Avendo sollevato da tempo sul sito di ROARS la questione dell’attuale sistema di tassazione per l’iscrizione all’Università, vorrei proporre una riflessione a margine della proposta del Presidente Grasso e degli interventi di alcuni autorevoli colleghi qui ospitati.

Partirei da una considerazione preliminare: la mia proposta di abolire le tasse universitarie – quelle in senso stretto e non già anche quella regionale sul diritto allo studio che rappresenta una buona scelta di politica redistributiva – non è fine a sé stessa, quindi non si connota per essere una momentanea (ed estemporanea) scelta elettoralistica, ma è, e vuole essere, uno strumento, magari non il solo, o forse anche insufficiente, per consentire il perseguimento di due obiettivi che mi parrebbero davvero prioritari: aumentare il numero degli iscritti all’Università, prescindendo dal reddito delle loro famiglie e, anche, aumentare la mobilità interna degli studenti, favorendo una maggiore contaminazione fra varie zone del Paese. In questo contesto, la possibilità di far studiare gratuitamente i propri figli, non disgiunta da quella volta ad assicurare quantità e qualità di servizi (alloggio, mensa, biblioteche, ecc.) alla portata di tutti e degni di un Paese “civile”, potrebbe di sicuro allontanare il triste primato di un Paese nel quale scarseggiano sempre di più i laureati e la loro qualità.

Vi è poi da parte mia un certo scetticismo nel giudicare l’attuale assetto della tassazione universitaria e, soprattutto, nel ritenere equo l’ultimo dei provvedimenti adottati dal governo Renzi, il c.d. “Student Act” che, come è noto, prevede l’esonero totale dalle tasse per gli studenti il cui nucleo familiare ha un valore ISEE inferiore a 13.000 euro. Vero è che l’ISEE è indice più attendibile del Reddito imponibile (in senso stretto) perché calcolato tenendo in considerazione una pluralità di beni che, talvolta, non vengono tassati dal fisco, ma è altrettanto vero che di quell’Indice fa parte il reddito imponibile che nel nostro Paese rappresenta quanto di più inattendibile si possa immaginare, anche in considerazione dei livelli allarmanti di elusione ed evasione fiscale che pervade l’Italia. La quasi totalità dei contribuenti italiani, infatti, si colloca in una fascia di reddito sotto i 50.000 euro e solo il 4% dei medesimi contribuenti dichiara più di quella soglia, ma versa il 35% dell’intero gettito Irpef! Queste famiglie sono in grado di iscrivere i loro figli in Atenei privati, italiani o all’estero, con costi neppure minimamente comparabili con le Università pubbliche italiane. Nella classe fino a 15.000 euro (che è quella che include lo Student Act) si colloca il 46% dei contribuenti che dichiara solo il 5% dell’Irpef totale (i dati sono quelli del MEF relativi all’anno d’imposta 2014). In buona sostanza, se le dichiarazioni dei redditi sono “inaffidabili”, visto il tenore di vita medio delle nostre città, lo sono anche le dichiarazioni ISEE e continuare a utilizzare questi dati per determinare le fasce di pagamento delle tasse universitarie significa aggiungere iniquità ad altra iniquità. Meglio sarebbe, dunque, far pesare sulla fiscalità generale, similmente al Servizio sanitario nazionale, i costi, prevedere controlli serratissimi sulle dichiarazioni e suddividere per fasce (oltre che valutare il merito) l’eventuale partecipazione ai costi dei servizi allo studente. Sprovincializzare gli Atenei (nel senso di favorire la mobilità studentesca come se si trattasse di una sorta di Erasmus nazionale), garantire alloggio, mensa, biblioteche e borse di studio e azzerare le tasse potrebbero davvero essere una scelta politica strategica (oltre che un investimento in termini di qualità delle risorse umane) in grado di portarci non solo fuori dalla crisi, ma anche a competere, veramente, con i Paesi del Nord Europa. Il resto è solo polemica politica fine a sé stessa ed è destinata a durare lo spazio di qualche settimana.

 

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1 commento

  1. Premesso che sono assolutamente d’accordo con l’idea di abolire le tasse universitarie, devo ammettere che, come primo passo, usare l’Isee per creare una no tax area non è sbagliata.
    Perché o l’Isee è tecnicamente corretto o non lo è. Ma non trovo accettabile l’idea che è corretto ma tanto siamo un popolo di evasori.
    Questo modo di ragionare è sbagliato, ed è quello che sta uccidendo l’università.
    Le regole si fanno per far funzionare le cose. L’evasione è questione di polizia e magistratura.

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