Questo pezzo di Maurizio Matteuzzi rappresenta
il pensiero dei “Docenti Preoccupati” di Bologna.

Che cosa significa “sapere”? Ecco un’altra parola terribile, sovradeterminata, composita, ipersemantica, agglomerato di un inviluppo di significati. “Sai che…?”, cioè “sei informato di…”; “”Sì, lo so”. “Sai distinguere un Caravaggio da un Raffaello?”, nel senso di “sei capace di”; “Sai l’anno della battaglia di Lipsia?”, ovvero ti ricordi un numero. “Cosa vuoi sapere?”, ossia cosa vuoi che ti dica. “Mario sa bene la storia”: qui andiamo male: sapere nel senso di “conoscere”, come se la conoscenza fosse un problema semplice. Si potrebbe continuare all’infinito, evocando sensi, oltre che significati (ci riferiamo alla distinzione freghiana) ad libitum.

 

Allora aggiriamo il problema. Oggi si vuole misurare la “preparazione”; dei nostri studenti, dei nostri insegnanti, dei vari professionisti. In particolare nell’ambito della istruzione, in cui ovviamente il problema, oltre che sentito, è cruciale. D’altra parte, se uno investe nell’edilizia, vuol capire se dal suo sforzo sortiscano edifici belli o brutti, che stanno in piedi o no. E gli investimenti nell’istruzione dovrebbero essere ingenti, anche se questo è proprio il contrario di ciò che avviene nel nostro Paese.

 

E’ dunque un dato di fatto l’enorme complessità del problema, così come la sua importanza. E questo ricorda un vecchio aforisma: per ogni problema complesso esiste sempre una soluzione semplice, chiara, lineare, intuitiva, e completamente sbagliata. Si è infatti imboccata la via più facile, la strada in discesa: ci affidiamo ai test. Anzi, importiamo nella nostra lingua non solo “test”,  visto che “prova” è parola equivoca, “esame” eccedente, o sovrasignificante, eccetera. Pazienza. Ma, già che ci siamo, importiamo anche il verbo, “italianizzandolo” (si fa per dire…): noi non controlliamo, non verifichiamo, non valutiamo: noi ora testiamo. Il che vale nel gergo della psicologia come in quello dell’informatica o in quello aziendale della selezione. Benissimo, testiamo pure!

 

C’è una letteratura sterminata sui test in psicologia, così come sul “testing” in informatica (almeno gli informatici non italianizzano, usano direttamente l’Inglese, il che è un po’ più esoterico ma certamente più sobrio). C’è tutta una problematica della validazione dei test, il che sarebbe poi una specie di meta-test: dobbiamo testare i test, mica possiamo sorteggiarli. Anche la progettazione dei test ha la sua brava biblioteca, con scritti importanti.

 

Ma c’è una cosa che bisognerebbe cominciare a capire: i test, comunque siano concepiti (non mi dilungo sull’ampia tipologia) non possono testare tutto. I matematici sanno bene, da almeno un’ottantina d’anni in forma anche dimostrabile, vedi il teorema di Goedel, che non tutte le funzioni sono computabili. Ecco, bisognerebbe riuscire a fare capire ai nostri tester, e all’ampia schiera dei loro supporter, o, meglio e più ancora, a chi amministra il potere burocratico che li guida, che esiste un sapere non testabile. Possibile? Ebbene sì, e cercherò di argomentarlo. E torniamo quindi al sapere.

 

Federigo Enriques, devo averlo già scritto da qualche parte, era solito dire che vanno distinti tre tipi di sapere. Il primo tipo è costituito dalle nozioni che si hanno sempre a portata di mano, come il proprio nome e cognome: è una specie di memoria centrale, come la RAM del computer: sono nozioni che “stanno sempre in memoria”, come direbbe un informatico. Poi c’è un secondo tipo, quello delle nozioni che, con qualche sforzo, posso ricostruire, come la dimostrazione di un teorema di media difficoltà, o il codice fiscale di una persona di cui conosco i dati anagrafici (e l’algoritmo per attribuire l’ultimo byte naturalmente), o, per fare un esempio più banale, l’anno di nascita di Napoleone. Qui, sempre seguendo l’analogia uomo/computer, dobbiamo fare accesso alla memoria di massa, e magari metterci anche un po’ di ragionamento, richiamare, insomma, qualcosa dagli archivi storici della nostra esperienza, e spesso applicare anche un algoritmo. Infine, c’è un terzo tipo di conoscenza, magari meno nota ai  più, o almeno non sufficientemente considerata, che non di rado è ancora più importante. Ed è quella del sapere dove sta l’informazione desiderata, cioè dove e come reperirla. Quella che caratterizza l’esperto insomma, il quale sa subito dove mettere le mani.

 

L’obiezione tipica a quanto sto dicendo è facilmente immaginabile: “Ma c’è Google!”. No, non per quanto intendo. Proviamo a fare qualche esempio. Supponiamo che io stia studiando come veniva gestito il problema, prima dell’introduzione del sistema indo-arabico, nel caso in cui ci volesse uno “zero”, oggetto assente nella matematica antica; supponiamo che il nostro interesse sia rivolto, per fare un caso, al sistema sessagesimale assiro babilonese. Bene, adesso, lettore diffidente e dubbioso, vai su Google… e tanti auguri. Come formuleresti la “query”? Uno storico della matematica può anche non ricordare i dettagli, ma ti dice immediatamente: “Vai sul Neugebauer, The exact Science in Antiquity”. Mi interessa sapere qual era l’accezione di un certo termine filosofico mezzo secolo fa rispetto a quella attuale. Che domanda faccio a Google? Ma uno storico della filosofia ti direbbe subito: “Leggi la voce X sul dizionario filosofico di Abbagnano”. Non sto dicendo che si deve, nei casi sofisticati, finire necessariamente “su carta”; sulla rete c’è tutto, ma bisogna sapere cosa cercare. Chi ha il tipo di conoscenza di cui qui si tratta quasi sempre risolve il suo problema in due o tre passaggi. Chi non ha questa conoscenza può prendere lucciole per lanterne, o andare in “infinite loop”, o non trovare nulla. Si potrebbero fare infiniti esempi simili, in tutti i campi dello scibile.

 

Questo tipo di conoscenza potremmo chiamarla “conoscenza obliqua”; ed è quella più adatta a caratterizzare la vera sapienza. Non intendiamo per sapiente colui che sa le cose a memoria in modo meccanico. Quante volte si parla del “ripetere a pappagallo”, o dello studio “nozionistico”. Il grande giurista non è quello che sa a memoria molte leggi parola per parola, né l’uomo della pioggia che ricorda tutte le cinquantacinque carte del mazzo già passate, deducendone quella mancante. Il grande giurista ha una conoscenza sistematica, una capacità classificatoria, possiede una “ontologia”; questo vale per ogni disciplina appena un po’ sofisticata, che, per essere conosciuta, necessiti di qualcosa di differente dall’addestramento circense. Se un elefante sappia effettivamente salire con tutte e quattro le zampe su un piccolo sgabello è facile da verificare; che uno abbia capito in cosa si differenzia il sistema di Fichte da quello di Kant induce qualche problema in più. E, in ogni caso, la conoscenza obliqua che ci deve essere “dietro” non verrà mai fuori da un test.

 

Siamo costretti allora a concludere che di fronte alla “conoscenza obliqua” non possiamo esprimerci? No, il discorso è un altro. E torna l’analogia con i problemi non computabili: non esiste un algoritmo, ma l’uomo li affronta e spesso li risolve ugualmente. Prendiamo la diagnostica medica: non c’è un algoritmo, ma non per questo il medico si rifiuta di curarti; e spesso ti guarisce.

 

Cosa si deve usare, dunque, per valutare questa conoscenza? Possiamo rispondere prendendo a prestito il celebre aforisma protagoreo: «Pánton chremáton metron estìn ánthropos»: l’uomo è misura di tutte le cose.

Send to Kindle