Ieri il Presidente della Repubblica ha celebrato i 200 anni di una delle istituzioni universitarie più importanti del nostro Paese, la Scuola Normale Superiore di Pisa. Si è misurato, fra l’altro, con gli echi (molto vividi nei manifestanti che l’hanno accolto) del dibattito attuale sull’Università. Prendo lo spunto, ora che la riforma dorme in Senato i sonni della sessione di bilancio, per qualche riflessione orientativa destinata soprattutto a chi si chiede, dall’esterno, che cosa stia succedendo.

La mobilitazione attuale. La mobilitazione autunnale dei nostri Atenei assomiglia a un rito che più o meno fatalmente si esaurisce con l’accendersi dei termosifoni. Quest’anno però c’è qualcosa di oggettivamente nuovo: non assistiamo soltanto a marce di studenti, ad assemblee gremite, a occupazioni più o meno estemporanee, ma un movimento organizzato e per la prima volta ben coordinato a livello nazionale, la Rete 29 aprile, sta dando un’inusitata concretezza alla protesta: sta cioè seriamente mettendo in forse la cosiddetta “offerta didattica” di molti Atenei tramite la semplice rinuncia dei suoi aderenti (tutti ricercatori) ai carichi didattici che, da contratto, non pertengono loro.
Questa coraggiosa protesta ha così svelato quanto importanti siano i ricercatori nel funzionamento dell’Università attuale, e ha contestualmente offerto l’occasione di denunciare – con più forza e senno del solito – i mali del sistema che la riforma attualmente in discussione alla Camera non affronta o, spesso, peggiora. Soprattutto, docenti, ricercatori e studenti si sono trovati uniti nella denuncia di quello che è il problema di fondo, ovvero la mancanza di adeguate risorse finanziarie, una mancanza aggravata l’anno scorso dai tagli del ministro Tremonti, così ingenti (secondo varie stime, circa un miliardo e mezzo di euro) da porre diversi atenei in una posizione di oggettiva difficoltà per quanto riguarda la mera sussistenza. E tutto questo ha contribuito a risvegliare almeno parzialmente le coscienze e lo spiritocritico di una classe, quella dei docenti universitari, che sempre più stava affondando nelle proprie contraddizioni e nella disistima del mondo esterno.

Cenni storici. Cerchiamo di dipanare alcuni fili di questa matassa partendo da un minimo background storico. L’Università italiana ha cambiato faccia, diventando università di massa, sul finire degli anni ’60, per la precisione con la liberalizzazione degli accessi alle facoltà del 1969. Mettiamo da parte ogni giudizio storico su questa scelta, sul ruolo che in essa giocò il movimento sessantottino, sullo spirito che la muoveva e sui correttivi che l’hanno stravolta (oggi a moltissime Facoltà si accede dopo un test); e stiamo ai fatti. Nel decennio successivo vi furono numerose assunzioni, per lo più necessarie alla luce dell’aumento degli iscritti, e condotte sulla base di un sistema (3 vincitori per ogni concorso: il primo assunto e due idonei in cerca si sede) che con la legge 382 del 1980 cambiò radicalmente. Dal 1980, infatti, un meccanismo de facto equivalente a una gigantesca ope legis consentì l’ingresso in ruolo (a vita) di migliaia di “precari”, che negli anni immediatamente seguenti, superando un semplice esame, intasarono i ranghi dell’accademia. Con l”80 fu anche istituita la tripartizione del corpo accademico in ordinari, associati e ricercatori, questi ultimi senza alcun onere didattico, e votati esclusivamente alla ricerca (al massimo ad attività di supporto alla didattica svolta da associati e ordinari). Seguì un fisiologico periodo di reflusso negli ingressi, favorito anche dal fatto che a partire dal 1990 ai ricercatori fu consentito di insegnare, dapprima con modesti onorari, poi gratuitamente, ma dando loro la fondata prospettiva di costruirsi una piattaforma per una futura progressione di carriera. Così andò in effetti per alcuni (e non sempre per i più meritevoli), ma non per tutti.

Gli anni ’90 videro due eventi di grande portata, entrambi legati al nome del ministro Luigi Berlinguer: da un lato la cosiddetta “autonomia” degli Atenei, di fatto un decentramento delle risorse che risultò nell’economia fino all’osso in alcune sedi e nello spreco in altre (un fenomeno che perdura sino ad oggi), dall’altro l’introduzione del sistema “3+2″, che ci ha omologato in larga parte all’Europa sul piano formale, agganciandoci al cosiddetto e famigerato “Processo di Bologna”, ma è stato messo in atto nel modo più dissennato: nessuna riorganizzazione sostanziale della didattica, ovvio allungamento del percorso di laurea, moltiplicazione e conseguentemente assottigliamento degli esami (si veda quanto ne diceUmberto Eco), curricula spesso simili a ircocervi: la proliferazione di insegnamenti che ha preceduto e seguito questa riforma, l’introduzione dei cosiddetti Crediti Formativi, e la conseguente, necessaria riorganizzazione dei piani di studio, hanno gettato l’università tutta in un cantiere dal quale non si è ancora ripresa. E soprattutto hanno trasformato l’idea stessa dell’università (specie per quanto riguarda la formazione umanistica), esortando il discente a collezionare crediti (come i punti del supermercato) anziché a formarsi come persona, e marginalizzando il docente in una sorta di travet dal quale ci si aspetta non già un contributo alla crescita della società, sibbene l’ordinata somministrazione e amministrazione di un nucleo di nozioni di base a studenti sempre meno preparati. Di questo ha discussorecentemente, con somma lucidità, Carlo Galli.

Negli anni si sono succedute poi una serie di piccole riforme dei concorsi, i quali nel 1998 compirono il grande salto passando da “nazionali” a “locali”, con un semplice cambio di modalità (nel senso dell’agevolazione) dei fenomeni corruttivi e dei favoritismi. Il particolarismo locale (che ancora non passava per federalismo) condusse poi a una proliferazione di sedi decentrate o tout court nuove anche in città o cittadine dove esse il più delle volte non avevano alcuna ragion d’essere; ma è vero che non di rado in sedi piccole o marginali sono stati sistemati ricercatori e docenti di prim’ordine, con tanti saluti all’intenzione di creare “centri di eccellenza”, e con ulteriori saluti alla possibilità di creare veri centri di ricerca pura quali proliferano in altri Paesi (il CNRS in Francia, il Max-Planck in Germania). L’ultimo decennio ha visto un fenomeno singolare: prima una serie di concorsi condotti alla vecchia maniera, ovvero con “bine” o “terne” di vincitori, in cui gli idonei, senza ulteriori ambagi o dopo qualche tempo di purgatorio, venivano chiamati dalla loro università di origine (o, per i più fortunati, da un’altra disponibile); poi una progressiva contrazione e infine un blocco prolungato (per le due fasce della docenza), cui gli Atenei si sono sottratti solo tramite apposite deroghe; oggi non abbiamo altro che timide infornate di nuovi ricercatori (sempre presentate come “l’ultima spiaggia”), anche perché nel frattempo la “piramide” fra le tre fasce si è rovesciata e un mare di gente è diventata ordinario con idoneità di dubbio merito.

Nei meandri di questo percorso sono cambiate molte cose. Tra le più trascurate, ma non per questo meno importanti, segnalo la progressiva riduzione (specie nelle piccole sedi) dell’apparato amministrativo che un tempo si occupava del funzionamento ordinario: in un periodo in cui ordinamenti diversi si sono sovrapposti l’uno all’altro, e la confusione (anzitutto per gli studenti) ha regnato sovrana, sulle spalle dei docenti è caduto il peso della gestione di complessi passaggi (da un curriculum all’altro, da un sistema a 4 crediti a uno a 5 crediti e poi a 6 crediti: i bizantinismi che si insinuano in queste pieghe sono inenarrabili, e spesso in grado di spiazzare completamente una matricola come un terz’anno), ma anche di tutto ciò che un tempo era demandato al personale di segreteria: registrazione degli esami, controllo dei piani di studio, richieste di finanziamenti, compilazione di domande e registri in quantità. Questo processo di burocratizzazione, di riforma continua e di conseguente instabilità strutturale, ha drenato molte energie, e ha interessato in modo ancor più pernicioso la scuola secondaria: in ambedue gli ambiti ha radicalmente trasformato la caratura e l’immagine del professore universitario, come lamentava anni fa su “Repubblica”, nel suo addio alla professione, Claudio Magris.

E poi, come si sarà capito, sono cambiati i numeri: a un decennio di vasto reclutamento (gli ’80), nel quale gli insegnamenti e i settori scientifico-disciplinari si sono moltiplicati senza criterio (favorendo la stabilizzazione di personale inutile e, sul piano culturale, una parcellizzazione del sapere che, almeno negli humaniora, ha pochi riscontri in altri Paesi), ha fatto seguito un periodo di altalene, in cui ondate di ingressi e di pause si sono succedute senza alcuna ratio, sfuggendo a ogni piano di regolarità e ad ogni programmazione. Infine – e questa è la situazione presente – i blocchi degli anni Duemila hanno causato, e vieppiù causeranno nei prossimi pochi anni, un rapido invecchiamento del corpo docente, e il progressivo svuotamento di alcuni settori (nel 2018, si calcola, il 50% degli attuali ordinari sarà in pensione: è logico, se si pensa che molti sono entrati nell”80). Come si è sopperito, e come si intende sopperire a tale evenienza?

In vari modi: coscrivendo a far lezione tutti i ricercatori (già dal ’90, l’abbiamo visto); arruolando tramite contratti annuali (spesso pagati poche lire, talvolta – in modo quasi offensivo – gratuiti) “esperti” esterni, per lo più giovani, che sognano di mettere così un piede dentro il sistema (e vanno incontro ad amari risvegli); arruolando a costo zero i docenti che vanno in pensione, e che così rimangono nell’istituzione (cioè non perdono studio e poltrona), occupando i posti a detrimento dei giovani; raddoppiando, a parità di salario, il numero di ore di insegnamento, cosicché io che sono entrato nel 2006 faccio 120 ore mentre fino al 2000 praticamente nessun docente insegnava più di 60 (e sorvoliamo sul fatto che diversi docenti anziani o occupati in altre lucrose attività professionali trovano diversi escamotages per mantenere siffatto privilegio): quest’ultimo è uno dei lasciti della peraltro sfortunata riforma Moratti, ben descritta nei suoi aspetti grotteschi e falsamente corporativi da un pamphlet di Pierluigi Pellini (La riforma Moratti non esiste, Il Saggiatore 2006). Quando si parla dei docenti universitari come dei privilegiati fannulloni (questa è la retorica brunettiana sdoganata dal presente governo), bisognerebbe distinguere la storia – per quanto ancora ben incarnata in figure viventi, specie in Facoltà dove i docenti guadagnano profumati compensi tramite studi medici o legali – dal futuro che è già presente, e che volge alla proletarizzazione della classe. Ma soprattutto bisognerebbe riflettere a quanta parte dell’attività didattica pesi non solo sui ricercatori (che sono, come abbiamo detto, gli alfieri della protesta odierna), ma anche su una enorme quantità di figure non strutturate, che oscillano fra la tipologia del docente-soprammobile (tipicamente un VIP reclutato per attirare ingenui studenti) e la tipologia dello schiavo. Sul processo in atto non si può non consigliare il libro – ahimè sempre più attuale – di Gigi Roggero, Intelligenze fuggitive, manifestolibri 2005.

Il reclutamento. Ciò che non è cambiato è la sostanza che presiede al meccanismo del reclutamento: non è affatto esagerato sostenere che, in più o meno tutte le Facoltà, il sistema dei concorsi sia regolato da un complesso reticolo mafioso, che tollera qualche smagliatura ma rimane nella sostanza inconcusso: ci sono i padrini, gli esecutori, le famiglie (spesso camuffate del nome di “scuole”); e, come in terra di mafia, ci sono i padrini abili (ovvero professori oggettivamente egregi nel loro ambito, e pronti a sfruttare il loro prestigio per gestire potere sottobanco), i padrini più imbranati, e i mitomani. Nella prassi normale, a un concorso corrisponde un vincitore prefissato, talché si fa in modo – tramite opportune tattiche dissuasorie – che non si presentino altri candidati, specie se temibili; ove questi si presentino ugualmente, vengono impallinati al di là di ogni ragionevolezza. Spesso si riduce la corruzione universitaria alla sola questione di Parentopoli, che è certo la più facilmente comprensibile, anche se spesso è presentata con qualche ipocrisia o censura (a Bari, per esempio, si suole guardare a mogli e figli nella Facoltà di Medicina, ma remore politiche fanno sì che pochi chiedano ragione della scritta “Nepotisti” sui muri dei corridoi della Facoltà di Lettere). In realtà, il fatto più preoccupante è rappresentato dal “sistema” (in senso siciliano) di cui dicevo, che va ben oltre i cognomi, fa leva su una diffusa omertà e, come la ‘ndrangheta, non conosce pentiti: le uniche voci, per lo più inascoltate, sono quelle delle vittime: da Nicola Gardini, fine critico letterario che ora insegna a Oxford (I baroni, Feltrinelli 2009), ai protagonisti del libro di Davide Carlucci (Un paese di baroni, Chiarelettere 2009) – tutte storie drammaticamente vere. Una delle pochissime voci (auto)critiche è stata quella di Roberta de Monticelli, le cui parole sono da condividere in toto.

Beninteso: ciò non vuol dire che tutti i concorsi siano truccati (nelle facoltà scientifiche ne ho visti di sanissimi), né tanto meno che tutti i vincitori siano indegni: al contrario, talvolta i “predestinati” sono effettivamente meritevoli, e talaltra una commissione decide di sistemare un candidato che altrimenti rischierebbe di diventare (come usa dire) un “caso nazionale”. Ma il problema sta nel principio, cui apparentemente nessuno obietta, e non nei meccanismi tramite i quali si realizza: certo, un concorso messo su fra tre amici che si fanno eleggere dai colleghi, e che aprono e chiudono la pratica in un’unica sede, riesce più facilmente pilotabile di uno in cui la commissione è sorteggiata e il vincitore finisce in un listone nazionale. Ma anche sui sorteggi si può brigare: la legge attualmente in vigore, tanto strombazzata dalla Gelmini, non solo ha chiuso definitivamente le porte delle commissioni a chiunque non sia ordinario (altro che detronizzazione dei baroni), ma si è ben guardata dal fondarsi sul sorteggio “secco”, prevedendolo solo dopo una preventiva elezione dei commissari papabili; e non ha eliminato la radice del problema, il famoso “membro interno” che molto spesso fa e disfa a suo piacimento. Per quanto riguarda i listoni degli idonei, poi, tutto dipende dal metodo con cui si può poi scegliere fra gli idonei medesimi: se i Rettori potranno attingervi liberamente, vorrà dire che ogni Dipartimento (cioè ogni docente, pardon ogni barone) si prenderà solo chi vuole, e se non vuole nessuno non prenderà nessuno e aspetterà il prossimo giro.

Ben poco si può contro lo spirito e l’intenzione delle persone: nulla di sostanziale cambierà finché accadrà che un gruppo di docenti anziani, magari riuniti in organismi perfettamente alla luce del sole (che si chiamino “Consulte” o “Associazioni”: le adunanze annuali sono spesso mascherate da convegni scientifici), stabilirà tramite colloqui personali e riservati i destini dei “giovani” più o meno promettenti alle loro dipendenze. Lo dice uno che nell’Università è entrato (certo immeritatamente, e grazie al disinteressato aiuto di qualcuno), ma ha visto i migliori tra i suoi compagni di studi (molti allevati dalla prestigiosa istituzione di cui dicevamo in apertura) costretti a emigrare, per vincere– in concorsi cristallini – posti stabili negli atenei di Cambridge, Oxford, Harvard, Los Angeles, Friburgo, Parigi, Nantes…: di fatto l’Italia si è privata della crème di una intera generazione di studiosi, per non parlare degli scienziati che hanno fatto le valigie per l’America, la Svezia, la Francia o l’Inghilterra attratti dai favolosi contratti della Microsoft o della McKinsey, o – più modestamente, per chi amava la ricerca – da laboratori canadesi, svedesi o americani totalmente sconosciuti in terra ausonia. La legge sul “rientro dei cervelli”, al di là degli abusi pure avvenuti, ha in parte mitigato il bilancio, ma in realtà ha risolto solo casi isolati, non ha fornito prospettive di lungo periodo, e comunque soltanto dove vi era una forte volontà della sede (leggi: del docente) ospitante.

L’alea e l’episodicità del reclutamento crea il presupposto per la camarilla e l’arbitrio: e il problema nasce sin dai dottorati di ricerca, dove migliaia di laureati vengono illusi di una carriera accademica che ex post la gran parte di loro – ormai alla soglia dei 30 anni – scoprirà essere un miraggio (senza contare che negli ultimi anni perfino la carriera nella scuola è stata congelata: quali prospettive dovrebbe dare un docente a chi s’iscrive oggi in Italia?). E questa situazione è tanto più perversa quanto più si inserisce in una generale mancanza di strategia per l’Università, un settore che governi di ogni colore hanno sostanzialmente trascurato, o giudicato secondario, o esposto a logiche e contrattazioni del tutto allotrie. È questa incuria bipartisan (ben richiamata da Guido Crainz) ad aver condotto al presente encomio del CEPU, dove le studentesse sono belle e brave; è questo svuotamento dall’interno (culturale ancor prima che normativo) ad aver privato l’Università di uno status forse antipatico, ma drammaticamente necessario per la società tutta.

La riforma. Veniamo dunque alla riforma Gelmini, che non è in alcun modo “epocale”, e che fa specie chiamare con il nome di una signora che fino a un anno fa non sapeva assolutamente nulla dell’Università, e dunque è di fatto esecutrice di politiche altrui. Non si può negare che essa cerchi di affrontare alcuni nodi critici; ma i punti qualificanti, le novità più cospicue (che sono poi, al di là dei dettagli, gli elementi di maggiore interesse in quanto rivelano l’indirizzo politico di fondo), destano una comprensibile preoccupazione in larghi settori del mondo universitario, e non solo nelle fasce più “conservatrici”: di qui l’ampia mobilitazione di cui dicevamo all’inizio. Prendiamo per esempio alcuni dei punti elencati dal “Corriere della Sera” (grande sponsor della riforma, anzitutto per opera di firme come Giavazzi e Panebianco), e ripresi giorni fa dal “Post”:

1) La “governance”. Il rettore, è vero, non potrà restare in carica più di 6 o 8 anni. Sorvoliamo sul fatto che i Rettori in carica, tramite una serie di escamotages transitori, vi rimarranno ancora per un bel po’, e che non risponderanno dei buchi di bilancio che hanno creato in molte sedi. Ciò che è più rilevante è che i poteri del rettore vengono con questa riforma assai ampliati, e soprattutto viene attribuito un peso decisivo in ogni settore (financo nell’organizzazione della didattica) a un organismo come il Consiglio di Amministrazione, dove siederà un 40% di rappresentanti “esterni” al mondo accademico, ovvero esponenti delle banche, dell’industria, indirettamente della politica: non è un caso che tra i più impazienti fautori della riforma vi sia proprio Confindustria. Non inganni il fattore numerico: un 40%, se è quello che detiene o vanta di detenere i cordoni della borsa, può facilmente pesare ben più del 60, e indicare, scelta per scelta, l’orientamento decisivo di ogni singolo Ateneo. Ma c’è di più: a una rappresentanza del 40% non è in alcun modo connesso l’obbligo di finanziare l’Università per una quota corrispondente, talché di fatto i nostri grandi imprenditori – la cui propensione al rischio personale nella gestione delle aziende pubbliche è arcinota – si troverebbero ad amministrare il denaro pubblico sic et simpliciter. Né si argomenti che già oggi, in diverse università, al CdA partecipano esterni: nel momento in cui, per legge, il profilo dell’istituzione cambierà, è palese che gli equilibri attuali saranno potentemente trasformati. Già questo appare, del resto: per limitarmi alla mia sede (Ca’ Foscari, dove peraltro una recente ventata di decisionismo non sta certo creando climi armoniosi fra le varie componenti), segnalo la scelta di invitare ad aprire l’anno accademico (il prossimo 22 ottobre) un personaggio discusso ma potente come Paolo Scaroni, o la laurea ad honorem incredibilmente tributata a un chiacchierato finanziatore, o ancora la corsa ad accaparrarsi i fondi leghisti per una cattedra di dialettologia italiana.
A favore di questo intervento, poi, si suole citare il modello nordamericano: ma lì esso vale anzitutto per le grandi università private, nelle quali i privati investono davvero, richiedendo però anche rette salatissime in cambio di un’istruzione eccellente per coloro che possono permettersela, o per i genitori disposti a indebitarsi fortemente per gli studi dei figli, o per chi può fruire di borse di studio (sappiamo quali distorsioni ottiche ciò procurerebbe nel nostro Paese di evasori): un modello rispettabile, ma certo non esportabile tal quale né d’emblée alle nostre latitudini, dove mi si dovrebbe indicare una classe imprenditoriale disposta a investire seriamente in ricerca e formazione, ché io non la vedo punto. Mentre vedo i rischi dell’ingresso in Università di capitali di dubbia provenienza (che cosa accadrebbe nel Sud?), e vedo la differenza sostanziale rispetto all’America, e cioè l’assoluta mancanza di interesse delle università a reclutare i migliori per aumentare il proprio potere di attrazione nei confronti degli studenti. Anche in Canada, dove il sistema è misto, la presenza di forti consigli di amministrazione esterni ha portato alla sindacalizzazione del personale docente e non-docente, con prevedibili scontri contrattuali – non certo un modello da seguire. Più in generale, non si vede il senso di inseguire un modello di fasulla aziendalizzazione, non si vede l’urgenza di declinare il principio di “autonomia” in questa accezione, quando in tanti altri settori della pubblica amministrazione passi analoghi hanno portato danni evidenti. Così facendo, si confina l’università in un ruolo di inseguimento del profitto, ruolo che per statuto non gli compete: è ovviamente un gran bene che l’università dialoghi con le realtà produttive, con gli enti locali, con chiunque s’interessi ad essa senza ripromettersi guadagni diretti o pedigree per coprire attività chiacchierate; ma in ogni caso questo dialogo non deve avvenire in posizione subordinata, come se i professori dovessero anzitutto essere bravi cercatori di fondi (ché a tanto siamo, ormai), o come se l’università fosse una risorsa a disposizione d’altri – la piega ingloriosa che ha preso l’esperienza delle ASL dovrebbe forse insegnare qualcosa.

2) I docenti. I professori, è vero, andranno in pensione prima: in sostanza verrà semplicemente ripristinato lo spirito originario delle norme (70 anni per gli ordinari, 68 per gli associati), sfrondando l’uso ormai invalso di concedere proroghe e fuori ruolo che hanno reso inamovibili molti docenti di 72, 73, 74 anni e più. Il principio è sacrosanto, basti pensare che in Germania a 65 anni anche i docenti più illustri sono costretti al ritiro: ma qui si celano due inghippi, derivati dal presupposto fondamentale e sottaciuto, ovvero il blocco del turnover. Dal momento che, allo stato, per 5 professori che vanno in pensione se ne può reclutare uno solo (in certi casi due), l’esito del pensionamento di massa previsto per i prossimi 2-3 anni (e in parte già in atto) potrebbe essere o lo svuotamento (e dunque il crollo) di interi corsi di laurea, privati sia dei docenti anziani sia del necessario ricambio, o in alternativa il surrettizio mantenimento in servizio dei docenti anziani tramite contratti di insegnamento più o meno gratuiti, che li tengano comunque incollati alla loro poltrona. Ambedue questi processi, in diverse facoltà e in diverse misure, sono di fatto in opera già oggi, e concorrono a togliere ogni spazio per future assunzioni. Per di più, con la riforma tutto il potere viene concentrato nelle mani degli ordinari, ancora più di quanto già non lo sia: si procede nel senso esattamente opposto a un’”apertura” dell’Università a tutte le sue componenti.

3) I ricercatori. Il ruolo dei ricercatori viene abolito: viene introdotta la figura del ricercatore a tempo determinato, assunto per 3 + 3 anni, destinati dunque a lavorare per sei anni alle dirette dipendenze di un docente incardinato, e poi soggetti a un giudizio di idoneità per l’immissione in ruolo al livello di associato – posto naturalmente che vi siano risorse adeguate all’uopo. Questo sistema, che scimmiotta all’italiota la tenure track americana (dove vi è una relativa certezza, almeno economica e fatti salvi i criteri di merito, del percorso che aspetta il giovane studioso), rafforzerà naturalmente i vincoli di vassallaggio che già sussistono, e basterà uno screzio al momento sbagliato perché un ricercatore di 35 o 40 anni venga lasciato sul lastrico (quale altra università se lo prenderà mai?). Di fatto, scompariranno i concorsi perché gli associati verranno reclutati essenzialmente sulla base di “passaggi di grado” dei ricercatori a tempo; e per di più (questa è la ragione ultima dell’attuale protesta) i ricercatori che oggi sono in servizio non godranno di alcun meccanismo chiaro per passare di grado – e garantisco che insieme ad alcuni lavativi ve ne sono davvero molti che negli ultimi anni si sono dati tantissimo da fare per l’Università, e molti che in un Paese normale sarebbero da tempo associati o addirittura ordinari. Si procede insomma nel senso opposto rispetto a quello rivendicato da anni da molti ricercatori, ovvero il ruolo unico della docenza, e si approfondisce il solco fra precari e stabili, ponendo le basi per un sostanziale aggravamento del pessimo clima descritto l’altro giorno da una collega coraggiosa. D’altra parte, l’emendamento che ha portato poi al momentaneo accantonamento della riforma prevedeva di sanare questa situazione tramite 9000 posti di associato in 10 anni riservati ai soli ricercatori oggi in carica: non è chi non veda come con questo meccanismo si finisca per tagliare completamente le gambe alle generazioni di ricercatori che vengono su ora: la serietà della protesta della Rete 29 aprile è testimoniata proprio dal fatto che ha giudicato questo contentino – pure teoricamente allettante – del tutto inappropriato e inopportuno.

4) La valutazione. Infine, due parole sulla “valutazione”, una parola che continua a produrre un’infinita retorica e ad essere additata come una panacea, mentre la famosa Agenzia Nazionale ad essa preposta (ANVUR) continua a non nascere mai, anno dopo anno. È ormai invalso il concetto per cui, essendo l’università corrotta sin nelle midolla, tutto va sottoposto a occhiuta vigilanza, le decisioni importanti vanno prese dall’esterno, e in particolare qualunque cosa si faccia (le lezioni, la ricerca, l’amministrazione etc.) va costantemente valutata da qualcun altro. Siamo al paradosso che i docenti devono lavorare “per 1500 ore annue”, come se fosse possibile documentare le ore di studio in biblioteca, o fare un preciso rendiconto “col cartellino” dell’attività di ricerca: di fatto, da quando è entrata in vigore questa strombazzata norma i miei colleghi assenteisti non hanno cambiato di un ette le loro deplorevoli abitudini. Intendiamoci: l’idea di valutare, soprattutto di valutare ex post i frutti della ricerca, è condivisibile, nella misura in cui si contrappone ad anni passati di assoluta impunità e assenza di controlli; e l’esigenza di trasparenza e di responsabilizzazione a ogni livello decisionale va senz’altro promossa. Tuttavia, vi sono alcuni caveat da introdurre: anzitutto i membri delle commissioni giudicatrici (il cui anonimato in Italia è spesso difficile da mantenere) non potranno mai essere davvero adiabatici rispetto al mondo esterno (quante telefonate riceveranno?), e dunque andranno soggetti a pressioni e a corruzioni tanto più potenti quanto più radicati sono i comportamenti corruttivi nello spirito nazionale (si chieda agli amici inglesi cosa vuol dire per loro la spada di Damocle della valutazione quinquennale, e quante faide scatena). Inoltre, i docenti non possono essere continuamente impegnati nella documentazione di ciò che fanno o nella valutazione delle cose altrui, specie dal momento che già oggi essi affrontano un sacco di valutazioni: concorsi, conferme in ruolo, relazioni triennali etc., che si traducono in montagne di carta destinate a scopi di mera formalità, atto d’omaggio a rituali estinti. Dunque talvolta invece di moltiplicare le valutazioni potrebbe essere sensato ristrutturare e riempire di contenuti quelle esistenti, anche sgombrando il campo dall’idea che la quantità sia sempre sinonimo di qualità. E poi c’è il problema di fondo: si parla di premi da spartire alle Università secondo la loro “eccellenza”, come se vi fossero davvero soldi da spartire. E come se si potesse produrre eccellenza dinanzi a tagli indiscriminati che rendono del tutto non-competitive Facoltà pubbliche magari non povere di bravi docenti, ma prive dei mezzi necessari per varare laboratori, iniziative di ricerca o financo semplici pubblicazioni.

Del futuro. Tra qualche mese avrò 35 anni, e fino ad allora apparterrò a una categoria (quella appunto dei docenti o ricercatori under 35) percentualmente quasi trascurabile nell’ambito dei ranghi dell’Accademia: parliamo del 6% circa (si veda in proposito P. Sylos Labini – S. Zapperi, I ricercatori non crescono sugli alberi, Laterza 2010). Se oggi nel mio Consiglio di Facoltà gli under 45 si contano sulle dita di due mani (su oltre 100 persone), è evidente che i prossimi anni porteranno con sé cambiamenti decisivi. Non voglio buttarla sul piano del conflitto generazionale, anche se dubito che i medesimi che hanno portato l’istituzione a questo punto (fatto salvo naturalmente chi negli anni si è opposto e si è comportato altrimenti, e sono pochi) possano avere molto da pontificare sul modo per uscirne. Credo però che i più giovani (o, per meglio dire, i meno anziani) tra coloro che sono a vario titolo dentro l’università, dovrebbero proporsi di condividere una piattaforma comune per cambiare le carte in tavola, di rigettare con sdegno qualunque cedimento al sistema che fin qui ha imperato, semplicemente aderendo ad alcuni principi e facendosi portatori di alcune idee di base, con chiarezza e senza alcuna demagogia:
– Università pubblica: nessun sostegno all’università privata, che negli ultimi anni ha ricevuto una serie di sovvenzioni; colpisce che proprio da università private pontifichino i soloni come Giavazzi (che insegna alla Bocconi) e Cacciari (corso a beatificare don Verzè al San Raffaele, dopo una filosofica fuga dal meno lucroso IUAV).
– Svecchiamento: posizioni stabili per i giovani meritevoli, dietro concorso e senza alcuna ope legis, in modo da accelerare il ricambio e abbreviare i tempi di dipendenza dai baroni; quando dico “stabili” ho in mente non principi leninisti bensì solo quelle minime condizioni di facilitazione alla ricerca che dovrebbero favorire i giovani studiosi secondo la Carta Europea dei ricercatori.
– Messa a regime: individuazione di canali di reclutamento certi e (per quanto possibile) regolari, che rendano ragionevolmente noti e prevedibili i momenti e i meccanismi di selezione e di avanzamento per ogni aspirante studioso.
– Mobilità: divieto di trovare il primo posto stabile nell’università (o alle dipendenze del professore) con cui uno ha studiato: si tratta di una norma certo aggirabile tramite l’apparentamento di più baroni, ma che almeno rende le gabole più complesse.
– Detronizzazione dei docenti dopo i 65 anni: che restino a insegnare (per non più di 5 anni ancora), ma che perdano qualunque ruolo decisionale circa concorsi e assetti di un’università che presto abbandoneranno.
– Una dirigenza ministeriale meno mortificante: una signora che ha fatto l’esame di avvocato alla chetichella in quel di Catanzaro non ha alcun titolo per invocare la meritocrazia, né per raddoppiare l’orario o decurtare gli stipendi a chicchessia (nemmeno, tengo a dirlo, ai dipendenti amministrativi e al personale tecnico).
Non poche di queste e consimili proposte sono simili a quelle avanzate dall’Associazione Nazionale dei Docenti Universitari, sul cui sito il dibattito prosegue, caldo e libero, da anni ormai. Ma sta a una nuova generazione, io credo, approfondire, correggere e attuare le linee-guida che fin qui sono rimaste lettera morta.

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