Una recente pubblicazione statistica dell’OCSE mette a confronto i dati sulle pubblicazioni scientifiche e sulle citazioni dei principali paesi. Nell’ultimo decennio, a fronte dell’avanzata di una nuova superpotenza scientifica come la Cina, alcune importanti nazioni come USA, UK, Germania e Francia, perdono sensibilmente terreno non solo in termini di percentuale mondiale di articoli scientifici, ma anche per la percentuale di articoli che ricadono nella fascia dei 10% più citati. L’Italia, da parte sua, mantiene la sua percentuale di articoli e incrementa quella di articoli ad alto impatto citazionale. Risultati altrettanto positivi si osservano specializzando l’analisi alla produzione scientifica più recente focalizzata sulle malattie infettive e sulle tematiche ambientali. Per quanto i risultati italiani vadano scontati per gli effetti degli incentivi alle autocitazioni e agli scambi di citazioni innescati dai meccanismi automatici di valutazione bibliometrica, il ruolo tutt’altro secondario, sia per produzione che per impatto citazionale, della ricerca italiana è la conferma di una realtà ben visibile anche prima della riforma del 2010. Nonostante permangano i problemi del suo sottodimensionamento, il nostro paese dispone di una struttura scientifica che occupa un posto rilevante nello scenario internazionale  ed è da questa constatazione che dovrebbe partire una seria valutazione delle priorità degli interventi politici e amministrativi.

 

Una recente pubblicazione statistica dell’OCSE mette a confronto i dati sulle pubblicazioni scientifiche e sulle citazioni dei principali paesi.

Sono ben note le limitazioni degli indicatori bibliometrici, specialmente nel nostro paese dove da oltre un decennio il publish or perish è diventato un’ossessione che spinge i membri della comunità scientifica ad una corsa spesso dissennata alla pubblicazione sulle riviste ritenute di maggior qualità.

Tuttavia le comparazioni internazionali rappresentano un utile strumento di riflessione.

Nella Tabella 1 è mostrata la quota di pubblicazioni della base dati Elsevier-OECD di alcuni paesi membri. L’Italia contribuisce per un 3% della produzione mondiale. Va rilevato che nel periodo 2010-2020 il nostro paese ha mantenuto sostanzialmente la propria posizione (in termini assoluti il numero frazionario di pubblicazioni è aumentato del 59,5%) mentre gli altri con cui di norma ci confrontiamo hanno fatto registrare una riduzione di circa un quarto, a tutto beneficio della Cina, che è cresciuta del 38,6%.

Esaminando i dati relativi al 10% degli articoli più citati si rileva che la quota di pubblicazioni dell’Italia è cresciuta nel decennio del 20,5% mentre quella degli Usa, del Regno Unito, della Germania e della Francia è diminuita (per la Cina la pubblicazione dell’OCSE non fornisce il dato).

La Tabella 2 illustra la dinamica scientifica in tre settori legati alla pandemia da Covid.

Nel caso delle malattie infettive, l’incremento più rilevante è quello che riguarda l’Italia e la Cina, i due paesi più colpiti all’inizio della pandemia, con variazioni percentuali nel decennio rispettivamente del 136,5% e del 102,7%. Il salto più rilevante si è registrato tra il 2019 ed il 2020 (38,0% e 100,0%, rispettivamente), a cui fa fatto riscontro una diminuzione per gli altri paesi.

Anche nel settore ambientale il nostro paese ha fatto registrare, insieme alla Cina, un aumento, in questo caso del 23,8%. Viceversa la presenza di pubblicazioni scientifiche nel novero del 10% di quelle più citate l’Italia ha avuto una contrazione del 25,2% mentre anche in questa area la Cina presenta ha incrementato significativamente la propria presenza con un +73,2%.

I dati riportati suggeriscono alcune considerazioni.

Il nostro paese dispone di una struttura scientifica che occupa un posto rilevante nello scenario internazionale. Nel decennio 2010-2020 tale struttura è stata in grado di mantenere e consolidare – sia comparativamente che in termini assoluti – le proprie posizioni sotto il profilo dell’impatto citazionale.

L’infrastruttura scientifica del settore delle malattie infettive ha mostrato una particolare reattività allorché è stata sottoposta alla prova del Covid; discorso analogo vale per il settore ambientale. Va fatto rilevare a tal proposito che si tratta di settori in cui operano istituzioni di ricerca di riconosciuta capacità scientifica non necessariamente rappresentative dell’intero panorama della ricerca pubblica e privata italiana, notoriamente composto da livelli di qualità moto variegati. Nel caso dell’energia la situazione è opposta, anche se una consistente riduzione della percentuale mondiale di articoli nel 10% più citato si verifica anche nel Regno Unito e in Francia.

I dati riportati suggeriscono che il patrimonio di competenze del paese è ben al di sopra di quanto sostenuto da alcuni critici che dipingono la ricerca italiana come inadeguata e quindi non meritevole di finanziamenti e di potenziamento. E’ auspicabile che l’esperienza della pandemia conduca ad una cambiamento nella percezione del valore della scienza da parte della popolazione e soprattutto dei decisori politici che finora non hanno assegnato alla ricerca l’importanza che ha dimostrato, alla prova dei fatti, di meritare.

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