«Atenei, cattedre di padre in figlio. Ma per la parentopoli non paga mai nessuno» scrive Repubblica e il direttore della Nazione rincara la dose: «ha ragione Cantone: la rendita di posizione dei baroni universitari è scandalosa. Non esiste altro settore dell’amministrazione pubblica in cui sia così alto il numero di “figli di”».  Era stato Raffaele Cantone, responsabile dell’ANAC, a denunciare «un grande collegamento, enorme, tra fuga di cervelli e corruzione», ma sono altri, Gelmini in testa, a riesumare la polemica sul dilagare del nepotismo accademico, Sergio Rizzo sul Corriere scrive «Favori agli amici e concorsi truccati – In cattedra finiscono i figli dei prof». Qualcuno si spinge a ricordare che del nepotismo accademico italiano era stata persino fornita una prova scientifica incontrovertibile, basata sull’analisi della frequenze delle omonimie tra i cognomi dei docenti. Perotti e Allesina erano due studiosi che si erano cimentati in questo compito e molti danno credito ai loro risultati. Ma dal punto di vista scientifico le cose sono meno scontate di quanto si creda. Anzi, se si fa un’operazione semplice semplice, come andare a contare il numero di omonimie in eccesso, si scopre che, sul totale dei docenti analizzati da Allesina, le omonimie in eccesso erano pari all’1,36%. Sembrerebbe che, insieme alla spesa per studente “più alta del mondo dopo Usa, Svizzera e Svezia” e all’università italiana che “non ha un ruolo significativo nel panorama della ricerca mondiale“, anche le dilaganti “omonimie in cattedra” siano l’una delle tante bufale di cui si è nutrito il dibattito sull’università italiana in questi ultimi anni. L’università di Perotti era davvero “truccata”.

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1. Università corrotta e familistica

Il 23 settembre scorso, Raffele Cantone, responsabile dell’ANAC, l’Agenzia Nazionale Anti-Corruzione, interviene al convegno nazionale dei responsabili amministrativi delle università:

C’è un grande collegamento, enorme, tra fuga di cervelli e corruzione  Siamo subissati di segnalazioni su questioni universitarie, spesso soprattutto segnalazioni sui concorsi

Cantone entra anche a gamba tesa sulla riforma dell’università che “ha finito per creare più problemi di quanti ne abbia risolti“:

Non voglio entrare nel merito, non ho la struttura né la competenza – ha aggiunto Cantone – ma la riforma Gelmini secondo me ha finito per creare più problemi di quanti ne abbia risolti. Per esempio, ha istituzionalizzato il sospetto: l’idea che non ci possano essere rapporti di parentela all’interno dello stesso dipartimento, il che ha portato a situazioni paradossali». «In una università del Sud è stato istituzionalizzato uno “scambio”: in una facoltà giuridica è stata istituita una cattedra di storia greca e in una facoltà letteraria una cattedra di istituzioni di diritto pubblico. Entrambi i titolari erano i figli di due professori delle altre università. Credo che questo sia uno scandalo e che lo sia il fatto che si sia stati costretti a fare questa operazione; se tutto avvenisse in trasparenza, la legge che nasce dalla logica del sospetto è una legge sbagliata.

Inutile dire che Mariastella Gelmini non ha apprezzato:

Sono stupita dalle parole di Cantone, non voglio polemizzare, però mi spiace che un uomo come lui pensi che un ministro debba chiudere gli occhi di fronte a tanti  casi di parentopoli e raccomandazione negli atenei. La riforma aveva l’obiettivo di rendere i concorsi meno discrezionali, super partes ed orientati alla meritocrazia. Mi pare che siano risultati effettivamente ottenuti”. La vice capogruppo vicario di Forza Italia alla Camera ha proseguito: “Aver previsto commissioni giudicanti esterne, valutazione da parte degli studenti e valutazione delle produzioni scientifiche da parte del nucleo di valutazione d’ateneo e anvur hanno scardinato i vecchi concorsi vinti, in tanti casi da parenti e amici a discapito di giovani figli di nessuno ma preparati. Sono tanti i libri e i dossier del miur che parlavano delle parentopoli italiana nelle nostre università, proprio all’inizio del mio incarico da ministro.

Il collegamento tra fuga dei cervelli e corruzione, insieme all’esempio di scambio di cattedre per eludere la cosiddetta “norma antiparentopoli” dà lo spunto alla Gelmini per riesumare il tema della parentopoli accademica.

C’è anche chi reagisce come Alessandro Campi, che sul Messaggero interviene con un articolo, le cui solide argomentazioni vanno al di là del titolo perentorio:  “Cantone ha torto. Mancano i concorsi“. Tuttavia, l’intervista del direttore dell’ANAC scatena una vera e propria grandinata, che ha tra i suoi leitmotiv proprio quello della parentopoli accademica dipinta come piaga storica che nemmeno la riforma è riuscita a sradicare. Università, Cantone: «Stretto legame tra corruzione e fuga di cervelli» titola il Corriere che pubblica un articolo di Sergio Rizzo, sferzante ma d’annata.

Non ha dubbi il direttore della Nazione che, rispondendo alla lettera di un lettore, scrive:

ha ragione Cantone: la rendita di posizione dei baroni universitari è scandalosa. Non esiste altro settore dell’amministrazione pubblica in cui sia così alto il numero di «figli di»

Prof universitari. La super-casta

Giuliano Foschini su Repubblica.it non usa mezze misure:

Atenei, cattedre di padre in figlio. Ma per la parentopoli non paga mai nessuno
Le inchieste quasi sempre prescritte. Settemila casi di omonimia su 61mila docenti

Una ricerca di qualche anno fa di un trentenne matematico emiliano, costretto a emigrare negli Stati uniti non per ragioni di studio ma per ragioni di spazio (“tutto occupato dai parenti”), raccontava che tra gli oltre 61mila professori italiani, c’erano settemila casi di omonimia. E che duemila di essi si ripetevano più di due volte. Un’anomalia. Perché, prendendo un elenco a caso di 61mila persone, per la statistica le omonimie avrebbero dovuto essere meno della metà.

Lo strano caso dell’omonimia diffusa viene ripreso anche sulle News di Tiscali.

Ma da dove proviene la convinzione che il dilagare della parentopoli accademica sia un dato acquisito scientificamente? Alcuni citano Roberto Perotti, direttamente o indirettamente (è il caso dell’ex-ministro Gelmini), mentre Giuliano Foschini allude a un articolo di Stefano Allesina uscito nel 2011. Per ricostruire i passaggi attraverso i quali si è consolidata questa convinzione, dobbiamo fare un passo indietro di diversi anni.

PerottiVoila

2. L’università truccata by Perotti

Negli anni precedenti la riforma Gelmini (la l. 240/2010) il dibattito sui mali dell’università  subì un salto di qualità. La novità fu il tentativo di dare una patina di scientificità alle diagnosi di inefficienza e corruttela attraverso l’uso di dati quantitativi. Il pamphlet di Perotti, che può essere considerato sia il punto di arrivo di questa campagna che quello di partenza della riforma, offre una buona sintesi delle tre principali direttrici di questa analisi “oggettiva”.

  1. L’uso dei dati OCSE per mostrare che la spesa per studente è ““la più alta del mondo dopo Usa, Svizzera e Svezia“ (p. 38). Come spiegato anche da Roars, il dato OCSE pubblicato nel 2007 (già corretto per le diverse durata dei percorsi di studio) diceva altro: l’Italia era 13-esima su 24. Inspiegabilmente, Perotti ignorava il dato OCSE corretto e utilizzava un altro dato, non corretto per la durata degli studi, moltiplicando la sola spesa italiana per un fattore 2,07, con la scusa degli studenti fuoricorso, ignorando la loro significativa presenza nelle altre nazioni, confermata anche dal suo collega Francesco Giavazzi.
  2. L’uso di classifiche internazionali degli atenei e di statistiche bibliometriche per giungere alla conclusione che “l’università italiana non ha un ruolo significativo nel panorama della ricerca mondiale“. Riguardo alle classifiche, anche senza entrare sulla loro mancanza di basi scientifiche, basta rapportare i risultati ai fondi disponibili per vedere che gli atenei italiani ottengono molto con poche risorse, come recentemente mostrato in relazione alla Classifica ARWU 2015: 14 università italiane meglio di Harvard e Stanford come “value for money”. Anche le analisi bibliometriche di Perotti lasciavano a desiderare: evitava di dare credito alle misure accreditate nella letteratura (numero di articoli, di citazioni e le relative produttività pro-capite e per unità di spesa che mostrano invariabilmente le buone prestazioni della ricerca e dell’università italiana) e insisteva invece sul fattore di impatto standardizzato. Da un lato, l’indicatore era inadatto a stilare classifiche tra nazioni (nel 2012 in testa alla classifica mondiale ci sarebbe stato l’Arcipelago Chagos nell’Oceano Indiano). Dall’altro Perotti riportava selettivamente i dati di (King, 2004)  “dimenticandosi” di informare i suoi lettori che il fattore d’impatto normalizzato della ricerca italiana (1,12) era pari a quello francese e di poco inferiore a quello canadese (1,18). Per ironia della sorte, nel dicembre 2013 Nature ha dato la notizia che, secondo il parametro tanto amato da Perotti, l’Italia ha superato gli USA.
  3. L’analisi statistica delle omonimie per dimostrare che il nepotismo accademico non è episodico. Il punto di partenza è semplice: vedere ripetersi più volte alcuni cognomi tra i docenti di un dipartimento o di un ateneo suscita il sospetto di pratiche familistiche, che in alcuni casi sono state anche confermate da inchieste e sentenze giudiziarie. Come capire se il fenomeno non è episodico se non quantificandolo? Tuttavia, riferendosi alla sua Tabella 4 a pag 58, è lo stesso Perotti a riconoscere i limiti del semplice conteggio delle omonimie, “sia perché non tutti i casi di omonimia implicano legami familiari, sia perché la presenza di due parenti nella stessa facoltà può essere perfettamente legittima e giustificata sulla base della produzione scientifica“. La parentopoli accademica è però un boccone troppo ghiotto per rinunciare a darle una veste scientifica e Perotti ci prova insieme R. Durante, G. Labartino e G. Tabellini, scrivendo un working paper dal titolo eloquente Academic Dinasties, il cui titolo coincide con un contrbuto presentato nel 2009 alla Conference of the European Economic Association & Econometric Society tenutasi a Barcellona (fonte: Google Scholar, che non dà link al pdf). Dal 2009 al 2011 lo studio rimane una sorta di work in progress (Google Scholar ne cita altre tre versioni con titoli leggermente variati), ma, da quanto siamo riusciti a ricostruire, non sembra che riesca a venire alla luce in una rivista peer reviewed. Ciò nonostante, la tesi di una parentopoli accademica oggettivamente convalidata da percentuali anomale di omonimie  ottiene presto una grande risonanza presso gli organi di informazione, anche perché il lancio parte già dal 2008:

T. Boeri, L’ateneo al voto tra i parenti, Repubblica (3.10.2008)

T. Boeri e R. Perotti, Omonimie in cattedra, lavoce.info (10.10.08)

Come abbiamo visto, le prime due direttrici tematiche (spesa per studente e quantità/qualità della ricerca) non hanno retto il debunking e sono entrate a buon diritto nell’elenco delle tante leggende che hanno alimentato il dibattito sull’istruzione superiore. Questo non vuol dire che non sopravvivano tra i luoghi comuni diffusi nell’opinione pubblica e persino tra molti giornalisti e politici. Tuttavia, rientrano a buon diritto nella categoria della zombie idea, ovvero “a proposition that has been thoroughly refuted by analysis and evidence, and should be dead — but won’t stay dead because it serves a political purpose, appeals to prejudices, or both” (P. Krugman).

La dimostrazione scientifica del nepotismo accademico, invece, ha continuato a vivere in una specie di limbo, dato che mancava una consacrazione scientifica, ma non era neppure disponibile un debunking. Una delle ragioni del limbo è che i working paper di Perotti, a differenza del successivo articolo peer reviewed di Allesina, non riportano i valori assoluti delle omonimie in eccesso. Una ragione in più per lasciarli nel limbo e concentrare l’attenzione sul lavoro di Allesina che invece fornisce esplicitamente i numeri di omonimie in eccesso, disaggregati per i diversi settori, un’informazione che, come vedremo, è essenziale per giungere ad una valutazione quantitativa del fenomeno.

3. La conferma (scientifica?) del nepotismo all’Università

Siamo nel 2011 e i riflettori dei mezzi di informazione si dirigono di nuovo sulla scienza del nepotismo. Ad accendere la miccia è Stefano Allesina che pubblica su PLOS ONE un articolo intitolato

Measuring Nepotism through Shared Last Names: The Case of Italian Academia

Per farsi un’idea della ricezione da parte dei  mezzi di informazione, basta leggere titolo e paragrafo iniziale di Linkiesta

La classifica (scientifica) del nepotismo all’Università

Dopo le inchieste giornalistiche, le indagini dei pm e i processi, ora arriva la conferma scientifica che i nostri atenei sono inquinati dalla piaga del nepotismo. La prova viene fornita da un approfondito studio statistico, condotto da Stefano Allesina, cervello in fuga dall’Italia ora ricercatore all’università di Chicago, con cui è stata analizzata la ricorrenza dei cognomi nelle università italiane.

L’approccio di Allesina, è concettualmente simile, ma tecnicamente diverso da quello di Perotti e dei suoi coautori, che vengono anche citati nel testo. L’analisi è condotta sul database di tutti i docenti e ricercatori di ruolo dell’università. Sulla base di alcune ipotesi statistiche, Allesina calcola per ognuno dei 28 settori  dell’università italiana il numero di cognomi distinti che ci si dovrebbe attendere se la distribuzione dei soggetti in un settore piuttosto che in un altro:

I took a different approach and tested whether the diversity of last names displayed by the various disciplines is lower than expected at random. Clearly, the results can only suggest, but not prove, which disciplines are likely to be impacted by nepotism

Come Perotti prima di lui, Allesina è ben consapevole che un certo numero di omonimie non sono dovute a parentela, ma sono puramente accidentali e associate alla frequenza dei diversi cognomi, si pensi per esempio ai “Bianchi” o ai “Rossi”. È quindi fondamentale confrontare il numero dei cognomi osservati in un settore (che sarà di norma minore del numero dei docenti) con il numero cosiddetto “atteso”, che mi aspetterei di trovare a causa delle omonimie accidentali. Se le scelte dei figli fossero del tutto indipendenti rispetto a quelle dei padri, il numero dei cognomi osservati sarà talvolta minore e talvolta maggiore di quello atteso, ma raramente sarà molto diverso. L’idea alla base dello studio di Allesina è che un numero di cognomi molto più piccolo di quello atteso segnala la propensione dei figli a seguire le orme dei padri.

Non tutti sono convinti che il modello statistico di Allesina, focalizzato sull’eccesso di omonimie, sia un metodo corretto di misurare il nepotismo. Ferlazzo e Sdoia, sempre su PLOS ONE, hanno applicato lo stesso metodo di Allesina agli accademici britannici, trovando eccessi di omonimie non molto diversi da quelli italiani:

Our results suggest that the analysis of shared names should not be used as a tool to measure the diffusion of nepotism in academia or in any organization. Indeed, social capital factors are likely the most important determinants of the proportion of shared last names in academia, as shown by the strictly similar results from the analysis of last names amongst academics in Italy and the UK. Also, demographic factors play a role as well, as shown by the significantly smaller than expected number of distinct given names of academics in Italy. Our results do not imply that nepotism does not exist in Italian academia, for it surely is. However, the results do show that the analysis of shared last names as it was proposed in [1] is not a valid method to measure how diffuse nepotism is. […] Indeed, it is worth noting that our results strongly suggest that any method to measure nepotism should be carefully validated, for example by comparing different countries.

Measuring Nepotism through Shared Last Names: Are We Really Moving from Opinions to Facts?

Allesina ha replicato così:

I show that the scarcity of last names in the UK disciplines is largely due to field-specific immigration. This is why fields of research in which the presence of immigrant researchers is relevant (such as Computer Science, Pure Mathematics and Applied Mathematics) display more names than expected, while for example low-immigration disciplines such as English Literature or Celtic Studies show a significant scarcity of last names. I also show that the scarcity of first names in Italian disciplines is due to male/female representation.

Senza riuscire a convincere del tutto Ferlazzo e Sdoia, a quanto pare:

It is worth noting that the Allesina argues that a pattern of results in Italy is due to nepotism, while the same pattern in the UK is due to something else. However, it should be specified when a given result can be taken as a sign of nepotism and when the same result should instead be considered as due to demographic factors. The question is: what is the proportion of immigrant researchers, or of women, or of rare names that makes it possible to interpret the results of the analysis as due to nepotism or not? In other words, what are the boundary conditions?

Di tutt’altro tenore la critica ad Allesina da parte di G. Abramo e C.A. D’Angelo, apparsa su Scientometrics nel 2014 con il titolo Relatives in the same university faculty: nepotism or merit? Sia Perotti che Allesina cercano di correlare gli eccessi di omonimie con le performance scientifiche di atenei e dipartimenti. Tuttavia, è ben noto che correlation does not imply causation. Abramo e Ciriaco prendono il toro per le corna e, con l’ausilio del database bibliometrico Web of Science studiano direttamente le performance dei figli. Se il nepotismo (biologico) è davvero quel cancro che dicono, i figli di papà dovrebbero fare peggio degli altri. Ma non è così. Lasciamolo spiegare a loro:

Per provare a dirimere la questione, abbiamo confrontato individualmente la performance di ricerca dei “figli” con quella dei “non figli” dello stesso settore scientifico disciplinare, ruolo d’inquadramento e anzianità. La misura, condotta con tecniche bibliometriche, ha riguardato la produttività di ricerca nel quinquennio 2004-2008 degli accademici delle discipline scientifico-tecnologiche assunti o avanzati di ruolo nei tre anni precedenti. (3)
I risultati rivelano che in media i “figli”, la cui concentrazione è piuttosto omogenea nelle diverse aree disciplinari analizzate, hanno una performance di ricerca che non è significativamente diversa da quella dei colleghi “non figli”. (4) Un approfondimento a livello geografico ha mostrato addirittura che nelle università del Centro Italia i “figli” hanno in media una produttività di ricerca maggiore di quella dei “non figli”, mentre al Nord e al Sud i valori di produttività sono pressoché identici.

Concludiamo la discussione della letteratura osservando un’apparente contraddizione da parte di Abramo e Ciriaco. Da un lato scrivono che “gli alti tassi di omonimia nelle università italiane non possono essere ritenuti casuali“, ma subito dopo osservano che “il numero dei “figli” è in genere relativamente modesto rispetto allo staff dell’intera facoltà per poter immaginare che la performance dei primi possa incidere in modo così rilevante su quella della seconda“. Ma allora, questi benedetti tassi di omonimia sono alti o modesti?

Questa è la domanda decisiva.

4. Molto più piccolo. Ma quanto più piccolo?

Quello che segue è probabilmente il passaggio cruciale dell’articolo di Allesina (il grassetto è nostro):

In 9 sectors I found p-values smaller than 0,05, representing fields with high probability of nepotism. These fields include exactly 32,000 researchers: the majority of Italian academics (52.17%) work in disciplines that display a number of names much smaller than expected.

Per chi non sapesse cos’è un p-value, spieghiamo che Allesina sta riportando l’esito di un test statistico relativo all’ipotesi che il numero di omonimie in ciascun settore sia del tutto casuale. In un mondo ideale in cui le scelte dei figli sono del tutto indipendenti da quelle dei padri, il numero dei cognomi (names per Allesina) è diverso da quello atteso solo a causa di fisiologiche oscillazioni casuali. Il  p-value associato ad un  numero N di cognomi è la probabilità che avrei (in questo mondo ideale) di osservare un numero di cognomi minore o uguale di N. Nella comunità scientifica, si è soliti respingere l’ipotesi di vivere in quel mondo ideale, quando p ≤ 0.05.  Cosa ci sta dicendo Allesina? Ci sta dicendo che per 19 settori su 28 non è in grado di respingere l’ipotesi che le scelte dei figli siano del tutto indipendenti da quelle dei padri. Per 9 settori è invece ragionevolmente sicuro che non siano mondi ideali. Il “much smaller” si riferisce non al valore assoluto del numero N dei nomi, ma al fatto che N sia più piccolo del numero che garantisce p=0.05.

Ricapitoliamo: in 9 settori alcuni figli si lasciano influenzare dalle scelte fatte dai padri e, magari, qualcuno di questi viene anche raccomandato (nemmeno tanti, se diamo fede ad Abramo e Ciriaco). Ma quanti sono questi figli d’arte? Allesina non ce lo dice, ma prende il tutto per la parte e va a contare il totale degli accademici che afferiscono ai 9 macrosettori “non ideali”, specificando che sono il 52,17% del totale degli accademici italiani. Ma tra questi, quanti sono i “figli d’arte”? (bravi o meno che siano) Allesina non ce lo dice. Eppure erano numeri che aveva “a portata di clic”.

Allesina_much_smaller

Stranamente, in tutto il dibattito sulle omonimie, a restare in ombra è stata proprio l’informazione più comprensibile all’uomo della strada, ovvero il numero dei “figli d’arte”.

Con rispetto parlando, dimostrare che 9 settori non sono “mondi ideali” è come scoprire l’acqua calda. In un mondo reale, ci aspettiamo che esistano fenomeni di emulazione delle figure genitoriali, tanto più che stiamo parlando di settori relativamente ampi. La vera questione è misurare quanto questi settori si discostano dal modello (irrealistico) di mondo ideale.

Già che ci siamo, prendiamo totalmente sul serio Allesina e la sua stima del numero atteso di cognomi (Ferlazzo e Sdoia ci perdonino). In ciascun settore (anche quelli che sono risultati indistinguibili da “mondi ideali”) etichettiamo come “sospette di nepotismo” tutte le omonimie in eccesso rispetto a quanto atteso. Anzi, facciamo di più: abbandonando ogni garantismo, bolliamole come vergognosi esempi di nepotismo. Altro che figli d’arte. Per noi sono tutti figli di papà raccomandati che hanno vinto un concorso truccato.

Adesso, facciamo finalmente quello che Allesina si era scordato di fare: verifichiamo quante migliaia di raccomandati ha prodotto la parentopoli accademica.

Allesina_percentage

Ebbene, le ominimie in eccesso sono meno di mille.

Arrotondando all’intero, sono 833 pari all’1,36% di un totale di 61.340 docenti e ricercatori.

Nel settore che stava in cima alla classifica dei p-value di Allesina, Ingegneria Industriale, i casi sospetti sono 68, il 2,15% della popolazione. La percentuale più alta di sospetti si trova in Scienze Giuridiche: 177 casi, pari al 3,44%.

Se la procedura di revisione su PLOS ONE fosse stata più attenta, qualche revisore avrebbe chiesto ad Allesina di correggere il suo testo come segue.

Allesina_revisited

Come si concilia questo con “high probability of nepotism” e “number of names much smaller than expected” di cui scrive Allesina? Consapevolmente o meno, Allesina ha equivocato o, quanto meno, indotto i suoi lettori a equivocare tra significatività statistica e significatività pratica, una differenza che  si insegna nei corsi di base di statistica (“A statistically significant result might not be practically significant” si suole dire). Che in 9 settori, il numero di omonimie non sia meramente casuale è un risultato statisticamente significativo (negli altri 19 settori non lo è nemmeno). Ciò, però, non implica che l’entità dello scostamento sia significativa dal punto di vista pratico.

5. Nepotismo accademico e pensiero magico

Persino un forcaiolo assoluto che, non avendo mai letto il lavoro di Abramo e Ciriaco, volesse equiparare ogni omonimia in eccesso a un episodio di nepotismo, dovrebbe ammettere che l’impatto sul sistema non è lontamanente paragonabile al decremeno di circa 12.500 unità di personale strutturato avvenuto negli ultimi sei anni.

Personale_2008_2016

 

Sono gli stessi numeri di Allesina a mostrare che il nepotismo biologico, per quanto deprecabile e da perseguire senza quartiere, non ha  dimensioni – e quindi impatto – tali da spiegare o giustificare il declino imposto all’università italiana attraverso tagli di finanziamento, riduzione di personale e burocrazia oppressiva, tutti fattori che invece spiegano benissimo il calo degli studenti e la fuga all’estero di ricercatori giovani e meno giovani.

Purtroppo, bufale e luoghi comuni vengono ripetute da anni. Non per nulla, posso concludere riportando quello che avevo scritto poco più di un anno fa nel corso dell’ennesima discussione sul tema:

 

Mi rimane l’impressione che, in un periodo difficile, diventi irresistibile la tentazione di ricorrere a “narrazioni magiche” che danno una spiegazione facile da capire e additano una pozione miracolosa per guarire. I giovani bravi non riescono ad intraprendere la carriera accademica? Per qualche ragione, non si riesce a far passare il messaggio che il reclutamento è quasi congelato da più di un lustro, che il turn-over è strozzato e che il finanziamento ha subito un taglio (-18,7% in termini reali dal 2009 al 2013). Più facile, invece, far passare il messaggio che la colpa è dei baroni che riservano tutti i posti ai loro figli e parenti. È un messaggio facile (ci sono dei “cattivi” ben identificati), addita una soluzione (mandateli a casa, tagliate i loro stipendi, chiudete un po’ di università inutili che servono solo a pagare stipendi ai loro famigliari) e non obbliga a fare ragionamenti più difficili sul ruolo della formazione e sulla necessità di fare investimenti adeguati che entrerebbero in concorrenza con sanità, pensioni, disabilità, etc.. Perchè studiare statistiche OCSE su laureati, spesa per università, statistiche bibliometriche sulla produzione scientifica? Dopo tutto, è sufficiente punire i cattivi e, per magia, tutto si risolverà.

 

 

 

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86 Commenti

  1. Non sono certo un esperto di numeri ma il fenomeno del nepotismo è diffusissimo ed è un male per la nostra università. Non capisco perché volerlo ridimensionare così. L’esperienza personale non ha certo alcuna valenza scientifica ma nelle materie umanistiche e sociali mogli, mariti, figli ecc. sono all’ordine del giorno. E spesso nella stessa Facoltà /Dipartimento.

    • I numeri sono quelli di Allesina che si è solo scordato di calcolare le percentuali. Se qualcuno ha numeri diversi li tiri fuori e li discuta.

  2. Ma facciamoli rientrati tutti questi cervelli in fuga a causa dei concorsi truccati. Diamogli uno stipendio da fame, le solite briciole per fare ricerca, una quantità di didattica sovradimensionata, incarichi in infinite commissioni dipartimentali e tanta tanta burocrazia e vediamo alla fine cosa accade.

    • Basta che conoscano la differenza tra “statistical significance” e “practical significance” e la spieghino agli studenti, in modo che da grandi siano meno inclini ad abboccare all’amo del p-value.

  3. Mi sono stancato di leggere le fesserie di questi economisti che giocano male con concetti elementari di statistica (basterebbe Wikipedia per rimediare a certe ignoranze). I Marcati in Italia siamo circa 600, in accademia siamo 2 strutturati e un non strutturato, non ci siamo mai visti ne conosciuti, non siamo parenti, due siamo matematici uno e’ economista. Consideranto che in Italia abbiamo un Marcati ogni 100 mila persone e che gli accademici in Italia sono circa 50 mila dovrebbe esserci solo 1/2 Marcati (scegliete voi tra il petto e il coscio) se ne deduce che 2 strutturati comportano ben QUATTRO VOLTE il valore atteso. Quindi i Marcati sono disgustosamente nepotisti. Ci sono 1746 Perotti secondo cognomix.it supponiamo che siano 2000 calcolando errori e omissioni, quindi uno ogni 30 mila abitanti, quindi su 50 mila accademici dovremmo avere 1,6 periodico Perotti , ma ne abbiamo 9 stando a Cineca, ovvero 5, 625 volte il valore atteso, ancora peggio di quei masnadieri dei Marcati. Conclusione? tutto quello che ho scritto sopra sono un cumulo di fesserie come tutta le dotte teorie dei dotti economisti.
    Per la cronaca conosco diversi casi di figli di colleghi, molti sono meglio dei genitori.

    • Sembra anche a me che in matematica i figli che scelgono la professione dei padri, siano in genere più bravi dei padri. Non è un fenomeno solo italiano ad esempio due recenti medaglie fields (Lions e Lindenstrauss ) erano figli di matematici di primo ordine. Dei tre Neumann (padre, madre e figlio, della Australian National University) in teoria dei gruppi, sembra che il figlio fosse decisamente più bravo. Non cito per rispetto della privacy i casi italiani.

  4. Sarebbe interessante l’applicazione di questo metodo “scientifico” anche ad altre categorie del pubblico impiego, per esempio la Magistratura.
    Queste ultime bufale ci dimostrano amaramente che il Paese ormai è impazzito con una classe dirigente presente e futura (anche quella futura, il dramma è proprio qui) priva, non solo delle più elementari basi scientifiche, persino del banale buon senso.
    Ai nostri giovani non ci rimane che ricordare ai nostri giovani il consiglio che diede Eduardo De Filippo circa 40 anni ad alcuni giovani attori napoletani: ““Fujtevenne”.

  5. SE puo’ essere utile, segnalo che lo studio statistico della correlazione tra i cognomi nelle differenti fasce della docenza e’ stato effettuato con metodologia lievemente diversa qualche tempo fa, pubblicato negli atti di un convegno e leggibile qui http://www.df.unipi.it/~rossi/Rossi%20cognomi.pdf
    Il risultato e’ del tutto coerente con l’interpretazione offerta da De Nicolao e contribuisce a dimostrare (se ancora ce ne fosse bisogno) la mostruosa malafede (o totale ignoranza? fate voi) di Alesina Perotti e soci

    • Senta lei non è autorizzato a parlare. Alesina sa già tutto di Lei! Con quel nome e cognome! Sarà sicuramente raccomandato da quei suoi parenti calciatori e comici famosi!!!!

    • Concordo pienamente con le conclusioni, ma sono sconcertato che uno sia costretto a dare una risposta seria a certi argomenti da bar dello sport. Io credo sia arrivato il momento di mettere sul banco degli imputati gli economisti italiani per accettare acriticamente metodologie di analisi cosi’ distorte. La corruzione nella scienza e’ una cosa seria e se uno avalla, da una posizione accademica importante, argomenti antiscientifici per compiacere il potente di turno, dobbiamo come accademici cominciare a reagire duramente. Se i nostri colleghi economisti non prendono le distanze e isolano certi soggetti sono complici. Forse nei nostri consessi accademici dovremmo cominciare a limitare le risorse destinate a certi settori.

    • Concordo al 100% sono gli economisti (non tutti ovviamente ma quelli del blocco liberista-bocconiano) il vero problema dell’universita’. Sono degli pseudoscienziati e vanno isolati dalla comunita’ accademica.

    • Ringrazio Paolo Rossi, per aver segnalato il suo contributo. Il post è stato preparato in tempi stretti e mi era sfuggito questo lavoro di Paolo Rossi.

  6. Comunque sia, il problema sono fannulloni ed incapaci, indipendentemente dal loro cognome. L’unica cosa seria da fare è una valutazione della ricerca che identifichi i casi più estremi e li licenzi, usando le risorse liberate per premiare il merito ed assumere giovani.

  7. Ma perchè Cantone non restava a fare il Magistrato. Non ha mezzi, non ha ruolo decisivo, è nominato direttamente dal governo. Un ripassino sul bilanciamento fra poteri dello stato forse servirebbe all’ottimo Cantone. Che credibilità può avere. Mi spiace, ma ricorda una profonda ferita nella magistratura italiana: quando Falcone accettò l’offerta di Martelli al Ministero di Grazia e Giustizia. Falcone sperava di poter contribuire con un ruolo più politico. Ma se ne pentì amaramente. Che dire infine di tale Allesina: pessima ricerca. Un referee di una rivista a medio-basso impatto gli avrebbe detto (cito testualmente da una dei miei primi, ingenui e teneri, tentativi di pubblicazione internazionale, anno 2007): “Sorry, but your conclusions tend to overestimate the results also in terms of the research methodology used that does not allow a causal relationship: rejected”. Sto film che i cervelli in fuga siano meglio di quelli rimasti, viene spesso smentita dal fact checking.

  8. una volta stabilito che metodologia e dati sono sballati: sono tutte balle e non esiste il nepotismo nella nostra università? Si vede che nella mia esperienza sono stato sfortunato perché l’ho visto frequentemente all’opera.

    • Certo che il nepotismo esiste ma la domanda e’ se sia o no cosi’ diffuso come certe facili generalizzazioni vorrebbero far credere. Il nepotismo e’ un fenomeno negativo che pero’ fisiologicamente esiste non solo in Italia ma in tutto il mondo. In diversi settori l’Italia ha una qualita’ scientifica elevata e pesa moltissimo nel panorama mondiale, in altri e’ un paese marginale privo di scuole riconosciute. Ovviamente figli o non figli, come si dice dalle mie parti “la lana con la lana gli stracci con gli stracci”. Purtroppo le materie economico giuridiche non sono la nostra punta di diamante. Diverso e’ il discorso delle aree mediche dove convivono punte di assoluta eccellenza con situazioni terrificanti.

  9. Carissimi,
    il problema dei concorsi non sono le omonimie, ma la possibilità di predeterminarne il vincitore, alla quale specularmente corrisponde l’impossibilità, per un candidato esterno più meritevole, di vincere un posto che non è stato messo a concorso per lui.

    La soluzione del problema, quindi, non può essere una norma anti-parenti, come quella della 240, secondo me totalmente inutile, oltre che ingiusta, e che lo è diventata ancor di più nell’interpretazione analogica (“travestita” da costituzionalmente orientata: ma è un “vecchio trucco” che noi penalisti conosciamo bene) data dalla giurisprudenza amministrativa (mentre queste cause di esclusione sono, per legge -e preleggi-, di interpretazione stretta), che si è spinta ad applicarla pure ai coniugi (che, lo scrivo per i diversamente giuristi, ovviamente non sono parenti: anzi, generalmente, la parentela osta al coniugio).
    Che importa se il candidato interno è figlio o moglie di un prof. o meno?

    Ciò che importa è che, se è normale che un dipartimento possa esprimere un candidato interno, non è altrettanto normale che debba vincere “per forza” lui.

    Sotto questo punto di vista, la legge 240, c.d. Gelmini, ha AMPIAMENTE PEGGIORATO le cose, perfino rispetto alla normativa della Berlinguer (e non era facile), e soprattutto rispetto all’immediato precedente della “manciata” di concorsi fatti con il d.l. 180/08.
    Infatti, lasciare il reclutamento locale -che poi è l’unico vero reclutamento, essendo l’asn solo una medaglietta- ai singoli regolamenti di Ateneo ha significato -e non poteva essere diversamente- aprire alle commissioni dipartimentali, cioè a commissioni INTERAMENTE nominate dai dipartimenti, e quindi composte INTERAMENTE da commissari interni (con commissari dell’Ateno o di altra Università non cambia assolutamente nulla, se nominati dal dipartimento, sempre commissari interni rimangono). E i commissari interni fanno vincere il candidato interno: è inevitabile, e -ATTENZIONE!- non è in alcun modo una colpa, ma una fatale conseguenza, una mera applicazione del sistema. In un sistema così chiuso, e così chiuso per legge, infatti -legge che, se pur indirettamente, prevede le commissioni di concorso composte da soli commissari interni-, perché mai qualcuno dovrebbe pensare “per primo” di “fare beneficenza” e far vincere un candidato esterno più meritevole?…quando non ha alcuna garanzia che un domani, se sarà il suo allievo a presentarsi in un altra sede, e sarà divenuto lui il più meritevole, potrà vincere (anzi, per esperienza, ha piuttosto la garanzia contraria)?
    In un sistema così chiuso per legge, e che tale rimane nonostante la farsa -ennesimo torto che si aggiunge ai torti- dei concorsi riservati agli esterni, è naturale che ciascuno si arrocchi sulla difesa del proprio candidato interno (che tale rimane pure se viene da un’altra sede, ma comunque il posto era stato messo per lui, magari in base a qualche forma di scambio; oppure, all’eccesso, è un “assistente” di quella stessa sede), cioè generalmente del proprio allievo: che può essere tale per mille motivi, leciti o illeciti, edificabili o poco edificabili, non importa un granché.

    Quindi, è la legge che è sbagliata, e non il comportamento dei commissari. Anzi, la legge è doppiamente sbagliata:
    1) perché -in pratica- prevede commissioni composte interamente da commissari interni (che, ovviamente, come tali si comportano), mentre l’unica via è quella opposta, di commissioni composte INTERAMENTE da commissari esterni, che non hanno alcun interesse al concorso;
    2) perché tenta di rimediare con un altro male, cioè impedendo la partecipazione ai concorsi a persone in ruolo nella stessa università o a figli e mogli, ma non: ad amanti, a chi ha pagato in incarichi professionali, a chi ha pagato con favori pubblici o privati, a chi fa parte della stessa associazione -partiti, sindacati, massonerie, opus dei aut similia-, a chi è figlio -moglie o parente- del collega di dipartimento, o di qualche pezzo grosso dell’amministrazione centrale, sodale di una vita ormai in pensione, a chi è fidanzato con la figlia del prof. (e si sposa dopo, oppure, vinto il posto, la lascia: dipende, è bona?), a chi semplicemente è allievo dell’ordinario interno, magari perché gli consente da anni di non fare più lezione o un’udienza scomoda -per gli avvocati-, oppure, ca va sans dire, di andarsi a lavare la macchina; allievo che, incidentalmente, può essere pure bravo, ma non per questo dev’essere “per forza” il più bravo dei concorrenti.
    La logica dell’attuale legge, cioè, è quella per cui due torti (commissioni composte interamente da commissari interni + limiti bizzarri, e inevitabilmente incompleti, alla partecipazione concorsuale) possano fare una cosa giusta, invece che un torto maggiore.
    Ma vi rendete conto? Ora limitare la possibilità di accesso ai concorsi, con qualsivoglia pretesto (parente o in ruolo nella stessa università che sia), diviene il modo per APRIRE i concorsi.
    No, limitare la partecipazione, è, ovviamente, un modo per CHIUDERE ulteriormente i concorsi.

    La morale?

    Invece di “rompere” con i concorsi truccati solo strumentalmente a nuovi tagli -per giunta con questa storia dell’omonimie, che è davvero penosa, e non coglie minimamente nel segno-, fate regole per i concorsi, e quindi essenzialmente sulla formazione e sul funzionamento delle commissioni, che non attribuiscano alcun “vantaggio competitivo” ai candidati interni.

    A quel punto, potrete -ed anzi dovrete- togliere tutte le limitazioni idiote, inutili e dannose (no ai parenti, a mogli e mariti, concorsi riservati agli esterni: quasi che uno non possa essere il candidato interno solo perché non è di ruolo in quell’università, o magari non è proprio di ruolo, ma fa “l’assistente” appunto in quella università), che chiudono ulteriormente i concorsi, invece che aprirli.

    Basta la volontà politica.
    Ma evidentemente è proprio ciò che manca, e si preferisce poter fare queste campagne mediatiche da due soldi, su corruzionenepotismocastaspesapubblicabrutta!

    Tom Bombadillo

    • Commento ragionevole e per certi aspetti condivisibile, Tom.
      Però, intanto c’è da dire che sebbene le commissioni concorsuali siano nominate dai dipartimenti, non è vero che siano composte *interamente* da commissari interni. Conosco almeno due grandi università per le quali non è così. Ovviamente bisognerebbe fare una ricognizione di tutti i regolamenti per farsi un’idea precisa a livello nazionale, ma non si può neanche affermare che le commissioni siano composte solo da interni.
      Sostieni poi che le commissioni dovrebbero essere composte solo da esterni, ma personalmente non sono d’accordo.
      Ci deve essere, dal mio punto di vista, la facoltà di una determinata università di esprimere la sua preferenza, dati i criteri del bando, sull’assunzione o sulla promozione di un suo dipendente. Non lo trovo affatto scandaloso.
      Nei “meriti” compaiono ricerca, didattica e attività di servizio e la sola ASN, ad esempio, valuta “soltanto” l’attività di ricerca e quindi di per sé *non* individua il più meritevole.
      Se a parità o quasi parità di meriti, una volta che ci sia messi d’accordo su quali essi siano, l’università preferisce tenersi la persona sulla quale ha investito per anni, già integrata in un gruppo, che ha fatto bene i suoi corsi, caricandosi anche corsi extra, che ha supportato l’attività di servizio di quella università, non vedo perché questo dovrebbe suscitare scandalo.
      Se vogliamo, poi, esistono ora le valutazioni ex-post sulle assunzioni. Attualmente, tornano però in ballo in questo caso gli indici bibliometrici usati in maniera automatica e anche la VQR, per cui sebbene l’idea in principio per me sia preferibile a concorsi dove si ricorre per una o due pubblicazioni in più, la sua implementazione va pensata criticamente.
      .
      Infine, l’ottimo articolo di Giuseppe, insieme a qualche ottimo (e divertente) commento smonta con un approccio scientifico la “verità” che “l’università italiana sia affetta fisiologicamente da parentoli acuta”. Questo non è vero, punto.
      Ora bisognerebbe, con uno stesso approccio scientifico, dimostrare a mio parere che i concorsi “proprietari” abbiano favorito i “meno meritevoli”.
      Non ne sono affatto sicura. Anzi, se vogliamo, i dati internazionali premiano l’Italia.
      Non è infatti dimostrato, per me, che cambiare continuamente sede di lavoro assicuri che il sistema sia complessivamente di maggior qualità. Banalmente, mi viene da pensare che se ogni università si sceglie i suoi allievi migliori (e sia io che i miei colleghi tendiamo a prenderci come collaboratori gli studenti migliori), alla fine questo sortisca comunque come effetto la selezione dei più adatti alla professione universitaria.
      A parte delle eccezioni, certo, che però potrebbero essere semplicemente nell’ordine delle cose – come le percentuali sulle omonimie familiari.
      .
      Forse si potrebbe far qualcosa per favorire l’assunzione di docenti stranieri. Ma, oltre al fatto che abbiamo eccellenti docenti italiani, che a volte emigrano (*non tutti*), per fare questo non basta ad oggi cambiare la legge sui concorsi o mettere una legge per le riserve indiane (Natta), ma bisogna rendere la professione più appetibile. Cioè, come si è detto e ridetto, stipendi migliori e più fondi per la ricerca nelle università.

  10. credo che esistano anche casi di nepotismo, più di clientelismo. Ci sono leggi non scritte: un muso, il silenzio, l’esclusione dai gruppi di ricerca, tutto ti indica che non sei gradito. La sofferenza all’interno dell’Università è enorme, ma non per i fannulloni …

  11. Mi pare inutile chiudersi in difese corporative. Il problema del nepotismo c’è. Sarebbe interessante anche evidenziare casi di omonimia nelle recenti attribuzioni dei PRIN, verificando anche parentele con esponenti dell’Agenzia di valutazione.

    • Francesco S.L. mi sembra strano che tu (mi permetto il Tu perché siamo colleghi) non abbia sentito parlare di nepotismo. Basta citare il caso, notissimo, del precedente Rettore della Sapienza, il quale – se non sbaglio – aveva moglie e due figli nella sua facoltà (chiamati mente era preside). Nelle facoltà dove ho insegnato ho sempre avuto colleghi mariti e mogli (i cui cognomi sono ovviamente diversi), padri e figli ecc. E’ strano che sia capitato solo a me.

    • Siamo scienziati e se discutiamo di valutazioni di sistema, finalizzate a individuare gli interventi prioritari, dobbiamo ragionare sulle statistiche nazionali. E le statistiche nazionali, comprese le sfortunate esperienze di Paolo_A, ci dicono di un numero di omonimie eccedenti pari all’1,36% del corpo docente. È credibile individuare la causa principe delle difficoltà nella parentopoli diffusa?

  12. L’argomento è estremamente interessante, parentopoli si o no? E mi pare dai commenti, procedendo a sciabolate, che alcuni negano alcuni assentono.
    Parentopoli è vecchia come il mondo: i figli sono pezzi e’ core, e che non si fa’ per essi? A incominciare da Olimpiade in favore del figlio Alessandro (il futuro Magno)…
    Ma parentopoli non solo è da sempre ma attualmente non solo all’Università, addirittura all’ATAC di Roma, alle Regioni, ma anche nel personale TA degli Atenei… ed in ogni dove.
    A memoria nel mio Ateneo ci fu una Commissione Ministeriale per indagare sul numero abbondante di residenti in un comune, lo stesso dell’allora DA. Che sentenziò: eticamente era da condannare un tale fatto, ma amministrativamente era tutto corretto: concorsi “pubblici” regolamentari, non impugnati.
    Così va il mondo da sempre.
    Poi parentopoli che effetti negativi o distorsivi ha? A giudicare dai Bernoulli alcuno, molti di questa famiglia sono dei grandi… ma il figlio di Einstein no.
    Le diatribe statistiche (ammiro per questo Giuseppe)mi interessano poco, so come S. Tommaso che nel mio Ateneo ci sono molte omonimie e non (parentopoli non è solo di cognomiuguali, ma anche diversi): ed alcuni parentopolizzati sono figure degnissime e bravissime, altre no. Il problema è che “le pari opportunità” dei parentopolizzati non le hanno i non parentopolizzati: i bravi, o non, parenti possono togliere possibilità a chi è figlio di nessuno: conoscete nel vs Ateneo qualche figlio di Dio? Quanti i figli di nessuno? Un giorno vi racconterò la mia quasi “parentopolizzazione”…, ammesso che abbiate voglia di leggerla…

  13. I casi di clientelismo e di nepotismo ci sono e sono facilmente verificabili. All’improvviso, una volta fissati i criteri delle ASN, molti figli o, genericamente, predestinati,hanno cominciato a scrivere, anche se laureati da pochissimi anni,una media di 14/15 lavori all’anno, con moltissimi primi o ultimi nomi, scritti, guarda caso, con gli allievi dei genitori o dei sodali. Gli stessi nomi si incrociano e poi ci sono i PRIN, i premi, gli inviti a parlare ai congressi più importanti,e l’esclusione degli ” altri”, dei ” non graditi”.I non graditi, anche se meritevoli, saranno così fermati all’abilitazione e quindi ai concorsi,in qualunque forma siano fatti, non arriveranno mai.
    Le campagne mediatiche ” da due soldi” non sarebbero inutili se la giustizia si decidesse, dopo gli opportuni controlli, ad intervenire. Non si può continuare soltanto a parlarne, ironizzando.

    • I fatti che riporti (il recente miracolo bibliometrico di molti giovinetti più o meno promettenti) dovrebbero farti capire che la conta degli articoli e delle citazioni non è un indicatore così inoppugnabile di “bravura” per nessuno, sia per i presunti raccomandati che per le presunte vittime.

    • Per questo bisogna contare non il numero dei lavori, ma il numero delle citazioni ricevute, ripartendole equamente fra i coautori. Questo è un indice più difficile da falsificare

    • Mi dispiace, ma quando sento qualcuno che cerca di trovare qualche nuova formula bibliometrica che ponga rimedio alle distorsioni anvuriane, non posso fare a meno di immaginarlo nei panni del Tremonti (meglio, Tvemonti) di guzzantiana memoria che continua a cercare -invano- di fare tornare i conti, esclamando “povca tvoia povca puttana!”

  14. Forse non è chiaro. Nessuno lo nega. Una certa quota di favoritismo, non suffragato da capacità, per allievi o parenti esiste nelle facoltà, come anche nei ministeri, nei giornali, nella magistratura, negli alberghi, nei ristoranti, nelle edicole, alla RAI, a Canale5, nei Comuni, nei Carabinieri, nella Forestale, negli Aeroporti, alla Fiat, ovunque! Pubblico e privato! Posso immaginare, in Europa, più nei paesi mediterranei che nel centro-nord. Ma finchè non ci sarà uno studio che lo certifichi, da ricercatore, non posso dire che sia vero. Nessuno può dire che l’Università sia ammalata di qualcosa che altrove non esiste e tale da caratterizzarla in negativo rispetto al contesto culturale (gli unici dati dicono questo); e questo malgrado le amare storie personali di cui tutti noi siamo stati testimoni (io tanti anni fa ho perso un concorso da ricercatore con uno che aveva 0 (!!!!) pubblicazioni). In un paese serio c’è grande differenza fra la testimonianza personale e la crocifissione di una entità complessa come l’intera università. Nella mia esperienza, trovo molto più preparato un universitario rispetto a chi appartiene ad altre categorie professionali nelle capacità di base, quelle propedeutiche ad attività complesse, come parlare in un italiano adeguato, conoscere una seconda lingua o saper utilizzare i mezzi informatici. Invece l’opinione pubblica spesso inventa dati su cui basare un giudizio in cui chi lavora nei dipartimenti altro non è se non un ebete accompagnato per mano da un papà potente e spegiudicato. E guardacaso a stretto giro di posta arriva la proposta di tagliare i fondi all’università. Gli Allesina fanno un pessimo servizio a se stessi innanzitutto, non solo all’accademia italiana. Il rancore è un pessimo consigliere per chi fa scienza.

  15. ottimi De Nicolao e Plantamura (e Sylos e Marcati…), avete tempo e intelligenza da sprecare a cercare di rintuzzare la colata di fango che periodicamente, strumentalmente viene riversata sull’università al solo scopo, a mio avviso, di ridurre ulteriormente il suo spazio (=tagli di personale, di stipendi, di fondi, accentramento in poche camarille per ciascuna disciplina del potere di erogare risorse); sono d’accordo con voi, ma mi pare sia da considerare il contesto, triste e deprimente, più generale: quello anzidetto (spegnere i potenziali critici del sistema), quello nazionale (ma non solo) delle figliolanze (vedi qualunque altro settore dalla politica al cinema allo sport… alla magistratura! … dove il familismo imperversa), quello specifico dei concorsi, che per me sono da abolire e basta! (e lo dice uno che li ha vinti tutti da solo, senza canali riservati e senza parenti ‘dottori’)

  16. Cari colleghi,
    essendo stato chiamato in causa direttamente, mi permetto di intervenire per fare alcune considerazioni, e per correggere la stima del Prof. De Nicolao.

    Come spiegato nel mio articolo, e come notato da alcuni dei commentatori, il metodo da me proposto presenta una drammatica sottostima dei casi di nepotismo, per due motivi: uno banale, e uno meno banale. Le omonimie possono individuare i casi in cui un padre assume i figli, o uno zio i nipoti, ma non possono tenere conto dei casi in cui la madre fa assumere i figli, un coniuge riesce a portare l’altro in cattedra, o i casi di amanti e parenti lontani. Si deve notare che negli aneddoti, e nei documenti della magistratura, la maggioranza dei casi contestati convolge coniugi. La considerazione piu’ sottile e’ che se davvero i cognomi dei professori sono meno diversi di quanto uno si dovrebbe aspettare, allora usare questa base di dati, invece che per esempio estrarre i cognomi dagli elenchi telefonici, portera’ a conclusioni piu’ caute di quanto sia necessario.

    Il Prof. De Nicolao prova a stimare il numero di assunzioni nepotistiche sottraendo dal numero di cognomi attesi il numero di cognomi osservati. Si prenda il caso di ingegneria industriale: i 3180 docenti presentano 2691 cognomi, mentre se estraessimo 3180 persone a caso dagli elenchi di tutti i professori, ci aspetteremmo 2759.4 cognomi. Quindi, mancano all’appello 68.4 cognomi. Se licenziassimo 69 figli di papa’ (e non di mamma, come spiegato sopra), e li sostituissimo con persone il cui cognome non compare gia’ nell’elenco degli ingegneri industriali, avremmo riportato il valore osservato in linea con l’atteso. Fare questo pero’, non e’ corretto: una volta “licenziato virtualmente” un figlio di papa’, dovremmo estrarre il nuovo assunto a caso, e questo potrebbe risultare in cognomi gia’ presenti nell’elenco degli ingegneri industriali (“Mi spiace Dr. Fantozzi: il suo curriculum e’ impeccabile, ma purtroppo abbiamo gia’ una persona con lo stesso cognome, e quindi non la possiamo assumere”). Sono sicuro che i vari Dr. Rossi, Bianchi, Neri ecc. avrebbero da obiettare.

    Una stima migliore si puo’ ottenere calcolando quante persone mi dovrei aspettare in un certo settore per avere il numero di cognomi osservato. Facendo qualche simulazione, trovo che per avere 2691 cognomi, dovrei avere circa 3094 docenti. Siccome ne osservo 3180, ne consegue che ci sono circa 86 figli di papa’ in eccesso (mentre De Nicolao ne stima “solo” 68). Ripetendo la procedura correttamente per tutti i settori, trovo che a Medicina e Legge il 4.73% delle persone sono “in eccesso”, e che in generale ci sono circa 1158 omonimie in eccesso (erano 832 secondo De Nicolao), per una percentuale di 1.89%. La tabella completa la si puo’ trovare qui [https://goo.gl/mJNkKw], insieme a un link al codice e i dati usati nelle simulazioni.

    Come dicevo, questi sono solo i “figli di papa’”. A questi si dovrebbero aggiungere anche i “figli di mamma”, nonche’ i coniugi e parenti vari. Ovviamente l’esercizio diventa piu’ difficile e impreciso, ed e’ per questo che nel mio articolo non ho riportato una stima. Se pensiamo che le madri abbiano la stessa tendenza dei padri ad assumere i figli, dovremmo aggiungere un 50% alla nostra stima (le donne sono circa una su tre). Quanti saranno i coniugi? Se contiamo un coniuge assunto per ogni due figli assunti (probabilmente sono molti di piu’), raggiungiamo un totale di circa 2600 persone.

    Ora la domanda diventa: quale dovrebbe essere il numero “fisiologico” di assunzioni nepotistiche? Se lo chiedessimo a un idealista, o piu’ banalmente a chi si e’ visto passare davanti da un raccomandato ai vari concorsi, ci direbbero che il numero dovrebbe essere zero, e che anche un solo caso rappresenta uno scandalo. Persone piu’ smaliziate darebbero stime piu’ alte. Il numero dipende certamente da quanto queste assunzioni causino allarme sociale, e forse in Italia siamo troppo abituati a vedere certe cose per scandalizzarci.

    Per concludere, noto che il Ministero potrebbe tranquillamente fornire una stima precisa, e che forse sarebbe un buon esercizio, e che il mio articolo voleva semplicemente sottolineare il fatto che alcuni settori e zone geografiche sono piu’ afflitti dal male del nepotismo di altri, e che quindi non si dovrebbe fare di tutta l’erba un fascio.

    Ringraziandovi per l’ospitalita’
    Stefano Allesina

    • Solo un ingenuo può pensare che ogni omonimia in eccesso sia nepotismo (un pregiudizio confutato da Abramo e Ciriaco, peraltro). Ai fini di una “reductio ad absurdum” nell’articolo si arriva ad immaginare persino questo e anche così i casi “sospetti” segnalati da Allesina sono l’1,36%. L’idea che l’unico mondo accettabile sia quello in cui le scelte dei figli sono statisticamente indipendenti da quelle dei padri (implicita quando ci si domanda “quante persone mi dovrei aspettare in un certo settore per avere il numero di cognomi osservato”) è altrettanto ingenua. Come osservato da Figà Talamanca, capita che ci siano figli che si appassionano alla carriera del padre o della madre e che sono del tutto all’altezza. E non sono nemmeno così tanti, ci dicono i numeri. Di certo, l’articolo di Allesina può essere usato nella lezione in cui si spiega agli studenti che “A statistically significant result might not be practically significant”. E illustra bene anche come questo equivoco possa essere usato per amplificare la portata di risultati non particolarmente impressionanti.

    • Capisco che quello che lei fa e’ un ragionamento per assurdo. Quello che non capisco, pero’, e’ perche’ non si possa calcolare il valore correttamente.

      Come ho cercato di spiegarle, il calcolo presentato nel post e’ errato, paradossalmente perche’ non tiene conto delle omonimie dovute al caso. Le ho anche fornito i dati e il codice, cosi’ puo’ vedere da se. [Se preferisce carta e penna, il problema e’ una generalizzazione del coupon collector’s problem: quante persone devo estrarre, per avere X cognomi?]

      Facendo il calcolo correttamente, la stima degli “eccessi di omonimia” e’ di molto maggiore. Poi uno puo’ decidere che questo e’ un livello accettabile (o “praticamente” non significativo), ma questo e’ puramente un giudizio di valore, e non statistico.

      Inoltre, nel post e nei commenti non si e’ ancora discusso del come mai questo fenomeno si osservi solo in alcune discipline ma non in altre, o del perche’ le discrepanze siano piu’ grandi in alcune aree geografiche: esattamente i risultati centrali del mio articolo.

    • stefanoallesina: “Facendo il calcolo correttamente, la stima degli “eccessi di omonimia” e’ di molto maggiore”
      ___________________
      1. Quanto maggiore? Ha già risposto Allesina in un suo precedente commento:
      ___________________
      stefanoallesina: “Ripetendo la procedura correttamente per tutti i settori, trovo che … in generale ci sono circa 1158 omonimie in eccesso (erano 832 secondo De Nicolao), per una percentuale di 1.89%
      https://www.roars.it/online/la-bufala-delle-omonimie-in-cattedra/comment-page-1/#comment-59578
      ___________________
      2. Per fare una stima, bisogna ipotizzare un modello statistico del nepotismo. Allesina ne assume uno tale per cui la stima delle omonimie in eccesso è maggiore della differenza tra osservate e attese. Se lancio 100 monete e ottengo 60 teste su 100 lanci, Allesina ci spiegherebbe che per avere 40 croci ci vorrebbero ottanta monete oneste e che, dato che 100-80 = 20, le teste in eccesso sono 20, il doppio della differenza tra teste osservate (60) e attese (50). Ma se le 20 monete che hanno prodotto le 20 teste in eccesso fossero state oneste, avrebbero fornito 10 teste, cosicché l’anomalia torna ad essere pari a 20-10=10, cioè la differenza tra teste osservate (60) e attese (50). In effetti, un modello plausibile è che, a seguito di 100 lanci che avevano dato 50 teste, qualcuno o qualcosa abbia alterato 10 risultati, producendo il 60-40 osservato. Interessante questione di lana caprina, visti i numeri in gioco per le omonimie.
      ====================
      “stefanoallesina: “nel post e nei commenti non si e’ ancora discusso del come mai questo fenomeno si osservi solo in alcune discipline ma non in altre, o del perche’ le discrepanze siano piu’ grandi in alcune aree geografiche:”
      ___________________
      È stato già discusso: “Ma di nuovo, anche per le differenze, bisogna porsi la questione della “practical significance”. E se un fenomeno è di per sé labile, andarne a studiare i fattori che lo influenzano non è che abbia molta più “practical significance”. Sono cose ben chiare a chi fa ricerca biofarmacologica (seria).”
      https://www.roars.it/online/la-bufala-delle-omonimie-in-cattedra/comment-page-2/#comment-59641

    • Non mi sembra troppo difficile capire dove e’ l’errore. Dato che le piacciono i casi assurdi: poniamo ci sia un solo cognome in medicina—tutti i 10783 professori si chiamano Monaci. La stima corretta di eccesso di omonimie dovrebbe essere attorno al 100%, mentre con il suo metodo risulta (7783.2 – 1)/10783 -> 72%.

      Neanche Genghis Khan ha avuto piu’ di diecimila figli, per cui prendiamo il caso in cui ogni professore fa assumere la moglie e i due figli (un cognome ogni due persone). In questo caso, il 75% delle cattedre e’ stata assegnata a parenti, ma con il suo metodo la stima e’ del 22%.

      A me sembra un errore piuttosto grossolano… strano che i tanti esperti di statistica che sembrano bazzicare in questo blog non se ne siano accorti.

      Questi esempi fanno vedere che per la sua stima il massimo valore possibile–anche se ci fosse un solo cognome in tutta la disciplina—puo’ essere molto minore del 100%.

      Riportare percentuali in questo caso puo’ essere fuorviante (se il massimo fosse il 22%, allora il 2% farebbe una impressione molto diversa).

    • ho lanciato due monete e ho colpito due figli di cattedratici, uno è morto e uno è in coma, poiché ne è morto solo uno ho il 22% di probabilità di prendere l’ergastolo, se li avessi ammazzati entrambi, mi avrebbero dato il premio nobel per aver risolto l’annoso problema del nepotismo italico :-)

    • Paolo attento però, che se colpisci un povero anonimo casuale uccidendolo poi le omonimie significative aumentano! Non se ne esce :-) :-)
      .
      Scusate faccio stupide battute intanto che aspettiamo che Giuseppe lanci le 10000 monete. Ci vorrà un po’ :-D
      .
      Buon weekend a tutti, anche agli expats

    • Fermo restando che stimare nepotismo o parentopoli sulla base delle omonimie mi sembra una perdita di tempo (a meno di risultati estremamente consistenti e significativi), mi perdonerete se ritorno sul calcolo esemplificativo di Allesina, perché vorrei che qualcuno più bravo di me mi spiegasse dove sbaglio. Dalla spiegazione di SA apprendo che:
      ———
      Si prenda il caso di ingegneria industriale: i 3180 docenti presentano 2691 cognomi, mentre se estraessimo 3180 persone a caso dagli elenchi di tutti i professori, ci aspetteremmo 2759.4 cognomi. Quindi, mancano all’appello 68.4 cognomi …(calcolo di GDN)… Una stima migliore si puo’ ottenere calcolando quante persone mi dovrei aspettare in un certo settore per avere il numero di cognomi osservato. Facendo qualche simulazione, trovo che per avere 2691 cognomi, dovrei avere circa 3094 docenti. Siccome ne osservo 3180, ne consegue che ci sono circa 86 figli di papa’ in eccesso (mentre De Nicolao ne stima “solo” 68)… (calcolo di SA)
      ——–
      È sulla conclusione che non mi trovo: “Dovrei avere circa 3094 docenti. Siccome ne osservo 3180, ne consegue che ci sono circa 86 figli di papa’ in eccesso”
      In realtà quello che osservo sono 86 elementi in meno nel campione rispetto alle attese. Ma anche in questi 86 in meno ci sarà (più o meno?) la stessa percentuale di cognomi diversi (2691/3094= 86,97%). Di questi 86, che mancano all’appello della società ideale ce ne dovrebbero essere 74,8 con cognomi diversi e 11,2 omonimie. Quindi in soldoni i figli di papà in eccesso dovrebbero essere 74,8 (valore più vicino ai 68 di GDN che agli 86 di SA).
      Dove sbaglio?
      (ps. Il valore di omonimie in eccesso sarebbe esattamente lo stesso indicato da GDN se la percentuale di omonimie fosse la stessa nei due esercizi. Se in una popolazione di 3180 mi attendo 2759,4 cognomi, mi attendo l’86,77% di cognomi diversi. Trovandone solo 2691 posso affermare che la popolazione ideale per questo numero di cognomi dovrebbe essere 2691*100/86,77 = 3101 circa. Siccome la popolazione effettiva è di 3180, ho 79 docenti in più, di cui l’86,77% (ovvero 68 circa) dovrebbero essere i figli di papà in eccesso. Tuttavia è probabile che SA abbia calcolato con simulazioni più sofisticate la popolazione attesa del settore).

  17. Prendiamone atto. Cantone o no l’Università è screditata. Il problema dei parenti discende quasi automaticamente dai concorsi locali. SOLO I LOCALI VINCONO c’è poco da fare e l’Università diventa per forza l’orticello per i più furbi. Molti colleghi, non parenti, hanno comunque beneficiato di questo sistema e quindi, in qualche modo, sono complici. Prendiamone atto e facciamola finita.

    • Io rimango uno scienziato. Se mi raccontano che c’è una dilagante parentopoli accademica, scientificamente dimostrata dalla ricorrenza delle omonimie, io vado a verificare. Come ho già fatto per la spesa per studente e per la produzione/produttività scientifica dell’università italiana. Se invece i dati non contano, si può parlare a ruota libera. Il che mi piace, perché è decisamente meno faticoso che verificare, informarsi e ragionare. Solo un idiota passerebbe delle ore a scrivere dei post per Roars cercando di documentarsi e di ragionare.

    • Mi dispiace braccesi, se la pensi così, fuori da ogni logica scientifica, fuori da ogni verifica di fact checking, la tua università non ha perso molto. Non so se sei stato vittima di ras con allievi/seguaci locali. Magari al tuo posto c’è qualcuno che prima di affermare grandi verità diffamatorie si affida ai dati e non a dogmi propagandistici. Se tu fossi di area medica, metteresti a rischio la salute dei tuoi pazienti. Se invece fossi geologo, metteresti a rischio l’incolumità pubblica. La tua è una semplificazione buona per i social network

  18. @domenica,
    capisco il tuo punto di vista, però così finisci per ricordarmi troppo da vicino il mio vecchio amico, il mitico Ben Altro.
    Scherzi a parte, il benaltrismo è molto pericoloso, perché spegne ogni istanza di riformismo possibile e concreto (nella specie, la riforma dei concorsi, incidendo “sul manico”, cioè sulla formazione delle commissioni e sul loro funzionamento), solo perché avrebbe il torto di non risolvere tutti i problemi possibili.
    Quello della cessione ad altri delle proprie pubblicazioni, in particolare, è uno dei problemi, ma di certo non è quello principale. Per altro, vi è già un delitto l’utilizzazione di opere altrui in concorso (lo scrivevo qui su Roars in riferimento ad altra vicenda), che differisce dal plagio, e non viene eliminato dall’accordo tra cedente e cessionario (solo che in questi casi è molto difficile da provare).
    Nelle aree come la mia, dove le pubblicazioni sono a firma singola, accade piuttosto di rado che uno “regali” la pubblicazione ad un altro. In quelle dove le pubblicazioni sono a più nomi, è più ricorrente qualche “inserimento omaggio”, ma ciò significa solo che bisognerebbe disciplinare più compiutamente, e in modo affatto stringente, la questione dei lavori a più firma.
    Ma tutto questo è un dettaglio, importante, ma pur sempre un dettaglio, rispetto all’attuale assetto concorsuale che, con espressione calzante, Lilla definisce proprietario.

    Caro Lilla,
    io non sostengo che la cooptazione sia peggio o meglio del pubblico concorso (cioè, credo che in un sistema con grandi numeri come l’attuale sia peggio, ma non è questo il punto), o che il fatto che i vincitori siano predeterminati implica che siano scarsi (fortunatamente, è vero il contrario: nella grande maggioranza dei casi, i colleghi sono bravissimi…nella grande maggioranza dei casi), sostengo piuttosto che i concorsi proprietari, cioè finti concorsi e vere cooptazioni:
    1) risultano violativi della legalità costituzionale, e sai, non è che la Costituzione la possiamo prendere a pezzi, solo dove ci piace; possiamo pure pensare di modificarla, magari con riferimento alla sola università, vista la specificità del lavoro di ricerca, ma allora ci vogliono una serie di contrappesi che attualmente mancano, visto che in teoria dovrebbero essere pubblici concorsi, mentre sono “concorsi privati”, e comunque, fino a quando la modifica non c’è, i concorsi devono essere pubblici e deve vincere il migliore, anche se è esterno, altrimenti siamo nell’illegalità (per altro, la Consulta ritiene compatibile un 50% di concorsi riservati agli interni, per cui, se proprio ci si tiene tanto -io, personalmente, non ci tengo affatto- la via costituzionalmente compatibile per valorizzare il percorso interno è quella);
    2) hanno consentito scandali e scandaletti che, pure montati e ingigantiti, hanno portato a due norme ingiuste di chiusura della partecipazione (disposizione sui parenti, e anomalia dei concorsi riservati agli esterni), e, soprattutto, hanno dato una grossa mano a chi vuole deprimere l’università pubblica, perché ci vuole ridurre come in America, a dover chiedere 200.000 di prestito per frequentare un’università (privata) che ti dia uno sbocco lavorativo vero.
    In fine, mi pare di aver spiegato che, per me, commissario interno non significa che è in ruolo in quell’Ateneo, ma che è nominato dal dipartimento (dove sia in ruolo è del tutto indifferente), ed è in questo senso che attualmente i commissari sono tutti interni, mentre è solo se sono tutti esterni, che un candidato esterno ha possibilità di vincere (ne basta anche solo uno interno, di commissari, per condizionare pesantemente il concorso).

    @Aristotele, grazie, si fa quel che si può.

    @Francesco Sylos Labini,
    “Concordo al 100% sono gli economisti (non tutti ovviamente ma quelli del blocco liberista-bocconiano) il vero problema dell’universita’. Sono degli pseudoscienziati e vanno isolati dalla comunita’ accademica.”.
    Vabbè, dopo questa tua esternazione, non posso che rinviarti (se non li conosci), al blog del Pedante (dove da ultimo, per altro, Roars è stato citato un paio di volta, la prima non da me), e, soprattutto, a mitico “generatore random di supercazzole esterofile e piddine”, cioè facciamocome.org
    Nella sua presentazione, del resto, si legge:
    “Sei italiano? Credi nell’Europa? Hai frequentato un prestigioso ateneo milanese? O meglio ancora, ti sei formato sugli editoriali di Eugenio? Nessuno meglio di te può sapere che la terribile crisi economica e sociale che sta attanagliando il nostro paese ha un solo colpevole: noi, gli italiani. Egoisti, corrotti, improduttivi. Per 20 anni abbiamo votato Berlusconi vivendo di rendita e accumulando debiti, come la proverbiale cicala. E oggi, invece di recitare un doveroso mea culpa, ci lamentiamo del Governo (che fa del suo meglio), dell’Europa (che ci ha accolto nonostante fossimo poco credibili) e finanche dell’euro (che ci protegge dagli spekulatori kattivi).
    Questo strumento è stato pensato per te, che lotti solitario contro un popolo che non ti merita. Un popolo ingrato che non capisce che il tempo delle fiabe è finito ed è ora di diventare adulti abbracciando un modello economico che sia allaltezzadellesfidepoliticheesocialidellaglobalità.
    Le frasi che troverai su questa pagina ti aiuteranno a far sapere agli amici, ai compagni di impegno politico, ai parenti e (soprattutto) agli avventori del bar sottocasa, quanto ti fa schifo il paese in cui vivi. Anche se non sai nulla di ciò che accade nel mondo – o non sai nulla in genere – che ti frega: l’Italia è sicuramente la peggiore tra le nazioni ed essere italiani è una vergogna. Basta nascondersi. È giusto che tutti lo sappiano!

    Un caro saluto a tutti, ma ora torno al mio amore non corrisposto, cioè al diritto penale.

    Tom Bombadillo

    • Puoi sempre divorziare. Qualcuno me lo ha prospettato, se volessi tornare nell’Ateneo dove lavora mia moglie. Tuttavia, la soluzione più semplice è il cambio urgente di dipartimento, meglio di un travagliato e costoso divorzio!

  19. Tom, a parte che sono LillA, quindi “cara” casomai, ho detto “a parità di meriti o quasi”, nulla di illegale… caro :-)
    Vorrai mettere che una certa soggettività nell’operato delle commissioni ci sta e, se mettiamo qualche volta da parte il pessimismo cosmico da buco nero spaziale iperrisucchiante divorastelle, magari è per un giudizio corretto ed equilibrato.
    Ripeto, aspetto le percentuali di brocchi che hanno vinto concorsi pubblici universitari, rispetto al (sempre più esiguo) corpo accademico in attività.
    Il fatto che gli “scandaletti” siano causa delle purghe gelminiane: tranquillo, quando si ha in mente un disegno politico preciso non è difficile strumentalizzare quello che fa più comodo.
    .
    Sul fatto che parentopoli non si fermi ai figli con stesso cognome e che questo sarebbe motivo di grande sottostima, ho qualche commento da fare… :-)
    A parte che, appunto, ci sono figli meritevolissimi (non è questo che interessa tutti moltissimo?) e quindi non meritevoli di ostracismo, come mogli e parenti vari, visto che nella lista ci sarebbero “amanti, madri e mogli”, direi:
    .
    – l’ *amante* ovviamente non è parente e poi (disclaimer: ironia) l’amante anche nella vita ha un posto precarissimo, la maggior parte delle volte a tempo determinato, figuriamoci se un uomo le dà un posto a tempo indeterminato nella stessa università :-D
    .
    – le *madri*: consideriamo principalmente le donne ordinario, quindi in tutta Italia 2871 vs 10316 uomini, ossia il 27%: se applichiamo la stessa probabilità delle % elencate per gli uomini, ci accorgiamo che esse aumentano di un 1/3 massimo considerando madri che piazzano figli – fate i vostri conti; poi (disclaimer: ironia) in settori come l’ingegneria le donne ordinarie si vedono col binocolo e sono già esaurite per essere arrivate dove sono arrivate dopo secoli – intanto i figli hanno ben pensato di fare un altro mestiere;
    .
    -le *mogli*: oh, qui mi divertirò ancora di più … :-D Mai sentito parlare in Europa e nel mondo di “dual career”? Ossia di quella deliziosa questione di genere per cui la moglie non deve in principio sacrificare la propria carriera per quella del marito perché oltre che ingiusto sarebbe una perdita di potenziale umano? Ebbene, in *tutto il mondo*, enti pubblici e privati, grandi e piccoli, promuovono programmi per *assumere le coppie*.
    Voglio proprio chiudere su questo con delle frasi prese, udite udite, soprattutto americanofili, dal sito dell’Università di Cincinnati, Ohio, alla pagina:
    https://www.uc.edu/orgs/ucleaf/resources/dual-career/why-hire-dual-career-couples-.html
    .
    “Academic couples who work at the same university are happier and report less stress in balancing their jobs and their family lives than do dual-career couples in which one spouse works at a university and the other works at a different institution or outside academe.”
    .
    “Nationwide, about 40 percent of male faculty members and 35 percent of female faculty members are married to other academics.”
    .
    “Men whose wives worked at the same university spent six more hours per week working than men whose wives worked elsewhere. But the men whose wives worked at the same university reported greater family success.”
    .
    “Women with advanced degrees whose husbands worked at the same university reported being more satisfied with their marriage and family life than other married women in the study.”
    .
    “Women with school-age children whose spouses worked at the same university reported working fewer hours and reported greater success in balancing work and family.”
    .
    “Couples who worked at the same university were more likely than others to place an equal priority on both partners’ careers, rather than favoring the husband’s.”
    .
    Ma c’è anche dell’altro da leggere…buona lettura!

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