economia non è predire, ma descrivere. Che poi la necessità di accreditarsi spinga molti a lanciarsi in predizioni, non significa che l’economia neocassica sia predittiva. Infine credo che se proprio qualcosa possa essere preso dalle scienze-scienze questa sia la teoria delle entropie non estensive.

    • La metafora dell’effetto farfalla nella discussione di Donald Gillies è utile per spiegare la differenza tra un sistema vicino all’equilibrio e uno che si trova lontano da questo. Se una perturbazione localizzata è riuscita a generare una crisi mondiale (un piccolo effetto che genere grandi conseguenze) significa prima di tutto che l’assioma minimo su cui si fonda “l’equilibrio economico generale” non è verificato nella realtà. E infatti nessun neoclassico ha previsto la crisi, perché, come dice Lucas quella teoria economica non contempla l’esistenza di fluttuazioni così grandi. E non lo fa perché è una teoria con ha niente ha che fare con la realtà: per questo come dice Donald Gillies è una pseudo-scienza.

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