Qualunque ragionamento sull’evoluzione del sistema universitario italiano e sul ruolo che gli viene attribuito dalla politica e dalla società civile dovrebbe a mio avviso partire da un tentativo di risposta alle seguenti domande:

– Esiste un disegno complessivo e strategico negli interventi sul sistema universitario? E se sì, quale?

– Ha ancora un senso parlare di autonomia universitaria? E se sì, con quale modello di autonomia?

Risulta difficile, anche per chi abbia analizzato a lungo il sistema e la sua storia recente, offrire risposte convinte e convincenti a queste domande, perché i segnali inviati negli anni sono stati spesso, almeno apparentemente, contraddittori e quindi di difficile lettura.

Un tratto comune alla pubblicistica dell’ultimo decennio, per non risalire ancora più indietro, è stata l’enfasi scandalistica sui comportamenti devianti, sia sul piano etico che su quello organizzativo (concorsi truccati, corsi inutili, proliferazione dele sedi, etc). Se i fatti risultano quasi sempre incontestabili in quanto tali, e giustamente meritevoli di stigmatizzazione, ciò che si “dimentica” quasi sempre di valutare è la rilevanza statistica e l’incidenza strutturale dei fenomeni.

Ciò detto, anche senza pensare a uno straordinario complotto di tutti i soggetti capaci di condizionare la pubblica opinione, è evidente che la sistematica opera di demolizione dell’immagine pubblica del sistema universitario italiano non può essere un fatto casuale, ma deve in qualche modo rispondere a istanze profonde del corpo sociale, che non riesce (o non riesce più) a riconoscere l’utilità e il valore strategico dell’istituzione, e traduce questo senso di inutilità in disprezzo e rifiuto.

Io credo che, anche senza professare un generico economicismo, non si possa evitare di attribuire almeno parte di questo disprezzo e rifiuto ad alcune caratteristiche strutturali del sistema produttivo nazionale. Purtroppo la piccola e media impresa e l’apparato burocratico dello Stato sono ben poco interessati all’innovazione strategica che può nascere dalla sinergia con una formazione e una ricerca non mirate alla immediata applicabilità ai processi produttivi e gestionali. Non dimentichiamo che in questo Paese si è postulato ai massimi livelli della classe industriale che i brevetti “è meglio comperarli che produrli”. La Pubblica Amministrazione è a sua volta altamente refrattaria a ogni forma di innovazione, che anche quando è imposta viene poi quasi sempre “ricondotta al caso precedente”, non generando semplificazione ma ulteriore appesantimento, come può confermare quasi chiunque abbia avuto negli ultimi anni responsabilità nella gestione di strutture.

Se i ceti produttivi e gestionali non hanno identificato nel mondo della ricerca un possibile interlocutore capace di aprire nuove prospettive alle loro attività, a loro volta le famiglie, intese come soggetto sociale, hanno visto spegnersi progressivamente il meccanismo di ascesa sociale legato alla formazione superiore che pure aveva operato fortemente nel Paese per un’intera generazione. La pressoché totale scomparsa di questo meccanismo ha prodotto nei confronti dell’Università (e prima ancora nei confronti della scuola) un rigetto che va ben oltre il rifiuto della “fatica” di studiare, in quanto coinvolge non solo i giovani ma anche le loro famiglie che in passato stimolavano e sostenevano l’impegno formativo.

Nella protesta che fa seguito a ogni tentativo di aumento delle tasse universitarie si accomunano quindi diversi fattori, tutti dello stesso segno: la debolezza strutturale delle politiche di diritto allo studio, l’iniquità dei meccanismi di prelievo fiscale (che rendono più facilmente tassabili proprio i soggetti più deboli) e la percezione che si tratti di una “spesa inutile”, in quanto non facilmente convertibile in maggiori opportunità di lavoro e di reddito.

Come ha risposto a questi “stimoli” la classe dirigente (non solo politica) del Paese? Al di là del (non solo apparente) disordine normativo il segno comune a tutti gli interventi dell’ultimo decennio sembra essere riconducibile a poche parole d’ordine: risparmiare (anche tagliando selvaggiamente), “moralizzare” (sempre con opinabili meccanismi ex ante), centralizzare.

Non è questa la sede per una disamina accurata delle politiche di risparmio, peraltro già analizzate da molti in altre sedi. Basti solo ricordare alcuni tra gli effetti principali: riduzione del numero dei professori (ordinari e associati) ai valori dei primi anni ’90, a fronte di un aumento del 50% degli studenti iscritti rispetto a venti anni fa; riduzione del numero dei corsi di studio a meno del doppio di quelli esistenti prima della riforma 3+2 (che comportava un’automatica duplicazione, ma in realtà implicava per sua stessa natura ulteriori differenziazioni curriculari); minimo storico dei finanziamenti alla ricerca universitaria (PRIN); riduzione drammatica del potere d’acquisto degli stipendi dei docenti (per l’effetto combinato di taglio degli scatti, mancato adeguamento all’inflazione, forte riduzione della durata delle carriere); impoverimento strutturale e strumentale degli Atenei, alienazione di beni patrimoniali (non necessariamente superflui).

Questa politica dei finanziamenti è in totale controtendenza con quanto avvenuto in tutti gli altri Paesi sviluppati e in molti Paesi in via di sviluppo, e porta l’Italia a un rapporto tra finanziamenti pubblici all’Università e PIL che risulta di almeno il 50% inferiore alla media OCSE (e ancora peggiore è la situazione degli investimenti privati).

A questo proposito è quasi stupefacente notare che i più accreditati studi internazionali (che niente hanno a che vedere con le risibili “graduatorie” di Università basate su parametri difficilmente associabili a reali misure di qualità) mostrano che l’output complessivo del nostro sistema della ricerca (quasi totalmente appoggiato sul sistema universitario) è proporzionale, se non addirittura superiore, a quanto ci si può aspettare da un Paese delle nostre dimensioni e ricchezza media, e quindi molto superiore a quanto effettivamente investito in ricerca.

Esistono certamente (come in molti altri casi) settori in cui siamo marginali: peccato che spesso siano proprio i settori di riferimento dei nostri più accreditati maitres à penser, che amano sparare a zero sulla qualità degli Atenei italiani, e che evidentemente effettuano le loro analisi guardandosi allo specchio.

Sul tema della moralizzazione si è scritto molto, ma quasi sempre in maniera rapsodica. Un esempio per tutti è quello del cosiddetto “nepotismo accademico”. Si tratta di un fenomeno certamente deleterio, ma siamo proprio sicuri che l’Università sia affetta dal nepotismo in misura comparabile ad altre realtà sociali, quali la politica, le professioni più redditizie, lo stesso giornalismo?

Analisi accurate, svolte in tempi recenti da soggetti diversi e con metodologie indipendenti, mostrano che il fenomeno, almeno per la parte più misurabile (distribuzione dei cognomi) è fortemente localizzato in poche sedi e facoltà, e non è certamente generalizzato all’intero sistema: in molti casi la correlazione è addirittura inferiore al valore statisticamente atteso.

Certamente esiste una forma più sottile di nepotismo, consistente nella promozione dell’allievo culturalmente più vicino, indipendentemente dal merito assoluto. Ma bisogna dire una volta per tutte che questo fenomeno trae origine da meccanismi psicologici elementari (non necessariamente “baronali”) che non comportano dolo intenzionale. Una reale prevenzione e correzione potrebbe essere ottenuta soltanto con meccanismi valutativi ex post atti a evidenziare e penalizzare la cattiva qualità delle scelte, e non certo con inefficaci e spesso risibili precauzioni burocratiche ex ante (penso alle farraginose ed eternamente cangianti norme concorsuali che non hanno comunque mai impedito le cooptazioni improprie).

Il tema della centralizzazione ci rimanda alla seconda delle nostre domande iniziali, e ci porta a riflettere sul significato dell’espressione “autonomia universitaria”.

L’imperante quanto infondata ideologia che attribuisce una funzione necessariamente salvifica al mercato ha portato per qualche tempo (e in parte tuttora) a un’interpretazione del concetto costituzionale di autonomia nel senso di una “autonomia competitiva”, per cui le Università avrebbero dovuto sfidarsi nella raccolta delle risorse (iscrizioni studentesche, finanziamenti pubblici e privati, docenti di qualità) in uno scenario volto in prospettiva a generare una serie A e una serie B, con elementi di social darwinismo spinti fino alla potenziale “eliminazione” degli Atenei meno “adatti” alla sopravvivenza. Questa visione si è poi sposata rapidamente con l’italica propensione all’eccellenza autoproclamata, per cui l’appartenenza alla serie A può legarsi anche a una maggior rapidità di posizionamento all’interno del quadro complessivo.

Ciò che i fautori di questa linea di sviluppo non sembravano aver colto è la rigidità economica e sociale di un Paese ingessato nel quale, anche ammesso che un Ateneo fosse realmente in grado di presentare un’offerta formativa di qualità superiore, ben difficilmente avrebbe potuto in ogni caso allargare il proprio bacino d’attrazione molto al di fuori dei confini fissati dalla geografia (mobilità), dall’economia (costo degli alloggi e dei servizi) e dalla burocrazia (regionalizzazione del diritto allo studio).

Il risultato di questo tipo di autonomia è stato uno sviluppo spesso distorto, soggetto a spinte localistiche, con pochi e talvolta insensati processi valutativi (misurare la qualità della didattica con il numero di crediti maturati in media dagli studenti è come misurare la qualità di un ristorante dalla dimensione delle portate)

Inutile negare quindi il fallimento di questo tipo di autonomia, che non ha prodotto sinergie, ha impedito le economie di scala (esistono città, nemmeno molto grandi, in cui sono presenti sedi decentrate di più di un Ateneo), ha reso più difficili i trasferimenti dei docenti e più faticose le collaborazioni di ricerca, e oltre ciò, in regime di sottofinanziamento, ha reso di fatto impossibili anche iniziative e sperimentazioni positive che proprio l’autonomia avrebbe invece reso praticabili.

In questa stessa fallimentare filosofia si inscrivono (in controtendenza con il processo di centralizzazione di cui parleremo ancora) le proposte di abolizione del valore legale del titolo di studio. In parte si tratta semplicemente di un falso problema: le circostanze in cui il “valore legale” è realmente operativo sono quasi del tutto marginali (alcuni tipi di concorsi pubblici, tra cui quasi paradossalmente non quelli per diventare professori universitari, che sono aperti a tutti) e in generale l’esercizio delle professioni per cui è necessaria una forma di tutela della qualità degli operatori è associato all’esistenza di un ordine professionale e di esami di stato.

Ma le proposte di abolizione rispondono (ancora una volta ideologicamente) all’idea di “autonomia competitiva” di cui parlavamo, come se esistessero realmente nel corpo sociale gli anticorpi rispetto agli abusi facilmente immaginabili in un sistema nel quale non occorresse nessuna, per quanto superficiale, attestazione di competenza per svolgere una qualsiasi attività (attestazione che, non dimentichiamolo, è richiesta, giustamente, anche a idraulici ed elettricisti).

Se è difficile quindi immaginare i benefici dell’abolizione del valore legale, è invece chiaro il significato psicologico negativo di tale scelta, con la quale lo Stato abdicherebbe definitivamente dal proprio ruolo di garante del sistema della formazione superiore, pubblico ma anche privato. Che senso avrebbe allora costruire un complicato e costoso sistema di valutazione?

Certo, se l’idea strategica fosse quella di uno Stato che progressivamente “si ritira” dalla responsabilità di offrire alla società un sistema di formazione superiore, allora capiremmo meglio il senso della proposta.

Ma in questo caso chi si farebbe carico delle ricerche che non hanno un immediato ritorno economico? Si parla di fondazioni, ma finanziate da chi? Torniamo al punto di partenza: tutto questo ha vagamente senso per una società che pensa di poter fare sostanzialmente a meno della formazione superiore e della ricerca. Ma davvero, nel mondo contemporaneo e globalizzato, se ne può fare a meno?

Peraltro, in perfetta contraddizione con questa filosofia, proprio la componente più dichiaratamente liberista del mondo politico si è fatta promotrice negli ultimi anni di un processo di centralizzazione decisionale che ha finito per cancellare quasi del tutto anche sul piano formale la cosiddetta autonomia. Prova provata di quest’affermazione sono i numerosi decreti (da ultimo il DM 17 del 2010) che irrigidiscono straordinariamente le regole per l’attivazione dei corsi di studi di primo e secondo livello, e qualcosa di simile ci si aspetta presto per i dottorati di ricerca. In molti casi l’idea sembrerebbe essere quella di garantire agli studenti corrispondenza tra l’offerta didattica virtuale e quella reale, ma in pratica i “paletti” sono spesso soltanto cervellotiche formule burocratiche che spingono il mondo accademico a sviluppare altrettanto cervellotici meccanismi di aggiramento.

Ma l’esempio più clamoroso della tendenza centralizzatrice è la legge 240 del 2010, che in molte parti appare addirittura orwelliana, per la sistematica discrasia tra il linguaggio adottato e i contenuti reali. Gli statuti di autonomia e i regolamenti devono ormai obbedire a tanti e tali vincoli da ridursi spesso in parti qualificanti a mera copiatura del testo di legge. L’auspicabile riferimento a criteri e parametri per quanto possibile oggettivi per il reclutamento sta trasformandosi in una micidiale macchina burocratica in cui graduatorie formate su valori quantitativi spesso opinabili potrebbero diventare l’unica discriminante al posto di un giudizio di qualità che dovrebbe essere in ultima analisi dirimente ma che può invece potrebbe risultare irrilevante. Persino la più che auspicabile conversione da assurdi bilanci finanziari a un più razionale bilancio economico-patrimoniale rischia di diventare una camicia di forza se non si accompagnerà a una serie di deregulations certamente non volte all’anarchia contabile e al laissez faire, ma a una reale espressione di autonomia gestionale: i vincoli introdotti dalla legislazione recente non solo sulla spesa complessiva ma anche sui singoli capitoli arrivano spesso a paralizzare le attività di ricerca e talvolta anche quelle didattiche.

Quale autonomia allora? In un Paese che non esiste ma in cui mi piacerebbe vivere ed operare ci sarebbe un sistema pubblico dell’alta formazione, finanziato in conformità a standard europei, e i cui soggetti operassero in un contesto di autonomia concertata e non competitiva, ovvero organizzandosi con il massimo della libertà ma anche con il massimo della responsabilità, per cui a una valutazione basata non sulle procedure ma sulla realizzazione degli obiettivi facesse seguito un’adeguata remunerazione dei risultati e una penalizzazione delle inadempienze.

Chi valuta dovrebbe essere terzo non solo rispetto a chi è valutato ma anche rispetto a chi detta le regole del gioco e gli obiettivi, e non risultare contemporaneamente legislatore, giudice e boia. E chi poi all’interno del sistema ha preso decisioni gravemente errate dovrebbe essere interdetto dal prenderne altre, qualunque sia il suo status.

Il diritto allo studio, chiunque lo gestisca, dovrebbe rispondere in primo luogo all’esigenza di permettere ai “capaci e meritevoli” di scegliere per quanto possibile liberamente dove completare la propria formazione, ma è inutile finanziare la classe media con “prestiti d’onore” di cui non ha realmente bisogno quando i meno abbienti, che già hanno i loro problemi, sono condannati a studiare in sedi non adeguate alle loro aspirazioni (o a non studiare affatto) per mancanza di alloggi, mense, trasporti, biblioteche e altri servizi, inclusa la rete Internet, oggi tanto vitale quanto spesso onerosa e talvolta inaccessibile.

Nel quadro di un’autonomia concertata, e investendo risorse molto inferiori allo 0,1% del PIL, non sarebbe poi difficile disegnare e attuare un modello di sviluppo del sistema universitario capace di offrire prospettive reali nel mondo dell’insegnamento (non solo universitario) e della ricerca a un numero congruo (non meno di duemila per classe d’età nel solo sistema universitario) di giovani adatti e motivati. Esportare capitale umano senza essere nemmeno in grado di importarne altrettanto, come sta purtroppo facendo il nostro Paese, è una follia economica, oltre che politico-sociale. Quanto ai meccanismi di selezione, io sono personalmente convinto che se la valutazione ex post funzionasse davvero, con premi e punizioni, non ci sarebbe bisogno di tanta burocrazia concorsuale.

Con tutto ciò chi ha ancora voglia di lavorare, e dimostra di saperlo fare, non dovrebbe essere accantonato per motivi puramente anagrafici o per “fare largo”, mentre chi non ne ha più voglia dovrebbe essere messo rapidamente in condizione di farsi da parte. Dal momento che un pensionato costa alla comunità, intesa nel suo complesso, non molto meno di una persona in servizio, l’unico criterio di scelta “politica” tra le due opzioni dovrebbe essere la produttività individuale e collettiva.

Tutti questi sono però discorsi “interni” alla logica dell’istituzione universitaria. Forse la cosa più importante resta invece quella di ristabilire un rapporto reale, sia culturale che funzionale, tra l’Università e il Paese che dovrebbe sostenerla. Rapporto che passa non soltanto attraverso una diversa e migliore comunicazione, e attraverso la costruzione, pur indispensabile, di più potenti e veloci canali di trasferimento tecnologico e culturale, ma richiede soprattutto l’acquisizione della consapevolezza collettiva che non esiste crescita civile e sociale senza sviluppo e diffusione della conoscenza. Costruire e trasmettere questa consapevolezza sarebbe uno dei compiti della politica. Esiste in questo Paese una classe politica all’altezza del compito?

(Paolo Rossi 11 settembre 2011)

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