L’accesso all’istruzione universitaria è ancora fortemente condizionato dal background socio-economico famigliare, è quanto emerge dal rapporto EQUNET [1] , un progetto di ricerca finanziato dalla Commissione Europea che sulla base di dati e ricerche già disponibili – quali Eurostudent [2] , Eurostat e OCSE – si è posto l’obiettivo di identificare alcuni indicatori al fine di valutare e comparare il “livello di (in)equità” presente nei diversi sistemi universitari europei.

Mettendo a confronto la composizione sociale della popolazione universitaria con quella complessiva di ciascun paese, o più nello specifico, rapportando la quota di studenti universitari i cui genitori presentano un certo profilo occupazionale o un certo livello di istruzione, con la quota di adulti che nel totale della popolazione si caratterizza per lo stesso profilo [3], risulta che in tutti i paesi europei gli studenti di condizioni socio-economiche disagiate hanno minori opportunità di iscriversi all’università. Il livello di disparità sociale varia considerevolmente da realtà a realtà: ad un estremo positivo vi sono Finlandia e Olanda, dove gli studenti con genitori con basso livello di istruzione (o afferenti alla classe operaia) sono rappresentati pressoché equamente nella popolazione universitaria, all’altro estremo i paesi dell’est europeo, dove sono fortemente sottorappresentati (Fig. 1). L’Italia si colloca in una posizione mediana (l’indice ha valore 0,6) [4] .

In che modo l’origine sociale e le condizioni economiche incidono sulla scelta di intraprendere il percorso universitario? Da un lato, i costi (di tasse di iscrizione, di mantenimento, nonché i costi-opportunità) dello studio universitario possono essere affrontati dalle famiglie agiate con minor sforzo; è appurato infatti che gli studenti con un elevato status socio-economico ricevono un sostegno finanziario da parte delle famiglie sensibilmente superiore a quello dei loro “pari” non benestanti.
Dall’altro, l’ambiente culturale agisce da forte propulsore; chi possiede un alto grado di istruzione trasmette ai figli quel capitale culturale e quelle aspirazioni educative che li indirizzano (e li motivano) verso l’università. Questo certamente contribuisce a spiegare perché i figli di genitori laureati hanno molte più possibilità di frequentare gli studi universitari in confronto a coloro con genitori con un basso livello di istruzione, un dato comune a tutti i paesi analizzati: in media, in Europa, su 100 soggetti con genitori non diplomati il 17% si laurea – una percentuale che in Italia scende al 9% – contro il 63% di chi ha genitori laureati (dati Eurostat).

Il fattore economico, peraltro, non influisce solo sulla decisione di essere studente universitario – un recente studio tedesco ha messo in luce che il 77% di chi non si iscrive all’università indica come prima ragione la condizione finanziaria – ma anche dopo l’eventuale ingresso nel percorso universitario. Ad esempio influenza la scelta dell’ambito disciplinare; fa aumentare la probabilità di lavorare durante gli studi e di conseguenza di prolungarli, essendo meno il tempo di studio disponibile; di contro riduce la probabilità di partecipare a programmi di mobilità all’estero, sia perché gli studenti provenienti da famiglie abbienti possono permettersi di sostenere i costi di un periodo di studio all’estero, sia perché è probabile che abbiano una migliore e più diffusa conoscenza delle lingue straniere, il che fornisce un’ulteriore spinta motivazionale.
In breve, lo status socio-economico incide sia prima che dopo l’accesso agli studi universitari.

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[1]Evolving diversity, An overview of equitable access to HE in Europe, The EQUNET Consortium, Brussels, 2010.
[2]Social and Economic Conditions of Student Life in Europe, Eurostudent III 2005-2008, HIS, Bielefeld, 2008.
[3]L’indicatore utilizzato è il seguente:
Misura di disparità sociale = quota di studenti i cui padri (o madri) hanno un basso livello di istruzione / quota di uomini (o donne) di età compresa tra 40 e 60 anni con basso livello di istruzione nella pop.
[4]Ciò significa che su 100 uomini di età compresa tra i 40 e i 60 anni, con un impiego che richiede basse competenze, 60 studenti hanno padri con tale status occupazionale nella popolazione universitaria.
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