DA OGGI I MIEI INTERVENTI SULLA STAMPA SONO FINITI

Questo articolo doveva essere pubblicato da giorni sul quotidiano di cui “ero” editorialista, e di giorno in giorno è stato rinviato, fino a che oggi rappresenta l’estremo limite perché non diventi obsoleto. Lo propongo qui in una versione un po’ espansa.

In cambio, al suo posto, è stato pubblicato un articolo-appello a non scioperare che imputa allo sciopero il rigetto del tema del MERITO – insomma una predica sull’importanza del merito. Il “bello” è che l’autore della predica è persona che ha millantato due lauree e un master di economia mai conseguiti, e altre titoli di “merito” inesistenti. Se, per fare una predica sul merito, si ha bisogno di rivolgersi a una simile “autorità” vuol dire che il grado di insensibilità etica ha raggiunto livelli impensabili.

Da oggi  sono finiti i miei interventi sulla stampa. (Da intendersi come la “stampa” in generale, e non l’omonimo quotidiano su cui non ho mai scritto). Non me ne rammarico perché ho sempre detto quel che pensavo e ho pagato prezzi molto alti per questo. Non cambierò certo in tarda età. D’ora in poi scriverò soltanto sul blog o presso chi vorrà darmi spazio in modo libero e accettabile.

La narrazione (o storytelling, come si usa dire oggi) dell’attuale conflitto sulla scuola da parte chi difende il progetto governativo è che in Italia non si può far niente perché ogni tentativo di riforma è bloccato da potenti forze conservatrici e la scuola ne è l’esempio supremo. Nell’istruzione, come altrove, sono presenti forze conservatrici e corporative, ma la rappresentazione che esse abbiano bloccato ogni tentativo di modifica è un falso colossale. Se alcune riforme globali (i cicli di Berlinguer, la legge Moratti) sono fallite, chi conosca appena la storia della scuola italiana degli ultimi decenni sa che su di essa si è rovesciato un caotico tsunami di decreti, di circolari, di sperimentazioni, di prescrizioni che ne hanno cambiato il volto in modo profondo e, soprattutto, disorganico. Gli insegnanti sono stati terremotati da cambiamenti introdotti per lo più in modo subdolo e veicolati come “sperimentazione”.

Ricordiamo alcuni eventi di questo tsunami, cominciando dalla “rivoluzione” che, pezzo a pezzo, è stata fatta della scuola primaria sotto la ferula di “indicazioni nazionali” l’una peggiore dell’altra. Poi è avanzata l’ideologia della sostituzione della scuola delle conoscenze con la scuola delle “competenze”, promossa da un network di pedagogisti e di dirigenti ministeriali che hanno imposto in modo ossessivo la redazione di ogni documento secondo la trimurti conoscenze–competenze–abilità e hanno inondato le scuole di griglie e documenti di certificazione delle competenze la cui compilazione divora una parte consistente delle attività d’insegnamento. L’ultima certificazione, in uscita da poco, rappresenta l’apice della sadica volontà di estirpare ogni traccia di buon senso dal mondo della scuola. Si procede fino all’esclusione di ogni possibile valutazione negativa del rendimento dello studente. È il trionfo della follìa del “successo formativo garantito”. Chi abbia frequentato certi corridoi ministeriali sa che non è possibile scrivere in un documento «lo studente, al termine del corso, saprà risolvere un’equazione di secondo grado»: bisogna dire «sa risolvere», all’indicativo presente… perché la scuola garantisce il successo per decreto. Oggi, gli insegnanti che vogliono fare il loro mestiere sono costretti a impiegare gran parte del loro tempo a compilare scartafacci ispirati a queste logiche demenziali. E, come se non bastasse, ora le scuole sono impegnate, anziché a insegnare, a compilare un pesante documento di autovalutazione (RAV, Rapporto di autovalutazione). Anche qui, se ancora avesse corso il buon senso, l’idea che le scuole impieghino una quota considerevole di tempo a darsi un voto rispondendo a decine di domande, potrebbe solo far parte di un libro di barzellette.

Poi è cascato sulle spalle delle scuole l’Invalsi, un ente chiuso, composto da uno staff inamovibile, i cui atti e le cui discutibili metodologie statistiche sono rigorosamente sottratte da ogni valutazione, come se il più elementare buon senso non indicasse che chi ha il potere di valutare sia il primo a dover essere controllato con rigore. L’Invalsi ha ottenuto di sottoporre gli studenti individualmente a test che nelle medie contribuiscono alla valutazione dello scrutinio, introducendo una nuova materia, il “superamento dei test Invalsi”. Ciò ha avuto come conseguenza il dilagare della disastrosa prassi del “teaching to the test”, ormai largamente criticata all’estero da chi l’ha sperimentata prima di noi.

E che dire della disastrosa legge sui DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento)? Non soltanto ha introdotto un fenomeno nuovo: la medicalizzazione della scuola; ma ha introdotto l’idea nefasta che, al primo sintomo di difficoltà di apprendimento, invece di ricorrere a tutti gli strumenti didattici più sofisticati, lasciando aperta un’opportunità di crescita, con la diagnosi di DSA si inchioda il bambino (o ragazzo) a una condizione che dovrebbe caratterizzarlo per la vita. È un’ideologia che ha come corrispettivo gli screening genetici di massa che effettuava il regime fascista. E, come se non bastasse, le diagnosi sono effettuate da psicologi che, candidamente, dichiarano “discalculico” un ragazzo senza sapere neppure cosa sia una divisione con resto. Come se questo non bastasse si è passati ai BES (Bisogni educativi speciali) che costituiscono una sorta di rafforzamento dei DSA.

Passando alla questione precari, nel 2008 sembrava che si fosse aperta una via ragionevole, sostituendo le pletoriche SSIS (Scuole di Specializzazione per l’Insegnamento Secondario) con il più agile TFA (Tirocinio Formativo Attivo) e prefigurando un reclutamento ripartito a metà tra giovani abilitati e precari. Niente da fare. Furono riaperte le GAE (Graduatorie a esaurimento) e un’efferata collusione tra dirigenza ministeriale e alcuni sindacati strangolò il canale di reclutamento dei giovani. Si sono persi ben sette anni, in cui il problema del precariato poteva essere, se non smaltito, ridotto a proporzioni gestibili. Ed ecco che l’Europa ha intimato al governo italiano di risolverlo una volta per sempre.

Nessuno sa bene quanti sono tutti gli aventi diritto. Centomila? Duecentomila? Di più? Cifre ingestibili. Ma se si taglia troppo si rischiano ondate epocali di ricorsi. Di qui il balletto di cifre nello spirito “provo a vedere se passa”. E per nascondere la confusione attorno a questo, che è il vero problema, si è pensato di incartarlo entro un fumoso e ambizioso progetto di riforma denominato con deplorevole retorica “la Buona Scuola”. Ma chi si sognerebbe di chiamare una legge “la Buona Economia”, “la Buona Sanità”, o la “Buona Previdenza”, salvo che per fare propaganda di regime?

Nel merito delle proposte di questo progetto ci sarebbe molto da dire, e ne abbiamo parlato in precedenti interventi. Limitiamoci a due questioni. La prima è che esso è ispirato a una visione secondo cui la scuola deve trasformarsi sempre di più in una sorta di “centro sociale” al servizio della comunità, fino a favorire forme di socializzazione quali le occupazioni, che sarebbero più formative della didattica ordinaria. Difatti, anche qui si manifesta la volontà perversa di marginalizzare sempre di più le discipline ordinarie. Ciò è evidente nella tendenza a premiare gli insegnanti che organizzano attività extra-curriculari penalizzando i poveretti cui – invece di organizzare qualche demagogico e superficiale seminario – salti in mente l’idea di aggiornarsi in qualche seminario universitario di storia o di matematica.

La seconda e grave questione riguarda il ruolo (quale che ne siano le versioni) che si vuol conferire ai dirigenti scolastici di assumere gli insegnanti e gestirne la carriera, premiandoli o penalizzandoli secondo criteri autocratici e consentendo loro di crearsi uno staff di collaboratori fidati. Tutto ciò per realizzare l’autonomia scolastica. Ma anche qui vediamo che l’istruzione è il luogo dove la ragione è stata bandita. A parte legittime discussioni circa la coesistenza tra scuola statale e paritaria, è un fatto che la scuola italiana sia ancor oggi un’istituzione pubblica e a gestione quasi tutta statale, ovvero finanziata dal contribuente, il quale ha il diritto di sapere come sono spesi i suoi quattrini. Allora, o si rimette in sesto l’antico sistema delle ispezioni, gestite da un ministero ripulito da protagonismi che s’impongono anche ai ministri. Oppure, si vada pure a forme di autonomia gestite dal dirigente scolastico. Ma allora chiunque abbia una briciola di buon senso capisce che ciò è possibile con un sistema di valutazione che deve appuntarsi tutto, e con estremo rigore, proprio sulla categoria dei presidi, visto che sono loro ad avere il potere di valutare i docenti! Chi  prende come metro di paragone i vasti poteri di un dirigente aziendale privato dimentica che costui è stato dotato di tale libertà di azione da un consiglio di amministrazione che può cacciarlo quando vuole se non reputa buono il suo rendimento.

Ma “la Buona Scuola” non propone alcun meccanismo di valutazione dei presidi degno di questo nome. Non solo: i tentativi di introdurre controlli analoghi a quelle delle aziende private da parte di consigli scolastici di insegnanti e famiglie, sono risibili, e c’è da vergognarsi di dover spiegare persino il perché. E se un controllo severo e autentico dell’operato dei dirigenti non c’è, ve ne saranno di competenti e rigorosi che faranno funzionare la loro scuola a meraviglia; altri che valuteranno in modo ingiusto i professori; o creeranno le loro camarille di collaboratori fidati; o casi, tutt’altro che improbabili in certi territori, di chi si porrà al servizio di elenchi di reclutamento proposti dalla criminalità organizzata. Come se non bastasse, l’ultimo mega concorso a dirigente scolastico solleva altri dubbi: a parte il numero scandaloso dei test sbagliati tra quelli proposti, moltissimi altri erano espressione di un’ideologia psico-pedagogica che imponeva al candidato di manifestarsi esperto in certa letteratura, e rendeva concreto il sospetto che il ministero volesse selezionare una categoria di persone fidate sul piano ideologico e quindi apprestare le condizioni per rendere la futura autonomia una mera finzione.

Il governo dovrebbe rendersi conto di aver compiuto il capolavoro politico di creare un fronte compatto di opposizione. Lo tsunami subito dalla scuola italiana nel corso di tanti anni, e che ha ridotto i migliori insegnanti alla disperazione, deve essere arrestato. L’unico modo di procedere – sotto la guida di un ministro di altissima competenza e autorevolezza – è di procedere in modo ragionato, lento e cauto, rimettendo insieme i pezzi attraverso il massimo di consenso.

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34 Commenti

  1. A volte sono stato critico nei confronti di Giorgio Israel. Ma questo suo intervento meriterebbe una standing ovation.
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    E il solo fatto che non sia apparso sulla stampa mi sembra un segnale estremamente preoccupante della situazione.

    • Quanto accaduto a Israel è molto grave, ma assolutamente non sorprendente. C’è già da tempo e sempre più ci sarà aria di regime (per molti versi, benché non vada affatto sottovalutato, di regimetto da operetta, è chiaro: siamo pur sempre in italia, dove nulla mai può essere realmente serio); e del simpatico quadro fa parte anche la miserabile diffusione di un certo qual miserabile culto della personalità (inutile ricordare che solo i peggiori e i più mediocri perseguono e accettano culti della loro personalità).
      Il nostro popolo ha scritto numerose pagine vergognose. Da un certo punto di vista, quindi, l’allineamento ASSOLUTAMENTE DI TUTTE le testate giornalistiche (con le sole eccezioni del “Fatto” e del “manifesto”; non prendo ovviamente nella minima considerazione i due quotidiani che sono ancora diretta emanazione del faro politico-esistenziale di homo rignanensis, perché è fin troppo chiaro che versano nella penosa condizione di dover raffazzonare un'”opposizione” a uno che sta av-verando e av-vererà i sogni più cari a tutti quelli che ci scrivono) a un solo “pensiero” (quello dell’estrema destra neoliberista), e quindi al giovinotto che ne è da noi l’esecutore, potrebbe essere considerato semplicemente l’ennesimo episodio che va a rimpinguare la collezione delle suddette pagine. Tuttavia, non si può fare a meno di rilevare che una situazione così (anche culturalmente) miseranda è INEDITA persino per il nostro paese, cioè popolo (lo dico ovviamente riferendomi al periodo successivo al ’43). Dunque appare ragionevole supporre che, a spiegarla, non basti la sia pure fortissima e, per così dire, eterna vocazione del nostro popolo all’autoschiavizzazione, o, se si preferisce una formulazione includente un riferimento culturale alto, alla servitù volontaria. Tendo a credere che, a conferma della nostra ormai pienamente acquisita natura di popolo commissariato ed eterodiretto, contribuiscano a spiegarla precisi, attenti e magari anche piuttosto duri input-ukase-controlli stranieri. Ma forse sono troppo buono col popolo cui, ovviamente, io pure appartengo…

  2. Chi conosce la scuola sa che questa riflessione di Giorgio Israel è realistica, documentata, libera. Un testo eccellente.
    Che un “grande” (?) quotidiano lo abbia rifiutato, preferendogli la predica di una “persona che ha millantato due lauree e un master di economia mai conseguiti, e altre titoli di ‘merito’ inesistenti” non stupisce ma costituisce la conferma di che cosa siano diventate stampa e informazione in Italia.

  3. per quanto condivida le preoccupazioni di fondo, trovo questo intervento pieno di acrimonia e di accuse generalizzate e non argomentate.
    Tra le altre mi riferisco, per interesse personale, al passaggio sui DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento).
    Davvero l’autore pensa che “al primo sintomo di difficoltà”, “candidamente” si faccia diagnosi?
    E poi, ancora con gli stereotipi sugli psicologi?

    • Io ho avuto esperienza sia di casi di DSA conclamati, sia di certificazioni per lo meno dubbie, come la famosa dislessia “borderline”. L’impressione che certe strutture sanitarie, nel dubbio, rilascino comunque un foglio di carta, è abbastanza forte.
      Adesso sono fuori dalla scuola, ma da quel che sento dire da chi c’è dentro la situazione continua ad aggravarsi. Ci sono classi alle superiori con tre o quattro o più certificazioni. O li hanno messi tutti lì, o c’è qualcosa che non funziona.

  4. Io invece ne vorrei tanti di articoli così sui giornali, dove si capiscono le questioni e le motivazioni.
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    Invece ieri, appunto, sul Corriere si esprimeva il mago del merito con un “discorso” che suonava più o meno così:
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    “No ma la scuola non forma per il lavoro ed è indietro di 80 anni però ha dei risultati positivi nei test, perché è dopo che ci sono i danni perché la scuola superiore e l’università sono inutili e danno lauree inutili, infatti si laureano quelli col reddito alto, mica quelli col reddito basso infatti lì le famiglie non pagano perché sanno che non serve, poi devono sapere che adesso la scuola e l’università non devono preparare per un “mestiere” ma per comunicare, non serve quindi il diritto allo studio, ma serve scegliere la scuola e l’università non inutili perché poi uno si fa da sé.”
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    La maestra del mago è rimorta nella tomba, lei aveva sospetti di un grosso DSA anche se non sapeva ancora bene che si chiamava così.

  5. Dire quel che si ritiene vero per una larga esperienza non è acrimonia. Quante volte ho visto ragazzi iscriversi al primo liceo avvertendo, con la famiglia attorno, di avere in corso una diagnosi di DSA e di avere diritto a un piano didattico diverso. La facilità con cui si ottengono queste diagnosi offre percorsi di nullafacenza che attirano molti studenti e famiglie che non hanno voglia di vedersi insufficienze. E che dire di casi come quella maestra che aveva un bambino capacissimo di risolvere qualsiasi divisione con resto, ma che si rifiutava di memorizzare un imbecille filastrocca sulle cosiddette “cinque regole della divisione”? Dichiarato discalculico con conseguenza psicologiche devastanti. Potrei continuare con tanti esempi. E siccome ho largamente studiato la letteratura in materia, posso dire a costo di apparire acrimonioso, che la discalculia è una bufala che, nei casi in cui sembra esistere, è semplicemente riducibile alla dislessia classica. Dire che uno psicologo non ha il diritto di fare diagnosi in materia, se non ha acclarate competenze di matematica, è acrimonia? Suvvia….

  6. Come sempre il Professore colpisce dritto al punto.
    Mi sembra evidente che volessero fare questa riforma sin dall’inizio: il primo sospetto mi à venuto quando la ministra ha detto ‘non sarà una riforma calata dall’alto’; il secondo quando hanno avviato la consultazione telematica sulla ‘buona scuola’. Ci prendono sfacciatamente in giro. A ogni riforma il livello degli studenti cala di qualche punto. Adesso mi arrivano i primi che non sanno scrivere in corsivo, mentre da anni sono in azione quelli che non sanno la geografia (a proposito, la geografia dell’Italia è scomparsa dai programmi di prima media,), la grammatica e la storia. Si scrive meno, si guardano gli schermi, si fanno tante belle attività: questa è la negazione della scuola. Una miscela di sessantottismo, aziendalismo e psicopedagogismo in abbraccio letale e corrosivo e a pieno detrimento di tutti coloro che attraverso la scuola si sono formati una cultura non avendola in famiglia.

  7. Gentile professor Israel,
    sono un insegnante e scrivo solo per dire che mi sento profondamente umiliato dal fatto che un quotidiano abbia preferito un commento sulla scuola di uno che è stato smentito persino da mago Zurlì, a un intervento di uno studioso che alle cose scolastiche dedica tempo e energia con grande passione e non da ieri. Questo sgradevole episodio è la spia di quanto sia decaduta la discussione pubblica sulla scuola.
    Temo, inoltre, che non le perdonino anche il rispetto che lei ha sempre mostrato per noi insegnanti. Mi auguro che lei continui a trovare il tempo e la forza per dire parole sensate sull’istruzione
    Cordiali saluti.
    Andrea Bellomo.

  8. Israel però dovrebbe sapere, per esempio, che il certificato delle competenze di quest’anno non è uno sfizio, ma ricalca pari pari la Raccomandazione UE del 2006. Direi che arriviamo in ritardo di quasi 10 anni. Poi critica la didattica per competenze ma anche in questo caso ci sono orientamenti europei e linee pedagogiche che si impongono al riguardo. In Finlandia, paese che non mi risulta nè fascista nè dotato di un sistema scolastico di serie B, si inizia a ragionare in termini di abbandono della didattica disciplinare in favore di una didattica trasversale orientata alle competenze e al problem solving. Forse l’autore pensa che tutto quanto arrivi dalla UE sia fumo del diavolo e che la UE sia un grimaldello neoliberista? In tal caso si capiscono molte cose. Sistemi di valutazione come INVALSI ci sono in tutti i paesi UE! Perché? Perché se la UE deve finanziare i sistemi di istruzione ha bisogno di statistiche standard e di indicatori per valutare certi parametri. Aggiungo che la legge sui BES è una legge di civiltà, non la si può vedere come una seccatura burocratica! Mi perfette di offrire strumenti compensativi anche a chi ne necessita in un quadro dove le certificazioni son sempre meno, per motivi economici!

    • Parlare di didattica trasversale orientata alle competenze “perché lo fa la Finlandia” o perché così ci si colloca meglio nei ranking INVALSI è proprio il tipo di approccio che fa pensare ad una caduta del pensiero critico. Possibile che nessuno sia sfiorato dal dubbio che i sistemi educativi, invece di appiattirsi su un unico modello dovrebbero rispondere innanzitutto alle esigenze e vincoli del paese e della cultura in cui operano ?
      .
      I riferimenti alla UE non sono appropriati perché il lavoro di studio della UE sui sistemi di istruzione e sulla loro compatibilità è molto meno superficiale di quello che si potrebbe immaginare.
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      Gran parte delle statistiche ed indicatori basati su ranking deriva da test di origine OCSE (che e’ cosa diversa dalla UE e anche molto meno neutra quanto a sudditanza culturale da modelli di matrice prettamente economicista).
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      In ogni caso, il problema principale non dovrebbe essere chiedersi se test standardizzati vadano usati o meno ma piuttosto quanto quelli già effettuati abbiano veramente aiutato a migliorare il sistema o quanto questa modalità di monitoraggio non sia eccessivamente invasiva. In ogni caso, la prima valutazione da fare sarebbe quella sui valutatori e sui loro strumenti. Onestamente non riesco a vedere motivi per considerare il sistema attuale di test di alcuna utilità concreta per il miglioramento dei livelli scolastici. Soprattutto quando altre azioni sicuramente maggiormente urgenti vengono messe da parte anno dopo anno o semplicemente ignorate.
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      Sui finanziamenti UE ai sistemi di istruzione sono poi curioso di avere qualche informazione di dettaglio. Mi sembra un’ interessante novità ? Cosa viene finanziato ? Da quando ?
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      Sui BES, certo non sono un male assoluto. Ma io mi chiederei se quello che scrive Israel non sia un sintomo di qulcosa che non funziona perfettamente, prima di accusare chi solleva obiezioni di attacco ad una legge di civiltà.

    • Qualche scopo della UE:
      autoincensarsi e moltiplicare la burocrazia scolastica creando certificazioni per gonzi;
      distruggere le tradizioni scolastiche locali facendo pressioni per un modello americaneggiante con tanta fuffa e tanto neoliberismo;
      tagliare anni di istruzione e creare prodotti da vendere sotto forma di master e corsetti telematici;
      introdurre modelli valutativi spersonalizzanti, automatizzati, che distruggono i libri, la carta, le capacità scrittorie, gli insegnanti;
      spingere per la vendita di apparecchiature informatiche su pressione di aziende multinazionali potentissime;
      chiamare tutto questo progresso, competenze trasversali, civiltà.
      A brave new world.

  9. Ho scritto non so quanto sulla questione competenze, sulle competenze di Lisbona ecc, e sulle visioni UE sull’istruzione. Ritengo l’indirizzo che stanno imponendo deleterio. È lecito e tema di discussione oppure i testi UE sono i nuovi testi sacri che dettano la verità e addirittura “s’impongono”? I pedagogisti sono la nuova casta sacerdotale di una fede assoluta? Ho analizzato a fondo il modo in cui s’insegna la matematica in Finlandia e, anche sulla base dei documenti di illustri matematici finlandesi, penso che sia una cosa devastante che – come dicono loro – è una pseudodisciplina fatta apposta per aver successo nei test Ocse-Pisa. Si può dire? Da matematico penso che ridurre la matematica a problem solving sia una bestialità colossale che ne distrugge il valore culturale e che può essere frutto solo della mente di ignoranti e burocrati. Si può dire senza cadere nelle solite insinuazioni dietrologiche uno sia anti-neoliberista, paracomunista o che so io? Io ragiono con la mia testa e basta. E ritengo che gli indicatori e i cosiddetti parametri “oggettivi” siano peggio che discutibili. Del resto sono in buona compagnia: un appello firmato da migliaia e migliaia di insegnanti ha chiesto la sospensione dei test Ocse-Pisa. Dice bene Pastore, qui è in gioco lo spirito critico e la possibilità di pensare liberamente.

    • Israel ha perfettamente ragione: questi tentativi di quantificare per forza cosa che di per sé non sono quantificabili mi ricordano il QI e l’analisi che ne ha fatto S.J. Gould nel suo fondamentale “Intelligenza e pregiudizio”. Purtroppo siamo nell’epoca in cui gli esperti di istruzione scrivono libri sulla Meritocrazia senza sapere che questa parola è stata coniata e usata per ridicolizzare esattamente quello che ora ci propinano. Comunque a me sorprende sempre la nullità del corpo docente universitario che si fa dettare le regole da queste persone e segue supinamente queste idee: cosa abbiano studiato a fare tanti anni proprio non si capisce.

    • Sì, Gianfelice Rocca ci ha spiegato che per la sua nuova università ha voluto scegliere manager che fossero figli di medici in modo che la Sanità ce l’avessero nel sangue.
      Va anche detto che Abravanel critica l’ANVUR perché
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      “Nessuno però ha mai pensato di creare una commissione che valutasse la didattica, ossia la vera ragione per cui circa un milione e ottocentomila studenti pagano ogni anno le tasse di iscrizione” (pag. 165).
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      Abravanel, deve avere problemi di memoria perché martedì scorso aveva scritto:
      “La nostra università è gratuita”
      http://www.corriere.it/opinioni/15_maggio_05/per-scuola-merito-piu-vicina-lavoro-845822e6-f2fa-11e4-a9b9-3b8b5258745e.shtml
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      Quando ha scritto il libro, sapeva che si pagano le tasse universitarie, ma martedí scorso se l’era scordato. Oggi ho provato a chiederglielo dopo la fine dell’incontro e non mi sembrava che avesse le idee chiare, tanto meno sul fatto che ci sono dei raffronti internazionali consultabili sul rapporto Education at a Glance dell’OCSE i quali mostrano che abbiamo le tasse più alte in Europa dopo Regno Unito e Paesi Bassi.
      https://www.roars.it/online/luniversita-italiana-non-e-quasi-gratis/

    • Nelle conclusioni del libro di Abravanel ci sono le (nove) regole per prendere in mano il proprio destino. Ecco la n. 8:
      «Costruirsi una reputazione personale».

    • Il tema è simile: “come si fa ad uscire da questa crisi?”. Vedendo le alternative sul tavolo, credo che la fede in “Quelo” andrebbe rivalutata. È vero che Guzzanti ammette che “questa religione [la religione di Quelo] è piena di contraddizioni”, ma è in buona compagnia. Serena Dandini: “Ma lei si deve preparare di più”. Guzzanti: “La gente ha bisogno di credere in qualcosa. C’è grossa crisi”.

  10. “La ricreazione è finita” è un titolo inquietante.
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    In realtà, mentre mi intrattengo con certe interviste video o scritte, a me sembra iniziata. Salvo poi decidere che preferisco altri tipi di ricreazione.

  11. Contro la “Buona Scuola” sembra esserci una reazione della base di dimensioni inattese rispetto alle aspettative del Governo. Da parte nostra registriamo una notevole attenzione al tema da parte dei lettori. Questo post ha avuto quasi 7.500 visite in pochi giorni e Giorgio Israel mi dice che sul suo blog ne ha ricevute 5.000, oltre a diverse offerte a ripubblicare in siti di insegnanti.


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    Qualcosa deve essere successo se persino il Corriere (dopo aver pubblicato un surreale articolo di Abravanel http://www.corriere.it/opinioni/15_maggio_05/per-scuola-merito-piu-vicina-lavoro-845822e6-f2fa-11e4-a9b9-3b8b5258745e.shtml) prende atto del dissenso generalizzato per bocca di Paolo Franchi:
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    Se contro la «buona scuola» va in piazza il popolo del Pd
    http://www.corriere.it/opinioni/15_maggio_08/se-contro-buona-scuola-va-piazza-popolo-pd-4143ece2-f552-11e4-9c1c-931a52508e78.shtml
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    “Per opporsi alla riforma hanno manifestato non gli avversari, ma gli elettori del partito del premier: una componente del centrosinistra frustrata nelle sue aspettative. Sfidarla vorrebbe dire, per Renzi, tagliare nella carne viva del suo mondo di provenienza”

  12. Questo bell’articolo mi ha stimolato ad approfondire il concetto di “competenza”, che oggi – magari ancora non all’università, ma a scuola sì – è entrato prepotentemente nella redazione di ogni documento sulla valutazione. Ho così letto un ottimo intervento del prof. Israel su “Scuola democratica” 2 (2011), in cui tra le altre cose, ricordava che “dopo alcune prove nel settore militare durante la
    Seconda guerra mondiale, il concetto di competenza fu introdotto nell’ambito aziendale dallo psicologo statunitense David McClelland”. Affermava, inoltre, che “si ammette generalmente che esista un collegamento tra la teoria delle competenze in ambito aziendale e quella che è entrata nei sistemi educativi, ma si tende a minimizzare tale collegamento. Al contrario, la teoria delle competenze si è sviluppata nel primo ambito quando nessuno aveva mai pensato di implementarla nel secondo. Una ricostruzione storica accurata di questi processi – che non è qui possibile – potrebbe
    mostrarlo in modo rigoroso”. Sarei molto grato al prof. Israel, o a chi per lui, se possa ricostruire – anche alla luce dei recenti deliri di Abravanel – un nesso storico che mi resta oscuro: come è stato possibile che le “ricerche” di McClelland siano state recepite dall’Unione Europea, e da qui siano passate di peso nei decreti ministeriali dei singoli Stati. Grazie. Giovanni.

    • Ottima idea. Credo che prima o poi bisognerà iniziare a scrivere la storia di questa sorta di deriva burocratica e tecnocratica.

  13. Parole condivisibilissime e piene di quel buon senso che manca altrove. Mi permetto però di far notare ancora una volta come, in questo articolo e più in generale su ROARS, manchi sempre la chiusura (economica) del cerchio. Sia ben chiaro: apprezzo molto che Israel parli di quello che sa e non di altro, ma il fatto è che da troppo su ROARS si glissa sul resto, e sul dibattito che c’è a riguardo. Non lo so perché in Italia ci sia questo tabù assoluto sull’euro, e abbiate così tanto terrore di dire che è la moneta unica e il sistema economico che si porta dietro e da cui nasce che ci sta strozzando.
    Purtroppo, se non lo dite, queste parole sono, nel migliore dei casi, inutili. Ovviamente, questa è una mia opinione, con valore pari a zero, ma mi permetto di notare che l’approfondimento economico su ROARS semplicemente non tiene il confronto con la discussione che si tiene altrove, in Italia e fuori. Questa è una gravissima occasione mancata.

    • Roars si regge sul lavoro (gratuito) dei redattori e dei collaboratori. Capiamo che qualcuno possa desiderare approfondimenti o che ritenga alcune tematiche non adeguatamente coperte come desidererebbe. Ma più che invitare a sottoporre degli articoli non sappiamo che fare. Il lavoro attuale, seppur prevalentemente circoscritto all’università e dintorni, è già enorme. E mi sembra che la qualità delle analisi e delle informazioni sia elevata, spesso superiore a quella di testate che si fannno pagare in edicola o attraverso la pubblicità.

    • Per la verità, un’opinione del genere sull’euro, il sistema economico che si porta dietro, l’economicismo tecnocratico di idee bestiali come le sette competenze di Lisbona, ecc. ecc. io l’ho espressa più volte in altri articoli comparsi sulla stampa e che si ritrovano sul mio blog. Non pretendo certo che si legga tutto, ma mi riesce anche difficile riproporre ogni volta le cose già detto, tipo palla di neve…

  14. OOT.
    Ma perchè i giudici quando devono decidere su questioni economiche che toccano anche il loro portafogli decidono sempre che si tratta di qualcosa di incostituzionale?
    Tagliare gli scatti degli universitari è costituzionale, quelle dei giudici no, è incostituzionale-
    Bloccare l’indicizzazione delle pensioni alte (quinid anche quelle dei giudici) è incostituzionale … Perchè?

  15. La mia critica non era per il suo articolo, ma per le scelte editoriali di ROARS. Mi sembra sciocco nascondersi dietro la foglia di fico del “facciamo quello che possiamo”. A mio avviso, non discutere seriamente di economia, in questo momento, rende superfluo quasi ogni altro discorso. Qui (intendendo su ROARS) stiamo (o meglio state) a dibattere di questioni molto importanti, ma fino a che non si scava alla radice del male queste discussioni sono, nella migliore delle ipotesi, inutili. E ribadisco: solo nella migliore delle ipotesi inutili. È secondo me meglio non fare niente che aggiungere rumore inutile, perché il rumore distrae da quello che c’è di importante. PSL dirà che lui si occupa di economia, mi permetto di dissentire, ma è una mia opinione, e tra la mia e la sua sappiamo tutti chi vince. Mi stupisce il silenzio degli economisti a riguardo, ma tant’è.

    Ora, non mi aspetto che lei (Israel) parli di economia, perché lo ha già fatto (mi fido sulla parola, ammetto sinceramente di non leggerla spesso) e anche perché non credo sia davvero importante. La mia critica, ripeto, è per ROARS. Un articolo così condivisibile come questo, fa qui la fine di un sasso gettato in un lago: un po’ di schizzi, qualche onda, e poi non se ne parla più. Perché se non ci si decide a chiudere il cerchio senza ipocrisie, non si va da nessuna parte, ora come ora. Capisco anche che ci siano qui molti che hanno molto più da perdere di me, e certamente moltissimi con maggiori doti diplomatiche, ognuno fa le sue scelte.

    • Mi sembra sciocco nascondersi dietro la foglia di fico del “facciamo quello che possiamo”
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      Io faccio già fatica a seguire il delirio universitario e a dedicarmi al fact checking delle fanfole dei vari Francesco, Oscar, Roger etc. Non credo di farcela a diventare anche esperto di economia. Lascio volentieri spazio a chi sapesse scrivere in modo competente ed efficace. Credo anche che non sia corretto parlare di foglie di fico. Da oggi potrei smettere di fare il redattore e avere più tempo per dormire, leggere e stare con la famiglia, senza che nessuno possa imputarmi nulla se non l’ingenuità di aver dedicato migliaia di ore a scrivere e discutere di università e ricerca. E lo stesso vale per gli altri redattori.

  16. […] Da oggi  sono finiti i miei interventi sulla stampa. (Da intendersi come la “stampa” in generale, e non l’omonimo quotidiano su cui non ho mai scritto). Non me ne rammarico perché ho sempre detto quel che pensavo e ho pagato prezzi molto alti per questo. Non cambierò certo in tarda età. D’ora in poi scriverò soltanto sul blog o presso chi vorrà darmi spazio in modo libero e accettabile.  leggi l’articolo […]

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